Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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STRANI FILI: ADRIANO DESARLO E L’INFORMALE

di Giorgio Barassi.
Dipingere è azione di autoscoperta.
Ogni buon artista
dipinge ciò che è.
(Jackson Pollock)
In principio fu il desiderio di dipingere, esprimendosi senza freni. Poi quei freni furono definitivamente esclusi dalla operazione artistica, ma senza clamori o esagerazioni che facessero gridare allo stupore. Quindi una matassa sistemata in un angolo di una anonima portineria risvegliò il concetto di continuità, di stesure di un discorso, di tentativo di cercare il capo delle cose e della vita. E allora quei fili andarono ad avvolgere lo scheletro che sostiene il corpo di un quadro.
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Pare semplice, ma è una evoluzione, di quelle che piacciono agli artisti informali, i quali sono dotati di una tale verve creativa da non saper estinguere il loro discorso a causa delle tante cose da dipingere.
Adriano Desarlo arriva alla pittura consegnando alla storia della sua vicenda un assunto che fu di Leonardo da Vinci: la pittura è poesia silenziosa. E lui, schivo e garbato, continua a preferire i lancinanti strilli del suo dipingere caleidoscopico a tante, troppe chiacchiere. L’ arrivo alle opere in cui i fili la fanno da padrone è davvero figlio di un caso. Ma il destino, in agguato come una spia inafferrabile, non ha fatto i conti con l’acume e il senso di ricerca dell’ artista milanese, che ha captato una sua propria forma di espressione, intingendo nell’ esperienza le nuove composizioni.
Nondimeno le sue opere più “tradizionali” sono ricche, abbondanti e grondanti di pittura, ma mai disordinate. Rispondono ad un inquadramento nello spazio offerto dalla superficie del quadro solo perché Desarlo è uno che sta alle regole e rispetta i codici di Madre Pittura. Il che ne fa un artista pienamente capace di assecondare ed adeguarsi.
Da questa sua compostezza e dal rispetto delle regole non si allontana mai, neppure quando sembra che la sua ricerca vada ad aggrapparsi a fantasie eccedenti la misura. Sembra, ma non è così. Desarlo si avvicina a quella contemporaneità dell’ arte che accenna sovente ad eccessi, a volte destando stupore, critiche ed improperi, con una differenza sostanziale: lui rimane nel suo circuito di ricerca e non cerca lo stupore. Semmai cerca, e spesso ha trovato, una ammirazione ragionata, l’ accettazione di quel suo comporre che sta nei termini della modernità, si, ma senza strafare. Si può dire che non ci sono intermittenze nelle sue creazioni. Che il colore cada verticalmente verso il basso o si assesti come roccia nella superficie del quadro, è perfino naturale. Ma quel che conta è la unità concettuale del racconto, che accetta i limiti dimensionali, non tenta di imporsi a tutti i costi ed è come un quaderno di appunti ordinato e scandito dalla com- postezza, perché giunga al fruitore con lo stesso dosaggio con cui a lui sono giunte le idee che trasformano l’ispirazione in opera .
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Quella dei fili è una operazione artistica coraggiosa ma convincente, in cui pare che siano quei filamenti a tenere insieme l’eterno supporto della pittura e non viceversa. È come se Desarlo, con la pazienza del bravo agricoltore che salva le piante dal freddo di dicembre, rinforzasse i canoni della Pittura irrobustendone lo scheletro. È come se un rispettoso muratore andasse a controllare che il suo manufatto sia al sicuro, senza fidarsi dei calcoli, precedendo con la prudenza l’ardimento costruttivo, nel quale, comunque, crede fermamente.
Ma è anche come se un ragionamento di concetto prendesse lo spazio necessario per dipanarsi. E quello spazio è irrimediabilmente un quadro. Il suo telaio è la struttura su cui, nel mondo e in quello stesso momento, un numero incalcolabile di artisti sta riversando un mare di idee. Una pienezza ed una convinzione che non vanno chiamate “messaggio” ma “testimonianza”. Di modernità, di riflessione e di gioia del superare le classificazioni offerte dalla convenzione e dirsi, con garbo, artista informale dalle idee in continua, lenticolare progressione.
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Le parole giuste contro la violenza sulle donne

Nell'azienda Pettenon Cosmetics di San Martino di Lupari una riflessione sull'importanza dei gesti concreti e di un uso corretto delle parole a favore delle donne vittime di violenza .
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San Martino di Lupari, 25 Novembre 2019. Per comprendere meglio il percorso di rigenerazione di una donna, per affrontare attraverso le parole giuste il nostro quotidiano, per scoprire che cosa accade in una donna vittima di violenza, in un minore che assiste e in un uomo maltrattante, l'azienda di cosmetica professionale per capelli viso e corpo Pettenon Cosmetics ha organizzato l'incontro "La bellezza dei gesti concreti. Contro la violenza sulle donne, esaltiamo la bellezza dei gesti concreti e delle parole giuste".
Secondo il report della Polizia di Stato la violenza sulle donne è un reato che avviene ogni 5 minuti, ma in aumento è il numero di denunce. "É importante informare per reagire" afferma Francesca Anzalone, esperta di comunicazione e moderatrice dell'evento. "É necessario imparare a utilizzare un linguaggio corretto ed efficace, per aiutare le persone a comprendere quello che sta succedendo e informare la società".
I fratelli Pegorin hanno intrapreso un percorso imprenditoriale con un grande impegno nella responsabilità sociale. "Sosteniamo da anni il gruppo Polis" ha detto Gianni Pegorin, Presidente di Pettenon Cosmetics S.p.A "e spero che anche nelle aziende del nostro territorio ci sia una sensibilità verso associazioni e situazioni di prevenzione della violenza. Siamo una azienda storica, dove lavoriamo perché le donne si sentano bene".
"Questa giornata dovrebbe essere la quotidianità delle nostre vite" ha affermato Federico Pegorin, AD di Pettenon Cosmetics S.p.A "purtroppo i dati confermano un fenomeno dilagante a cui bisogna mettere un freno. La bellezza è in ognuno di noi e quella luce deve essere l'obiettivo che ci fa sorridere".
Sull'importanza di una semantica corretta quando si parla di violenza di genere si è focalizzata Alice Zorzan, di Gruppo Polis, che ha parlato della violenza di genere, diretta e assistita, vissuta da donne e minori con la testimonianza di Casa Viola. "Ci sono le parole giuste e parole da evitare nella stampa e nei mezzi di comunicazione" ha spiegato Zorzan "non dobbiamo concentrarci sui comportamenti che la donna assume. Anche le immagini possono vittimizzarla per una seconda volta". Zorzan ha poi letto una lista di parole da bollino rosso stilate dall'Ordine dei Giornalisti della Toscana.
Antonio Di Donfrancesco di Gruppo Polis ha condotto un intervento dedicato a "la violenza di genere dalla prospettiva di chi lavora con gli uomini autori di violenza nelle relazioni affettive" sottolineando come sia importante trasmettere un'educazione ai maschi che non consenta loro di giocare con i sentimenti, di minimizzare o utilizzare parole che danno la responsabilità solo al partner.
Debora Leardini ha presentato la mostra fotografica da lei curata "Trip", un percorso
interiore che racconta la violenza attraverso il vissuto di otto donne che ha incontrato con le parole, la scrittura e con incontri. Immagini in bianco e nero che comunicano la violenza attraverso sensazioni, la fragilità di fronte a cui stanno facendo un percorso di riscatto e rinnovamento.
Sull.importanza di una semantica corretta e l'impatto sociale di un'azienda di bellezza come la Pettenon Cosmetics si è soffermata Anna Ginefra, HR Director AGF88 Holding, sottolineando come la azienda riconosca alle donne autostima, autonomia e quella consapevolezza che consente alle donne di avere fiducia nelle loro capacità.
Chiara Brunoro, Brand Manager di Pettenon Cosmetics S.p.A., a proposito dell'importanza delle parole nella presentazione dei prodotti dedicati alla bellezza, ha spiegato come l'azienda stia lavorando sulle iconografie, linguaggio e immagini per scardinare luoghi comuni, per esempio con il tentativo di esprimere l'immagine di una donna coraggiosa e audace.
Infine, Elena Barbuzzi,Innovation and R&D Director, Pettenon Cosmetics S.p.A., nel descrivere il viaggio nella bellezza attraverso l'innovazione, ha affermato che il mondo "beauty" è una necessita che risponde al mondo delle donne, che fare ricerca significa sapere imparare.
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Divisionismo - La rivoluzione della luce.

