Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

URL del sito web:

Le parole giuste contro la violenza sulle donne

Nella Pettenon Cosmetics di San Martino di Lupari una riflessione sull’importanza dei gesti concreti e di un uso corretto delle parole a favore delle donne vittime di violenza.

Debora Leardini ha presentato la mostra fotografica da lei curata "Trip", un percorso interiore che racconta la violenza attraverso il vissuto di otto donne che ha incontrato, con le parole, la scrittura, incontri. Immagini in bianco e nero che comunicano la violenza attraverso sensazioni, la fragilità di fronte a cui stanno facendo un percorso di riscatto e rinnovamento.
La mostra di Debora Lardini sarà esposta all'interno della Pettenon Cosmetics fino al 20 dicembre. L’autrice, psicologa psicoterapeuta, ha sviluppato il progetto fotografico sul tema della violenza sulle donne in quattro tappe, ciascuna delle quali affronta l’elaborazione della violenza subita. La prima: non sentirsi a casa dentro il proprio corpo a causa del vissuto di violenza. La seconda: la scissione emotiva e la derealizzazione. La terza: il viaggio di cura insieme ad altre donne per lasciare insieme il peso, condividendolo e mostrandolo con la simbologia di una valigia trasportata nel bosco e gettata poi in mare. La quarta: il recupero della forza, il contatto possibile, la rinascita di progetti e ruoli.


foto incontro donnePer comprendere meglio il percorso di rigenerazione di una donna, per affrontare attraverso le parole giuste il nostro quotidiano, per scoprire che cosa accade in una donna vittima di violenza, in un minore che assiste e in un uomo maltrattante, l'azienda di cosmetica professionale per capelli viso e corpo Pettenon Cosmetics il 25 novembre ha organizzato l’incontro “La bellezza dei gesti concreti. Contro la violenza sulle donne, esaltiamo la bellezza dei gesti concreti e delle parole giuste".

Secondo il report della Polizia di Stato la violenza sulle donne è un reato che avviene ogni 5 minuti, ma in aumento è il numero di denunce. “E’ importante informare per reagire” afferma Francesca Anzalone, esperta di comunicazione ”E’ necessario imparare a utilizzare un linguaggio corretto ed efficace, per aiutare le persone a comprendere quello che sta succedendo e informare la società”.

I fratelli Pegorin hanno intrapreso un percorso imprenditoriale con un grande impegno nella responsabilità sociale. “Sosteniamo da anni il gruppo Polis” ha detto Gianni Pegorin, Presidente Pettenon Cosmetics S.p.A “e spero che anche nelle aziende del nostro territorio ci sia una sensibilità verso associazioni e situazioni di prevenzione della violenza. Siamo un’azienda storica, dove lavoriamo perché le donne si sentano bene”.

“Questa giornata dovrebbe essere la quotidianità delle nostre vite” ha affermato Federico Pegorin, Ad Pettenon Cosmetics S.p.A “purtoppo i dati confermano un fenomeno dilagante a cui bisogna mettere un freno. La bellezza è in ognuno di noi e quella luce deve essere l’obiettivo che ci fa sorridere”.

Trip Debora LeardiniSull’importanza di una semantica corretta quando si parla di violenza di genere si è focalizzata Alice Zorzan, di Gruppo Polis, che ha parlato della violenza di genere, diretta e assistita, vissuta da donne e minori con la testimonianza di Casa Viola “Ci sono le parole giuste e parole da evitare nella stampa e nei mezzi di comunicazione” ha spiegato Zorzan “ non dobbiamo concentrarci sui comportamenti che ha la donna assume. Anche le immagini possono vittimizzarla per una seconda volta”. Zorzan ha poi letto una lista di parole da bollino rosso stilate dall’Ordine dei Giornalisti della Toscana.

Antonio Di Donfrancesco di Gruppo Polis ha condotto un intervento dedicato a “la violenza di genere dalla prospettiva di chi lavora con gli uomini autori di violenza nelle relazioni affettive” sottolineando come sia importante trasmettere un’educazione ai maschi che non consenta loro di giocare con i sentimenti, di minimizzare o utilizzare parole che danno la responsabilità solo al partner.
Sull’importanza di una semantica corretta e l'impatto sociale di un'azienda di bellezza come la Pettenon Cosmetics si è soffermata Anna Ginefra, HR Director AGF88 Holding, sottolineando come l’azienda riconosca alle donne autostima, autonomia e quella consapevolezza che consente alle donne di avere fiducia nelle loro capacità.

Chiara Brunoro, Brand Manager di Pettenon Cosmetics S.p.A a proposito dell'importanza delle parole nella presentazione dei prodotti dedicati alla bellezza, ha spiegato come l’azienda stia lavorando sui iconografie, linguaggio e immagini per scardinare luoghi comuni, per esempio con il tentativo di esprimere l’immagine di una donna coraggiosa e audace.

Infine, Elena Barbuzzi, Innovation and R&D Director, Pettenon Cosmetics S.p.A., nel descrivere il viaggio nella bellezza attraverso l'innovazione, ha affermato che il mondo “beauty” è una necessità che risponde al mondo delle donne, che fare ricerca significa sapere imparare dagli errori e che la bellezza è non arrendersi in un mondo in cui ci si sente liberi.
 

  • Pubblicato in Rivista

"Cinque artisti dei sentimenti"

Cinque pittori e i sentimenti di tutti. Sentimenti, introspezione, richiami alle tematiche ambientali, grazia, natura. Verso temi così importanti e così universali si rivolge la mostra che si inaugura il 7 dicembre alle 16.00 nei locali della galleria Ess&errE del Porto Turistico di Roma e sarà visitabile fino al 20 dicembre.
Cinque artisti veneti, Sara Stavla, Bianca Beghin, Elisabetta Maistrello, Alessio Schiavon e Andrea Zuppa, affrontano temi di interiorità e di grande importanza con opere che spaziano dalla urgenza della terra, evocata dall’informale di Sara Stavla, agli alberi ed alla natura protagonista in opere di Bianca Beghin. Elisabetta Maistrello porta le sue donne all’attenzione di chi continua a non rispettare la loro immensa sensibilità, mentre Alessio Schiavon indaga da par suo il romantico mondo dei fiori, i messaggeri delle belle sensazioni. Ad Andrea Zuppa, sempre a caccia di nuove forme espressive, il compito dell’indagine profonda su tutto quanto inquieta la società e l’uomo.
Cinque identità artistiche che esprimono una pittura di indagine e impegnativa ma gradevole ed abbordabile, in fascinosi formati significativi. I temi e le problematiche sociali e del quotidiano sono il loro campo di azione naturale, spingendo i cinque “sentimentali” alla costante ricerca di nuove vie artistiche per temi attuali e condivisi. La loro espressione è tracciata dal filo conduttore del “sentire” la pittura come un mezzo che trasmetta la profondità del sentimento di amore per il mondo, che va difeso con decisa dolcezza.
Mostra a cura di Giorgio Barassi.
Direzione artistica: Sabrina Tomei.
Management: Roberto Sparaci.

