Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Nel segno di Manara

Bologna ospita la straordinaria mostra antologica di Milo Manara, curata da Claudio Curcio e promossa dal gruppo Pallavicini S.r.l., di recente attivo nella riqualificazione e riapertura di Palazzo Pallavicini, gioiello architettonico mantenutosi intatto nella sua bellezza nel centro cittadino. L’esposizione che durerà dal 22 settembre 2017 al 21 gennaio 2018, realizzata in collaborazione con Napoli Comicon, si rivela 1 BB5A8534come un unicum nella storia del maestro: il percorso espositivo vedrà la presenza di circa centotrenta opere, suddivise in sette sezioni destinate a consegnare al pubblico un’ampia selezione dell’operare di Manara, comprendente la produzione a fumetti ma anche il fine lavoro di un illustratore operativo per cinema, stampa e pubblicità. Una vera e propria panoramica sul corpus del maestro si snoderà tra le sale, permettendo al pubblico di ammirare le rare tavole di Un fascio di bombe, unitamente a 1 BB5A8632quelle di alcuni dei lavori più celebri, tra cui quelle de Il gioco e de Il profumo dell’invisibile. Un’opportunità unica di osservare opere originali eseguite da un artista sempre disposto a mettersi in discussione e a porsi davanti a nuove sfide. Il confronto con il pubblico, decisivo per chi si dedichi al fumetto; la capacità di regalare suggestioni visive in grado di creare un immaginario che inviti al viaggio e per sua naturale estensione fornisca il bagaglio per successive rielaborazioni interiori; 1 1 Copial’illustrare vite reali o il crearne di plausibili mettendo a nudo l’animo umano e le sue più nascoste attitudini, sono prove che Milo Manara non solo ha affrontato, ma ha superato con l’audacia di un Ulisse indomito che voglia raggiungere l’orizzonte della conoscenza. E se in taluni lavori sembra di rintracciare echi concettuali di Balthus e della necessità di “scandalizzare i borghesi”, Manara pare affine al pittore francese anche nella scelta di mostrare ciò che resta sotteso o volutamente taciuto sebbene esista in tutta la sua necessità: il canale per scuotere gli animi sarà dunque - per l’uno come per l’altro - un erotismo di altissima qualità. Sottolineando realtà possibili, l’artista ribalta in alcune tavole il nostro punto di vista sul mondo, ponendoci in una dimensione irreale del tutto plausibile, che ci invita alla riflessione sulla natura dell’essere umano. Guidano, i tratti veloci di Manara, in una profondità di sintesi che attraversa luoghi ed epoche, regalandoci ideali e atmosfere capaci di accendere intimamente le nostre coscienze. Una tensione erotica che nulla ha di volgare ma, per stessa ammissione dell’artista, “è l'energia più primitiva della vita, è 'l'amor che move il sole e le altre stelle', come scrive Dante nell'ultimo verso della Divina Commedia”. Vigoria che traspare tra le tavole del secondo volume dedicato a Caravaggio esposte in anteprima assoluta, e che scorre energica tra le pagine dei fumetti El Gaucho e Estate Indiana, nati dalla collaborazione con Hugo Pratt e tra quelle de I Borgia, create in seguito al connubio con Alejandro Jodorowsky. Tra le collaborazioni, spicca quella con Federico Fellini, grazie alla quale furono realizzate le tavole di Viaggio a Tulum e Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet, anch’esse visibili in mostra dove, in via del tutto eccezionale, si troveranno anche una serie di disegni autografati dal regista, insieme ad alcuni storyboard e ad alcune delle indicazioni consegnate da Fellini a Manara per il corretto svolgimento del lavoro. Artista libero, poliedrico e indipendente, Manara ha negli anni mantenuto una cifra stilistica chiara, fil rouge di tutto il percorso espositivo, comprendente ancora alcune rare illustrazioni ispirate ai testi di Shakespeare e diverse tavole realizzate per le celebrazioni del 250° anniversario della nascita di W. A. Mozart. Dall’antichità al contemporaneo attraversando l’Europa: oltre alle opere dedicate agli antichi maestri si potranno osservare in Italia per la prima volta gli acquerelli dedicati a Brigitte Bardot realizzati nel 2016 per un’asta di beneficenza, e verranno presentate le recenti illustrazioni realizzate per il magazine francese LUI, che vedono protagoniste alcune attrici contemporanee. Chiudono l’esposizione una serie di illustrazioni personali inedite, a testimonianza che, dietro un riservatissimo maestro del contemporaneo, c’è un uomo capace di riconoscere l’animo umano dietro le mille maschere e di oltrepassarle tutte, facendo centro, con un solo colpo di matita.
di Francesca BoglioloManara foto immagine Bardot 15
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Il paradiso di Cuno Amiet

Il Museo d’arte di Mendrisio ospita un’interessante mostra dedicata a Cuno Amiet, la prima in Ticino e in area italiana, ricca di una settantina di dipinti e una sessantina di opere su carta, al fine di documentare l’iter creativo di un artista non inflazionato ma importante. Sono esposti capolavori provenienti dalla Fondazione Amiet di Oschwand e da svariati tra i maggiori istituti museali della Svizzera: primo fra tutti il Kunstmuseum di Soletta, che annovera nelle sue collezioni alcuni tra i più significativi dipinti del pittore, seguito dal Kirchner Museum di Davos, il Kunstmuseum di Berna, il Kunsthaus di Zurigo, il Musée d’art et 1 FIG. 5 AMIET 1912.16d’histoire di Friborgo, la Collection Pictet di Ginevra, l’Aargauer Kunsthaus, il Kunstmuseum di Olten, tra gli altri.
Cuno Amiet, pittore svizzero, studiò dapprima con Frank Buchser, poi all'Accademia di Monaco e a Parigi. Subì l'influsso degli impressionisti: di Séguin, di Émile Bernard e, soprattutto, di Gauguin, che incontrò a Pont-Aven nel 1892-93 diventando membro della scuola omonima. Allievo di Hodler, fu amico di Giovanni Giacometti e di Giovanni Segantini.
Cuno Amiet (Soletta, 1868; Osch-wand, 1961) è - nella scia di Ferdinand Hodler - tra le personalità più rappresentative dell’arte svizzera del- la prima metà del Novecento. Mentre Hodler rappresenta l’identità artistica svizzera dello scorso secolo in area germanofona, Amiet può essere indicato come il maggiore esponente svizzero di una tradizione francese impressionista e postimpressionista. Amiet e Hodler erano molto legati dal punto di vista artistico, con l’esempio trainante del più anziano tra i due, Hodler, portatore con il suo simbolismo di una secolare tradizione tedesca. Entrambi gli artisti possono essere considerati i padri della pittura moderna svizzera.
Figlio di J.J. Amiet, storico e archivista, Cuno dopo gli studi presso la Kantonsschule Solothurn fa l’apprendistato presso il pittore svizzero Frank Buchser. In seguito continua gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Monaco, dal 1886 al 1888, dove incontra e stringe amicizia con Giovanni Giacometti.
Partito nel 1889, giovanissimo, in compagnia di Giovanni Giacometti alla volta di Parigi e poi della Bretagna, dove vive l’esperienza Nabis a Pont-Aven sulle tracce di Gauguin. Amiet si farà conoscere ed apprezzare soprattutto per le sue eccezionali doti di colorista. Nel corso del primo ventennio del Novecento, la sua opera rappresenta la punta di diamante dell’avanguardia artistica svizzera. Amiet si muove all’interno delle nuove tendenze francesi, tra simbolisti e neoimpressionisti, e pochi anni dopo si ritrova anche tra i fondatori, con Kirchner, Heckel e alcuni altri, del gruppo Die Brücke, all’origine dell’espressionismo tedesco. Nei primi due decenni del Novecento il suo lavoro è caratterizzato dalla continua sperimentazione, che sfociava in originali composizioni dall’accentuato e piacevole cromatismo.