 a cura di Silvana Gatti.
Dal 23 novembre al 5 aprile 2020 al Castello Visconteo Sforzesco di Novara.
E' stata inaugurata il 23 novembre scorso, presso il Castello Visconteo Sforzesco di Novara, la mostra Divisionismo La rivoluzione della luce, che proseguirà sino al 5 aprile 2020. Promossa e organizzata dal Comune di Novara, dalla Fondazione Castello Visconteo e dall’Associazione METS Percorsi d’arte, in collaborazione con ATL della provincia di Novara, con i patrocini di Commissione europea, Regione Piemonte e Provincia di Novara, con il sostegno di Banco BPM (Main Sponsor), Fondazione CRT e Esseco s.r.l., la rassegna è curata da Annie-Paule Quinsac, critica d'arte, che si è laureata alla Sorbona ed è stata titolare per venticinque anni della cattedra di storia dell'arte dell'Ottocento presso la University of South Carolina. E’ tra i primi storici dell’arte ad essersi dedicata al Divisionismo sul finire degli anni Sessanta.
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Articolata in otto sezioni tematiche, l’esposizione annovera settanta opere provenienti da importanti musei e istituzioni pubbliche e da collezioni private.
Il Divisionismo nasce a Milano, sulla scia del Puntinismo francese, e si sviluppa nel Nord-Italia grazie a Vittore Grubicy de Dragon, mercante d’arte, critico, pubblicista e a sua volta pittore, che con il fratello Alberto gestisce a partire del 1876 una galleria d’arte a Milano. Vittore diffonde, tra i pittori della sua scuderia, il principio della separazione dei colori in singoli punti o linee che interagiscono fra di loro in senso ottico; i colori non vengono miscelati sulla tavolozza ma accostati sulla tela secondo il principio dei colori complementari. Sarà la retina del fruitore a ricomporre tonalità e sfumature derivate dalla pittura "per punti". Questi, che da vicino appaiono distinti, da distante tendono sempre più ad unificarsi per tonalità omogenee, rendendo l’immagine di alberi o personaggi. Rispetto al puntinismo, i puntini diventano pennellate filamentose spesso sovrapposte, preannunciando il dinamismo futurista. La pennellata divisa viene scelta dagli artisti per raffigurare paesaggi naturali e tematiche sociali. Solo l’antirealista Gaetano Previati sfocia in una visione simbolista che deriva dal mito, da un’interpretazione visionaria della storia o dall’iconografia cristiana.
Il percorso della mostra si apre con gli artisti della galleria Grubicy. Troviamo qui opere raffiguranti vari personaggi, da Tranquillo Cremona con “Pensierosa” (1872-1873), a Daniele Ranzoni con “Il bambino Morisetti” (1885). Giuseppe Pellizza da Volpedo con “Le ciliegie” (1888-1889), Angelo Morbelli con “La partita alle bocce” (1885), Gaetano Previati con “Le fumatrici di hashish” (1887), Emilio Longoni con “Le capinere” (1883). “Dopo il temporale” (1883-1885), opera non ancora divisionista di Giovanni Segantini, racconta il mondo della pastorizia attraverso una scena in cui un pastore guida il gregge verso lo squarcio di luce che irrompe tra i nuvoloni. Segantini, spirito solitario, amava la montagna e descriveva il lavoro dell’uomo, come si può vedere anche in “La portatrice d’acqua” (1886).
La seconda sezione della mostra è dedicata alla I Triennale di Brera tenutasi a Milano nel 1891, che sancisce l’uscita ufficiale del Divisionismo in Italia attraverso opere eseguite dai principali esponenti del gruppo: Segantini, Morbelli, Pellizza, Previati, Longoni e Giovanni Sottocornola e lo stesso Vittore Grubicy, che abbandonata la gestione della galleria presentava alcuni paesaggi.
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Al pianoterra si può ammirare la grandiosa “Maternità” (1890-1891) di Previati di proprietà del Banco BPM. In questo dipinto, Gaetano Previati fa riferimento al tema cristiano della Vergine con il Bambino, visto in chiave laica e simbolista. Una giovane madre è seduta a sinistra del dipinto mentre culla e allatta il bambino. Indossa un velo bianco e un abito blu ed è circondata da angeli, uno dei quali è accasciato sul sepolcro coperto da erba ver- de. Ai piedi della madre crescono gigli bianchi e alcuni anemoni. Il velo bianco ed i gigli alludono alla purezza di Maria, mentre gli anemoni violetti ai piedi della Madonna rappresentano la breve vita di Cristo. Infatti l’anemone è un fiore che appassisce velocemente, e gli anemoni rossi rappresentano il sangue di Cristo. Quest’opera fu esposta alla prima Triennale di Brera nel 1891. Il Simbolismo, compariva, così, per la prima volta nell’arte ufficiale italiana.
Al primo piano sono esposte alcune tra le opere presentate a quella Triennale, tra cui spicca “L’oratore dello sciopero” (1890-1891) di Longoni, uno dei manifesti del divisionismo, dal netto realismo cromatico, che fa della pittura uno strumento di militanza politica. Come Nomellini, Longoni aderiva alle idee anarchiche e socialiste e la rivolta dell’operaio cittadino divenne il soggetto principale delle sue opere.
La mostra prosegue con la sezione dedicata al trionfo del Divisionismo con i suoi principali interpreti. All’ovile di Segantini fa parte di un ciclo di tre opere dedicate agli effetti della luce di una lanterna in un ambiente buio. Tele che riflettono in chiave moderna gli stilemi della tradizione luminista seicentesca, da Caravaggio a Le Nain senza dimenticare i Fiamminghi o gli effetti luministi delle acqueforti di Rembrandt, che Segantini conosceva. L’aggiunta in questa opera di oro in polvere, incorporato all’impasto fresco, crea nell’ambiente un suggestivo luccichìo. Fontanalba di Fornara è il capolavoro che conclude il ciclo dedicato all’alpeggio estivo della valle Vigezzo, dove il pittore trascorse le estati dal 1903 al 1905. Fornara, seguendo i dettami della tecnica segantiniana, raffigura la sua valle sottolineandone la diversità dall’Engadina, ispiratrice del maestro Segantini. Il dipinto di Longoni, Riflessioni di un affamato, è tipicamente divisionista, e traduce con forza la diseguaglianza sociale in una città in cui i poveri aumentano esponenzialmente in funzione dell’arricchimento dei pochi.
La quarta sala è dedicata a Pellizza da Volpedo, con cinque opere fondamentali nel percorso dell’artista: “Il ponte” (1893-1894), “Il roveto (Tramonto)”, (1900-1903), “La processione” (1893-1895), “Sul fienile” (1893-1894) e “Nubi di sera sul Curone” (1905-1906). Il ponte è considerato il primo dipinto pienamente divisionista di Pellizza. Sul Fienile viene ideato nell’estate 1892, osservando di fronte allo studio il fienile di casa in ombra mentre al di là di quella struttura si estendeva la campagna luminosa. Pellizza sviluppò l’idea della fine di una vita contrastante con la natura che si rinnova. Il dipinto ritrae un operaio agricolo senza dimora che si ritrova a finire i suoi giorni sul giaciglio di paglia del fienile.
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Molto belle le opere esposte nella quinta sezione, che immergono i visitatori nell’atmosfera ovattata e silenziosa della neve, con i paesaggi di Segantini, Fornara, Cesare Maggi, Morbelli, Matteo Olivero, Pellizza e Tominetti. Particolare il paesaggio lirico “La neve. Crepuscolo invernale” (1906) di Pellizza, tra gli ultimi realizzati dall’artista. Il 14 giugno 1907, non reggendo al colpo della morte della moglie e del figlio neonato, il pittore si sarebbe impiccato nel suo studio.
Nel corridoio di accesso alla sesta sala troneggia il grandioso “Migrazione in Val Padana” (1916-1917) di Previati. Il dipinto raffigura un tramonto autunnale della campagna ferrarese, come un ritorno all’infanzia, alla propria terra. Altre opere di Previati esposte sono “Le tre Marie ai piedi della croce” (1888), mai più visto dal 1920, “Il magnifico trittico Sacra famiglia” (1902) e Il vento o Fantasia (1908) prestato dal Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera.
Il percorso continua con sette disegni di Segantini, tra cui Ave Maria sui Monti (1890), Vacca bianca all’abbeveratoio (1890) Rododendro (1898) e La natura, disegno di presentazione (1898). Queste opere su carta, eseguite in casa, durante le lunghe serate o giornate rigide in cui non era possibile lavorare all’aperto, andavano a colmare il vuoto di olii già venduti, divenendo a loro volta una vera e propria collezione.
L’ultima sezione della mostra documenta l’evoluzione del Divisionismo nei primi decenni del Novecento con opere dei principali interpreti: “Primavera della vita” (1906) e “Sorriso del lago” (1914) di Longoni, “Alba domenicale” (1915) e “Meditazione” (1913) di Morbelli, e “Sole e brina” (1905-1910) di Nomellini, “Ora radiosa” (1924-1925) di Fornara, cui si aggiungono tele di divisionisti meno noti quali Angelo Barabino, Carlo Cressini, Cesare Maggi, e Matteo Olivero. Molto bello, di Filiberto Minozzi, Scoglio a Bordighiera – “Mareggiata” (1908)
La grande tela Baci di sole di Nomellini, raffigura la moglie e il figlio Vittorio immersi in un’atmosfera luminosa ricca di vegetazione che ricorda i colori di Renoir e Monet. Una mostra da non perdere nella cornice del Castello Visconteo Sforzesco di Novara, ricco di storia e ristrutturato per seguirne la vocazione museale, come sottolineato dal sindaco di Novara Alessandro Canelli, che ha scelto come obiettivo del suo mandato quello di promuovere ad ampio spettro lo sviluppo della cultura nella sua città.
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“due minuti di arte”