Ideas Harbour

Al Porto turistico di Roma nella splendida realtà romana direttamente sul mare, a ridosso delle bellissime imbarcazioni, 10 giorni di Arte contemporanea dedicata all’arte, alla cultura e al piacere di conoscere gli artisti personalmente. Sedici artisti di estrazioni e personalità diverse, circa 30 opere dal comune denominatore. Ogni opera avrà l’onere e l’onore di cercare di trasmettere le sensazioni che solo l’arte riesce a comunicare, per immergersi in un contesto artistico unico nel suo genere e avere la possibilità di comprare qualcosa di unico, singolare, particolare. Artisti che visto l’interesse che riscuotono, la Galleria Ess&rrE li promuove con lavori di assoluta qualità con le mostre che sono appunto un filo conduttore per la promozione del lavoro progettuale che la galleria sta diffondendo nella splendida realtà romana direttamente sul mare.
Le opere in esposizione sono di: Nicole Auè, Filippo De Luca, Giusy Dibilio, Maurizio Diretti, Didif (Daniela Delle Fratte), Emanuela Fera, Giusy Cristina Ferrante, Laila, Rita Lombardi, Anna Lisa Macchione, Anna Maggio, Romeo Mesisca, Roberto Pinetta, Leandro Ricci, Michelangelo Riolo, Anna Maria Tani.
Dal 26 novembre al 6 dicembre 2019 in mostra alla Galleria Ess&rrE al Porto turistico di Roma - locale 876
00121 Roma
Cell. 329 4681684
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Inaugurata a Milano Fontana Colonna, un’opera innovativa e sostenibile di Forme D'Acqua per la nuova Linea Solidi d'Acqua

Forme d’Acqua ha partecipato ad Architect@Work - Milano, la manifestazione internazionale dedicata all'innovazione nel mondo del design e dell’architettura. Un appuntamento giunto alla sesta edizione, che si è svolta il 13 e il 14 novembre al Mico Congressi.

FdA ColonnaFontana ok

L’azienda veneziana, specializzata nella realizzazione di fontane di design da esterno ed interno, è stata selezionata dalla commissione tecnica della manifestazione con l’opera “Fontana Colonna”. Una fontana “Made in Italy”, durevole, affidabile, a risparmio energetico, realizzata dalla designer Simona M. Favrin, che appartiene alla nuova Linea Solidi d’Acqua. Facile da gestire, facile da collocare, facile da acquistare. La fontana Colonna si distingue per queste tre innovazioni.

L’acqua tracima dalla sommità di un parallelepipedo in acciaio marino verniciato, e scende con precisione nel bacino di raccolta alla sua base. Una colonna d’acqua illuminata, che arreda l’outdoor e l’indoor. Solida e rigida nelle sue forme, si distingue per la sua flessibilità di utilizzo e personalizzazione. Un prodotto semplice che facilmente si integra in contesti privati o pubblici.

Architect@Work è una delle manifestazioni fieristiche a livello europeo dedicata al design e all’architettura di ambienti interni ed esterni, destinata a progettisti, architetti, designer, ingegneri e professionisti del settore. Un punto di incontro e di scambio di idee, con momenti di formazione e seminari dedicati ad argomenti specifici, caratterizzato da un taglio internazionale considerato che si svolge in periodi differenti, in vari paesi europei ed extra-europei.

Tema dell’edizione 2019 In&Out: l’economia circolare in architettura. Focus sulla rigenerazione dei materiali e delle soluzioni costruttive in un’ottica eco-sostenibile, data la responsabilità del mondo dell’architettura nei confronti del pianeta.

FdA Colonna lineaSolidi fontaneSostenibili ok
Linea Solidi d'Acqua 

Colonna fa parte della nuova Linea Solidi d'Acqua, una nuova linea di fontane in serie personalizzabili.
Made in Italy, durevoli, affidabili, sostenibili.
Caratterizzate da uno scorrimento dell’acqua omogeneo e regolare, donano armonia all’ambiente nel quale vengono inserite, diffondendo l’energia positiva racchiusa negli elementi che le compongono, primo fra tutti l’acqua, fonte di Armonia, di Bellezza e di Energia vitale.

Il flusso dell’acqua silenzioso, controllato e privo di schizzi, le rende particolarmente adatte all’inserimento in ambienti internipubblici o privati, che arricchiscono con l’alto valore estetico, contribuendo anche alla salubrità dell’aria con una corretta umidificazione.

Realizzate in acciaio inox AISI 316, durevole e stabile anche senza verniciatura, sono resistenti anche all’esterno, in qualsiasi condizione ambientale. Sono dotate di impianto performante a basso consumo energetico per il movimento ed il ricircolo dell’acqua. L’attenta scelta dei materiali e della componentistica tecnologica garantiscono la massima affidabilità e assicurano funzionalità e durabilità nel tempo.

Sono disponibili in una ricca proposta di forme e misure e possono essere caratterizzate grazie alla scelta dei materiali, delle finiture e degli optional tecnologici. Un’ampia palette di colori permette la massima personalizzazione e l’integrazione della fontana in qualsiasi ambiente.

FdA ColonnaFontana lineaSolidi tracimazione acqua LED ok
Designer - Simona Marta Favrin

Appassionata ed esperta di vetro artistico, con un’approfondita conoscenza della materia, dei metodi e delle tecniche della produzione vetraria, ha collaborato con la Scuola del vetro Abate Zanetti, con Consorzio Promovetro Murano e con importanti Maestri muranesi, sia nell’ambito del design del vetro che della progettazione di spazi promozionali ed espositivi.  Ha seguito numerosi progetti, curato e allestito molte mostre dedicate al vetro artistico. Con Forme d’Acqua si avvicina alla materia “acqua”, progettando spazi esterni ed interni, applicando il design al verde e all’acqua e realizzando fontane ed installazioni in cui sperimenta il connubio acqua-vetro.

Forme d’Acqua - Venice Fountains

Forme d’Acqua, azienda leader nel settore della progettazione e realizzazione di fontane custom, crea i propri progetti basandosi sul binomio acqua – materie prime di altissima qualità, una formula che porta a creare fontane di grande importanza sia in Italia che all’Estero, sia per ambienti esterni che interni.

“Progettiamo e realizziamo le nostre fontane a Venezia, con professionalità ed esperienza, continuando l’antica tradizione artigianale conosciuta nel mondo” afferma Gianluca Orazio, CEO di Forme d’Acqua. “Abbiamo a cuore valori ben precisi,come la sostenibilità, l’affidabilità, la qualità dei materiali, la tecnologia, e soprattutto la loro bellezza. Siamo artigiani dell’acqua, che non ha una forma di per sé ma, se trattata con sapienza e originalità, può affascinare, divertire, lasciare senza fiato, proprio come Venezia”.