1 FIG. 3 AMIET 1899.01Le opere di Amiet, raffiguranti paesaggi, figure e nature morte, infondono un forte senso di armonia e serenità. Opere raffiguranti personaggi bretoni e “Studio per ragazze gialle”, in mostra, evidenziano pienamente l’influenza gauguiniana dei Nabis, in cui l’uomo si immerge nella natura in perfetta armonia, in parallelo al movimento francese dei Fauves.. Amiet segue i propri valori positivi, incentrati sul sentimento di pienezza e di felicità. Il suo è un inno alla vita vissuta in armonia con il mondo esterno, in cui l’uomo è pienamente appagato dalla bellezza della natura e dalle sue manifestazioni di luci e colori che infondono la gioia di vivere. E’ la campagna bernese quella dipinta da Amiet per buona parte della sua vita, a Oschwand. Un ambiente intatto, con scenari agresti che ispirano le sue tele di natura bucolica, e figure, paesaggi, gli stessi interni e le nature morte, riportano sempre alla mente - attraverso colori, luci e tagli compositivi - un’impressione di Arcadia, di paradiso terrestre, che viene scandito dai rapporti umani, dal lavoro nei campi, dall’amore verso il prossimo e la famiglia, dall’immergersi dell’uomo nella natura. C’è un sentimento armonico di fondo e basilare nell’opera di Amiet, coerente e riscontrabile lungo tutto il suo percorso. Opere quali “La raccolta della frutta” sottolineano l’amore dell’artista per le cose semplici e la vita di campagna, vissuta con lo spirito di gruppo e la solidarietà tipica della vita contadina, dove i personaggi si muovono all’unisono come in un coro armonico fatto di note colorate. “La raccolta delle mele” è un’opera gioiosa dal timbro volutamente bambinesco, tale da ricondurre il visitatore al periodo dell’infanzia, quando è la natura ad avvolgere i sensi ed a dettar legge al ritmo delle stagioni. E l’estate è un tripudio di colori, quando la natura regala i suoi frutti a chi, lavorando in compagnia e salendo su una scala, li raccoglie. Non si sente la fatica, in queste opere, ma solamente la gioia del vivere in campagna.
Anche il dolore si trasforma nelle sue tele in un sentimento che trascende il vissuto terreno, sfociando in uno dei capolavori dell’estrema maturità, quando già aveva perso la compagna di una vita. Si tratta del “Paradiso terrestre” (Paradies), opera in cui è raffigurata una scena angelica in un’atmosfera bucolica connotata da un’intensissima luminosità dorata.
Esposte opere magnifiche come “Ragazza bretone sotto gli alberi” (1893), di matrice gauguiniana, le tre versioni di “Paradiso” (quella, celebre, del 1894-1895, l’olio del 1900-1901 e l’ultima del 1958), “Doppio ritratto” (1903), “Natura morta floreale” (1904), Studio per “le ragazze gialle” (1905), ammirato da Kirchner, “La ragazza gialla” (1907). Interessante anche il “Nudo femminile sdraiato con fiori” (1912), di eco chagalliano per via della figura sdraiata dall’espressione serena, con un fiore in mano. Tra i ritratti, “Autoritratto davanti a un dipinto del giardino” (1919) e “Liette” (1932). Un artista molto produttivo Amiet, con più di 4000 opere, tra cui un migliaio tra ritratti ed autoritratti. Caratteristico il suo “Autoritratto in rosa”, che sottolinea con la scelta del colore predominante, il rosa, il suo animo gentile e semplice.
Il ruolo centrale occupato da Amiet nella storia artistica svizzera è documentato, in mostra, da una decina di confronti con artisti contemporanei europei, da Paul Gauguin a Henri Matisse, da Giovanni Giacometti e Ferdinand Hodler a Ernst Ludwig Kirchner, da Alexej von Jawslensky e Marianne Werefkin a August Macke, da Gabriele Münter a Ernst Morgenthaler, così da immergersi nell’atmosfera nella quale si è sviluppata mossa l’intera carriera di Amiet.
Il suo innato colorismo, la sua fantasia nella molteplicità dei soggetti, che lo avevano visto in prima fila negli sviluppi dell’arte d’inizio Novecento, hanno attratto anche i pittori ticinesi d’inizio secolo tra cui Pietro 1 FIG. 4 AMIET 1907.491Chiesa, ammiratore sia dei suoi temi, sia della sua linea stilistica, con il quale Amiet espose nel 1953 a Olten in una mostra di grande successo e che sarà ugualmente presente anche nella retrospettiva di Mendrisio.
A livello ticinese la mostra può contare sulla collaborazione di tutti i principali musei: MASI, Lugano; Pinacoteca Casa Rusca, Locarno; Museo comunale di Ascona; Fondazione Braglia, Lugano, i quali hanno acconsentito a prestare importanti capolavori delle loro collezioni.
La rassegna di Mendrisio, organizzata insieme alla Fondazione Amiet a Oschwand, si avvale della presenza nel Comitato Scientifico di Franz Müller, curatore del catalogo ragionato dell’opera di Cuno Amiet dagli esordi fino al 1960 per le edizioni ISEA/SIK, e di Aurora Scotti, tra i maggiori esperti di pittura italiana ed europea di fine secolo, entrambi anche autori di importanti contributi in catalogo. Questo sarà completato da un saggio di Simone Soldini, un testo sull’opera grafica a cura di Viola Radlach e dal consueto corpus di apparati a cura dei collaboratori scientifici del Museo d’arte Mendrisio.
di Silvana Gatti
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“ARTE ED ESOTERISMO VII”

L'artista dovrebbe essere un cavaliere con l’armatura appassionatamente votato alla ricerca del Sacro Graal, un crociato impegnato in una lotta perenne con la borghesia”, afferma Joséphin Péladan, leader dell’Ordine della Rosa Croce, del Tempio e del Graal verso la fine dell’Ottocento. Un secolo imprescindibile per noi appassionati esploratori dell’impossibile, caratterizzato in ambito simbolista dalla risposta del mondo dell’occulto all’algido positivismo imperante in ambito scientifico. Ma chi sono questi fantomatici Rosacroce? Rosenkreuzer, in tedesco, è il leggendario ordine segreto di cui si cominciò a parlare in Germania Marcellin Desboutin Ritratto di Josephin Peladanagli inizi del 17° sec. in relazione alle romanzesche avventure di un certo Christian Rosenkreuz, vissuto nel 15° sec., che sarebbe stato iniziato in Oriente a tutti i misteri e avrebbe progettato una riforma del mondo; l’opera di Rosenkreuz sarebbe stata continuata dai suoi discepoli (i Rosacroce, appunto), che si vantavano di possedere tutti i segreti della natura. Questo si narrava nell’anonimo scritto Fama fraternitatis Rosae Crucis del 1614; nel 1615 uscì a Francoforte un altro scritto, la Confessio fraternitatis, in cui si annunciava il ritorno imminente della luce perduta dagli uomini a causa del peccato di Adamo; l’anno successivo a Strasburgo fu pubblicato il celebre Chymische Hochzeit Christian Rosen­kreuz (“Le nozze alchemiche di Cristiano Rosenkreuz”) di J.V. Andreae. A questi scritti ‘ufficiali’ si aggiunse una serie di manifesti anonimi apparsi sui muri di Parigi nel 1622. Si andò così diffondendo una letteratura mistica e teosofica che si rifaceva ai Rosacroce, mentre si moltiplicavano le conventicole che se ne dichiaravano prosecutrici e si dedicavano a ricerche magico-alchimistiche riprendendo temi e testi della tradizione magica ed ermetica rinascimentale. Nella prima metà del Seicento antesignano dei Rosacroce fu R. Fludd, che è forse il massimo rappresentante di questo orientamento. Nel 18° sec. il movimento dei R. ebbe largo sviluppo e a esso si ricollegarono anche L.-C. de Saint-Martin, il conte di Saint-Germain, A. Mesmer, Cagliostro, mentre la massoneria si impossesserà successivamente di molti suoi motivi e simboli.
