Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Galleria Ess&rrE, AccA Edizioni e l’Arte in TV…

Esordio positivo per Laboratorio AccA
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Galleria Ess&rrE e Acca Edizioni affrontano la tv col progetto Laboratorio AccA, una idea nuova per amplificare la diffusione del lavoro degli artisti attraverso il mezzo televisivo. I canali sono quelli conosciutissimi ed apprezzati di Arte Investimenti, azienda milanese affermata da tempo per la dinamicità della programmazione e la attenzione ai pittori più bravi, oltre che per la continua proposta di artisti storicizzati e l’informazione sui fatti dell’arte.
Il 13 ottobre, sul canale 123 del DT, sul canale 868 Sky e in streaming sul sito www.arteinvestimenti.it è andata in onda, in diretta dagli studi milanesi, la prima delle trasmissioni legate al progetto Laboratorio AccA.
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Si tratta di una opportunità data agli artisti che intendono raggiungere una maggiore diffusione del proprio lavoro, con due progetti che possono essere scaricati dal sito di Arte Investimenti o richiesti agli indirizzi email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
A leggere la partecipazione del pubblico per il primo appuntamento, il risultato è confortante: molte chiamate, richieste di informazioni e interesse verso gli artisti selezionati tra i tanti richiedenti, pittori e scultori che non avevano sinora avuto il rilievo mediatico che meritano.
Laboratorio AccA continua il suo cammino con le proposte editoriali e televisive che daranno corpo ad una maggiore conoscenza del lavoro di artisti italiani e stranieri interessati ad una maggiore visibilità. Tutte le domeniche alle 22.00 su Arte Investimenti.
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Bassani - forme, colore, armonia

di Giorgio Barassi
Un grande architetto, Niemeyer. E la ricerca della forma che sia gradita a tutti rimane problema o irrisolto o deteriorato, a guardare le presunte invenzioni di alcuni suoi colleghi. Forma studiata, rincorsa, desiderata, che sia unica o almeno originale nella sua singolarità e che affascini, conquisti, convinca. Non intesa come semplice aspetto, ma come effettiva caratteristica, determinante nota che fa parte dell’operazione quanto il contenuto.
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Di certo Andrea Bassani, che architetto non è ma pittore si, ha cercato e studiato le forme a cui dedicarsi, applicandosi con una coerenza compositiva che affonda le sue origini nella più libera ed indipendente ricerca di un comportamento pittorico originale e riconoscibile. Una ricerca fatta di conquiste e delusioni, di disillusioni e soddisfazioni, di correttezza nell’eseguire solo e sempre quello che per lui è frutto di uno studio e non ripetizione sconsiderata. Molte delle sue opere, inquadrandole con la lente della diffusione e della popolarità, rispondono ad un formato quadrato, incluso in una teca trasparente che esalta e magnifica il gioco perfetto di equidistanze e presenza sulla superficie. Eppure Bassani ha lavorato e lavora a strutture grandi e grandissime, con forme curvilinee che sembrano succedersi in una armonia progressiva fatta di accortezza e passione, dove ogni linea perimetrale delle sue precise sagome dà il via ad un altro elemento contiguo, combaciante, rispondente e progressivo. E potrebbe esagerare, spingendosi fino alle dimensioni di un monumento, ma non lo fa. In lui, la razionalità mantiene il ruolo di forza principale. Da qui l’inserimento dei suoi apprezzati lavori in una mostra alla Ess&errE del Porto Turistico di Roma, lo scorso settembre .“Ragione e sentimento” si chiamava quella esposizione nell’ elegante spazio della galleria generosa di vedute sul mare di Roma. C’ erano opere di quattro artisti, e lui tra quelli, di diversa ispirazione, tutti felicemente ingabbiati dall’eterno dubbio : dipingo con l’anima o lascio che sia la ragione a guidare?
La risposta è la virtù di mezzo, certo, ma nel caso di Bassani ci si accorge del peso specifico e preponderante che ha la razionalità. Nulla è lasciato al caso, nel suo comporre. A disposizione ha il legno, che sagoma a suo piacimento, e la tela che vi applica sopra senza un difetto, senza una irregolarità. Dipingere con una stesura compatta, ordinata, coerente quegli spazi pieni nel vuoto è la chiusura del cerchio. Forme nate per rimanere tali ed incorruttibili, innegabilmente figlie di un ragionamento nato nella ricerca assidua.
In Bassani è vigente la regola della precisione, e con quella la sana regola del comporre, perché quelle forme sagomate ( guai a chiamarle “estroflessioni”, sarebbe un’eresia ) e il loro stare nello spazio preordinato sembrano nate per adattarsi esattamente alla superficie prefissata. Sono elementi che arricchiscono e insieme costituiscono. Sono studi che rispondono a calcoli, a intenzioni di puntualità descrittiva, pur rimanendo nel campo del dipingere, che è una sua ardente passione, coltivata con l’esigenza di un non appiattimento, con la sana pretesa di saper dire qualcosa che altri non dicono.
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Bassani ha la grazia del pittore e la lucidità del calcolatore, e semmai il suo segreto rimane quello di non far affiorare maggiormente il ragionamento rispetto alla scelta cromatica. Di certo, pensandoci, la prevalenza del calcolo, l’esattezza delle distanze tra le sagome dipinte, l’armonizzarsi delle curve con le loro controlaterali fa pensare decisamente ad una razionalità preponderante. E allora intervengono i colori, con la loro magia immortale. Decisi o stemperati lievemente, scelti con cura e senza squilli esagerati, senza un solo debordare, a farla da padroni. Colori che hanno il lindore del bianco assoluto, del blu profondo, del giallo deciso o del rosso acceso. Ma nulla di eccedente la misura, nulla di eccessivo. Una mescola equilibrata, puntuale ed efficace. Un concerto in cui le sagome, la tela ed il colore viaggiano fino al fruitore con una nitidezza inconfondibile. Perciò Bassani è riconoscibile ed apprezzato. Perché negli spazi di ogni parete ci può stare, raccontando al mondo una affascinante favola di pittura che viaggia sul binario della giustezza. D’altronde nella sua indole di lombardo silenzioso e saggio c’è il rifuggire dal chiasso. È per questo che il racconto gli riesce bene, è per questo che Bassani sa che i suoi estimatori, sempre in aumento da qualche tempo, si aspettano magari una declinazione diversa del suo proprio teorema, ma non una sola svirgolata di eccesso. Potrà pensare di cambiare forme e dedicarsi ad altri legni, ma mai di strafare. Non gli interessa, semplicemente.