IN DUE MINUTI VI RACCONTO LA STORIA DI AMEDEO MODIGLIANI, ARTISTA ROMANTICO E BOHEMIAN.
di Marco Lovisco
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Ci sono vite che sembrano venute fuori da un romanzo, in cui il genio, la follia, la passione, la malinconia e la malattia compongono una melodia immortale, come La bohéme di Puccini.
Ecco: la vita di Amedeo Modigliani somiglia a quest’opera teatrale.
Lui è bello, dotato di grande talento ma molto povero in una Parigi ricca di grandi artisti e di notti da vivere senza alcuna ricchezza se non la passione e la fame di vita, vissuta tra grandi bevute, amicizie profonde e belle donne. È per questo suo modo di intendere l’esistenza che molti amano Modigliani ma non è questo ciò che lo ha reso immortale. Mi piace ricordare il grande Modì non tanto per il suo temperamento irrequieto quanto per i suoi ritratti languidi e per quel modo con cui è riuscito a cogliere la bellezza rendendola immortale. Mi piace ricordarlo per i suoi colli sinuosi e per quegli “occhi a cui ha tolto l’età”.
Vi racconto tutto questo in due minuti (di arte).
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1.
Amedeo Modigliani (1884-1920), soprannominato “Modì” o “Dedo” è uno dei più importanti artisti italiani del Novecento. Pittore e scultore, Modigliani è considerato l’icona dell’artista romantico e maledetto: bello, geniale, povero e passionale.
2. Cuore grande e corpo fragile: Modigliani non ha mai goduto di buona salute. A 14 anni contrae una febbre tifoide e due anni dopo si ammala di una forma grave di tubercolosi che condiziona tutta la sua vita costringendolo nel 1914 (circa) ad abbandonare la scultura per evitare di respirare le polveri scaturite dal processo di lavorazione.
3. Modigliani nasce in Italia, a Livorno ma già a ventidue anni (nel 1906) si trasferisce a Parigi per vivere in una comune di artisti situata nel quartiere di Montmartre, all’epoca cuore pulsante delle avanguardie grazie ad artisti come Picasso, Matisse, Utrillo e Diego Rivera.
4. Molti hanno descritto Modigliani come un ragazzo timido e silenzioso ma al contempo impulsivo, capace di diventare aggressivo per motivi apparentemente futili. È nota la sua passione per l’alcol e le donne ma gli amici lo ricordano soprattutto come una persona con un grande temperamento che lo porta a compiere azioni di eclatante generosità e coraggio o atti biasimevoli come le chiassose liti ubriache con l’amico e pittore Utrillo, che spesso costringevano i gestori dei caffè di Montparnasse a cacciarli in strada.
5. La prima mostra di Modigliani nel 1917 dura solo poche ore, il capo della polizia di Parigi, scandalizzato dai celebri nudi distesi ritratti dall’artista decide di farla chiudere per oscenità.
6. I colli lunghi e flessuosi, gli occhi sottili che osservano l’infinito e le mani sul grembo, in attesa. I ritratti di Modigliani colpiscono per la capacità di catturare con pochi semplici tratti l’essenza dei suoi soggetti, arricchendola di un’eleganza senza tempo. Pare che Modì impiegasse molto poco ad eseguirli: due, tre sedute di posa al massimo.
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7.
Modigliani muore a soli 36 anni a causa di una meningite tubercolotica. Lo trovano agonizzante nel letto i suoi vicini di casa, aggrappato a Jeanne Hébuterne, la giovane moglie al nono mese di gravidanza. Le sue spoglie vengono sepolte al cimitero parigino di Père Lachaise. I compagni fanno una colletta per pagargli le esequie.
8. Alla notizia della morte dell’amato, Jeanne si suicida lanciandosi nel vuoto, uccidendo sé stessa e il figlio che porta in grembo. I genitori di Jeanne, che non avevano mai approvato la relazione con il controverso Modigliani, la fanno seppellire nel cimitero parigino di Bagneux, solo nel 1930 i suoi resti vengono riav- vicinati a quelli dell’amato, custoditi nel cimitero parigino di Pére Lachaise. Il suo epitaffio recita: “Devota compagna sino all’estremo sacrifizio”.
9. Alla vita di Modigliani sono dedicati numerosi film, come lo sceneggiato Modì, prodotto dalla Rai nel 1990 e I colori dell’anima – Modigliani, film del 2005 con Andy Garcia nelle vesti dell’artista (in cui la storia dell’artista appare però molto romanzata). Alla vita di Modigliani è dedicato anche un album di Vinicio Capossela: Modì e un bel libro di Corrado Augias.
10. Anche dopo la sua morte Modigliani fa parlare di sé: suscita scalpore infatti nel 1984 il caso delle false teste di Modigliani, sculture ritrovate nel Fosso Reale dove, secondo la leggenda, l’artista le avrebbe lanciate perché criticate da alcuni amici artisti. Molti critici si affrettarono ad esaltare la bellezza di quelle opere che poi si rivelarono dei falsi clamorosi. Il cantautore Caparezza parla di questa vicenda in una delle sue canzoni: Teste di Modì.
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I messaggi dell'anima nelle opere simboliche di KARIMA LARABA