Ma torniamo alla nostra vicenda. Corre l’anno 1892: l’eccentrico Joséphin Péladan Péladan (entrato nell’ordine grazie al fratello Adri-en, uno dei primi omeopati francesi), inaugura in Francia un appuntamento artistico unico nel suo genere: il primo Salone della Rosacroce.
Un manipolo di idealisti da lui radunato si fa portavoce nella Francia di fine Ottocento del risveglio del sovrasensibile nella musica, nel teatro e nell’arte figurativa: Pierre Puvis de Chavannes, Félicien Rops, Georges Rouault, Odilon Redon, Fernand Edmond Jean Marie Khnopff, Jean Delville, Ferdinand Hodler, Aman-Jean, Marcel Béronneau sono i pittori più conosciuti. Non devono necessariamente far parte dell’Ordine, ma devono rispettare l’unica condizione per poter partecipare alla manifestazione: le loro opere devono rispondere alle caratteristiche generali di un severo regolamento che bandisce determinate rappresentazioni: le scene militari o storiche, gli animali domestici e “accessori e altri esercizi che i pittori hanno solitamente l’insolenza di esporre”. La selezione è assicurata da una giuria che detiene il titolo di Magnifico. È composto da vari personaggi di cui i più noti sono: il conte Antoine de la Rochefoucault (che è il finanziatore dei saloni), il conte di Larmandie (che fu per lungo tempo segretario della Gens de Lettres in Francia), Elémir Bourges (Accademia Goncourt, scrittrice), Saint-Pol Roux (giustamente detto il Magnifico, scrittore proclamato dai surrealisti come uno dei maestri dell'arte moderna) e Gary de Lacroze.

1 catalogo 2L’arte figurativa diviene gioco forza fedele alleata dei testi ermetico-alchemici e lega la conoscenza in campo esoterico al superamento delle barriere essoteriche, celando i segreti nella oscura foresta dei simboli, subalterna alla sola legge del lege et relege, del leggere e rileggere per immergersi nella realtà superiore. I dipinti acquistano così, di pari passo alle illustrazioni dei libri, il compito di svelare appena i testi degli alchimisti, le cui conoscenze erano coperte dal segreto. L’arte pittorica, in sinergia con l’Ars Regia, assume il compito di rivelare un mondo più sottile, solo apparentemente subordinato alle regole della quotidianità civile.
Il manifesto dell’evento, opera del simbolista svizzero Carlos Schwabe, vede rappresentati Leonardo da Vinci, che molti credono sia stato Gran Maestro del Priorato di Sion, e Dante Alighieri (che regge una spada e indossa una tunica d’arme dal gusto templare), atti a simboleggiare il custode del Graal e l’alter-ego di Ugo de Payns, integerrimo fondatore dell’Ordine dei Templari.
Rispondono all’appello sessanta artisti e il catalogo della mostra comprende 250 opere. Rémy de Gourmont nella sua cronaca del Mercure de France ha definito questo spettacolo “il più grande evento artistico dell'anno”. Il pubblico è talmente numeroso che la prefettura deve intervenire per regolare il traffico. Interverranno più di 22.000 visitatori.
Lo spettacolo viene inaugurato con la musica cerimoniale appositamente composta da Erik Satie, il compositore ufficiale dell'Ordine.
L’appuntamento diventa quasi immediatamente luogo d’incontro per il mondo dell’arte e dell’occultismo, per artisti (in totale ne partecipano 193) e personaggi amanti della bellezza e della tradizione, al di là dello spirito pragmatico e positivista degli scienziati allineati al sistema. Non a caso vengono bandite le opere degli Impressionisti e di altri contemporanei. Il Salone si ripete per cinque anni consecutivi, sino al 1897, sempre basandosi su uno dei requisiti fondamentali per entrare a far parte dei Rosacroce, ossia “ricercare ed insegnare le norme della Bellezza”. Ricerca motivata dalla nostalgia per un’armonia perduta che l’uomo insegue istintivamente in tutte le cose 1 manifesto salon Carlos Schwabeche lo circondano. L’emozione che accomuna il cenacolo di pensatori è fatalmente centrato sul misticismo, la spiritualità e l’esoterismo cristiano.
Il successo del Salone cresce nel tempo e diviene davvero notevole: la presenza di artisti stranieri gli conferisce un impatto addirittura mondiale, cosa non proprio comune per l’epoca.
La morte e il Becchin Carlos SchwabeSi arriva così a sei saloni Rosacroce in tutto, ognuno di loro posto sotto l'egida di un dio caldeo: Samas (Sole) per la prima edizione, Nergal per la seconda, Merodack (Giove) per la terza, Nebo (Mercurio) per la quarta, Istar (Venere) per la penultima e Sin (la luna) per la sesta ed ultima. Questa, svoltasi nella prestigiosa galleria Georges-Petit, chiude un’esperienza unica nel suo genere. Di fronte all'insistenza delle richieste, Péladan ha persino dovuto organizzare un'apertura speciale per 191 critici d'arte ed i tanti giornalisti. Il giorno successivo, 15.000 visitatori varcano l’insolito tempio dell'arte nato dall’immaginazione di uno dei pensatori più brillanti che il mondo abbia mai avuto. Dopo il sesto Salone, il Gran Maestro annuncia il “sonno dell'Ordine”.
Sono le parole di Péladan, ancora una volta, a fissare nella memoria questa parentesi di rinascita culturale e spirituale alimentata da quel qualcosa di misterioso a cui non sappiamo dare un nome: “Depongo le armi. La formula artistica che ho difeso è ormai stata accolta ovunque, il fiume è stato attraversato”.
di Percarlo Bormida
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“Due minuti di arte”

Nella seconda metà del XIX secolo due fatti hanno rivoluzionato il mondo dell’arte, segnando un solco tra ciò che era stato prima di loro e tutto quello che è venuto dopo. Gli impressionisti prima, e Van Gogh poi hanno reso evidente l’idea che l’arte non è soggetta a regole e che la creatività è frutto della personalità dell’artista. Questi due eventi, di cui è facile misurarne le conseguenze oggi, erano soprattutto una presa di posizione, un’affermazione stentorea del diritto a non essere giudicati da nessuna Accademia, perché le regole sono fatte per essere infrante.
Fino a gennaio, gli amanti dell’arte potranno ammirare questa “rivoluzione” grazie a due mostre imperdibili a Vicenza e a Roma. La Basilica Palladiana di Vicenza ospita infatti l’ultima mostra-evento firmata Marco Goldin: “Van Gogh: tra grano e cielo” (dal 7 ottobre 2017 all’8 aprile 2018). Considerata una delle mostre più importanti del 2018, espone ben 43 dipinti e 86 disegni del maestro olandese.
Il Complesso del Vittoriano di Roma ospita invece fino all’11 febbraio 2018 le opere del maestro impressionista Claude Monet: in totale 60 opere provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi.
Prima di prenotare il biglietto per queste mostre, vi propongo un breve ripasso sull’arte impressionista in due minuti, riprendendo un articolo del mio blog “Due minuti di Arte”.