Il progresso consegna materiali e conseguenti forme in abbondanza. Se ne potrebbe approfittare, penserebbe l’avventuriero. Bassani no. Legno, tela, colore. Punto. La teca trasparente fa da semplice e asettico ma elegante contenitore. Gli elementi cambiano nelle loro varianti, sono disposti in modo differente secondo quello che arriva e ciò che è possibile fare, ma i materiali non cambiano perché secondo Bassani si va per la via conosciuta e da lì alle vie che congiungono. Con calma e coerenza. Anche questa è una delle caratteristiche di Bassani. Un pittore che crea secondo logica e può farlo perché armato di una conoscenza tecnica invidiabile, senza mai dimenticare che i colori hanno il suono dei sentimenti, arrivano dritti al cuore di chi guarda ed amplificano il senso del fascino che un’ opera d’arte deve avere.
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Insomma nulla di intentato, nulla di banale o riscontrabile nel magma del “già vissuto”. Un continuo far arrampicare le sagome lignee ricoperte di tela e colorate verso orizzonti e direttrici sconosciuti e per questo affascinanti. Il tutto contenuto e pensato con l’occhio alla efficacia, alla certezza che sussista il carisma del geometrico, del lineare, del continuamente ed ininterrottamente pensato. Una architettura nella pittura. Una costruzione convincente ed attraente come quelle belle cose che solo a guardarle ti danno la soddisfazione di avere una ragione buona per riguardarle e godertele come si deve. Una convincente alternativa alla piattezza, che Bassani rifugge per indole, e a quell’ uniformarsi all’ eccesso, che per molti rimane una via d’uscita alternativa alla più seria realtà dello studio diligente.
Un grandissimo uomo libero di pensieri e di parole, Leo Longanesi, con la sua sferzante ed inimitabile penna, scrisse “Non comprate quadri moderni: fateveli in casa”. Alla levata di scudi in difesa di quel che ai suoi tempi poteva essere il “quadro moderno”, preferiamo il ragionamento. E ne consegue che quella frase, nel suo contesto e nel dopoguerra, era un chiaro riferimento all’ eccesso di modernità che, distorto, portò pian piano alle peggiori storture di principii sani e intensi come quelli che muovevano, a solo esempio, l’astrattismo o l’informale. Ma con altrettanta irriverenza, che Longanesi accetterebbe con un sorriso, perché sagacemente intelligente, si potrebbe dire “Prova tu a fare un Bassani…”, proprio per sottolineare la complessità di un lavoro che ha tutto per essere, come è, singolare e rappresentativo di una maniera di vivere la pittura.
Colore, forme, spazio. In queste tre direzioni si muove la capacità di Andrea Bassani. Essenziale nella sua creatività, inconfondibile nella sua sapienza creativa.
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Bacon/Freud

...la scuola di Londra
di Marina Novelli
Di grande suggestione vedere come nell’architettura cinquecentesca progettata da Donato Bramante del suo inconfutabile Chiostro, in Via della Pace a Roma, abbiano trovato spazio, con un approccio cronologico e tematico, opere che raccontano individui, luoghi, vita vissuta, tali da mostrare la fragilità e la vitalità della condizione umana… opere in cui la vita viene presentata nella sua crudezza senza filtri, disegni e dipinti che ritraggono esistenze e luoghi esplorati tramite lo sguardo dell’artista per descrivere la nuda realtà.
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Dallo scorso 26 settembre infatti, fino al 23 febbraio 2020 sono in mostra al Chiostro del Bramante, provenienti e appartenenti alla Tate di Londra, le opere di Francis Bacon e Lucian Freud…due straordinari giganti della pittura che per la prima volta sono insieme in mostra in Italia, a rappresentare uno dei più affascinanti, ampi e significativi capitoli dell’arte mondiale con la scuola di Londra… una città straordinaria colta in un periodo rivoluzionario. Francis Bacon e Lucian Freud ci mostrano infatti lo spirito eccitante ed eclettico dell’arte britannica diffusasi in oltre sette decenni. Una elegante mostra curata da Elena Crippa, Curator of Modern and Contemporary British Art e Tate. Insieme a Bacon e Feud troviamo altri artisti quali Michel Andrews, Frank Auerbach, Leon Kossoff e Paula Rego che hanno segnato un’epoca, nonché ispirato non solo l’epoca ma intere generazioni utilizzando la pittura al fine di raccontare la vita nelle sue sfaccettature. Uno straordinario prestito di Tate che attraverso la pittura di sei artisti con opere tra 1945 e il 2004 ci rivela, in maniera diretta e sconvolgente, la condizione umana fatta di fragilità, energia, opposti, eccessi, evasioni… senza filtro alcuno, ma solo verità! Diversi i temi affrontati, vedi ad esempio gli anni della guerra e del dopoguerra, storie di immigrazione, tensioni, miserie ma il tutto con un notevole push verso il desiderio di cambiamento, ricerca e introspezione, ruolo della donna, dibattito culturale e riscatto sociale, ponendo però al centro di tutto questo la realtà: ispirazione, soggetto, strumento, fino a essere ossessione, non trascurando pertanto il tema di grande attualità, vedi filtri e #nofilter tipici di un’epoca come la nostra. Oltre quarantacinque dipinti, disegni e incisioni