  • Pubblicato in Rivista

De Chirico e il suo tempo.

Oltre la metafisica
(E la voce critica di Roberto Longhi)
dechirico3
Si potrebbe partire da quel 1919, giusto cent’anni fa, che rimane una data cruciale per il grande metafisico. L’episodio è notissimo: De Chirico allestisce una mostra alla romana Casa d’arte Bragaglia, che in un primo tempo doveva consistere in “un’esposizione di disegni; una trentina circa”, Progetto per buona parte modificato così da presentare una panoramica abbastanza esaustiva dell’intera sua produzione metafisica. Scelta che forse riteneva opportuna anche per dissipare ogni dubbio sul ruolo svolto in questa moderna via della pittura, del tutto autonoma rispetto alle avanguardie che proprio dai suoi esordi metafisici avevano tenuto banco giusto fino a quella data: a cominciare da cubismo, futurismo e le prime espressioni dell’astrattismo, per intenderci. […] Per quella mostra aveva chiesto all’amico Papini, collaboratore del quotidiano ‘Il Tempo’, una recensione che immaginava sarebbe stata senz’altro favorevole. Lo scrittore gli suggerì invece di contattare Roberto Longhi, allora molto giovane, non ancora trentenne, ma che, come assicurava Papini, “capiva più degli altri”. […] Viene dunque la recensione di Longhi, che aveva visitato in silenzio l’esposizione accompagnato da un de Chirico prodigo di spiegazioni, e concludendo l’incontro con l’invito a prendere un ‘coffee’ (lo pronunciava snobisticamente in inglese lo studioso) mentre continuava ad ascoltare il pittore e “perfidamente, satanicamente, orrendamente forgiava già nell’imo fondo del suo animo il colpo mancino”, come poi ricorderà de Chirico.
dechirico5
Dunque, la stroncatura, rimasta famosa, e anzi famigerata, che era seguita a quella non meno velenosa pubblicata da Longhi su De Pero (scritto proprio così), che per certe analogie ne costituisce un significativo anticipo. Col sospetto, forse non infondato – anche se quasi mai considerato – che l’impietosa recensione dell’esposizione dechirichiana tornasse a vantaggio di Carrà, considerando che il sodalizio fra i due ex sodali della metafisica si andava logorando, mentre si rinsaldava il rapporto fra Longhi e Carrà sfociato poi in una duratura amicizia. […] Accusato il colpo, de Chirico ha la rivelazione del ‘classico’, come ricorda, davanti al Tiziano al museo di Villa Borghese. E a conclusione dello scritto ‘Ritorno al mestiere’ per la rivista ‘Valori Plastici’ si spinge a proclamare “Per mio conto sono tranquillo, e mi fregio di tre parole che siano suggello d’ogni mia opera: Pictor classicus sum”. Vale a dire un pittore fuori dallo scorrere del tempo e del divenire delle vicende artistiche. E molto diversamente da Carrà, che il suo museo, ovvero i suoi modelli storici, li aveva già dichiarati, de Chirico si spinge a sostenere che occorre ripartire dall’accademia, dal disegno, dalle copie dei gessi, per riappropriarsi di un mestiere che la pittura moderna sembra aver dismesso.
Nascono le ville romane, ritratti e autoritratti, nature morte, busti classici, figure mitologiche e nudi di donna, non senza che riappaiano ancora manichini, magari con resti archeologici incorporati; e interni metafisici, e gladiatori spaesati nel chiuso di una stanza, e mobili nella valle, ancor più ‘déplacés’, e cavalli in riva al mare, magari su une plage antique come confermano templi e rocchi di colonne. Insomma, un campionario di soggetti che va ad includere anche copie di capolavori del passato. E intanto, altri artisti, con antenne spesso più sensibili di molta critica, interpretano ognuno in modo proprio la pittura metafisica: da Sironi a Casorati, per non parlare della breve stagione metafisica di Morandi in uno scorcio di tempo sul finire del secondo decennio del secolo. […]
dechirico4
Entra in scena nei primi anni ’20 il ‘Novecento’, sotto l’intelligente tutela di Margherita Sarfatti, l’antesignana delle critiche d’arte, apprezzata anche oltre i confini nazionali. Il gruppo, inizialmente di sette artisti con Sironi in primo piano si allargherà in pochi anni a dismisura giungendo a superare il centinaio di adepti. […] Il ‘realismo magico’ che Bontempelli mutua per l’Italia dal critico tedesco Franz Roh, offre da parte sua una riscoperta di figure e ambienti di una realtà quotidiana come sospesa in un tempo fermo, per certi aspetti di suggestione ancora metafisica, con figure come Donghi, e Funi che già si era inscritto fra i sette artisti del primo gruppo di ‘Novecento’. Col riscoperto (da Longhi) Piero della Francesca quale riferimento all’antico. “Un realismo preciso, avvolto in un’atmosfera di stupore lucido”, come scriveva lo stesso Bontempelli. Che diventa un fondamentale, ineludibile riferimento anche per quell’École de Rome con Melli, Capogrossi, Cavalli e Cagli, così definita da Valdemar George in una mostra parigina del 1929. È anche il tempo romano della ‘Scuola di via Cavour’, come la chiamò Roberto Longhi. Protagonisti, tre giovani: Scipione, una folgorante meteora, coi suoi turbamenti, diviso fra l’Apocalisse di Giovanni e Une saison à l’infer di Rimbaud, e una visionarietà barocca, scomparso a nemmeno trent’anni; l’amico Mario Mafai e la compagna Antonietta Raphael, lituana dalle intense accensioni cromatiche. Una pittura, la loro, quanto più lontana dalla severa monumentalità di certo ‘Novecento’, ormai attaccato anche dal regime per quanto alcuni protagonisti, Sironi in testa, fossero impegnati soprattutto negli anni ’30, in una decorazione muraria di pubblica committenza, celebrativa di motivi e miti del fascismo.
Con uno sguardo all’antico, ma filtrato da tutt’altra cultura attraverso le esperienze parigine, si ritrova Campigli che già era stato corrispondente del Corriere della Sera nella capitale francese e che si rivolge, in un arcaismo sui generis, soprattutto all’arte etrusca ed egizia, del tutto estraneo al culto montante della romanità imperiale nella retorica del regime.
dechirico1
A Parigi fin da prima del futurismo, e con frequentazioni dell’élite dell’avanguardia artistico – letteraria francese, Severini, passato nelle file della compagine marinettiana ad una vicinanza al cubismo sintetico e all’orfismo, era giunto poi al recupero di una figurazione classica, dedicandosi, dopo l’incontro con Maritain, anche a cicli di soggetto religioso, e alla pratica della decorazione rilanciando una tecnica quasi dismessa come il mosaico. Vie del tutto personali, quasi estranee al fervore e alla logica dei gruppi ufficiali, delle tendenze codificate, sono quelle percorse da alcune figure – per fare solo qualche esempio – come l’estroso De Pisis, svezzato nella Ferrara metafisica a contatto soprattutto con de Chirico e Savinio. E Licini, ormai in crisi col suo particolare ‘realismo’ seguìto all’esordio precocissimo nella mostra rimasta famosa all’hotel Baglioni di Bologna nel ’14, in pieno clima futurista, con Morandi, Giacomo Vespignani, Bacchelli e Severo Pozzati (poi noto in Francia come Sepo, l’affichiste). Proprio nella città felsinea, Carlo Corsi, il documentatissimo ‘francese di Bologna’, guarda Vuillard e Bonnard ma per darne una rielaborazione di altro timbro nel mutare delle soluzioni cromatiche, nel variare dei motivi. Disponibile verso i più giovani molto più di Morandi, sempre più innalzato sopra un ambiguo piedistallo come grande ‘solitario di via Fondazza’. Savinio, fratello eclettico di de Chirico, musicista capace di sorprendere giovanissimo l’avanguardia parigina, scrittore cui il grande metafisico deve pur qualcosa – anche questo aveva insinuato Longhi nella sua stroncatura – e pittore di inconfondibile peculiarità, inscena la sua vena surreale con arguta intelligenza e diramata cultura. Intanto, il non più giovane Balla, archiviate le elaborazioni astratte e le ricerche plastiche nel pieno secondo futurismo, poco dopo la firma del ‘Manifesto dell’aeropittura’ conclude la sua vicenda col gruppo marinettiano per darsi ad una ritrattistica di un realismo mimetico apparso sconcertante per un protagonista dell’avanguardia del primo futurismo. Al punto di finire poi quasi dimenticato. […]
Quanto alla scultura, che Martini, il maggior scultore italiano della prima metà del secolo, avrebbe bollato nel ’47 – due anni prima della scomparsa – come “lingua morta” (ma riferendosi alla ‘statua’, ovvero ad un linguaggio plastico ormai desueto, privo di rispondenza alla ‘verità’ della vita), le vicende della plastica nel primo ‘900 avevano incontrato subito un inciampo critico. E di quale peso, come si sarebbe compreso in seguito, trattandosi ancora una volta di Longhi. Che ave- va esordito con ‘La scultura futurista di Boccioni’, anno 1914, di segno decisamente positivo per il protagonista maggiore del movimento, ma facendo strame, al contempo, di quasi tutta la scultura da Bernini in poi. […]
dechirico2
E ancora, in una recensione alla ‘Sindacale’ romana del ’29: “Solitamente spericolato sulle cime della scultura d’ogni tempo e luogo, Arturo Martini che ha da poco strabiliato a Milano con quel Figliol prodigo dove la plastica romanità del gruppo si complica di qualche barbarico tratto alla Shaw, imbussola oggi in queste sue quattro ‘teste’, con il piglio prestigioso di un imbonitore di lotteria, i numeri di Medardo Rosso, dei busti – reliquiario romanzi e dell’arte runica, di Modigliani e del Fayoum, della romanità e del vero. Numeri dosati diversamente in ognuna, ma sempre con una intelligenza da stordire”. Ma certo, tempo dopo, almeno Marini, e il “delicato vignettista” Manzù, e magari il Messina o il Minguzzi di certi anni, per fare solo due nomi, avrebbero meritato un’adeguata attenzione. […]
A tener conto, poi, che nel secondo dopoguerra, mentre per alcuni artisti, a cominciare da Sironi, ha inizio un pesante ostracismo per ragioni ideologiche, facendo per così dire d’ogni erba un fascio, de Chirico appare sempre più un grande isolato nel suo aristocratico distacco dalle tendenze di maggior grido su una scena artistica dominata dalle neoavanguardie. E anzi, tutta la sua storia è letta, molto arbitrariamente, come se quasi solo la stagione metafisica si dovesse inscrivere a pieno diritto fra le vicende capitali dei primi due decenni del secolo. In realtà sono quei valori tenacemente rivendicati da de Chirico a subire una confutazione sempre più radicale, fino alla negazione stessa della legittimità dell’opera e segnatamente della pittura. Quasi una parola d’ordine – poi rinnegata, come si è visto – delle neoavanguardie più radicali. E occorrerà attendere, appunto, un paio di decenni, in un clima generale nuovamente mutato, con recuperi quasi indiscriminati del passato remoto e prossimo, per fare cadere tutte le incomprensioni, o almeno rivederle, su tutta la multiforme opera dechirichiana, sulle sue diverse stagioni pur sempre fra loro strettamente legate e tenute insieme da un filo conduttore inconfondibile. Una storia capitale, come si è ben compreso, tra le più complesse del secolo.
Claudio Spadoni 
  • Pubblicato in Rivista