L’Impressionismo in 10 punti
1 Impressionismo 11. L'Impressionismo è una corrente artistica nata a Parigi tra il 1860 e il 1870. Alle sue origini vi era la contrapposizione alle regole imposte dall’arte accademica. A queste gli artisti impressionisti opponevano opere apparentemente incomplete, spesso realizzate in poche ore.
2. Punto cardine dell'arte impressionista era la pittura “en plein air” (all'aria aperta). Gli artisti impressionisti furono tra i primi ad abbandonare il chiuso degli atelier per dipingere la realtà “dal vivo” e coglierne così l'infinita varietà della sfumature.
3. Questo nuovo approccio alla pittura era reso possibile anche grazie all'invenzione del “cavalletto da campagna” (portatile) e dei colori in tubetto, più pratici da usare negli spostamenti e più immediati, visto che non costringevano l'artista a mescolare i pigmenti per formare i colori.
4. Le opere degli impressionisti non rappresentano la realtà così com'è ma in base a come viene percepita dall'occhio dell'artista nel momento in cui la dipinge. Gli artisti impressionisti non mescolavano i colori sulla tela ma spesso si limitavano ad accostarli tra loro, dando vita a spettacolari contrapposizioni cromatiche (es. I papaveri di Monet) e a immagini non chiaramente definite, quasi sfocate.
A questo proposito uno studio di un neurologo australiano sostiene che tale rappresentazione della realtà derivi dalla miopia che affliggeva i padri dell'arte impressionista e in particolare Monet. Ma questa è una tesi tutta da dimostrare.
1 Impressionismo 25. Alcuni degli artisti impressionisti, in particolare Monet e Renoir, spesso ponevano i loro cavalletti uno di fianco all'altro per dipingere lo stesso paesaggio e confrontare le opere una volta ultimate. Prediligevano ritrarre paesaggi urbani, tra i soggetti preferiti c’era la città di Parigi, che loro vivevano intensamente nelle folli notti di fine secolo.
6. I più grandi esponenti dell'impressionismo sono Édouard Manet, Claude Monet, Edgar Degas, Pierre-Auguste Renoir, Alfred Sisley, Camille Pissarro, Paul Cézanne e Jean-Frédéric Bazille.
7. La prima mostra di questo gruppo di artisti si tenne a Parigi il 15 aprile 1874, presso lo studio del fotografo Felix Nadar. Alla mostra parteciprono Claude Monet, Edgar Degas, Alfred Sisley e Pierre Auguste Renoir. Inutile dire che l'evento non incontrò il favore della critica.
8. I primi tempi per gli impressionisti furono difficili. Qualche mese dopo la mostra da Nadar, il gruppo fu costretto a organizzare una vendita delle opere presso l'hotel Drouot a Parigi per recuperare fondi da destinare a nuove mostre, ma l’evento si rivelò un fiasco: con il ricavato riuscirono appena a coprire i costi delle cornici.
Fondamentale, per la sopravvivenza degli impressionisti fu l'intervento dell'imprenditore francese Paul Durand-Ruel, uno dei pochi a credere in quel gruppo di giovani artisti fin dall'inizio. Tra il 1891 e il 1922, Durand comprò circa 12 mila opere di Monet, Manet, Pissarro, Degas, Renoir ecc. Monet, a proposito di Durand, disse: “Senza Durand saremo morti di fame tutti noi impressionisti, gli dobbiamo tutto”.
9. Il nome “impressionismo” deriva dal giudizio poco lusinghiero del critico d'arte Louis Leroy che, prendendo spunto dall'opera di Claude Monet Impressione. Levar del sole (sotto) fece dell'ironia sul modo di dipingere di quel giovane gruppo di artisti, considerando le loro opere incomplete, poco più che “impressioni”, appunto.
A dire il vero altri critici, come Jules Castagnary ed Ernest Chesnau fin da subito colsero l'approccio innovativo di quegli artisti coraggiosi e li sostennero.
10. Tra i quadri più noti dell'impressionismo, oltre all'opera di Monet citata possiamo ricordare: Colazione sull'erba di Manet (opera del 1862-1863, antesignana dell'impressionismo “ufficiale”), The dance class di Edgar Degas (1874), La colazione dei canottieri di Renoir (1881), I giocatori di carte di Cézanne (1894) o le famose Ninfee blu di Monet (1916-1919).
Di Marco Lovisco
www.dueminutidiarte.com
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Balla, Principe della pittura

E'così che si presenta Giacomo Balla, il pittore dalle mille vite, artista poliedrico e sempre attuale, amico e padre artistico di tanti giovani artisti, quali: Severini, Boccioni, Sironi, Depero e Russolo.
compenetrazione iridescenteDalla descrizione puntuale ci lascia intendere già molto, non solo del suo aspetto fisico ma soprattutto del suo temperamento e della sua brillante ironia. Pittore dalle mille vite poiché di pochi artisti si può affermare di aver saputo cavalcare con destrezza la fine dell’Ottocento, essere stato tra i protagonisti italiani del divisionismo, approdando con estrema sensibilità al socialismo umanitario, per poi comprendere la modernità del futurismo, e farlo proprio andando a caratterizzarlo con gli interessi per le scoperte scientifiche e tecnologiche dell'epoca e ovviamente l'osservazione della sua musa perenne, la Natura, ovvero la realtà nuda e sana.
A rendere omaggio al pittore è la Galleria56 di Bologna di Estemio e Silvana Serri, che tramite la mostra “Le quattro stagioni di Balla”, curata da Elena Gigli, vuole sottolineare proprio questa versatilità dell'artista torinese. Partendo dunque dalle presentazioni, la mostra si apre a ritroso, con una serie di ritratti degli ultimi anni di Balla che non a caso di sé ai posteri vuole lasciare un Autosorriso, a testimonianza del continuo e scrupoloso studio del volto e della resa espressiva che tanto affascinano il pittore. La ritrattistica non è solo sicura e costante fonte di sostentamento ma spesso diventa pretesto per la sperimentazione pittorica. Basti pensare alle opere che danno il titolo alla mostra: Le quattro stagioni, in cui una giovane amica delle figlie, Giuliana, viene ritratta su fondi rossi e cartoni dorati che rimandano riflessi, uno strenuo esercizio di giochi di luci ed ombre ottenute calibrando la luce elettrica in modo da animare in senso psicologico il volto della giovane fanciulla. Infine la rete applicata sulla superficie del quadro, che tende a creare un effetto retinato come quello delle immagini dei giornali dell'epoca. Forme rumore motociclettaEccolo dunque quel senso di sperimentalismo tipico in Balla, che fin dagli albori della sua carriera è attratto dalla tecnica fotografica tanto da volerla rendere in pittura, qui, come nel Ritratto di Primo Carnera, ritroviamo quella sua passione iniziale. La fotografia in questo caso non intesa come presa diretta della realtà ma come interpretazione del “gusto moderno”. Balla è considerato un maestro anche nel campo del paesaggio che padroneggia con le tecniche più svariate, la maggior parte delle vedute riguardano Villa Borghese che diventerà la sua “Montagne Sainte-Victoire”. Dipinge paesaggi nei dintorni del suo studio, come ci testimonia la Veduta di Villa Borghese dal balcone della casa di via Paisiello, tra porta Pinciana e le Mura Aureliane e in epoca più tarda nei pressi di Monte Mario come nella Salita di Villa Madama. Ad apprezzare non solo la ritrattistica ma anche i paesaggi fu il sindaco di Roma Ernesto Nathan, amico e collezionista di Balla che acquistò diverse opere riguardanti l’Agro romano.