di artisti, raggruppati nella cosiddetta “School of London”; artisti tra loro eterogenei, nati tra l’inizio del Novecento e gli anni Trenta e che per i più svariati motivi trovarono in Londra la loro città, il luogo in cui poter studiare, lavorare, vivere. Francis Bacon (1909-1992), arriva in Inghilterra quindicenne essendo nato e cresciuto a Dublino in Irlanda da genitori inglesi; Lucian Freud (1922-2011) fug- ge dalla Germania per sottrarsi al nazismo; lo stesso accade pochi anni dopo a Frank Auerbach; Michael Andrews, invece, è di nazionalità norvegese e incontra Freud suo professore alla scuola d’arte; Leon Kossoff è nato a Londra da genitori ebrei russi e nei suoi quadri le figure acquisiscono una solida presenza materiale, simile a quella dei palazzi e delle strade londinesi ricorrenti nella sua pittura; Paula Rego invece lascia il Portogallo per studiare pittura nelle scuole inglesi. La combinazione di narrazione, immaginazione e realtà è al centro della sua pittura, che resterà tale in tutto il corso della sua carriera. L’affascinante percorso dell’esposizione inizia con una serie di opere degli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento: autoritratti o ritratti di amici e amanti che mostrano la capacità di fissare sulla tela sguardi e anime, con un’osservazione che travalica ogni idea canonica della bellezza. Il percorso pro- segue con un nucleo significativo di lavori di Francis Bacon, dipinti e disegni delle celeberrime figure isolate, tra cui opere chiave come Study for a Portrait (1952) e Portrait of Isabel Rawsthorne (1966). Come Francis Bacon, anche nei lavori di Michael Andrews la fotografia è utilizzata come base di ricerca, per rappresentare sia lotte personali sia momenti di profonda intimità e tenerezza, mentre Paula Rego esplora la condizione sociale delle donne, con ricorrenti riferimenti autobiografici. Il fascino di Londra e l’influenza della città sulle opere di questi artisti è costante e messo in luce soprattutto da Frank Auerbach e Leon Kossoff nelle atmosfere spesso drammatiche, come in Primrose Hill (1967-1978) e in Children’s Swimming Pool, Autumn Afternoon (1971).
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Lucian Freud è presentato attraverso una serie di dipinti e disegni realizzati nel corso della sua lunga carriera come Girl with a White Dog (1950-51) e Standing by the Rags (1988-89). Un percorso questo atto a dimostrare come la raffigurazione di modelli e modelle per Freud divenga, con il passare del tempo, sempre più viscerale e scultorea, seguendo il principio “voglio che la pittura sia carne”. Elena Crippa, curatrice della mostra si è così espressa:<< È un vero piacere portare queste opere, così particolari della Collezione Tate e così determinanti dell’arte britannica e portarle in uno spazio così intimo, così spettacolare come il Chiostro del Bramante…ci si sente quasi avvolti in questo spazio così interiore, avvolti da queste opere così importanti. La mostra porta in sé il lavoro di sei artisti, che hanno coltivato tra loro tipi di relazioni ben diverse. Ci sono due grandi sale al primo piano dedicate a Bacon e una dedicata a Freud al piano superiore… in un certo modo portiamo l’uno accanto all’altro, quasi al confronto tra questi due bravissimi artisti, riconosciuti a livello internazionale, e che intorno agli anni ’50 esprimevano due modalità di pittura totalmente diverse. Sicuramente Freud rimaneva attaccato alla figura, alla presenza del modello e Bacon invece, dipingendo, intorno agli anni ’50, da fotografie, ci mostra una successione di immagini di questo mondo devastato dal- la guerra, combaciate poi con ritratti di persone che di solito erano amici, conoscenti e suoi amanti. Abbiamo quindi dipinti di questi corpi “attaccati” che quasi si aprono in questa lacerazione della vita. Il contesto storico della guerra è fondamentale per capire da dove questi artisti vengano, così come cosa ha significato questa Scuola di Londra rispetto alla provenienza degli artisti stessi. Bacon è più grande rispetto agli altri, viene dall’Irlanda dove il padre respinge la sua omosessualità…ed anche a Londra malgrado la omosessualità fosse ancora illegale fino al 1967, è però in grado di esprimere la propria soggettività. Londra, una città che è ancora devastata dai bombardamenti, piena di edifici diroccati, non ancora ricostruiti eppure un luogo dove si riuniscono ed in un certo modo trovano la possibilità collettiva di ricostruire, di ritornare alla rappresentazione della figura umana, con il desiderio di fissare questa presenza umana…di ridare umanità alla sua figura…una umanità che aveva perso durante tutti questi anni di guerre e di distruzione.>> Bacon è da ritenersi un fondamentale perché sebbene sia stato un autodidatta, ha stravolto la pittura, sia dal punto di vista tecnico, con le sue pennellate molto energetiche che spingono il figurativo verso l’astratto, e con questo suo utilizzo della fotografia che diventa un punto di partenza, usando infatti tecniche che implicavano la gestualità… pittura molto più fisica, con l’impasto di questi sfondi molto più uniformi. Indiscutibile la dimensione del piccolo dramma esistenziale all’interno di un contesto molto intimo.