di Svjetlana Lipanović
La prestigiosa Galleria della Biblioteca Angelica ha ospitato dal 2 al 12 ottobre, nella Città Eterna una splendida mostra intitolata “La Maschera e il vortice” a cura di Giuseppe Ussani d’Escobar, critico d’Arte con cui l’artista algerina Karima Laraba si è presentata al pubblico romano. Le opere di una rara bellezza, esposte negli ampi spazi della Galleria, hanno raccontato tramite immagini luminose e installazioni enigmatiche l’universo simbolico creato dalla pittrice, colmo di significati nascosti.
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Nata in Algeria, vicino al mare, già nell’infanzia felice scoprì il suo grande innato talento per la pittura. Frequentò “Les Boeaux-Arts d’Alger” per perfezionarsi, prima di cominciare ad esporre con successo in patria. La seconda tappa del suo percorso artistico è Parigi, il celebre quartiere di Montparnasse in cui nel suo atelier ha sperimentato varie tecniche pittoriche: ad olio, acrilico, acquerello, tecnica mista, disegno a mano libera, gessetto, carboncino, pastelli. Inoltre, ha realizzato innumerevoli decorazioni pittoriche adoperando la tecnica dell’affresco e della pittura a calce, oppure il trompe l’oeil. La sua creatività si è espressa anche nelle sculture realizzate in gesso e in cartapesta con assemblaggio dei diversi materiali ricercati. La stessa pittrice si definisce “come un tramite attraverso cui fluiscono le ispirazioni, le emozioni forti che simili a un vortice si trasformano nelle sue opere”. Per lei creare, significa respirare, vivere, cogliere con l’attenzione le bellezze e gli orrori del mondo in seguito immortalati sulle tele per trasmettere agli spettatori un messaggio scritto nel linguaggio universale dell’arte.
La mostra allestita a Roma, racchiude come in un prezioso scrigno le più rappresentative creazioni frutto delle esperienze e delle ricerche passate. Ogni tela, ogni scultura visibile è un racconto che tra il sapiente uso dei colori, delle luci e dei vari materiali ci parla in modo silenzioso delle attuali tematiche, spesso dram- matiche della società contemporanea. L’artista con la sua sensibilità ed immaginazione intuisce l’avvicinarsi della apocalisse che potrebbe distruggere il nostro fragile mondo, l’armonia della natura profondamente offesa dallo sfruttamento e dalla incuria del genere umano. Una vera denuncia è l’opera che parla dei paesaggi desolati in cui “Non c’è più niente da pescare”, mentre si nota su un altro quadro, il gruppo dei sopravvissuti alla ricerca del mondo nuovo. Le sculture con i perfetti visi impenetrabili delle maschere bianche sono la personificazione di vari mali nascosti che divorano la società. “Il mistero dei fiori di Giano”, con la sua maschera bifronte è una accusa forte al consumismo sfrenato. La maschera da una parte ingoia la plastica, mentre sul lato opposto si nota la bocca piena dei fiori contaminati fatti dallo stesso materiale che inquina la natura. La ricerca spasmodica della bellezza eterna si è materializzata nella maschera di cartapesta e il manichino biodegradabile intitolato “L’ossessione della bellezza”. Un'altra scultura inquietante è il manichino attorniato da libri con le sembianze celate dalle garze, il simbolo dell’umanità in ginocchio davanti a un sempre più crescente degrado culturale. “L’angelo della pace” si intravede nel fondo bianco come un accenno della speranza, simile alle luci che sono sempre presenti anche nei quadri più tenebrosi e con le tematiche più complesse, perché la luce della speranza, secondo la pittrice non si deve spegnere - mai! Con queste installazioni simboliche, la pittrice si avvicina alla Pop Art rappresentata da George Segal e alla Funk Art americana di cui Edward Kienholz è uno dei maggiori esponenti, ed anche a Joseph Beuys.
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Una delle caratteristiche affascinanti nelle opere di Karima Laraba, oltre l’eccezionale padronanza del colore è la luce che si sprigiona dall’interno delle tele creando una atmosfera rarefatta, sognante fatta di mille sfumature. Particolarmente nei paesaggi, i quadri richiamano il grande pittore inglese Turner, maestro insuperabile delle atmosfere suggestive. La pittrice si lascia travolgere dalla natura, dalla potenza di elementi che la dominano, dalla struggente bellezza del creato. Così nasce “L’onda” un inno all’indomita potenza del mare, “Autunno” una sinfonia delle foglie spazzate dal vento, “Unione della forza nella luce” omaggio alla Regina natura. Algeria “il locus amoenous” è rappresentata con la riva del mare, da cui l’artista è partita per approdare prima nella capitale francese e successivamente a Venezia ritratta nel quadro “La Venezia nel vetro”. Il richiamo irresistibile dell’acqua un elemento rigeneratore, avvolgente, tranquillizzante con cui si sente in simbiosi l’ha portata nella città lagunare dove ha aperto il suo atelier “Myosotis Karima arte”, una vera fucina di creazioni eccellenti, tutte da decifrare. Finora, la pittrice oltre ad esporre nel suo atelier, ha partecipato a diverse Mostre e Rassegne d’Arte, presso gli spazi espositivi sparsi nel mondo:
Consolat Général d’Algérie à Paris “La Baix d’Alger”, “Collettiva di Artisti Algerini” presso l’Ambasciata degli Stati Uniti in Algeria, nel 2000, “Omage a Edouard Mac Avoy” Maison de la Radio-Peintres Du Spectacle-Association Charles Bassompierre a Parigi, “L’autre” Cercle National Des Armées, a Parigi nel 2009, “Tra il Reale e l’Irreale” Spazio Bianco nel 2012, a Venezia, dal “La Maschera e il Vortice” presso la Galleria della Biblioteca Angelica, nel 2019 a Roma. Le mostre elencate sono visibili su internet: http:// www.bibliotecaangelica.beni culturali.it/index.php?it/208/archivio-eventi/313/karima-laraba-la-maschera-e-il-vortice
www.cnaparis.com
www.consulat-paris-algerie.fr.
L’immenso potere immaginativo, con cui si distingue ogni vero artista, unito al talento, alla preparazione, all’impegno costante e appassionato porteranno senza dubbio Karima Laraba a lasciare un segno indelebile nel mondo dell’arte, con i suoi messaggi dell’anima nascosti nelle sue opere simboliche.
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Dal Baltico al Mediterraneo Mostra di Silvana Gatti e Dimitri Kuzmin