2 2 luci di velocitaLa natura con i suoi cambiamenti atmosferici di luci e colori, di linee forza e stati d’animo è un tema da indagare, provare e riprovare, da scarnire fino all’astrazione. Questo processo per Balla è stato del tutto naturale, i suoi taccuini sono ricolmi di studi sulla rifrangenza della luce, tempere di linee andamentali, voli di rondine e soggetti floreali. Nascono quindi Luci di velocità del 1913 che porta all’estremizzazione quella Lampada ad arco di pochi anni precedente. In fondo è l’elaborazione di quel Manifesto tecnico della pittura futurista firmato nel 1910 ove viene proclamato che il moto e la luce distruggono la materialità dei corpi, sono questi dunque gli strumenti attraverso i quali si articola e si sviluppa la cifra stilistica di Balla.
“Nel 500 mi chiamavo Leonardo o….. Tiziano dopo 4 secoli di decadenza artistica son riapparso nel 900 per gridare ai miei plagiatori che è ora di finirla con il passato perché son cambiati i tempi[...]”. È chiaro, in questo appunto autobiografico, che Balla richiamandosi burlescamente a Leonardo si consideri oltre che un pittore, un ricercatore quasi scientifico. La raccolta di tutto questo materiale di studio veniva elaborato continuamente, gli elementi ripetuti nei formati più diversi, quasi fosse un gioco di abilità. Ciò che lo interessava maggiormente era il fatto di poter applicare tali risultati agli oggetti di arredamento e abbigliamento come chiaramente possiamo individuare nello Studio del lampione o lampada del 1919 e nel secondo caso nel Motivo per sciarpa con linee andamentali del 1916.
Elena Gigli ci vuole dimostrare, con questa sezione della mostra dedicata al periodo astrattista futurista, che Balla ha liberato le sue migliori forze creative, progettando e inventando per le arti applicate, andando a creare insieme alla moglie Elisa e alle abilissime figlie, anch'esse pittrici, Luce ed Elica, un modernissimo laboratorio artistico.
Divertite ed incuriosite dal pittore è niente di meno che un nutrito gruppo di nobildonne romane che si alternano nello studio del pittore per farsi ritrarre ma anche per scegliere i decori da applicare alle ambientazioni delle loro eleganti dimore. Grazie alla lungimiranza di queste colte signore Balla ha la possibilità di creare cuscini e paralumi ma anche mobiletti, ricami ed arazzi. Per la principessa Caetani di Bassiano ad esempio realizzerà uno splendido tappeto, (progetto esecutivo per Futurlibecciata), il cui complesso disegno si ispira al moto ondoso, ancora una volta Balla prende ispirazione dall'osservazione della natura, laddove la densità dell'acqua è resa attraverso le sfumature del colore, la forza del tratto è ripreso da uno studio sulla velocità.
motivo per sciarpa correttoLa ricerca di Balla vive di una sua piena vitalità, egli vuole mettere in atto ciò che era stato proclamato nel manifesto, Ricostruzione futurista dell’Universo del 1915, ovvero abbellire l'utile, ricostruire l'universo coloratissimo e luminosissimo, e rallegrarlo.
estateMette in pratica quel desiderio intenso di far esplodere di colore la sua arte che deve essere giocondissima, audace, aerea, dinamica, violenta, interventista, come pubblica nel 1918 nel Manifesto del colore. Egli è consapevole delle possibilità operative che l'arte riveste nel mondo moderno, è convinto che attraverso l'arte è possibile stimolare l'istinto ludico dell'uomo fino a liberarne l'essenza creativa. Questo è ciò che trasmette questa mostra bolognese, come scrisse giustamente Giovanni Lista: “Balla futurista non esaurisce Balla pittore” e in questa occasione la Gigli e i Serri lo hanno saputo abilmente dimostrare, rendendo all'artista, eterno sperimentatore, un giusto omaggio in occasione dei Sessant'anni della morte di Balla, Principe della pittura, astrattista futurista e molto altro.

Testo di Eugenia M. del Pio
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Nel segno della Musa

La sua età anagrafica e la sua affermazione, quale artista di fama mondiale, arrivata nel primo decennio degli anni 2000 la collocano tra i maestri del XXI secolo piuttosto che del XX. Ciononostante, reputa vi sia qualche aspetto nelle sue opere e nel suo modo di affrontare e di concepire l'arte, che la riconducono ai maestri del '900?
1 Fig. 5«Lo studio dei grandi scultori del 900’ è stato fondamentale per la mia formazione da artista 1 Fig. 1ma anche per poter capire quale strada intraprendere per dar forma alla mia personale pratica artistica.
Quando si è agli inizi, le idee sono tante e confuse ed è fondamentale l’analisi di ciò che è stato fatto prima di te. Se non fosse stato per lo studio meticoloso delle opere di artisti del calibro di Richard Serra, Mark di Suvero e di Walter De Maria forse, oggi come oggi, Helidon Xhixha, l’artista, si esprimerebbe artisticamente in modo completamente diverso. I grandi del passato sono vere e proprie guide spirituali che ci aiutano ad esprimere la propria individualità e forse anche ad avere un po’ più di coraggio nel perseguire le proprie convinzioni».
Quanto ha inciso essere figlio d'arte sulla sua formazione culturale e sulla sua decisione di dedicarsi alle arti figurative?
1 Fig. 10«Direi in modo fondamentale! Mio padre è pittore ed è grazie a lui che ho respirato arte fin da piccolo. È mio padre stesso che mi ha spinto alla carriera di scultore: fu lui la persona che mi mise in mano dell’argilla per la prima volta invitandomi a lavorarla e a creare qualcosa con le mie stesse mani».
In un panorama complesso, e, spesso, caotico, come è quello dell'arte contemporanea, quanto è difficile per un artista ritagliarsi un proprio spazio che gli consenta di esprimersi in piena autonomia ed esclusivamente sulla base delle sue convinzioni culturali e scelte estetiche?
«Le assicuro che il mondo dell’arte contemporanea è tutt’altro che caotico anzi sa essere terribilmente logico e gerarchico. Riuscire ad emergere come artista dipende non solo dalle proprie convinzioni artistiche ma anche dalla capacità di diventare cittadino del mondo e riuscire a comunicare personalmente e con la propria arte con chiunque, cosi’ da abbattere le barriere linguistiche, culturali e di mercato. Sia gli addetti ai lavori che i fruitori dell’arte devono sentirsi parte del mondo e del linguaggio dell’artista perchè questi possa essere compreso ed accettato. Ma è anche fondamentale presentarsi come un qualcosa di nuovo da esplorare e condividere».
Quando ha iniziato la sua carriera artistica immaginava di ottenere in così breve tempo tanto successo e tanto prestigio a livello internazionale?
«Ho lottato e lavorato duro tutta la vita e continuo a farlo ed ho avuto anche la fortuna di avere al fianco una persona che mi ha sempre dato un grande supporto. Nell’arte il successo è effimero e per questo è fondamentale affrontare la propria carriera sempre con tanta umiltà e la passione della prima mostra».
Con le sue opere lei indaga il mondo sotto l'aspetto naturalistico, architettonico, umano e dell’ambiente circostante. Ci spiega la portata di questa sua scelta e quanto incide la componente etica, oltre che estetica, nel suo lavoro?
«Mi ispiro sempre alle tradizioni e alla cultura locale dei luoghi dove espongo le mie opere. Basti pensare ad “Iceberg”, la scultura galleggiante che ho creato per la 56ma Biennale di Venezia. Attraverso quest’opera non solo ho voluto abbracciare la quotidianità con l’acqua di Venezia, ma anche sensibilizzare il pubblico alla pressante problematica dell’innalzamento delle acque dovuto all’effetto serra. Un altro esempio è sicuramente il fatto che ho voluto adottare nella mia pratica artistica l’uso del marmo per la mia personale a Pietrasanta o quando ho approfittato della mia partecipazione alla London Design Biennale per parlare di diversità ed immigrazione».