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Al piano di sopra abbiamo opere di Auerbach e Kossoff, artisti che studiano insieme e che non solo dipingono ogni giorno dal vero nello studio, ma anche dei paesaggi, delle strade del quartiere dove vivono e lavorano… cercando di rendere l’impressione di questa esperienza, percettiva e fisica, dello spazio in cui vivono. Kossoff spesso dipinge vedute dal suo studio ma anche una chiesa gotica che troneggia, un luogo questo molto importante, un simbolo sia architettonico che culturale. David Dawson, modello di Lucian Freud che vediamo mirabilmente rappresentato nel dipinto dal titolo:“David and Ali”. Si tratta infatti di un olio su tela del 2003-2004 di grandi dimensioni, e che esprime una grande tenerezza di fondo, che evoca il profondo legame tra il pittore e il soggetto , così come tra l’uomo e il suo cane. David Dawson si è così espresso: <<Ho incontrato Lucian nel 1990, quando mi ero appena laureato alla Royal College of Art e lavoravo per un famoso mercante d’arte. Egli mi invitò per incontrare personalmente Lucian e quando per la prima volta, lo stesso Lucian mi portò nel suo atelier, ebbi veramente la pelle d’oca. C’era sul suo cavalletto un quadro di un uomo nudo! Era il quadro più straordinario che avessi mai visto e mi resi conto che stava accadendo qualcosa di molto serio ed anche di molto ambizioso. Io avevo trent’anni, Lucian ne aveva 69 ed ho sentito veramente che quella era la sua ultima spinta, la sua ultima energia per fare il quadro più importante che potesse fare. Da allora egli mi chiamò ogni giorno e da quel momento si è sviluppata questa nostra amicizia e collaborazione lavorativa. Tutto questo fu quindici anni prima che lui mi chiedesse, per la prima volta, di posare come modello per lui. Egli mi disse semplicemente “Ho una idea molto bella di un grande quadro”. L’unica domanda che gli feci fu: “Sarò nudo o vestito?” e lui mi disse, “Nudo!” ed aggiunse: ”Non credo vi sia nessun tipo di sensazione che devi omettere! Il mio dipingere riguarda me stesso e ciò che mi circonda; io lavoro a partire dalle persone che mi interessano e che ho a cuore, in stanze nelle quali vivo e stanze che conosco”. Questa è una citazione che risale all’inizio della sua vita artistica ma che è rimasta vera, per tutto il corso della sua vita e della sua opera. La sua scelta di dipingere è una scelta privata e istintiva, mai spiegata, ma aggiungeva ogni modello con grande dignità e rispetto. Non era interessato agli aspetti politici o sociali, ma solamente nelle possibilità umane e artistiche che ogni persona poteva portare nella loro presenza specifica. A Lucian piaceva molto abbinare e mettere insieme un animale ed un essere umano ed infatti le opere principali hanno questo abbinamento. Voleva che il modello fosse semplicemente se stesso, voleva osservarlo nel suo essere senza una coscienza, senza essere consapevole di quello che gli chiedeva e gli chiedeva semplicemente di occupare uno spazio. Quindi voleva farcene sentire l’affinità, lasciando molto spazio all’onestà. È questa una dinamica del modo in cui Lucian si accostava alla vita. Forse molto più di altri artisti vi era una profonda propensione tra la sua famiglia e l’arte… famiglia di cui era fortemente influenzato! 
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LES FLEURS ET LES RAISINS 1.1

trasversali allegagioni d'arte
Il Grillo parlante… siciliano
di Alberto Gross
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Vino buono e giusto. Da oltre vent'anni la Cooperativa Valdibella persegue questo proposito partendo dalla valorizzazione e dal rispetto del territorio. Pochi agricoltori nel comune di Camporeale, all'interno della città metropolitana di Palermo, si sono riuniti con l'idea ben precisa di favorire una biodiversità autoctona che apporti un sano equilibrio per la campagna. I vigneti sono così integrati assieme ad altre colture tipiche – olivo e mandorlo su tutte – in prossimità di aree naturali che rendono più stabile e dinamico l'ecosistema. I vitigni coltivati sono per la più parte autoctoni, situati su colline che vanno dai 300 ai 500 metri sul livello del mare con differenti esposizioni per uve a bacca bianca e uve a bacca rossa.
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“Ariddu” - grillo, in siciliano - è un bianco composto, di un'eleganza discreta e non civettuola, come una donna dal sorriso accennato e mai esibito, dalle mani di giunco e dalla grazia nei modi.
Prodotto interamente con l'omonimo vitigno, presente quasi esclusivamente nella Sicilia Nord-Occidentale, la vite viene allevata ad alberello nella parte più alta dei vigneti con esposizione a nord, a favorire il beneficio delle ottime escursioni termiche. Dopo poche ore di contatto con le bucce il mosto fermenta a temperatura controllata e successivamente affina in acciaio prima dell'imbottigliamento.
Il 2018 ha profumi delicati di erbe di campo, pompelmo e un ricordo di fiori di zagara. Il terreno in prevalenza argilloso e calcareo si riflette in una bocca minerale, fresca, con un qualcosa di gessoso ed un finale di mandorla amara. Equilibrato, nasconde molto bene il suo essere caldo vino di sole, con il sole nel bicchiere.
Quel sole che tanto ha illuminato le tele di Francesco Lojacono, artista figlio di queste terre, dalla pennellata precisa e raffinata: così come questo vino, i suoi quadri sono un quieto respiro di memoria e un agghindarsi a festa dell'anima, una carezza della terra e del tempo.
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La preziosa tavola pittorica

"Madonna" di Dürer torna a Bagnacavallo
a cura di Marilena Spataro
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Quasi in coincidenza della mostra dedicata ad Albrecht Dürer, in corso al Museo Civico delle Cappuccine di Bagnacavallo, torna, dal prossimo dicembre, a distanza di cinquant’anni dalla sua partenza dalla cittadina romagnola, la Madonna del Patrocinio di Albrecht Dürer, capolavoro pittorico del grande maestro di Norimberga.
Ad ospitare l'importante tavola, dal 14 dicembre 2019 al 2 febbraio 2020, sarà la stessa sede in cui si trovava custodita fino al 1969, ovvero l’ex monastero delle suore Clarisse Cappuccine di Bagnacavallo, oggi museo civico. L'esposizione della preziosa opera si è resa possibile grazie alla collaborazione della Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo, luogo di conservazione della tavola, la Madonna di Dürer.