GUGGENHEIM

La collezione Thannhauser - Da Van Gogh a Picasso
Milano - Palazzo Reale
dal 17 Ottobre 2019
al 1 marzo 2020
a cura di Silvana Gatti
guggenheim1
L'autunno milanese si apre con una straordinaria mostra a Palazzo Reale, con cinquanta opere provenienti dalla collezione di Justin K. Thannhauser, donata nel 1963 alla Solomon R. Guggenheim Foundation, che da allora la espone in modo permanente in una sezione del grande museo di New York. La collezione, di altissima qualità, raccoglie principalmente opere di impressionisti, postimpressionisti e di Picasso e rappresenta il fiore all’occhiello del Museo Guggenheim, in quanto documenta la fase iniziale dell’arte moderna.
Promossa e prodotta dal Comune di Milano Cultura, Palazzo Reale, MondoMostre Skira e organizzata in collaborazione con The Solomon R. Guggenheim Foundation, New York, la mostra è curata da Megan Fontanella, curatrice di arte moderna al Guggenheim. Occasione unica e rara per ammirare opere dei grandi maestri della pittura europea che normalmente sono esposte oltre oceano, e che documentano un arco temporale che ha attraversato tutto il ventesimo secolo. Dopo la prima tappa al Guggenheim di Bilbao e la seconda all’Hotel de Caumont di Aix-en-Provence, Palazzo Reale di Milano rappresenta la tappa finale della mostra, dopo la quale queste splendide opere ritorneranno a New York presso il Museo Guggenheim, nell’edificio-culto realizzato da Frank Lloyd Wright.
La mostra presenta capolavori dei grandi maestri impressionisti, post-impressionisti e delle avanguardie dei primi del Novecento, tra cui Paul Cézanne, Edgar Degas, Paul Gauguin, Édouard Manet, Claude Monet, Pierre-Auguste Renoir, Vincent van Gogh e un nucleo importante di opere di Pablo Picasso.
Tra le opere in mostra troviamo due dipinti di Pierre-Auguste Renoir: Donna con pappagallino (1871), tematica che era stata affrontata anche da Manet, e Natura morta: fiori (1885). Differenti nello stile sono le opere di Georges Braque, artista considerato tra i capostipiti della rivoluzione cubista che stravolse l’arte del Novecento. La sua opera si incentrò soprattutto sulle nature morte, affrontate con un nuovo occhio dotato di molteplici prospettive e punti di vista coesistenti, come nelle opere in mostra Chitarra, bicchiere e piatto di frutta su un buffet (1919), Teiera su fondo giallo (1955) appartenuti a Thannhauser, a confronto con Natura morta (1926-1927) di proprietà del Guggenheim. Noto soprattutto per il suo apporto al movimento cubista e per la sua collaborazione con Pablo Picasso, al contrario di diversi artisti del Novecento, che divennero personaggi mediatici degni di fama, Georges Braque preferiva ritirarsi per lunghi periodi all’interno del proprio studio. Particolare anche Paesaggio vicino ad Anversa (1906), città che ricordava a Braque la sua città natale, Le Havre.
Di Paul Cézanne sono esposte sei opere, tra cui quattro appartenute ai Thannhauser – i due paesaggi Dintorni del Jas de Bouffan (1885-1887) e Bibémus (1894-1895), che raffigurano luoghi nei pressi della Montagna Sainte-Victoire, dove l’artista aveva affittato un capanno per dipingere in solitudine, usando i colori della Provenza e le due nature morte, Fiasco, bicchiere e vasellame (c. 1877) e Piatto di pesche (1879-1880) – messi a confronto con un altro paesaggio e al celebre Uomo con le braccia incrociate (c. 1899), prima opera di Cézanne acquisita dal Guggenheim nel 1954, che fece all’epoca molto scalpore per il prezzo pagato di 97.000 dollari. Opere che, sommando il senso del volume alla sensibilità impressionista, preannunciano il cubismo.
guggenheim2
Non mancano le sculture, in quanto Thannhauser aveva collezionato varie opere di Edgar Degas, noto per i dipinti delle ballerine, ma anche scultore raffinato, come documentano in mostra le tre splendide sculture in bronzo realizzate tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento: Ballerina che avanza con le braccia alzate, Danza spagnola e Donna seduta che si asciuga il lato sinistro. Sculture che testimoniano l’amore di Degas per il mondo della danza e dell’universo femminile. Dei primi anni del Novecento è un altro bellissimo bronzo: Donna con granchio di Aristide Maillol.
Nel 1928 la galleria Thannhauser di Berlino aveva organizzato una grande retrospettiva di Paul Gauguin: la mostra milanese vanta la presenza di un suo paesaggio, Haere Mai (Vieni qui) del 1891, opera eseguita a Tahiti, in cui Gauguin fissò sulla tela l’immagine romantica di un paradiso da lui idealizzato, che sedusse molti europei sul finire dell’Ottocento.
Non poteva mancare, nella collezione Thannhauser, l’artista Edouard Manet, presente in mostra con Davanti allo specchio (1876), dipinto in cui è ritratta una nota cortigiana, l’amante dell’erede al trono olandese, colta di spalle con il corsetto semiaperto; l’atmosfera è molto intima e la figura molto sensuale, resa con pennellate decise quasi a cogliere l’attimo, dando l’impressione di uno sguardo fugace da parte dell’artista, quasi avesse colto l’immagine spiando la damigella. Accanto a questa troviamo Donna col vestito a righe (c. 1877-1880), opera lasciata incompiuta da Manet e sottoposta nel 2018 ad un accurato restauro che ha rivelato le rapide pennellate dell’artista e uno splendido tessuto nei toni del blu-viola. Di Claude Monet, il padre dell’impressionismo, è esposto un paesaggio veneziano, Il Palazzo Ducale, visto da San Giorgio Maggiore (1908), donato al Guggenheim da Hilde Thannhauser. L’artista dipinse questo quadro durante una visita a Venezia alla fine del 1908. Il Palazzo Ducale è stato dipinto da Monet in sei tele differenti, per mostrare i differenti effetti di luce a seconda dell’ora del giorno. Monet, in maniera quasi maniacale, dipingeva diverse copie della stessa opera nei diversi momenti della giornata, per cogliere “en plein air” gli effetti dei cambiamenti di luce. Il Palazzo del Doge fu realizzato ne- gli ultimi anni della sua carriera quando, avendo già acquisito un proprio stile, ultimò questa serie di dipinti a Parigi.