Pensa che l'arte e la sensibilità artistica possano contribuire a migliorare la società nelle sue diverse declinazioni?
«Assolutamente si! L’arte è linguaggio poi sta all’artista decidere il messaggio da inviare. L’arte è anche responsabilità non è solo piacere estetico».
“In Ordine Sparso” è il titolo della sua ultima esposizione tenutasi al Giardino di Boboli, dove ha presentato anche parecchi inediti realizzati per l'occasione. Perchè questo titolo e perchè Firenze come scenario del suo lavoro. Cosa significa per lei, che ha tenuto mostre in varie città d'arte italiane e straniere e che ha installazioni permanenti in mezzo mondo, esporre nella Capitale del Rinascimento fianco a fianco ai maggiori capolavori dei maestri rinascimentali?
«L’opportunità di poter esporre le mie opere a Firenze è un sogno diventato realtà. Firenze quale centro dell’arte rinascimentale ha ancora oggi una valenza per ciò che è l’innovazione artistica. Basti pensare che Firenze è forse la città italiana più amata all’estero e una delle più visitate al mondo. Firenze è tuttora un grande palcoscenico per l’arte a livello internazionale. “In Ordine Sparso”, quale titolo della mostra, rappresenta il percorso creativo dell’artista. L’artista prende e si appropria dal mondo, fisico e teorico, ciò che più gli interessa per poi amalgamare e filtrare idee, materiali e tecniche nel modo che trova più appropriato. Quindi l’istinto dell’artista è di trovare un ordine a partire dal caos».
Perchè ha scelto le dimensioni monumentali e materiali in metalli lucidi per le sue opere?
«Le grandi dimensioni delle mie opere per la mostra ai Boboli sono state imposte dalla maestosità stessa di questo sublime giardino. La superficie riflettente dell’acciaio, invece, mi ha dato modo di riflettere e amplificare certi aspetti del Giardino di Boboli. In un certo senso le mie sculture operano come un portale che apre su una quarta dimensione, quella della fantasia. Attraverso le mie opere i visitatori sono in grado di osservare l’ambiente circostante in maniera totalmente diversa e filtrare questa realtà alternativa attraverso la propria immaginazione».
Quale la derivazione filosofica e culturale del suo linguaggio artistico?
«Io sono stato sempre un grande sostenitore di Schelling e del suo concetto di unione tra Spirito e Natura. Sempre secondo Schelling, è con il momento creativo dell'arte che avviene quell'unione di scienza e natura, idea e realtà, attività conscia e inconscia, grazie a un'ispirazione che l'artista domina lasciandosene dominare. L'arte diviene lo strumento filosofico per eccellenza».
Come è il suo rapporto con il mondo dell'arte contemporanea e come il suo lavoro si inserisce e si caratterizza rispetto a questa?
«Il mondo dell’arte contemporanea non è omogeneo o un’unica entità. Il concetto di arte contemporanea è compreso e vissuto in maniera completamente diversa in America da quanto si fa in Italia, ad esempio. Io ho sempre cercato di acquisire un linguaggio artistico sia da un punto di vista estetico che socio-culturale che mi permettesse di comunicare con tutti e che tutti siano in grado di associarsi con la mia arte».
Dopo Firenze cosa c'è dietro l'angolo per Helidon Xhixha. Quali i suoi progetti futuri. Quali i suoi sogni ancora da realizzare?
«Sono molti i progetti che sto pianificando per il prossimo futuro, ma, purtroppo, non sono in grado ancora di parlarne. Posso solo dire che l’interesse internazionale per le mie opere è quanto mai vivo e mi sono state fatte delle offerte molto interessanti che sto valutando e in alcuni casi già realizzando».
Di Marilena Spataro
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LA NUOVA SEDE DELLA GALLERIA D’ARTE MALINPENSA by La Telaccia

La Galleria d’arte Malinpensa by La Telaccia è stata fondata nel 1972 da Giuliana Papadia e oggi diretta insieme alla figlia Monia Malinpensa (gallerista, critica d’arte, giornalista e collaboratrice per la rivista ARTEIN).
Una suggestiva immagine della galleriaEntrambe si dedicano con accurata analisi e professionalità all’organizzazione di importanti eventi artistici. La Galleria è costantemente presente alle Expo D’arte nazionali ed internazionali più prestigiose del mercato contemporaneo. Organizzatrice ufficiale della Biennale d’Arte Internazionale a Montecarlo con il patrocinio dell’Ambasciata Italiana nel Principato di Monaco.
Sempre impegnata nella scrupolosa e selettiva ricerca di nuovi artisti emergenti, presenta nel suo spazio espositivo di Torino, mostre di importante livello artistico-culturale.
L’esperienza e la serietà della Galleria garantiscono al collezionista opere di qualità, per un investimento assistito nel prosieguo degli anni.
1 telaccia 1Tra le più longeve delle gallerie italiane da quarantacinque anni svolge con passione e professionalità un’intensa attività espositiva dove con accurata analisi seleziona nuovi talenti.
1 telaccia 2La Galleria d’Arte Malinpensa APRE UNA NUOVA SEDE nel quartiere Cit Turin in Corso Inghilterrra 51 Torino. Lo spazio espositivo è stato progettato dallo studio di architettura Geo Arc.
La galleria, che si caratterizza per i suoi tre livelli espositivi, ospita cento opere di Arte Moderna e Contemporanea. In mostra opere di artisti sia a livello museale che emergenti del panorama italiano ed internazionale.

Direttore: Monia Malinpensa
Consulente Artistico: Giuliana Papadia
Malinpensa Galleria d’Arte
by La Telaccia
Corso Inghilterra, 51
10138 Torino – ITALY-
Tel. 011 56 28 220 - cell. 347 2257267
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www.latelaccia.it
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Il nudo femminile

Diane sortant du bain - Louvre La figura del nudo femminile ha avuto da sempre nella storia dell’arte un posto di rilievo, uno scrigno privilegiato colmo di sentimenti ed emozioni da cui attingere stimoli e suggestioni. Molto rari sono stati gli artisti che non si sono fatti coinvolgere dalla misteriosa sfida del nudo femminile. Nel corso dei secoli, poeti e scrittori attraverso le proprie opere hanno indirizzato ed influenzato le arti figurative, rendendole capaci di creare un’ immagine femminile densa di comunicazione. Ogni tela ha permesso all’osservatore di entrare nel magico e spesso incompreso universo femminile, invertendone ed interpretandone la realtà. I grandi maestri della pittura, sono riusciti con il loro genio, a non farsi condizionare dalle convenzioni dei tempi a cui le opere appartenevano. Ogni pittore, nel momento creativo, cimentandosi nel nudo, prende coscienza dell’universo femminile e dipingendo indirizza un cromatismo di desideri ed aspirazioni esaltando la figura femminile carica di storia e bellezza. Nel tempo, gli artisti hanno preso più volte come ideale di riferimento il tema di Venere; cosi quando si vuole ritrarre una donna nuda bella, immediatamente si pensa alla Dea della bellezza, ed è il caso di Tiziano, che nel suo capolavoro “La Venere di Urbino” stravolge ogni canone rappresentativo.