A cura di Massimiliano Bordigoni Denaro
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Le brume, che si levano sulle vaste distese, quasi infinite, delle acque del mar Baltico; quel pallore soffuso, mitigato, nel corso dell’anno, soltanto dal “Sole di Mezzanotte” con le sue “notti bianche”, che tanto bene traspone nelle sue opere l’eccelso pittore Ivan Konstantinovic Ajvazovskij, buon amico di William Turner (e nella fedele copia eseguita da Dimitri Kuzmin, una delle opere del romantico maestro armeno – in cui è ritratta una veduta di San Pietroburgo - è esposta in mostra; mentre notiamo che Dimitri Kuzmin – la cui famiglia è originaria di quella città baltica - ha da sempre amato raffigurare vedute e scorci della prediletta Venezia); quella sorta di raccolta, ovattata intimità, che scaturisce dalla simbiosi con l’elemento acquatico, ci sembrano strettamente legate, anzi, persino ci convincono di poter rappresentare il movente primordiale, più vero ed impercettibile, che contribuisce a forgiare un importante aspetto del carattere, che si sostanzia anche quale idem sentire, proprio a non pochi tra coloro che hanno vissuto attorno a quelle sponde nordiche. Sospingere, cioè, il proprio spirito in alto, oltre il limite segnato dalla dimensione del sensibile. Quelle particolari condizioni climatiche, geografiche, ambientali, psicologiche, hanno, per la loro parte, a nostro parere, concorso ad influenzare personalità, divenute giganti della letteratura, piuttosto, meglio, della cultura universale.
Una fra esse, certamente, può ravvisarsi in Fedor Michailovic Dostoevskij, celebrato romanziere e uomo dal finissimo pensiero; che quasi compendia il contatto dell’ancestrale spiritualità dell’anima russa con il nichilismo dell’era moderna.
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“L’inferno è la sofferenza di non poter più amare” – proclama lo starec Zosima ne “I fratelli Karamazov” (e Dostoevskij, mediante gli insegnamenti insiti nelle parole di questo suo personaggio, in fondo, potrebbe essere ritenuto egli stesso uno starec, una guida spirituale…).
La frase è famosa, colma di significato nella sua laconica semplicità. E molto attuale. Quanti, aimé, ci sembra di veder vivere in questa tormentosa tortura, dannosa per l’anima (l’amore è tutto, è lo scopo della vita stessa - ed invero esso non pare, in sé, circoscritto neppure all’amore verso qualcuno o qualcosa in ispecie, potendo invero sublimarsi in altro di superiore magnitudine…), magari ignari ovvero incoscienti, e nonostante l’esteriorità dei sorrisi, in verità molto di moda ai nostri giorni, in cui vige l’imperio – ormai assoluto quanto fatuo - dell’apparire sull’essere (eppure, rimedio efficace già sarebbe il ricorrere alla saggia massima, per cui in medio stat virtus…).
Mentre uno spirito indubbiamente capace di amare - digradando di latitudine, dal Baltico verso Sud, verso l’altro mare, l’altro termine del binomio che ha dato luogo al titolo della mostra, l’assai più luminoso e caldo Mediterraneo - e che, immediatamente, guardando le tele, ben prima quindi di ricevere conferma facendone personale conoscenza, ci ha trasmesso questa impressione, è personificato da Silvana Gatti.
Già altrove, abbiamo descritto ed offerto una interpretazione dei molteplici significati che ravvisiamo nelle opere di Silvana Gatti. Infatti, abbiamo potuto curare, recensire e presentare una sua personale in Versilia, a Forte dei Marmi, lo scorso anno (e, peraltro, è in quella occasione, che i due artisti in mostra si sono conosciuti; e, avendo recensito e presentato, quest’anno, due mostre di Dimitri Kuzmin – poliedrico artista italo-russo, il quale, oltre a dipingere, è ottimo scultore nonché maestro iconografo, dedicate a Leonardo da Vinci, nella ricorrenza dei cinquecento anni dalla scomparsa, dove egli ha esposto anche alcune copie di opere leonardesche, tra cui una “Gioconda”, è perciò motivo di grande soddisfazione la liaison artistica che si è quindi venuta a creare, indubitabile causa prima della presente mostra).
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E, come allora abbiamo avuto modo partitamente di mettere in luce, il Mediterraneo, in relazione ad alcuni specifici a- spetti che esso esprime, è senza alcun dubbio una delle precipue fonti di ispirazione dell’artista torinese.
Ma in numerose sue tele abbiamo colto, quale sentimento spassionato, pieno, quindi affatto materno, anche un altro elemento: l’amore per l’ ”altro”.
In una accezione, tuttavia, più ampia, che oltrepassa il concetto di semplice amore per il prossimo. Esso appare, invece, come rivolto ad abbracciare chi voglia fuggire da una situazione di sofferenza, certamente dettata da condizioni di mero ordine materiale (tematiche spesso presenti nei suoi dipinti, in quanto cogenti nella loro rude attualità), bensì anche scaturente da ragioni più profonde, radicate nell’inconscio e perciò comprensibilmente più subdole: tutti costoro si trovano innanzi un ostacolo immane da superare, il mare con la sua vastità. Forse, quel mare, ed il necessario viaggio da affrontare per giungere alla meta anelata, potrebbe anche rappresentare l’effigie della metafora di un viaggio interiore; un viaggio intrapreso dal viaggiatore alla ricerca di sé stesso, del proprio “sé”.
Parimenti ad un labirinto, simile a quelli sovente raffigurati nell’iconografia medioevale, da percorrere, anche soltanto per mezzo della mente, in luogo di un pellegrinaggio purificatore e rigeneratore in Terra Santa oppure a Santiago di Compostela. Ma abbiamo in precedenza anche illustrato come in alcune opere di Silvana Gatti sia evocato, a nostro parere, un altro importante simbolo. La “Grande Dea” mediterranea, la “Dea Madre”, rappresenta quel simbolo. Stipite di tutte le divinità, come di tutti gli uomini, essa era oggetto di profonda venerazione, con diversi nomi, per tutti i popoli che vivevano nel bacino del Mediterraneo. Una divinità, invero, anche strettamente legata all’elemento “acqua” (il che probabilmente trova una eco ancora in età storica, con figure femminili divine o a cui comunque vengono ascritti caratteri magici - come ninfe o fate, poste in relazione a fonti, laghi, fiumi, corsi d’acqua). Ed è intuitivo il rapporto tra l’elemento acqueo e l’elemento femminile, dotato della capacità divina di generare la vita.
Ciò, fino all’avvento di stirpi guerriere, instauratrici di una struttura patriarcale, pertanto diametralmente opposta a quella indigena, della società.
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Evento che – ed è questa una nostra personale convinzione – potrebbe essere stato determinante nel sancire la fine della cosiddetta “Età dell’oro” (l’Aurea Aetas, di cui narrano gli antichi), un tem- po, come tutti sanno, contrassegnato dalla pace; quindi una antica, pacifica era di felicità e prosperità. Ed in quella simbologia, che Silvana Gatti trasfonde nelle sue tele con un sapiente, misurato uso del colore (che ci suggerisce altresì rimembran- ze circa la teoria di Goethe sul colore, fatto di “luce” e “buio”, a nostro sommes- so avviso, almeno filosoficamente veridica, in quanto l’esistenza tutta, vita uma- na in primis, a ben guardare, è permeata dall’inscindibile coppia “chiaro/scuro”, termini opposti, contrari solo in apparenza; concetto assai ben reso dalla “scacchiera”, che possiamo incontrare nella scienza araldica), e con nuances ottenute mediante pennellate leggiadre e mai troppo materiche, amiamo cogliere anche un positivo auspicio, un augurio per un non lontano futuro, apportatore di un ritorno a quell’epoca aurea, dominata dalla pace.
Ecco, quindi, che congiungendo idealmente i due mari, in questo itinerario da Nord a Sud (che può comunque, allo stesso modo, utilmente svolgersi nella opposta direzione, da Sud verso Nord), da un Sole fioco e velato ad un Sole sgargiante e potente, dalle nebbie evanescenti alla luce vivida, dalle più fitte oscurità invernali allo splendore accecante dell’estate, il cerchio si conclude in perfetta geometria, in una proporzione aurea, che induce ad evocare ancora Dostoevskij, ed un’altra sua frase assai celebre, che peraltro, in modo molto naturale, si lega al campo dell’arte. “La bellezza salverà il mondo”, viene riferito più volte nell’ “Idiota”, da diversi personaggi, attribuendo quelle parole ad un protagonista di quel romanzo (una figura cui forse è assegnata una funzione escatologica), il principe Miskin. E ognuno è consapevole del potere indubbio che l’arte, quindi l’artista, ha di suscitare la “bellezza”.
Ma, in proposito, dobbiamo notare che, nella lingua russa, la parola “mondo” si esprime con la parola “mir”. E “mir”, in quella lingua, ha anche un altro significato: “pace”…
Presso il Chiostro dell'Annunziata
via Po 45 - Torino
Inaugurazione il 7 febbraio 2020 ore 17.00
Sino al 13 febbraio 2020
dalle 10.00 alle 12.00;
dalle 15.00 alle 19.00
Massimiliano Bordigoni Denaro
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Nel segno della Musa.

“Ritratti d’artista”
Maestri del ‘900
Alessandra Bonoli. Una ricerca artistica e antropologica che viene da lontano. E che da sempre indaga i misteri del sacro attraverso lo studio in lontani siti archeologici delle geometrie di antiche civiltà del passato. Nascono così le sculture di Alessandra Bonoli, artista faentina apprezzata a livello internazionale.

Come e quando avviene il suo incontro con l'arte e come nasce il suo percorso da scultrice?

«Mio padre lavorava con il marmo e una sera, avrò avuto più o meno 8 anni, tornò a casa con un piccolo pezzo di marmo chiaro, grezzo e mi disse “Sandra, ci sono stati uomini, erano grandi artisti del passato, che da una pietra hanno creato sculture che respirano”. Io non capii bene il concetto, ma questa frase mi incuriosì e mi ronzò per anni nella mente. L’idea che ci fossero stati artisti così bravi mi spinse a guardare la storia dell’arte. Dico, guardare, perché da bambina soprattutto sfogliavo i libri, in cerca di sculture ‘vive’. E’ così che iniziò il mio primo approccio con l’arte che divenne, poi, un grande amore per l’archeologia. Un amore che mi spinse a viaggiare non come turista, alla ricerca di mondi perduti, alla ricerca della nostra origine, della cultura umana diramata in molteplici e complesse tradizioni. Fin dall’inizio sono stata attirata dall’insieme, ossia dallo spazio della costruzione, nei suoi rapporti tra pieni e vuoti e non dalla forma in sè. Un’opera scultorea, infatti, è soprattutto spazio nello spazio, massa nel vuoto, movimento nell’aria. Quando parlo di opere scultoree mi riferisco anche all’architettura ed in particolare alle architetture sacre dell’antichità, che erano complessi sistemi scultorei abitabili, le cui strutture matematicamente formali, non tralasciavano il sapere universale dei simboli. Quando mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti ho scelto il Corso di Pittura con il professor Concetto Pozzati, in quanto insegnante non tradizionale. Con lui tutte le arti potevano concentrarsi in un unico linguaggio e, questo, era il tipo di ricerca che intendevo percorrere. A quell’epoca ho sperimentato vari materiali e tecniche. Conclusi gli studi è iniziata la mia vita di viaggiatrice instancabile, ma che già aveva avuto qualche precedente. Durante i viaggi i miei taccuini annotavano antiche scritture, simboli, architetture, sensazioni, visioni, suoni e odori da cui, poi, prendevano forma i miei pensieri fatti di parole e di tracciati grafici. Alcuni miei disegni scritti (testi poetici) sono stati musicati dal compositore tedesco Hans Jurgen Gerung e presentati in varie occasioni (ultimamente nel duomo di Costanza). In conclusione, le mie sculture nascono dagli abissi del passato, dal ‘dimenticato’, dalla natura che ci circonda e mi sento come un albero con le radici ben piantate in terra verso mondi sepolti ma con i rami proiettati nell’infinito cielo».
Impronta digitale 1998 cemento blu
Agli esordi della sua carriera come venivano percepite le artiste che si dedicavano alla scultura?