guggenheim3
Il percorso della mostra continua con tre opere di Vincent van Gogh: Il viadotto (1887), che risente dell’influenza degli artisti francesi impressionisti e postimpressionisti e restaurato nel 2018 a cura del Guggenheim; Paesaggio innevato (1888), interessante per la figura di un uomo che, col suo cane, si incammina su un sentiero inserito in un paesaggio agreste dalla notevole fuga prospettica; e Montagne a Saint-Rémy (1889).
Una vasta sezione è dedicata alle opere di Pablo Picasso, grande amico di Justin Thannhauser, con ben tredici opere, di cui dodici dei Thannhauser e una, Paesaggio di Céret (1911), del Guggenheim. L’arco temporale va dal 1900 al 1965, con opere eccezionali: Le Moulin de la Galette e Il torero (1900); Al Caffè e Il quattordici luglio (1901), opere eseguite dall’artista ventenne durante il suo primo soggiorno a Parigi; Fernanda con la mantella nera (c. 1905) di stampo fauvista; Donna in poltrona (1922) ispirata alla statuaria antica; la Donna con i capelli gialli (1931), ritratto di Marie-Thérèse Walter; Natura morta: fruttiera e caraffa (1937); Natura morta: frutti e vaso (1939); Giardino a Vallauris (1953); Due piccioni dalle ali spiegate (1960). L’aragosta e il gatto (1965) documenta l’amicizia di Picasso verso il suo collezionista, in quanto riporta un’affettuosa dedica dell’artista; l’opera fu infatti il regalo di nozze di Picasso ai coniugi Thannhauser.
Oltre alle opere della collezione Thannhauser, la Guggenheim Foundation ha scelto di esporre alcuni altri prestigiosi lavori degli stessi celebri artisti o di altri grandi maestri. A Milano sono dunque esposte: di Henri Rousseau Gli artiglieri (c. 1893-1895) e I giocatori di football (1908), già di proprietà di Justin Thannhauser nel 1910 e poi venduto; di Georges Seurat tre dipinti a tema agreste realizzati tra il 1882 e il 1883: Contadine al lavoro, Contadino con la vanga e Contadina seduta nell’erba; di Robert Delaunay La città (1911), che fece parte della prima mostra del Cavaliere azzurro organizzata a Monaco da Thannhauser nel 1911-12; di André Derain Ritratto di giovane uomo (c. 1913-1914); di Juan Gris Le ciliegie (1915). Si prosegue con Montagna blu (1908-1909) di Vasily Kandinsky, dipinto fondamentale nel percorso dell’artista, molto apprezzato da Solomon R. Guggenheim che fu un grande collezionista di Kandinsky. Paul Klee - altro esponente del Cavaliere azzurro, di cui Thannhauser aveva organizzato nel 1911 a Monaco la prima mostra in Germania - Letto di fiori (1913) dove il soggetto naturalista viene dissimulato utilizzando forme frammentate dai colori dissonanti; di Franz Marc, altro artista del gruppo, Mucca gialla (1911); di Henri Matisse Nudo, paesaggio soleggiato (c. 1909-1912).
“Dopo aver vissuto per cinquecento anni in Germania – aveva dichiarato Justin Thannhauser dopo aver perso i figli e la prima moglie – la mia famiglia è ora estinta. Per questo desidero donare la mia collezione”. Nel 1963 con questo gesto filantropico “l’opera di tutta la mia vita trova infine il suo significato”.
La storia della collezione Thannhauser
Nel 1905 Heinrich Thannhauser, mercante d’arte ebreo padre di Justin, apre la prima galleria a Monaco e nel 1908 presenta una grande retrospettiva dedicata a Van Gogh in Germania. Dal 1909 viene affiancato dal figlio Justin, che diventerà l’organizzatore di mostre nelle varie gallerie aperte in Europa. Nel 1911-12 viene presentata la prima esposizione del gruppo Der Blaue Reiter (Il Cavaliere azzurro).
guggenheim4
Il Cavaliere azzurro fu un gruppo di artisti formatosi a Monaco di Baviera nel 1911 e attivo fino allo scoppio della prima guerra mondiale che ne causò la dispersione. Fu il secondo in senso temporale dei due nuclei fondamentali dell'espressionismo tedesco, dopo Die Brücke fondato a Dresda nel 1905. L'attivismo di Kandinskij e del suo gruppo, lungi dal caratterizzarsi in senso politico (come era accaduto a Die Brücke), si avvicinava piuttosto all'atteggiamento dei Fauves francesi, per un senso lirico e gioioso della vita.
Nel 1913 viene inaugurata una delle prime grandi mostre dedicate a Picasso; inizia così una lunga amicizia tra Justin e il maestro spagnolo che durerà sino alla morte dell’artista nel 1973. Durante la prima guerra mondiale Justin entra nell’esercito, sarà ferito e decorato con la croce di ferro, sposa Käthe, da cui avrà i figli Heinz e Michel. Nel 1920 Justin apre una galleria a Lucerna, insieme a suo cugino Siegfried Rosengart, e nel 1926 nella galleria di Monaco presenta una importante mostra su Degas. Nel 1927 apre una nuova galleria a Berlino. Sono di questi anni le grandi mostre dedicate a Gauguin, Matisse e Monet. Nel 1935 muore il padre Heinrich e nel 1937, Justin si trasferisce a Parigi aprendo una nuova galleria.
Nel 1940 quando le truppe tedesche invadono Parigi Justin è in Svizzera e non può ritornare in Francia. Alla fine di quell’anno si imbarca a Lisbona per New York. Nel 1944 il figlio Heinz viene ucciso in guerra, l’altro figlio Michel si suicida nel 1952, mentre la moglie Käthe muore nel 1960. Due anni dopo Justin sposa Hilde Breitwisch. La casa dei Thannhauser a New York in un ventennio è diventata luogo di ritrovo di grandi personaggi del mondo della cultura, dell’arte, della musica, del teatro, del cinema, della fotografia come Leonard Bernstein, Louise Bourgeois, Henri Cartier-Bresson, Marcel Duchamp, Jean Renoir e Arturo Toscanini. Senza eredi e condividendo appieno la promozione dell’innovazione artistica di Solomon R. Guggenheim, decide di donare al museo americano settantacinque opere della sua collezione, tra cui trenta lavori di Picasso. Nel 1965 le opere sono presentate nella sala dedicata del Museo. Justin Thannhauser muore nel 1976 in Svizzera a 84 anni. La seconda moglie Hilde nel 1984 dona al Museo altre 10 opere, che entrano nella collezione Guggenheim alla sua morte nel 1991.
  • Pubblicato in Rivista