L’artista, pur essendo perfettamente inserito nel clima rinascimentale recupera il modello antico, greco e romano, trasferendolo nella realtà del suo tempo. La donna in primo piano, quasi sembra uscire dallo spazio pittorico. Semisdraiata sul lenzuolo bianco drappeggiato, adorna di gioielli, con in mano un mazzolino di rose, priva di imbarazzo volge lo sguardo all’osservatore e si presenta non più come Dea, ma come donna concreta, consapevole e fiera della propria bellezza, senza curarsi della sua nudità, con una posa ambigua a metà strada tra il pudore e l’invito. L’innegabile carica erotica avvolge l’osservatore in un sogno ad occhi aperti coinvolgendolo nella magia dell’immagine. Diversa la seduzione orientale che ci offre Ingres, con “La Grande Odalisca”, dipinto nel 1814 per Carolina Murat, moglie del re di Napoli. La tela rappresenta un’odalisca, una giovane ragazza tenuta schiava da sultani e pascià. Il quadro suggerisce il lontano oriente attraverso una raffinata intimità. Tutto ruota intorno allo sguardo della fanciulla che si mostra riservata e sembra ammonire lo spettatore autorizzandolo a guardare. Nel volto del- l’Odalisca vi è un chiaro richiamo alla “Fornarina” di Raffaello.
Grande originalità, tipica del suo stile ci mostra Edouard Manet con “Le Dejeuner sur l’Herbe” un dipinto che venne escluso dal Salon Ufficiale del 1863 e successivamente esposto al Salon des Nefuses” provocando scandalo. Il quadro ci mostra il corpo senza veli di una donna accanto a due uomini vestiti secondo la moda borghese dell’epoca.
Edouard Manet "Luncheon on the Grass" La donna nuda lancia una sfida attraverso il volto di Vietorine Meurent, musicista dei caffè parigini, fu la modella preferita dell’artista. Colpisce il vestito della donna, usato come tovaglia, e la sua disinvoltura come in una normale scena campestre. Il piede nudo della donna sfiora senza alcun disagio l’uomo di fronte, lasciando una libera interpretazione di erotismo e panismo. L’artista Francoise Bouchere riprende un tema ricorrente nella pittura del settecento, quello delle bagnanti. Nella tela “Diana al Bagno” viene evidenziato il rapporto tra il nudo femminile e il paesaggio. L’identità della Dea ci viene svelata dalla presenza dei cani da caccia e di alcune prede, insieme ad una faretra colma di frecce. Inondata da una luce straordinaria, la superfice del corpo di Diana suggerisce seducente erotismo e ci ricorda gli impressionisti, in particolare “Le Bagnanti di Renoir”.
Con “Venere allo Specchio”, Diego Velazquez, mostra notevole coraggio artistico in una Spagna fortemente influenzata dalle autorità ecclesiastiche, da sempre contrarie ai ritratti di donne nude. La composizione pone in risalto le linee sensuali e sinuose del corpo di Venere, le lenzuola appositamente lasciate inattive. L’autore esclude gli abituali ornamenti della Dea dell’amore, concentrando l’attenzione sull’ accattivante bellezza di Venere anche grazie all’ausilio dello specchio, che permette allo spettatore di contemplarne il volto.
La tela fa pensare ad una bellezza ideale, tanto cara ai maestri del rinascimento italiano che avevano più volte utilizzato lo specchio “per catturare” ogni tratto della bellezza, idealizzando il nudo attraverso un soggetto fatto di volto e corpo.
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Željo Perković

La vita del pittore Željo Perković è determinata dalle sue grandi passioni: l’arte, lo sport e, le immersioni sottomarine. Una sottile, quanto forte linea collega le tre attività, all’apparenza tanto diverse, nell’insieme armonioso della sua personalità. Perković classe 1969 è nato in Bosnia ed Erzegovina, dove ha vissuto nella multietnica, affascinante città di Sarajevo, il crocevia delle varie etnie, delle culture e delle religioni. L’ atmosfera suggestiva del Museo terrestre a Sarajevo, frequentato a lungo, causa il lavoro della madre, lasciò tracce indelebili nel suo carattere. Di conseguenza, presto scoprì la passione verso l’arte, gli spazi silenziosi, pieni di rarità preziose, presenti nei musei.
1 53Le vicissitudini della vita, lo portarono anche, a riconoscersi nell’attività sportiva. Perković è un grande campione, è Maestro 6° dan nel karate, dove ha conseguito vari, prestigiosi premi alle gare nazionali ed internazionali. La sua lunga esperienza è trasmessa agli allievi del club di cui è il presidente, a Dubrovnik, in Croazia. La sua terza passione, le immersioni nelle profondità marine, lo portò ben 500 volte ad esplorare il mondo azzurro del silenzio e delle meraviglie nascoste. Tornando un passo indietro nel tempo, troviamo l’artista, alla soglia dei 35 anni che cambia completamente direzione dell’esistenza. Lasciò l’attività commerciale ben avviata e, si iscrisse all’Accademia di Belle Arti, a Sarajevo dove conseguì la laurea nel 2004.
Il seguente passo, nel cambiamento radicale fu il trasferimento nell’antica città di Dubrovnik sita sulle rive del mare cosi presente nei suoi dipinti. 1 IMG 8370D’ora in poi, le sue tre passioni, continueranno un’esistenza pacifica e complementare, saldamente inserite nella sua realtà.
Il mare diventa l’ispirazione continua per le sue tele, dove i velieri solcano i mari in tempesta, oppure sono adagiati sul fondo marino variopinto, a volte fermi sul precipizio ed illuminati con la luce accecante che rischiara tenebre inquietanti. Guardando questi velieri sommersi, ritornano delle reminiscenze riguardanti: le storie tenebrose dei pirati, dell’Olandese errante, delle mille avventure di marinai coraggiosi, interrotte con naufragi, dal destino avverso. I quadri sono dipinti con olio su tela, con più materiali, per ottenere effetti innovativi. Altro tema prediletto è un omaggio alla bellezza del corpo femminile, immortalato con delicati tratti, dove predominano: il carboncino sulla carta, i pastelli secchi, la matita. Il pittore amante dell’arte medievale, non appartiene a nessun movimento pittorico contemporaneo. Nella ricerca artistica predilige il realismo ma, spesso le sue creazioni sono il risultato dell’immaginazione, come nella serie dei velieri sommersi.
Le sue mostre più importanti sono state allestite a Dubrovnik nel 2011 e 2015 e in seguito, sovente all’estero: la Galleria Thuillier a Parigi nel 2016 e, a giugno, luglio e dicembre del 2017, presso Carrousel du Louvre a giugno e nell’ottobre 2016 e 2017. Alla Mag Montereux in Svizzera sarà presente nel novembre 2017. Due sue opere sono state esposte negli spazi della prestigiosa Galleria della Biblioteca Angelica nell’ambito della mostra “Percorsi visivi” dal 7 al 20 ottobre 2017, a Roma.
La sua dedizione alla pittura e la grande costanza a coltivare le sue passioni, sono le qualità che lo portano verso eccellenti risultati che la sua vita, cosi ricca ed appassionata gli sta, giustamente – regalando.