L’evento espositivo, curato dal direttore del Museo Civico delle Cappuccine Diego Galizzi, sarà anche l’occasione per fare il punto sulle ricerche storico-artistiche intorno all’opera e per ricostruirne la particolare vicenda storico-conservativa.
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«Oltre a riconsegnare temporaneamente la Madonna del Patrocinio alla città di Bagnacavallo – commenta Galizzi – abbiamo molto da raccontare su questa preziosissima tavola. Il suo ritrovamento nel 1961 nel monastero delle Cappuccine da parte di don Antonio Savioli fu qualcosa di davvero stupefacente: un vero e proprio capolavoro emergeva dopo secoli di oblìo all’interno di un monastero di clausura. Il grande critico Roberto Longhi, interpellato, non ci pensò due volte: era riapparso un dipinto fino ad allora sconosciuto, e la mano era quella di Albrecht Dürer. La notizia rimbalzò in tutto il mondo, al punto che, in pochi lo sanno, un piccolo emirato arabo le dedicò anche un francobollo.»
L’esposizione della Madonna del Patrocinio vedrà anche la pubblicazione di un approfondito catalogo scientifico, all’interno del quale diversi studiosi ne affronteranno gli aspetti storico-artistici e ne ricostruiranno, grazie a recenti ricerche d’archivio, l’intricata e interessantissima storia conservativa.
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Albrecht Dürer. Il privilegio dell’inquietudine

21 settembre 2019 - 19 gennaio 2020
Museo Civico delle Cappuccine di Bagnacavallo (RA)
a cura di Marilena Spataro
È dedicata ad Albrecht Dürer, “padre fondatore” del pensiero grafico e geniale incisore, la mostra Albrecht Dürer. Il privilegio dell’inquietudine, in corso al Museo Civico delle Cap- puccine di Bagnacavallo.
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Inaugurata lo scorso 21 settembre, l'esposizione dei lavori grafici del maestro tedesco, che con il suo lavoro da incisore riuscì ad innalzare le arti grafiche a espressione artistica pienamente libera e autonoma, rimarrà aperta fino a gennaio 2020.
La mostra, organizzato dal Comune di Bagnacavallo, rappresenta nelle intenzioni dei curatori, Diego Galizzi e Patrizia Foglia, un progetto di assoluto rilievo, con esso, infatti, dopo le importanti mostre degli scorsi anni su Francisco Goya e Max Klinger, prosegue il filone di approfondimento del museo bagnacavallese sui più grandi artisti internazionali che hanno saputo esprimere al meglio la loro maestria attraverso l’incisione.
Le oltre 120 opere grafiche del maestro di Norimberga esposte alle Cappuccine, provengono da prestigiose collezioni pubbliche e private italiane, tra le quali i più noti capolavori dell’artista come il ciclo dell’Apocalisse, il Santo Eustachio, il San Girolamo nello studio e il Cavaliere la morte e il diavolo. La mostra ha il suo punto focale in quell’enigmatico capolavoro che è la Melanconia, un’opera pregna di intellettualismo fin quasi all’esoterismo, che cela un vero e proprio autoritratto spirituale dell’artista, giunto alla melanconica presa di coscienza che un approccio razionale all’arte e al mondo non può che dare risposte insufficienti.
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«È in una Germania ancora gotica e medievale che prende il via l’avventura artistica di Albrecht Dürer – spiega il curatore Diego Galizzi – un genio inquieto, un talento dell’arte nordica fatalmente attratto dall’arte rinascimentale italiana, capace di spalancare la mente a ricerche a lui aliene, in primo luogo quella tesa a carpire i segreti della rappresentazione dello spazio e della bellezza. Ciò è stato possibile essenzialmente per un motivo: Dürer come Leonardo era un ricercatore universale, aveva un anelito incessante verso una perfezione irraggiungibile.»
Per Dürer l’arte incisoria fu il mezzo ideale per trasmettere una nuova iconografia, sacra o profana, un modo modernissimo per dialogare con il proprio tempo, con la contemporaneità di quel Rinascimento che era caratterizzato dall’avventura del sapere.
«Questo evento – sottolinea Gallizzi - si pone come un invito ad incontrare le diverse anime di Dürer, sia come uomo che come artista. La sua personalità, il suo spirito e natu- ralmente la sua arte non sono semplici da cogliere nella loro unità. La critica lo ha definito ora un umanista, ora un gotico, ora un artigiano ora un teorico; la verità è che non è possibile separare le sue singole anime, era tutto questo insieme. Egli aveva in sé l’eterna con- traddizione che contraddistingue i più grandi artisti».
Il taglio che i curatori hanno voluto dare all’allestimento offre al pubblico molto più che una rassegna di opere d’arte, ma un vero e proprio racconto, che procede attraverso dieci sezioni tematiche, immergendo il visitatore nel visionario sogno di perfezione di un ragazzo, figlio di un umile orafo di Norimberga, che ha voluto inseguire il suo desiderio di appropriarsi dei segreti della rappresentazione della bellezza.
 
Orari mostra:
martedì e mercoledì 15-18;
giovedì 10-12 e 15-18;
da venerdì a domenica, 10-12 e 15-19 Chiusura il lunedì e i post-festivi.
Ingresso gratuito
Museo Civico delle Cappuccine - via Vittorio Veneto 1/a
Bagnacavallo (Ra)
tel. 0545 280911
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www.museocivicobagnacavallo.it
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SCHIFANO, la rivoluzione mai finita.