Rifrazioni dell’Antico

Mostra di scultura di Sergio Monari
a cura di Niccolò Lucarelli
5 ottobre 2019/6 gennaio 2020
Casino Nobile di Villa Torlonia, ROMA.
a cura di Marilena Spataro
antico1
Un gradito ritorno a Roma quello dell'artista romagnolo Sergio Monari. Assente dalla Capitale dalla mostra al Teatro Argentina del 1993, il 5 ottobre scorso ha inaugurato una sua personale di scultura nei suggestivi spazi del Casino Nobile di Villa Torlonia, edificio già ricco di storia, di simboli e di significati.
Intitolata Rifrazioni dell'Antico, la mostra rimarrà aperta fino al 6 gennaio del 2020. Le diciotto sculture allestite nello spazio neoclassico del Casino Nobile sono ispirate a temi e personaggi della mitologia greco-romana, cercano il dialogo con le opere della collezione Torlonia, in un gioco di reciproco arricchimento e reinterpretazione. L’allestimento si dispiega, opera dopo opera, su capitoli modellati in forma di umane sembianze, pulsioni, aspirazioni, dubbi e timori: la poesia, l’amore, la guerra, il destino, il tempo, la morte.
Fisicità e concettualità s’incontrano e compongono una vivace agorà, specchio di una polis complessa e contraddittoria, assai lontana da quella vagheggiata da Platone, in cui l’avidità divora l’essere umano.
antico2
L’opera Migrante preda, cuore concettuale della mostra, simbolo della coraggiosa pioniera Medea che lascia la terra natia con la volontà di far incontrare la sapienza di due mondi lontani, suggella metaforicamente l’incontro della scultura di Monari con Villa Torlonia e la collezione di statue antiche, così come quello fra la sua Colchide e la nostra Corinto.
L'evento espositivo é promosso dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Assessorato alla Crescita culturale di Roma Capitale.
Accompagna la mostra un catalogo in forma di libro d’artista, edito da Montanari di Ravenna, con testi del curatore e della critica Raffaella Salato.
Sergio Monari (Bologna, 1950) ha avviato l’attività artistica nei primi anni ottanta riscuotendo ben presto consenso di critica e di pubblico sia in Italia che nel mondo. La sua prima mostra estera risale al 1986, a Lubiana, e nel corso del tempo si sono aggiunte anche Parigi e New York. Nel 1984 e nel 2011 è invitato a esporre alla Biennale di Venezia, mentre nel 2015 una sua opera è stata scelta per la rassegna “Tesori d’Italia”, all’Expo di Milano. Si sono occupati della sua opera importanti critici fra i quali Calvesi, Crispolti, Manzoni, Portoghesi e Tomassoni. Dall’anno accademico 2006/2007 Monari è docente di Tecniche e materiali della scenografia e di Scultura al corso di Scenografia del Melodramma, nella sede cesenate dell’Accademia di Bologna.
  • Pubblicato in Rivista