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Il Museo Ugo Guidi

La Casa Museo Ugo Guidi non è una nostra ma la nostra casa! Lasciata cosi da nostro padre e mantenuta nelle stesse condizioni prima da nostra madre e poi da noi» sostengono Fabrizio e Vittorio, i figli del noto scultore Ugo Guidi, morto nel 1977 a Forte dei Marmi, la splendida cittadina della Versilia, dove ha vissuto e lavorato per tutta la vita. «Una scelta – spiega Vittorio Guidi, che oggi è il presidente e il direttore artistico della Casa Museo Ugo Guidi - condivisa a suo tempo con mia madre e con mio fratello Fabrizio, di conservazione e tutela di un ambiente unico in Versilia e poco rintracciabile in Italia. La conservazione dell’ambiente come si trovava alla scomparsa di mio padre nel 1977, ha fatto sì che, a seguito di Amico Museo, promosso dalla Regione Toscana nel 2005, entrassimo a far parte delle Case della Memoria con i più Museo Ugo Guidi Sala principaleimportanti artisti e uomini di cultura di ogni tempo, da Leonardo a Piero della Francesca, a Michelangelo, Dante, Giotto, Boccaccio. Siamo stati inoltre inseriti nel sito ufficiale delle Case Museo Italia. Dal 2007 ospitiamo, tra le opere di Ugo Guidi, mostre d’arte contemporanea con centinaia di esposizioni. Abbiamo partner nazionali ed internazionali, come l’università di Nanchino e collaborazioni con Fondazioni e Mibact. Ogni anno crescono le richieste del nostro patrocinio per mostre che si tengono in Italia, ma anche in Europa e nel resto del mondo. E parecchie sono le tesi universitarie fatte su Ugo Guidi e sul suo museo. Da anni coinvolgiamo le 20 Accademie di Belle Arti statali italiane con la mostra “Il Maestro presenta l’Allievo” – Premio Ugo Guidi, selezione dei migliori allievi. Collaboriamo anche ad un progetto “Arte dal Carcere” con il coinvolgimento dei detenuti delle 193 carceri italiane. Siamo una piccola casa-museo ma ogni giorno l’attenzione che ci viene rivolta ci allontana sempre più dall’ambito toscano per proiettarci in ambiti di più grande respiro». Questo sosteneva qualche anno fa, Vittorio Guidi, durante un'intervista rilasciata ad Art&trA. Una descrizione sulla valenza culturale e artistica e sulla attività, nonchè sulle prestigiose collaborazioni, messe in atto dal Museo Ugo Guidi fin dalla sua nascita e che trova riscontro in una ulteriore crescita di intense attività e collaborazioni portate avanti in questo 2017, che ormai volge al termine.
L' esordio di quest'anno si è avuto con la mostra di Concetta Daidone a cura di Massimo Pasqualone, proseguendo prima, con la mostra “Allievi Belle Arti in Procura” selezione di Allievi dell’Accademia di Carrara esposti in precedenza nella Procura di Massa, “Vincitori de Il Maestro presenta l’Allievo- Premio Ugo Guidi 2016”, poi con l'esposizione Jill Casty, Ottone Rosai e Ugo Guidi – Ricordi di una amicizia, GEP 2017.
Altro evento di rilievo è la realizzazione del libro “Memorie di Boeklin” a cura delle “Edizioni Museo Ugo Guidi” e presentato a Firenze nella Libreria Salvemini a Febbraio; a Marzo nel convegno sul 190° della nascita di Arnold Boeklin a cura del Comune di Fiesole, a Giugno nel Museo Nazionale di Palazzo Mansi a Lucca sotto l’egida del MIBACT Polo Museale della Toscana a cura di Maria Vera Cresti e ad Agosto a Villa Argentina a Viareggio con la curatela della Provincia di Lucca.
L' 1 di Aprile, nella cripta di S. Lorenzo a Firenze, viene inaugurata la mostra “MMXVII p. C. n – Il cammino dell’uomo tra Arte e Fede – Da Ugo Guidi a Igor Mitoraj” con la mostra anche di 22 opere di Ugo Guidi, disegni tempere e sculture, concesse dal MUG fino al 30 Giugno. Il 24 aprile con ARTe33 Comunicare Arte Contemporanea viene presentato l’evento espositivo multimediale “Arte del Sognare” dedicato all’artista grafica Joanna Brzescinska-Riccio, a cura del compositore ed esperto in comunicazione multimediale dell’arte Giuseppe Joh Capozzolo e con i patrocini di Ambasciata del Venezuela a Roma, Istituto Polacco di Roma, Fundacja Polonia Semper Fidelis –Varsavia, Vox Pelegrina - bibliothèque et archives priveès de la Polonia en France. Il 21 maggio per “Dialoghi con l’Artista” si è tenuto un incontro con Joanna Brzescinska-Riccio con Milena Franzese, Riccardo Roni dell’Università di Urbino, Manuela Antonucci e Vittorio Guidi. La conversazione ha visto come moderatore
Ingresso Museo Ugo Guidi - Foto G. MozziGiuseppe Capozzolo “Joh”. Il 28 maggio alcuni allievi dell’Istituto Gentileschi, Tacca di Carrara e Palma di Massa hanno dato vita a “ Identità CreaTTive contamina il Museo” e videoinstallazione “Black out” di Costanza Vincenti, a cura di Paolo Pratali. Nel mese di Luglio il MUG ha patrocinato in collaborazione con Acca Edizioni di Roma e con l'associazione culturale Spazio Dinamico Arte di Firenze, l'evento espositivo Logos Contemporay Art, che ha visto in mostra, al Logos Hotel di Forte dei Marmi, una serie di opere pittoriche, scultoree e grafiche di artisti e maestri di area emiliano romagnola e toscana, in collegamento con questa iniziativa, il Museo Ugo Guidi ha ospitato, in Luglio, la mostra Sculture di Liè, al secolo, Lietta Morsiani, raffinata artista di origine imolese. Il 3 agosto a Sillico di Pieve Fosciana (Lu), in Palazzo Carli, è stata allestita la mostra “Omaggio a Ugo Guidi” nel quarantennale della scomparsa, a cura di Lodovico Gierut. Tutte le mostre estive del Museo sono state pubblicizzate sulla brochure Estate a Forte dei Marmi, Forte Magazine, Forte International con articolo dedicato, sui siti Artribune e Exibart, e di altri siti e quotidiani quali La Nazione e Il Tirreno, su quest’ultimo giornalmente. Nel mese di agosto il Museo ha ricevuto la visita di un gruppo di 24 bambini russi su loro specifica richiesta. A settembre, col patrocinio e promozione del MUG, si è tenuto a Villa Bertelli di Forte dei Marmi, il convegno di docenti universitari “Arnold BÖCKLIN 2017 per il 190° della nascita” con presentazione del libro pubblicato dal MUG. Sempre in settembre viene assegnato il 45° Premio Internazionale Satira Politica con consegna dell’opera in bronzo di Ugo Guidi a Fiorello, come premio alla carriera. Per le Giornate Europee del Patrimonio, del 23 e 24 settembre, promosse dal MIBACT, il MUG espone una selezione delle opere donate al museo. Ancora nel 2017, la dott.ssa Laura Macchi, esegue la ricerca archivistica dei contatti epistolari e umani di Guidi con personalità contemporanee come “Censimento dei fondi toscani tra ‘800 e ‘900” per il MIBACT “Sistema Informatico Unificato per le Soprintendenze Archivistiche”(SIUSA), inserita negli “Archivi di personalità”. La programmazione dell' anno è proseguita con la mostra degli allievi dell'Accademia di Mosca - MAXI – con assegnazione al vincitore dell’ “VIII Premio Ugo Guidi 2017”; in ricordo del Maestro Guidi, nel 40° anniversario della sua scomparsa, si è tenuta una mostra nel Palazzo Mediceo di Seravezza con una selezione degli allievi dell'Accademia di Mosca. Nel corso del 2017 il Museo Ugo Guidi ha ricevuto la richiesta di patrocinio per oltre 70 mostre in Italia e nel mondo. «Questi i patrocini concessi fino ad ora, ma potrebbero giungerci ulteriori richieste prima che l'anno finisca» afferma con orgoglio Vittorio Guidi. Che conclude: «Ritengo che il 2018 sarà altrettanto ricco di nostre iniziative, collaborazioni e patrocini, questo perchè il MUG è sempre presente laddove vi sia da promuovere con serietà e convinzione l'arte e la cultura, siano esse riferibili a figure o situazioni del presente o del passato, sia in Italia come all'estero».
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