«Onestamente non ho mai avuto nessun tipo di problema e non sono stata mai trattata in modo differente rispetto ad un artista maschio. Ho cercato d’imparare a lavorare vari materiali tra cui quelli tipicamente maschili, dalle pietre ai metalli, perché senza l’esperienza tecnica non potevo progettare e, nelle officine o nei laboratori in generale, ho ricevuto sempre molta collaborazione e rispetto, anche se suscitavo tanta curiosità. In poche parole erano contenti che una donna fosse interessata ad entrare in ambiti solitamente relegati agli uomini. C’è da dire che quello degli anni’70 e ‘80 fu un bel periodo, pieno di fermenti culturali, di trasformazioni sociali, di illusioni e gli artisti tendevano ad unirsi in gruppi per organizzare eventi, scelte stilistiche o percorsi sperimentali e le artiste avevano lo stesso spazio dei loro colleghi. Non mi pare che le artiste venissero considerate figurine inferiori. A volte, però, è capitato che qualcuno pensasse di poter ‘approfittare’ del proprio ruolo per far credere di aprire certe porte al mondo femminile con mezzi biechi ma, fortunatamente, questi sono stati rari personaggi. Solo mentalità retrograde possono pensare che una donna artista, in quanto fuori da canoni ordinari e aperta a nuove esperienze, possa essere di facili costumi, travisando il concetto di libertà, di ricerca e sminuendo il valore stesso della donna. Per quello che ho vissuto io penso che le persone vedessero le scultrici come esseri inusuali e un pochino matte, forse anche in funzione della fatica fisica che la scultura comporta. In generale mi sono sentita sostenuta e molto aiutata da chi era fuori dai giri dell’arte, dalle persone comuni che mi regalavano arnesi e materiali o mi ospitavano nelle loro officine insegnandomi i trucchi del lavoro oppure, durante i trasporti e nelle preparazione degli imballaggi, si offrivano per darmi una mano. Nella testa di chi, invece, operava nel mondo dell’arte c’era l’idea che una donna artista potesse essere ‘precaria’, ossia essere un bagliore luminoso in prossimità di spegnersi con la nascita dei figli. Questo può anche essere accaduto, in fondo l’Italia non è nemmeno oggi un paese culturalmente avanzato capace di difendere le categorie femminili (senza le condizioni difficilmente si possono ottenere spazi operativi specifici, così come avviene nel nord Europa), ma non si può nemmeno generalizzare».
Magnete 2010 acciao h.cm.600
Da allora cosa è cambiato ?

«Forse in Italia non è cambiato molto anche se i confini si sono ampliati. Ci sono, comunque, più artiste rispetto a un tempo ma vedo che si orientano soprattutto verso paesi esteri. Il mondo dell’arte oramai va oltre i confini, nei giovani la mentalità è cambiata, si è mescolata come le lingue e le esigenze guardano altrove, specialmente in ambito economico. Per proporre il proprio lavoro a livello internazionale l’inglese ha preso il sopravvento e la lingua italiana scomparirà in poco tempo ma, con lei, anche tutta la sua poesia, come l’originalità che distingueva il nostro paese. Salvo in qualche caso, oggi la ricerca artistica maschile o femminile, è praticamente uniforme. Però, nonostante tutto, qualche remora ancora c’è; un pensiero così stupido e limitato da farmi veramente arrabbiare. Infatti, parlando delle poche artiste che utilizzano un linguaggio espressivo lontano dai merletti di pizzo, a volte sento il commento che queste ‘vorrebbero imitare i maschi’, scegliendo il peso di materiali duri. Ma questa, credo, essere una questione d’intelligenza e di cultura perché, prima di giudicare una scelta operativa, si dovrebbe analizzare innanzitutto la poetica del lavoro, capirne i contenuti e quindi il perché di quel dato materiale e non di un altro. In tutti i modi, mi pare un’assurdità che mi fa sorridere, il fatto che ancora oggi si possa pensare che esistano lavori adatti per i maschi ed altri adatti per le femmine. Un po’ da terzo mondo».
Le sue opere sono prevalentemente di grande formato ovvero monumentali, oltre ad essere realizzate in materiali pesanti, come ferro e cemento. Un lavoro piuttosto impegnativo per una donna, o no?
«Mio padre mi ha sempre detto che i maschi e le femmine sono uguali e quindi quello che manualmente sa fare un uomo lo può fare anche una donna e, per questo, non mi sono mai fatta problemi di tipo pratico. Ho semplicemente voluto sperimentare dei materiali e delle tecniche che mi incuriosivano e che mi davano la possibilità di costruire nella realtà le forme nate dentro alla mia testa, in un bellissimo passaggio dalla leggera trasparenza dell’idea alla pesante presenza della materia. Ma la cosa curiosa è che mentre nel mio immaginario, durante le fasi del concepimento, intuisco le forme cogliendone il peso quando, invece, le vedo realizzate mi appaiono leggere come piume, anche se pesano dei quintali. Comunque, se la sua domanda sottintende che per una donna può essere faticoso, le confermo di sì. Ma le confermo anche che lo sarebbe altrettanto per un uomo. D’altra parte le mie forme possono sì, funzionare piccole, ma nascono per essere da esterni, monumentali perché abitabili, strutture in cui entrare e per questo devono essere per forza stabili, realizzate con materiali resistenti agli urti e adeguati alle intemperie».
Lei ha scelto di esprimersi con materiali nettamente diversi dalla terracotta, nonostante sia una faentina doc e Faenza una delle massime eccellenze a livello internazionale nel campo dell'arte ceramica. Quali i motivi di questa sua scelta?
«E’ solo un problema tecnico. Inizialmente ho anche lavorato con l’argilla, poichè le costruzioni tridimensionali di allora richiedevano un materiale plastico come lei. A volte lasciavo le sculture crude, in quanto l’idea dell’oggetto precario le avvicinava maggiormente alla realtà umana. Alla fine degli anni ’70 costruivo dei percorsi facendo stampi in gesso sulle formazioni argillose dei calanchi faentini. A quel tempo il mio lavoro era legato, in parte alla Land Art, in parte all’Arte Narrativa francese o all’Antropologica. Con questi lavori nel 1978 partecipai anche ad un Concorso Internazionale della Ceramica di Faenza e, nel 1979, a Fagnano Olona Varese con la collettiva “L’uso creativo della ceramica”. Successivamente ho utilizzato la pietra arenaria e la pirofila con fanghi colorati. In un secondo tempo, invece, ho unito alla terracotta il cemento colorato oppure il ferro. Man mano, nel tempo, il mio lavoro ha preso una piega sempre più essenziale e, la terracotta, non poteva darmi quel tipo di risultato formale, soprattutto per le grandi dimensioni e anche per via dei ritiri in essiccamento. Questo fu il motivo per cui la lasciai da parte ed iniziai ad usare principalmente il cemento colorato, nero o blu. Poi, data la fragilità del cemento, sono passata prevalentemente al ferro, con il quale posso tranquillamente realizzare sculture di grande dimensione muovendole senza problemi con i carri ponte o le carrucole. Non è detto che prima o poi non torni ad usare l’argilla, come pure la pietra».
Oblò 1986 terracotta e cemento nero h.cm.145
Quali i moventi artistici ed esistenziali della sua arte. Quale la poetica che fa da filo conduttore al suo lavoro e che maggiormente lo caratterizza?

«Dal 1980 la mia ricerca si è orientata soprattutto verso lo spazio tridimensionale, forse per il bisogno di entrare fisicamente dentro all’opera. Una proprietà, questa, che la pittura non poteva offrirmi. L’imponenza architettonica dell’antica “Geometria Sacra”, la cui solidità ben piantata a terra pare mettere radici, mi ha da sempre affascinata. Quelle architetture così pesanti, erette all'eternità, appaiono però pronte a volare, così matematicamente universali, così luoghi di visione spuntati dal tessuto del nulla, entrano in perfetta sintonia con lo spazio e sembrano già essere esistite prima ancora della loro costruzione, materializzando il trasparente. Questa lezione antica è stata il mio primo punto di riferimento; l’inizio da cui partire. Nella mia ricerca la scrittura ha sempre accompagnato in parallelo la costru- zione degli spazi. Parlo di spazi perché non concepisco la scultura in quanto corpo da guardare ma in quanto luogo in cui entrare; istintiva proiezione dell'immaginario costituita da precise leggi numeriche, le stesse che plasmano anche le più semplici manifestazioni naturali. La scultura, quindi, non come possibile architettura nello spazio ma come possibile architettura dello spazio, quasi a ripercorrere i tragitti intangibili della struttura cosmica della quale, ovviamente, l'essere umano ne è parte integrante. Considero le mie poesie 'disegni scritti', una sorta di appunti utili per la costruzione interiore delle forme. Non sono, quindi, forme con un significato ma forme pensanti, animate da una vita propria racchiusa nel loro interno, come ci fosse un cuore nascosto. Il mio è stato un percorso solitario, in una dimensione simile a quella del bosco, dove la tana è il rifugio sicuro, fatto di silenzio e di oscurità. L’essenziale formale non rappresenta, per me, un concetto minimalistico riduttivo ma, al contrario, manifesta il valore fondamentale della struttura stessa nella sua essenza pura di forza vitale, ripulita da ogni fronzolo decorativo; un’inutile deviante aggiuntivo».
Che ne pensa delle arti visive di oggi. Le tecnologie che avanzano sono utili a sollecitare la creatività artistica o invece, come pensano molti suoi colleghi e maestri del 900, rischiano di diventare al contrario strumenti di appiattimento e massificazione dell'arte?
«Sicuramente anche quando fu inventata la fotografia ebbero da polemizzare sul lavoro degli impressionisti o dei divisionisti e così via di fronte ad ogni innovazione o scoperta. Tutto dipende dal modo in cui si usa una tecnologia e, per quello che mi riguarda, mi sento molto aperta anche verso quel tipo di linguaggio che mi incuriosisce sin dagli anni ’80 purchè, però, non venga utilizzato come effetto speciale per sbalordire o per creare giochini per la massa sempre più attirata dalla ‘trovatina’ del momento. Insomma tutto dipende dal come si utilizza una tecnologia e dai contenuti delle proposte. Delle arti visive di oggi preferirei, comunque, non entrare in merito anche perché è tutto soggettivo».
A cosa sta lavorando in questo periodo?
«Sono in meditazione, mi trovo in una bolla di calma piatta interessante. Sto riguardando altri materiali e mezzi che ave- vo lasciato in sospeso da molto tempo».
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I Tesori del Borgo - Sant'Agata sul Santerno