“Mi piacerebbe che qualcuno scrivesse che la mia vita e la mia arte sono molto affiatate, ma non nel senso di una vita da artista, no, questo non basta”
(M. Schifano)
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Classificato fra i migliori in assoluto, spesso in vetta alla classifica. Immortale e secondo alcuni immorale, vulcanico, esplosivo oltre e sopra la media delle genialità vere o presunte. Supremo nel saper rendere l’idea di cosa doveva essere realmente popular per un pubblico internazionale quando l’operazione artistica nasceva da un artista italiano. Sopra le righe, deciso, fragile, indagatore ed appassionato curioso, simbolo a caccia di simboli. Consapevole icona di un periodo irripetibile. Non ingabbiabile negli schemi delle classificazioni dei critici perché unico nella sua singolarità. Amato, popolare, sempre nei discorsi di chi parla di pittura italiana. Questo, e molto altro, è stato Mario Schifano.
Precursore ed attento osservatore dei costumi, Schifano arriva in America negli anni 60. Trova che quel chiasso eccessivo (nulla spiega meglio gli States, lo diceva lui) gli avrebbe reso la vita difficile perché la sua mente fungeva da recettore ed amplificatore delle vicende sociali e cercava contemporaneamente una via comunicativa che, se allora poteva sembrare a molti uno choc, per lui aveva già raggiunto l’obiettivo. Rientrato da quella avventura statunitense, Schifano trova in Italia un vento di cambiamento che gli risultava già superato, avendone intuito le conseguenze ben prima che si verificassero. Materiali, stile, supporti, soggetti e temi passano quasi in secondo piano rispetto alla frenetica voglia di raccontare, di premere sull’acceleratore del concetto senza mai dimenticare quello che era davvero Pop. In fondo e correttamente, il termine è l’abbreviazione di popular e a nessuno come a lui veniva bene la capacità di arrivare col suo linguaggio immediato e spregiudicato a chi non si ferma alla prima occhiata.
Il decennio degli anni 70 e l’inizio degli Ottanta lo trovano in preda ad una fortunata intuizione, l’ennesima. Dettata da una sana indagine quanto dalla percezione effettiva e saggia di non potersi permettere il lusso di confondersi con altri, pur rispettandone il cammino.
Nasce in Schifano una consapevolezza di sé, una maniera di informare i suoi estimatori, già molti allora, come a dir loro “Sono il vostro pittore concettuale, ma rimango Pop e lo so-no più di altri”. Utilizza soggetti come l’albero, la bicicletta, il sole, i primi paesaggi anemici che portano il trittico di colori a smalto composti da un verde acido e un azzurro strafottente a segnare l’alto e il basso delle sue tele anche quando i soggetti erano altri. Il Futurismo rivisitato a colori, il cavallo. A pensarci bene, nulla è più popular. Nulla è più vicino alla gente come ogni suo quadro di quel momento, se fosse stato pensato da chi guarda.
Nasce allora, senza mai più interrompersi, una “visione fimica della vita che gli dà coraggio ed energie”, dice Franco Boni, che di Schifano è, a nostro e non solo nostro avviso, un perfetto narratore.
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Una specie di occhio-telecamera inquadra ed immagazzina, poi riferisce coi teoremi del concettuale e la chiarezza dei riferimenti Pop. Gli Schifano di quel periodo che la storia italiana ricorda come anni di piombo, austerity, grandi proteste, attesa di grandi cambiamenti e che prelude agli anni Ottanta ottimistici e spendaccioni, sono inquadrati attraverso la lente del pittore che sa quanto valore abbia il suo arrivo ad una tappa fondamentale della sua storia. Interventi con materiali come la carta da pacchi (altro elemento più che popular) o fogli da disegno che si moltiplicano, sovrapposti, e fanno da supporto a storiche tele. E poi quella fissazione per il rettangolo arrotondato dello schermo televisivo, raccontato come una lente, stavolta di ingrandimento, attraverso cui passavano e passeranno umane avventure e disavventure.
Un cavalcare il decennio 1975-1985 ricco si di opere, ma soprattutto della certezza di aver raggiunto un obiettivo importante. Non era più, infatti, la riconoscibilità delle sue opere il reale fine. I collezionisti conoscevano Schifano e ne apprezzavano già il lavoro. Ormai gli serviva scrollarsi di dosso quell’aria snob che, creata da altri, lo circondava e non gli apparteneva. Era necessario marcare il territorio in quel momento. Era fondamentale, per Mario Schifano, guardare il proprio orizzonte, che era sconfinato e non perimetrabile, perché lui per primo potesse capire fin dove spingersi. Consapevole che, comunque, sarebbe andato oltre. Glielo imponeva la sua poliedricità espressiva che è stata irrefrenabile.
Di quegli anni è la produzione cha maggiormente somiglia all’uomo, alle sue concrete ambizioni di artista, al linguaggio che voleva sentire e sentiva suo.
La rivoluzione di Mario Schifano non è finita perché il suo merito, in un mondo allora bacchettone ed ingessato molto più di ora, è stato quello di non tentare il dialogo, per spiegare la sua forza. Schifano, per la pittura e per la società di quei suoi fortunati tempi, è stato un sasso contro il vetro degli stereotipi, dei teoremi preconcetti, delle teorie classificatrici. Ha messo al centro della sua azione i soggetti più vicini ai principi del Pop, con coraggio e fermezza.
E allora l’aria fresca che tutti aspettavano è entrata da quel vetro rotto, finalmente.