BOLOGNA DESIGN WEEK 2019

Viaggio nella città delle meraviglie.
di Alberto Gross - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
È la città medievale, naturalmente, con i suoi palazzi, le sue porte e i suoi mattoni rossi; il contesto urbano e abitativo è, ad ogni modo, inevitabilmente liquido, in continuo mutamento e trasformazione.
bologna
Suggerire punti di vista inediti, invertire orientamenti percettivi, offrire suggestioni quasi come audaci sinestesie è quanto ha tentato di fare Bologna Design Week - evento creato e organizzato da Enrico Maria Pastorello ed Elena Vai - che si conferma come realtà sempre più consolidata ed attesa nel calendario di eventi della città felsinea.
Svoltasi nell'ultima settimana di settembre, (zin concomitanza e collaborazione con Cersaie – Salone internazionale della ceramica per l'architettura e dell'arredobagno) BDW 2019 festeggia il suo primo lustro di vita nell'anno in cui il mondo intero celebra il centenario della nascita del Bauhaus, il movimento fondato da Walter Gropius verso il quale ancora oggi tanta parte di architettura, arte e design è sicuramente debitrice. L'omaggio di Bologna ha visto dunque la mostra itinerante del fotografo tedesco Hans Engels che presenta le immagini di alcune delle opere progettate e realizzate dai vari architetti e artisti riconducibili al gruppo fondato a Weimar nel 1919 e chiuso a Berlino nel 1933. Tra i momenti di sicuro interesse che hanno animato l'intera manifestazione va sottolineato il progetto espositivo “Esprit Nouveau: le nouvel esprit des couleurs selon Le Corbusier”, una riflessione sul significato del colore come creatore di spazi e conduttore di emozioni e sentimenti, tema esplorato, nei primi anni del Novecento, anche da un artista come Kandinskij. Il progetto è stato allestito all'interno del Padiglione de l'Esprit Nouveau, ricostruito fedelmente a Bologna nel 1977 e duplicato esatto di quello concepito nel 1925 da Le Corbusier a Parigi, in aperta polemica con l'art decò che la città stava in quegli anni celebrando.
In un'ottica di rinnovate descrizioni di spazi pubblici cittadini si inserisce l'installazione Human Proportions, nella centralissima Piazza del Francia, un'opera del tutto contemporanea che si misura con le grandi lezioni del passato (non può non venire alla mente la Galleria Spada a Roma con la celeberrima “falsa prospettiva” del Borromini).
E poi ancora la mostra “Morandi-esque”, allestita a Casa Morandi, in cui la poetica dell'artista viene messa a confronto ed in relazione alle contemporanee tecniche architettoniche attraverso la costruzione di nove modelli tridimensionali che interpretano altrettante nature morte di Morandi. Una riflessione tra sviluppo dell'immagine e irriducibilità e persistenza dell'oggetto.
Davvero tanti, dunque, gli appuntamenti di BDW, informali e mondani ma anche culturalmente stimolanti e propositivi, in una visione sempre più dinamica della relazione tra individuo e contesto urbano condiviso, tutto quanto ha trasformato Bologna nella città delle meraviglie.
  • Pubblicato in Rivista