Antica cittadina di origini estensi della Pianura romagnola, tra Ravenna e Bologna. Dove la storia e le tradizioni convivono in armonia con la modernità e il progresso.
di Amanda Capucci
Sant’Agata sul Santerno con i suoi 3000 abitanti è il secondo comune più piccolo della Provincia di Ravenna e il meno esteso quanto a superficie. Nonostante questo, è un paese di antiche tradizioni e sorge su un’importante via di comunicazione, la via San Vitale che collega Bologna con Ravenna. L’antica Pieve di Sancta Agatha viene fatta risalire al 740; eretta sopra un tempio pagano, compare in diversi documenti di epoche successive. Il paese sorse attorno alla chiesa ed ha sempre portato il nome della Santa Martire di Catania. Per tutto il Medio Evo Sant’Agata fu disputata dai signori locali, trovandosi, suo malgrado, teatro di scontri fra truppe avverse. Una delle date più significative della storia del paese è il 1440. Il 23 settembre di quell’anno, Papa Eugenio IV cedette in feudo alcune terre della Bassa Romagna tra cui Sant’ Agata, agli Estensi di Ferrara per 11.000 ducati d’oro. Il castello assunse quindi il nome di S. Agata Ferrarese, nome che conservò fino all’Unità d’Italia. S. Agata subì la sorte di molti altri paesi della Bassa Romagna: nel 1598, il ritorno nello Stato della Chiesa dopo la dinastia estense, la sottomissione all’esercito napoleonico nel 1796, il ritorno sotto lo Stato Pontificio nel 1815 e, infine, con i plebisciti del 1859, l’annessione al Regno d’Italia. Nel 1863, per Regio Decreto, il paese assume l’attuale denominazione di “S. Agata sul Santerno”. Nel secondo conflitto mondiale il paese venne quasi completamente distrutto dai bombardamenti.
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Il fiume Santerno. La storia di Sant’Agata si identifica con quella del fiume Santerno e il territorio, con il paesaggio, un tempo soltanto agrario, oggi anche industriale, che circonda il paese. Il fiume Santerno nasce nei pressi del Passo della Futa e confluisce, dopo un percorso di 99 Km, nel fiume Reno a Sud della Statale 16 (Ravenna-Ferrara). La confluenza è stata creata artificialmente perché in epoca romana il fiume, giunto in pianura si gettava nelle paludi che caratterizzavano un tempo la Bassa Padana. Il fiume Santerno, almeno nel suo corso inferiore, era navigabile: per questo costituiva un’importante via di comunicazione.
Opere architettoniche: gli edifici legati alla storia
La Torre civica. La torre civica è detta anche Torre dell’Orologio, o “La Porta” perché fu costruita sull’antica porta di accesso al castello medioevale che sorse nei primi secoli dopo il mille. Fonti autorevoli ne attribuiscono l’edificazione ai Faentini. La costruzione era cinta da solide mura che formavano un quadrilatero circondato da un largo fossato detto “La Fossa”. Dell’antico castello non rimase che un torrione, ma pare che ve ne fossero tre, trasformato, poi, nella Torre dell’orologio con ampio arco, “La Porta” che immette nel piazzale della chiesa arcipretale, anch’essa costruita nel recinto del castello. Parte dello spazio circondato dall’antica Fossa costituisce oggi la piazza principale del paese, Piazza Umberto I°. I più recenti lavori di restauro alla Torre, su progetto dell’architetto Mazzotti, furono eseguiti nel 1990. La campana dell’orologio, detta della “ragione” sin dai tempi remoti, certamente già nel 1487, come appare dagli antichi “Statuti” emanati dal Duca Ercole I° d’Este, serviva per chiamare a raccolta i cittadini che governavano il paese e si è conservata fino ai giorni nostri.
Palazzo Comunale. L’epoca di costruzione è incerta, ma si presume che sia dello stesso secolo del castello del quale faceva parte come appare dal Catasto Napoleonico del 1800. Ne sono una prova anche i muri obliqui a scarpata nella base, che come in tutte le rocche era costituita da uno spalto svasato. Le modifiche ed i cambiamenti subiti ne hanno profondamente alterato la struttura originaria. L’edificio, abitazione del Vicario nel periodo estense, è sempre stato usato come sede amministrativa e ristrutturato anche nel dopoguerra perché gravemente danneggiato nella notte del bombardamento alleato. All’interno sono poste le lapidi di illustri santagatesi.
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Villa padronale. già di proprietà del lughese Gregorio Ricci Curbastro, matematico di fama internazionale. Incerto l’anno di costruzione che si colloca sicuramente alla fine dell’Ottocento, sulle strutture di una casa colonica del 700.
Chiesa arcipretale. dedicata a S. Agata V e Martire. L’odierna chiesa fu costruita nel 1881 per volontà di Mons. Ercole Rambelli, arciprete di S. Agata dal 1874 al 1917. Il progetto fu affidato all’architetto Pritelli di Faenza che si ispirò allo stile neoclassico, in voga nel sec. XIX. La pianta è a croce latina, con transetto ed abside semicircolare. La facciata in pietra a vista si sviluppa in verticale, terminando con un frontone triangolare; l’interno è a navata unica con nicchie laterali; Il soffitto a volta termina in cornici dentellate. Nella chiesa ci sono sette altari, il maggiore dedicato a S. Agata. Nell’abside è collocata una pala d’altare con l’immagine della Santa, opera del pittore massese Orfeo Orfei. Le notizie sul precedente edificio abbattuto nel 1881, per far posto all’attuale, sono scarse e frammentarie. Dalle mappe, appare evidente che la chiesa occupava gran parte dell’attuale piazzetta E. Rambelli. Era stata edificata, con ogni probabilità, negli anni 1494-95. Nel 1891 fu costruito il campanile, sempre su progetto dell’architetto Pritelli. Durante l’offensiva delle truppe alleate del 9 aprile 1945, fu cannoneggiato e mozzato. Nel 1951 furono compiuti i restauri.
Cornicione Rinascimentale. Nella parete esterna della sacrestia dell’attuale chiesa Arcipretale, verso occidente, alla sommità si trova un cornicione in cotto del 1494 in stile rinascimentale. E’ quel che rimase del bel cornicione che ornava la vecchia chiesa, la cui facciata era stata progettata dal Bramantino.
Opere pittoriche che si trovano nella chiesa o nella vicina canonica.
Nell’aprile del 1944 la chiesa venne dotata di un nuovo altare maggiore, opera marmorea del faentino Antonio M.Vassura e fu affrescata dal massese Umberto Folli che dipinse la volta del presbiterio con la raffigurazione dei 4 Evangelisti: fu il primo affresco dell’allora giovane e promettente pittore. Si era nel novembre del 1943, in piena guerra, quando iniziarono i lavori di decorazione e di restauro dell’edificio. Il pittore già definito astro nascente dalla critica ravennate, lavorando alacremente impiegò alcuni mesi per decorare la cupola e dipingere i 4 Evangelisti ai rispettivi lati. La Pala d’altare dipinta alla fine dell’Ottocento rappresenta S. Agata Vergine e Martire. Autore Orfeo Orfei di Massa Lombarda. Conservati in canonica ed opportunamente restaurati sono due dipinti su tela che prima del 1933 si trovavano nella chiesa della Madonna dello Spasimo distrutta dalla guerra: San Sebastiano e San Rocco (sec. XVI) di autore anonimo. Sempre alla chiesetta della Madonna dello Spasimo apparteneva il dipinto ad olio su tela (sec. XVII) di San Michele Arcangelo di Domenico Tasselli, che faceva da sfondo alla statua della Vergine del Rosario. Nel 1945 la pala d’altare fu ritrovata fra le macerie della chiesa distrutta. Un’altra pala d’altare rappresenta “San Gregorio, la Trinità con M. Vergine e le anime purganti”. Il quadro detto anche“ il Purgatorio” è del sec. XVIII, autore Andrea Barbiani di Ravenna. Infine, si aggiungano tre dipinti su tela ovale di autore ignoto del sec. XVIII, quello di S. Agata V. e Martire e due tele gemelle con Le nozze di Cana e la Comunione degli Apostoli.
Suppellettili preziose. Fra le numerose suppellettili preziose sono da notare un’acquasantiera del sec XVI, la statua di San Vincenzo Ferreri del sec. XIX, modello Graziani Ballanti di Faenza, arredi sacri in bronzo, candelabri ,calici ostensori, un reliquiario del XVI sec., pianete ed altri paramenti sacri a partire dal sec. XVI.
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Più recenti la Via Crucis di Bartoli e Cornacchia, 14 ceramiche dei famosi artisti brisighellesi e un’ ampia terracotta in ceramica del faentino Riccardo Gatti (195) raffigurante il Battesimo di Gesù, in bassorilievo. Presso il Municipio di S. Agata sono conservati i due preziosi libri degli Statuti (Sec. XV). Sono copie dello Statuto promulgato nel 1487 dal duca Ercole I d’Este, una rara raccolta di leggi per gli “homini di Sancta Agatha”. Uno dei libri, il più antico, è un codice miniato, purtroppo non l’originale del 1487, perché risale a qualche decennio più tardi: è in pergamena elegantemente vergata e ornata con belle miniature a colori fra i quali predominano il rosso e il blu; i caratteri sono in stile gotico. L’altro volume, cartaceo, è manoscritto anch’esso, ma in corsivo e in epoca più recente (1758): fu dettato “verbo ad verbum” dall’abate Andrea Ferdiani, al sacerdote Giacomo Azzaroli, come copia del primo. I due testi sono stati finalmente restaurati su interessamento dell’Amministrazione Comunale, nel 2018.
Beni artistici scomparsi. Convento benedettino cosiddetto delle “Angioline”, Chiesa della Madonna dello Spasimo con campanile gotico risalente al XV-XVI secolo, distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale e mai più ricostruita; ambone della vecchia chiesa rinascimentale che si trova ora nella vicina chiesa di Ascensione con 4 pannelli in bassorilievo, raffiguranti i 4 Evangelisti.
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NELLA SOVRANITA' DEL SILENZIO: dal Nostos all'Archè