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Water Flower

quando la magia dell’acqua danzante incontra i mille colori e profumi di delicati fiori
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Sabato 28 Settembre, alla presenza del grande pubblico, presso IL CENTRO, l’iconico e innovativo Shopping Mall alle porte di Milano, prende vita un progetto unico nel suo genere: Water Flower è il concept firmato da Forme d’Acqua, che allo spettacolo musicale della fontana danzante unisce la bellezza e l’eleganza di tanti fiori e piante della Fioreria di Iper La grande i. Water Flower, l’installazione progettata dall’architetto Simona M. Favrin insieme a Forme d’Acqua Venice Fountains su richiesta dell’ipermercato Iper La grande i, prevede un continuum unico tra una fontana danzante e un’elegante fioreria, e si inserisce nella grande piazza coperta esagonale, progettata per creare continuità tra la galleria e l’ipermercato stesso. Grazie alla consolidata esperienza dei progettisti, Water Flower propone uno spettacolo che coniuga elementi emozionali come l’acqua, il verde e la musica per regalare un’esperienza visiva e sensoriale che stimola la creatività delle persone, rendendole partecipi dello spazio attraverso le emozioni. L’opera, collocata a fianco della rampa elicoidale che collega i due piani, è caratterizzata da una vasca circolare che ospita la fontana danzante: intorno a essa e in maniera del tutto complementare, sono stati collocati gli spazi espositivi che accolgono in maniera funzionale l’esposizione di piante e fiori, una vasta scelta di fiori recisi fino alla vendita con relativa preparazione di confezioni grazie alla consulenza e alla creatività professionale dei fioristi di Iper La grande i.
La fontana danzante, progettata e realizzata da Forme d’Acqua, è studiata per coinvolgere il visitatore con un palinsesto di giochi d’acqua e colori, in perfetta sincronia con il ritmo della musica, per trasformare la fontana nel cuore attrattivo della piazza. Water Flower si sviluppa in una serie di elementi concentrici e disposti a raggiera su vari livelli destinati a superficie espositiva per fiori e piante che si integrano con la fontana stessa, creando una sorprendente scenografia green. Interamente realizzata in acciaio verniciato a polveri, la vasca di cinque metri è circolare ed integra un sofisticato impianto tecnologico che permette la realizzazione degli show musicali.
Water Flower
Iper La grande i rappresenta una delle più importanti realtà nel panorama nazionale della Grande Distribuzione Organizzata, tra le poche interamente di proprietà italiana. Con 21 punti vendita in 4 regioni, fa parte del Gruppo Finiper, nato nel 1974 ad opera dell’imprenditore Marco Brunelli. La mission del Gruppo Finiper è rendere la qualità accessibile a tutti. Ampiezza dell’assortimento, qualità, sostenibilità, convenienza e italianità sono i principi ispiratori che guidano le scelte di Iper La grande i.
IL CENTRO, uno dei Centri commerciali più grandi d’Europa e vincitore nel 2016 del MAPIC AWARD come Best New shopping Center, è sorto proprio in quell’anno nell’area della storica fabbrica dell’Alfa Romeo. La riqualificazione di questa zona industriale ha raccolto tutte le opportunità che offriva quest’area, che è sempre stata un simbolo territoriale, sen- za distruggere totalmente la memoria del sito e dell’azienda. Forme d’Acqua è un brand internazionale di progettazione e realizzazione di fontane da interno e esterno che, grazie ad una grande esperienza e ad una solida rete di artigiani specializzati è in grado di soddisfare le più articolate esigenze nazionali e internazionali.
“La proposta di Iper La grande i, che abbiamo accolto con orgoglio e entusiasmo è stata sicuramente sfidante, sia a livello di design che di tecnologia - spiega Gianluca Orazio, CEO di Ecosistem, detentore del brand Forme d’Acqua - la passione per il verde che si traduce nell'altro brand E-Gardening con progettazione e servizi dedicati, la nostra vocazioneall’internazionalizzazione, a progetti innovativi e alla costante ricerca sia nel design che nella tecnologia affiancata da una forte e specializzata rete di artigiani, ci permette di essere partner affidabile per realtà di grandi dimensioni e così Water Flower ha preso vita nello Shopping Mall più innovativo d’Italia e insieme alla mia squadra non posso che esserne soddisfatto”.
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Bulgari

...la Storia, il Sogno
...lo Splendore dell’Eccellenza!
Preziosa icona del Made in Italy.
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Allestita nelle due differenti sedi del Polo Museale del Lazio, quali Palazzo Venezia e Castel Sant’Angelo, la mostra Bulgari ha esposto al pubblico, dal 26 giugno al 3 novembre, la sua splendida collezione di preziosi. Il Polo Museale del Lazio, diretto da Edith Gabrielli, ne ha ideato il prestigioso progetto in collaborazione con Bulgari ed un nutrito comitato scientifico composto da esponenti di spicco del mondo accademico. La mostra, curata da Chiara Ottaviano, ha tracciato la storia di Bulgari come esempio di successo di un’azienda del Made in Italy, evidenziando il passaggio da piccola realtà a conduzione strettamente familiare a Marchio globale del lusso; i temi relativi allo stile e alla creatività di Bulgari sono stati sviluppati invece da Lucia Boscaini, Bulgari Brand and Heritage Curator; le vicende di Bulgari sono state inserite infatti in una ampia indagine sui fattori determinanti per l’affermazione della moda e del design Made in Italy nel mondo contrassegnata dalla sua originalità, eccellenza nella manifattura ed una variegata ricchezza di tradizioni. Sono stati esposti i gioielli della Collezione Heritage dell’Azienda, includendo diversi dei quali esposti per la prima volta, nonché splendide creazioni cedute in prestito da importanti collezioni private. Non sono mancati, al fine di arricchire la narrazione, documenti d’archivio inediti, foto d’epoca e filmati ad illustrare gli oltre cento anni di storia della Maison intessuti con le molteplici vicende economiche, sociali e di costume. Ad impreziosire ulteriormente i gioielli della Collezione Heritage del Marchio, sono stati esposti in maniera suggestivamente decorativa gli abiti di alta moda della collezione privata di Cecilia Matteucci Lavarini, da cui si è potuto evincere le tendenze del gusto nelle diverse epoche in cui si è svolta la saga di Bulgari. Una narrazione che si è snodata a partire dalle prime vicende di Sotirio Bulgari, talentuoso argentiere che dalla Grecia, nel 1884 è giunto fino a Roma alla ricerca di un po’ di fortuna, ripercorrendo aneddoti familiari, strategie commerciali e intuizioni creative fino ai primi anni ’90.