Gerico... la Rivoluzione della Preistoria

“La Preistoria è come il Sud della Storia,
è il luogo dove imparare chi siamo veramente”.
Lorenzo Nigro
di Marina Novelli
gerico2
Non è vero – scrive l’autore Lorenzo Nigro - che non è possibile viaggiare indietro nel tempo. È sufficiente alzare gli occhi e guardare in cielo: lo sguardo ci porta così lontano che le stelle che vediamo sono luce di tanto tempo fa. Ma il passato si può anche toccare – non solo vedere e anche molto da vicino! È esattamente quello che fa l’archeologo quando scava. Nel sito dove lavoro – egli aggiunge - da venti anni, a Gerico in Palestina, gli scavi raggiungono una tale profondità e gli strati coprono così tanti millenni di vita che il susseguirsi di generazioni e conquiste umane diviene tangibile». È così che si è espresso l’autore e archeologo Lorenzo Nigro durante la presentazione del suo libro nel Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo, all’interno del rettorato dell’Università di Roma, nello scorso mese di luglio; volume che prende il titolo di “Gerico - La Rivoluzione della Preistoria”. Un racconto questo estremamente avvincente che, dipanandosi fra la vita e i sentimenti degli archeologi durante le fasi di scavo, conduce il lettore a conoscere, passo dopo passo, i meccanismi della ricerca archeologica, mettendolo in contatto con un passato apparentemente remoto, ma che invece risulta meravigliosamente attuale. Gerico, in Palestina, è la città più antica del mondo, ed è situata nei pressi di una rigogliosa sorgente posta a 260 metri sotto il livello del mare; circa 12.000 anni fa, in questo magico luogo della terra, un’intraprendente comunità umana diede vita alla prima rivoluzione della storia e il professore Lorenzo Nigro ce ne svela la portata storica estrinsecata con la mano, l’occhio e il cuore insito nella sua indiscussa esperienza di archeologo. Una narrazione esposta con gradevole e scientifica leggerezza, impreziosita inoltre da 150 illustrazioni, che ci introduce nella domesticazione di piante e animali, la prima casa e la più antica città, la ruota, il mattone, la tecnologia del fuoco, nonché le idee, la società, i valori e la più profonda concezione della vita e della morte del periodo Neolitico. Però!!! Interessantissimo!... e indubbiamente c’è la sensazione di sentirsi proiettati indietro nel tempo… un tempo così remoto, non può che destare nel lettore una emozione “rabbrividente”, ma estremamente coinvolgente ed appassionante. L’archeologo Lorenzo Nigro, il mudir (in arabo il direttore della missione archeologica) fa di Gerico, che oggi, prende il nome de ‘la collina del Sultano’ (in arabo Tell es-Sultan) in Palestina, attraverso la narrazione di una campagna di scavi, nella “città più antica del mondo” appunto, ci illustra il ruolo svolto da questo primo insediamento umano stabile del Levante, durante la rivoluzione neolitica. Le vicende dello scavo, infatti, si intrecciano con una rappresentazione vivida delle sfide vinte dalla prima comunità neolitica, tali da rendere quasi tangibile l’apporto rivoluzionario del passaggio alla vita stanziale…dal sistema di governo delle acque della sorgente di ‘Ain es-Sultan, alla domesticazione dei cereali e dei caprovini, così come alla creazione dell’oasi come un giardino coltivato, per arrivare alla invenzione della ruota, delmattone ed infine…dell’architettura.
gerico3
Passi fondamentali questi, del cammino dell’umanità, che inducono alla considerazione di tutti quegli avanzamenti intellettuali che sono entrati nella coscienza individuale e nell’immaginario collettivo, facendo parte così del patrimonio culturale di ogni essere umano. E la donna? Ed è proprio questo il punto! Ispiratrice e promotrice del passaggio avvenuto dalla raccolta e caccia alla coltivazione e che, già dai tempi più remoti, la vediamo promuove la cura della vita e della sua qualità. Possiamo asserire, e con la massima certezza, che gran parte dei meriti dei cambiamenti mentali dell’uomo, che poi hanno portato allo sviluppo tecnologico, siano attribuibili alla donna; è la donna infatti che, nel suo importante ruolo, ha aiutato l’uomo, sensibilizzandolo, ad osservare la natura per comprenderne gli stimoli e le esigenze… a dare un senso ad ogni cosa.
La donna-madre che nel suo ruolo centrale è ispiratrice del passaggio, è il caso di ripeterlo, degli uomini da cacciatori ad agricoltori, avvenimento questo che ha segnato uno shift concettuale fondamentale… determinante! La comunità crea la sua identità dai crani degli antenati, plasma i suoi dei e inizia a trasmettere la sua memoria, fisicamente oltreché ideologicamente. I primi nostri progenitori del neolitico, sono stati capaci di organizzarsi e di vivere con sani valori di solidarietà, di collaborazione e di sacrificio che è nostro dovere riscoprire dato che ci dividono ben duecento generazioni ed è assolutamente illogico che una sola generazione possa distruggere ciò che l’uomo ha costruito in duecento mila anni di storia. Nello scorrere di questo avvincente libro vediamo, il nascere dei simboli e dei riti, le stagioni e i miti, ma anche (purtroppo!) i conflitti e la violenza. Un racconto davvero interessante!… un racconto avvincente ed intrigante, che si dipana fra la vita e i sentimenti degli archeologi durante le fasi di scavo, consentendo al lettore di conoscerne i delicati meccanismi della ricerca archeologica; scritto e vissuto con grande passione per l’archeologia, e che ci fa vivere, con minuzia di particolari, la campagna di scavi effettuata per intero.
gerico1
Lorenzo Nigro, professore di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente Antico e di Archeologia Fenicio-Punica all’Università La sapienza di Roma nel Dipartimento di Scienze dell’Antichità, è il Direttore della Missione archeologica in Palestina e Giordania dello stesso Ateneo, ed è inoltre Direttore del Museo del Vicino Oriente della Sapienza. «Siamo orgogliosi e felici di pubblicare il libro del grande archeologo Lorenzo Nigro», hanno dichiarato con manifesta enfasi la Direttrice del Vomere, Rosa Rubino e il Direttore Editoriale Alfredo Rubino, che possiamo definire quale il più antico periodico siciliano, che ha curato l’edizione di non pochi ed importantissimi testi legati alla valorizzazione della cultura e dell’identità locale. Ciò che più di tutto mi ha colpita di questo libro, at first glance, è stata la bellezza della sua copertina, composta infatti da un disegno originale dell’autore, che rappresenta la collina di Gerico illuminata dalla luna e la testa di questa statua, che nel libro viene chiamata “occhi di conchiglia” e di entrambe si parla nel libro. La collina… il Tell… in particolare, osservato alla luce della luna piena, viene percorso dal protagonista-autore nei due capitoli gemelli che aprono e chiudono la spedizione archeologica. Nel libro la collina di Gerico è fonte inesauribile di visioni oniriche in cui la luna è rappre- sentata come quella del film di Georges Méliès, “Viaggio nella Luna” e il Tell ha la forma della splendida Maya Desnuda, ma è proprio la luna a collegare il disegno alla statua; vediamo infatti che nell’antica Gerico era celebrato un antico culto della luna. La testa che vediamo in copertina è considerata il primo esempio di statua della storia dell’umanità, forse la prima rappresentazione di una divinità, che quindi si suppone un dio astrale, il dio-luna. Concludendo, ci sembra quanto mai circostanziata l’affermazione dell’autore Lorenzo Nigro: «Il passato è dentro di noi e toccarlo smuove la nostra anima. Gli effetti possono essere imprevedibili e sicuramente sono indelebili dalla memoria di ognuno».
  • Pubblicato in Rivista

Da Rossano a Belforte del Chienti (MC)

Il Codex Purpureus Rossanensis arriva nella cittadina marchigiana. Una preziosa copia facsimilare rimarrà esposta dal 10 al 15 dicembre 2019.
codex2
L'evento prenderà l’avvio, martedì 10 dicembre, alle ore 18,30, nel suggestivo contesto artistico della chiesa di Sant'Eustachio, dove alle spalle dell'altare maggiore troneggia un imponente polittico, il più grande d'Europa, capolavoro quattrocentesco del maestro Giovanni Boccati. A presentare il Codex Purpureus Rossanensis, prezioso manoscritto bizantino del VI secolo, custodito nel Museo Diocesano e del Codex di Rossano, saranno l'Arcivescovo di Rossano-Cariati, Monsignore Giuseppe Satriano, Cecilia Perri, vicedirettore del Museo Diocesano, insieme ad alcuni esperti di arte sacra.
codex1
Porteranno il loro saluto, Monsignore Francesco Massara, Arcivescovo di Camerino-San Severino Marche, Alessio Vita, Sindaco di Belforte del Chienti, Matteo Pompei, Sindaco di Monte San Martino (MC), Giampiero Feliciotti, Presidente dell'Unione Montana dei Monti Azzurri.
All'evento parteciperà Mario Zanoni, unico artista contemporaneo che abbia realizzato una tavola in legno intagliato, il Trittico degli Evangelisti, ispirata al prezioso codice bizantino. Il trittico sarà esposto con il Codex nella Chiesa di Sant'Eustachio, successivamente rimarrà in mostra nella chiesa di San Martino Vescovo a Monte San Martino (MC), dove è in esposizione dall'Aprile 2019 accanto ai meravigliosi polittici medievali di Carlo e Vittore Crivelli. L'iniziativa, promossa dal Comune di Belforte del Chienti, Unione Montana Monti Azzurri, e realizzata in collaborazione con Associazione culturale LOGOS, è coordinata dalla giornalista culturale Marilena Spataro. 
  • Pubblicato in Rivista
Sottoscrivi questo feed RSS