Arte e cultura a Sant’Agata sul Santerno (RA)
Qui dove l'immagine solida abita il vuoto, regna sovrano il silenzio, silenzio che unisce le diversità di queste plastiche presenze, che dicono la mistica sospensione delle forme di un immaginario che oltrepassa il tempo.
C'è in queste immagini una ritrovata nostalgia che chiude nel ritorno testa e coda dell'uroburos, circolarità di un continuo che celebra il tempo dell'eterno ritorno.
“Io e un altro” affermava Rimbaud, e queste forme sono il frutto di una alterità ritrovata che noi conteniamo, è una ricerca dell'origine, un salpare verso la sorgente, là dove appare il “ genio del luogo”, là dove controcorrente risaliamo al centro originario degli archetipi.
Queste sculture evocano nel presente un futuro già passato, qui sta il nostos e l'erranza, qui l'archè regna col genius loci sulle peculiarità naturali del territorio, mentre le immagini interpretano i misterici responsi del silenzio, dove il futuro annuncia il passato e il passato dice il presente.
Giovanni Scardovi

SantAgata2

Nella sovranità del silenzio
dal Nostos all'Arche'
Mostra di scultura
21 dicembre 2019/10 febbraio 2020
Sala del Consiglio Comunale
Piazza Giuseppe Garibaldi, 5
Sant'Agata sul Santerno
Espongono
Gianni Guidi
Sergio Monari
Giovanni Scardovi
Sergio Zanni
Mario Zanoni
Info: 348 646 3783
Apertura: da lunedì a venerdì 10,00/13,00, martedì e giovedì ore 10,00/13,00 - 15,00/17,30
1-2-8-9 febbraio 10,00/12,00 - 16,00/18,00
Festivi su appuntamento
Sotto una buona stella
pittura, scultura, design
21/12/2019 - 10/02/2020
Spazio espositivo LOGOS
Piazza Umberto I, 8
Sant'Agata sul Santerno
Espongono
Nicoleta Badalan, Alberto Bambi (Balber), Anna Baraldi, Grazia Barbieri, Giuseppe Bedeschi, Tiziana Bortolotti, Paolo Buzzi, Dina Castagni Nasce', Tiziana Grandi, Laila, Elena Modelli, Maurizio Pilo', Maria Leanna Serri, Giovanni Scardovi, Roberto Tomba, Mario Zanoni
A cura di Marilena Spataro in collaborazione con Alberto Gross
Info 339 7325579
Apertura: da mercoledì a sabato
Ore 16,30/18,30
Altri giorni su appuntamento
Gli artisti di Sotto una BUONA stella, devolveranno parte dei loro eventuali incassi al reparto di Pediatria dell'Ospedale Civile di Imola
Di Versi Per Versi
Reading poetico
Sabato 4 gennaio 2020, ore 17,00
Sala del Consiglio Comunale di Sant'Agata sul Santerno
Partecipano i poeti
Francesca Tuscano
Roberto Batisti
Paolo Melandri
Giovanni Strocchi
Giovanni Scardovi
Conducono la serata la giornalista
Marilena Spataro e il critico d'arte e poeta
Alberto Gross
Gli eventi sono promossi dall'associazione culturale LOGOS e godono del patrocinio del Comune di Sant'Agata sul Santerno, dell’Ausl di Imola e sono realizzati in collaborazioni con Galleria Ess&rrE e Acca Edizioni di Roma
  • Pubblicato in Rivista

Natale d'Arte

Mostra “Natale d’Arte”

al Porto turistico di Roma

L’accoglienza sul territorio romano è molto ricca, fra le tante proposte culturali in città, nel centro, in periferia o sul mare, ci sono offerte per tutte le esigenze.

La Galleria Ess&rrE, situata nel Porto turistico di Roma, di fronte al mare e a pochi chilometri dal sito archeologico di Ostia Antica propone la Mostra “Natale d’Arte” in cui 20 artisti si confrontano per posizionarsi nel panorama nazionale artistico fra le proposte che la Galleria, nella persona del management Roberto Sparaci e del direttore artistico Sabrina Tomei con la valida collaborazione di Alessandra Antonelli che cura i rapporti con gli artisti, porta avanti con entusiasmo e rinnovata energia anche in virtù dei successi televisivi che la domenica sera sui canali 123 ddt e 868 sky di Arte Investimenti, sta portando a conoscenza anche ai meno esperti, artisti di qualità assoluta, a cui viene dedicata la massima attenzione e fare loro la giusta promozione per far si che le opere abbiano, come sta accadendo con sempre maggiore frequenza, la giusta collocazione nelle collezioni private.

Dal figurativo all’astratto, dal surrealismo al concettuale passando per l’informale, quadri e sculture per una grande scelta di qualità e corrente pittorica a cui nessuno potrà astenersi. Ogni opera viene selezionata con cura ed esposta con dovizia di particolari in modo che il fruitore possa avere, con la massima tranquillità, modo di scegliere l’opera da accogliere nella propria collezione.

Gli artisti in mostra sono:

Ornella De Rosa - Giusy Dibilio - Didif (daniela delle Fratte) - Sabrina Golin - Tano Festa - Giusy Cristina Ferrante - Rosy mantovani - Giovanni Manzo - Andrea Marchesini - Federica Marin - Elena Modelli - Achille Perilli - Sebastiano Plutino - Francesco Ponzetti - Valentina Roma  - Mirella Scotton - Antonella Squillaci - Giò Stefan  - Anna Maria Tani - Enrica Mazzuchin.

 

La mostra inaugurerà il 21 dicembre 2019 alle 16:00 e si concluderà il 24 gennaio 2020.

Durante tutte le feste la Galleria osserverà i seguenti orari.

Dal lunedì al venerdì dalle 10:00 alle 18:00 –

il sabato e la domenica dalle 16 alle 19 o su appuntamento per orari personalizzati.

Chiuso il 24-25-26-31 dicembre e il 1° gennaio 2020.

 

Galleria Ess&rrE

Porto turistico di Roma

Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 – Loc. 876

Tel. 329 4681684

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www.accainarte.it

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