Bulgari1Bulgari, la cui affermazione del suo Marchio è stata dovuta oltre alla indiscussa bellezza ed originalità dei suoi preziosi, soprattutto all’importante tassello costituito dai suoi facoltosi clienti protagonisti della vita mondana. Indimenticabili gioielli appartenuti e indossati dalle dive della “Dolce Vita” quali Elisabeth Taylor, Gina Lollobrigida, Ingrid Bergman, Anna Magnani e Audrey Hepburn e last but not least, la più recente Sharon Stone, che hanno rappresentato la fama internazionale conseguita dal Marchio a partire dal secondo dopoguerra, un momento cruciale di rinascita per Roma e l’Italia intera. La mostra ha valorizzato gli aspetti chiave che hanno reso lo stile Bulgari estremamente unico e riconoscibile anche ai giorni nostri, tanto da farne un emblema di una scuola italiana di gioielleria in continuo e costante evoluzione. Il percorso, nelle due sedi, hanno svelato i gioielli più emblematici in grado di racchiudere l’eccellenza nella manifattura, il gusto per il colore, i volumi sontuosi e le tipiche linee arrotondate della foggia di Bulgari. I gioielli in oro con monete antiche inoltre, sono state il riflesso del talento nel rivisitare tradizioni antiche in chiave elegantemente contemporanea, e che hanno ottenuto il più alto apprezzamento e distinzione del Marchio. Modulari e facilmente indossabili in qualsiasi momento della giornata, sono state invece le creazioni degli anni ’80 e ’90 in grado di riflettere la capacità del Marchio di sintonizzarsi sulla vita dinamica ed imprevedibile della donna moderna inserita nel mondo del lavoro. Costante la spettacolarità dell’allestimento nelle numerose sale, che ha giocato sul concetto di “passaggio temporale” attraverso una serie di installazioni ad archi e scalinate incantevolmente illuminati su cui sono stati collocati una sorta di manichini con indosso gli abiti più emblematici e suggestivi non solo delle nostre più grandi firme, ma anche di anonimi abiti di scena, sempre di gran gusto e contraddistinti da raffinate rifiniture…manichini al contempo spettatori e protagonisti delle diverse epoche raccontate, osservatori attenti e misteriosamente presenti.<< La mostra è figlia di un progetto scientifico serio, equilibrato e trasparente>> ha dichiarato con la sua caratteriale chiarezza Edith Gabrielli, direttrice del Polo Museale del Lazio.
Bulgari
<< Ritenevo e ritengo Bulgari una realtà italiana fra le più rimarchevoli. Lo è per la storia del gusto, perché da solo il marchio Bulgari evoca una grande tradizione di tecnica e di bellezza nelle arti applicate. Lo è per la storia del lavoro: non dimentichiamoci, mai, delle centinaia di persone, per lo più nostri connazionali, impiegate nella fabbrica di Valenza o nelle sedi del marchio a Firenze e a Roma. Per questo fare una mostra su Bulgari e con Bulgari significa in definitiva fare qualcosa di buono per il nostro paese>>. Mentre invece, Jean-Christophe Babin, Amministratore Delegato del Gruppo Bulgari, si è così espresso:<< Un’occasione unica per riscoprire la storia e la creatività di Bulgari come Icona del Made in Italy, esaltate dalla splendida cornice di Palazzo Venezia e Castel Sant’Angelo. Il talento, la passione e la capacità di cogliere lo spirito dei tempi da parte del fondatore Sotirio Bulgari e delle successive generazioni hanno segnato un percorso di successo e la storia della gioielleria in generale>>. Interessante anche l’affermazione di Lucia Boscaini, Bulgari Brand and Heritage Curator:<>. Ed infatti aver visitato con interesse e attenzione la mostra di Sotirio Bulgar, emblema dello status quo del lusso in tutto il mondo, esposta nelle due sedi espositive romane, entrambe immerse nel suo cuore pulsante, è stato come entrare in un caleidoscopio di pietre preziose, la fantasmagorica lucentezza dei loro colori vividi ed estremamente eleganti, in grado di incutere una sorprendente energia…una energia vitale…uno straordinario push… un invito all’eccellenza!
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Exchange of views

Diciannove artisti con circa 30 opere per proporre quanto di più significativo e comunicativo potevamo esporre.
Uno “Scambio di opinioni” che la galleria ha promosso ai collezionisti portando a conoscenza anche alcuni artisti appena entrati a far parte della “famiglia.
Exchange
Al Porto turistico di Roma 15 giorni di Arte contemporanea dedicata all’arte, alla cultura e al piacere di conoscere gli artisti personalmente. Ogni opera ha avuto l’onere e l’onore di cercare di trasmettere le sensazioni che solo l’arte riesce a comunicare, per immergersi in un contesto artistico unico nel suo genere e avere la possibilità di acquistare qualcosa di unico, singolare, particolare. Artisti che visto l’interesse che riscuotono, anche grazie alle trasmissioni TV su Arte Investimenti, la televisione principe del settore sui canali 123 D.T. e 868 di Sky, dove tutte le domeniche sera alle 22:00, la Galleria Ess&rrE con Giorgio Barassi promuove alcuni di loro con lavori di assoluta qualità e con le mostre che sono appunto un filo conduttore per la promozione del lavoro progettuale che la galleria sta diffondendo nella splendida realtà romana direttamente sul mare.
Gli artisti che hanno esposto sono: Nicole Auè, Anna Maria Batignani, Raffaele Buda, Giusy Dibilio, Maurizio Diretti, Emanuela Fera, Tano Festa, Giusy Cristina Ferrante, Silvana Gatti, Laila, Paola Leonardi, Rita Lombardi, Marina Loreti, Annalisa Macchione, Anna Maggio, Romeo Mesisca, Mara Morolli, Mario Schifano, Anna Maria Tani.
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