Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

URL del sito web:

Asmone: le emozioni, la scienza, la Magna Grecia e la Toscana

Una Pittura accorta, ma fatta di getto. Una serie infinita di colori, ma ordinati. Una matericità densa, ma irrimediabilmente leggera. Un corpo consistente nelle sculture, ma attraversato da piccoli antri, spaccature, spazi impercorribili.
Asmone dipinge e crea le sue sculture così, come attraversando gli opposti, lasciandoli agli estremi di un discorso che nasce da riflessioni scientifiche ma è coniugato scandendo i paradigmi dell’emozione.
Quello che è alla base della sua arte è la vicinanza non solo teorica al rispetto dell’importanza dei fatti emozionali. Fosse uno scrittore, sarebbe protagonista di un Romanticismo molto italiano, con buona pace di quel che ci somministravano i libri di letteratura e i loro sacerdoti al liceo. Avrebbe tracciato, senza permettere al braccio mediatore e portator di penna, le sue rime o le sue prose partendo dalla sacrosanta emozione e in ciò cercando di trasmetterla il più fedelmente possibile alla carta. Avrebbe, insomma, tradito le aspettative della metrica e della prosodìa piuttosto che mancare nei confronti della emozione e delle emozioni. Ma per fortuna è pittore e scultore, e trasporta i suoi “cromatici” con la autorevolezza del fiero difensore del gesto.
Asmone
Eppure la certezza della scienza e delle sue applicazioni interessano ed animano il percorso di Asmone. Joannes Itten, pittore, designer e scrittore svizzero, nobile parte di quella magnifica scuola che fu il Bauhaus nel primo Novecento, determinò con un cerchio cromatico le attribuzioni classificative di “colore primario”, “secondario” e terziario dalle tinte derivate dalla combinazione dei tre colori inclusi un un triangolo (il Trinagolo di Itten) a sua volta incluso in un esagono che si lascia avvolgere da un cerchio, colorato dalle tinte delle combinazioni tra i colori inclusi nel triangolo e nell’esagono. L’opponente del colore che sceglierai tra i primi tre, sarà quello più giusto per combinare due colori. Nulla di casuale, anzi. La casualità è solo la partenza. L’arrivo è smaccatamente causale.
Toscano di adozione, viene dalla Magna Grecia e da quella città che ha “il chilometro più bello d’Italia”, Reggio di Calabria. Le profondità del mare davanti a Scilla, il vento che spettina le vele e lo sguardo che ha vagato in cerca di nuove avventure sono nei suoi lavori. Pezzi profondi come gli abissi e dolci come le carezze della brezza sul lungomare d’estate, mentre quasi tocchi l’Isola lì di fronte, con attorno cespugli di pitosforo e fiori che si sporgono strafottenti dalle ringhiere dei balconi affacciati al mare. Asmone non ha mai perso il contatto con quella Punta d’Italia, porta nei suoi racconti di tinte e dimensioni la grande eredità nata nei silenzi marini, lontana dalla caciara dei lidi affollati, e la coniuga con la toscanità dei cipressi che interrompono la dolcezza dei declivi morbidi tra colline piene di ulivi e vigne nella bella terra toscana. Le emozioni, quelle che rimanda a noi, nascono soprattutto da quella dotazione acquisita negli anni della giovinezza e degli studi, e riaffiorano prepotenti ogni volta, marcati ad ogni singola virgola di colore da una mescola di sensazioni e cromie che attraversano le sue opere come a mostrare un linguaggio che arriva intatto fino alla parete di chi sceglie i suoi lavori. Un filo che unisce fatalmente la sua percezione a quella di chi guarda e gode di tanta abbondanza narrativa.
In lui si uniscono le capacità dei maestri della ceramica calcidica, venuti coi loro conterranei dalla Grecia nel VIII secolo a.C. a fondare Reghion, dettare legge nella scultura e nella bronzistica e creare il porto più importante per chi arrivava da Oriente, e la miscela tra la ruvida, inconfondibile parlata espressionista e colorita della favella toscana ed il tonalizzarsi della natura in mille sfumature di verdi e di terre d’ombra: il corredo della ricchezza artistica che completa il dolce andare delle colline attorno a Pistoia.
asmone2
Il frutto del suo lavoro, costante e coerente, sta nella unità concettuale del suo dipingere e creare, e in ciò percorre una strada senza fine. Perché infinite sono le possibilità di indagare il colore e le sue applicazioni, nel suo codice compositivo. Si può dire che la sua indagine senza resa sarà percorsa da una varietà enorme di opere, e invece Asmone prende il tempo per confrontarsi coi colori e le loro declinazioni sulla tela o nella materia delle sue sculture di terrecotte smaltate. Come a ricordarci che quella “casualità iniziale” (e sono parole sue) dovrà fare i conti con la “causalità del necessario” che è la stretta utilità del rispondere alle sacre regole della pittura e del momento in cui dipinge quanto la necessaria forma di gradimento di chi deciderà di avere una delle sue operazioni artistiche in casa.
Dice Asmone: “La composizione, l’equilibrio tonale, la giustapposizione dei colori, i contrasti cromatici ed i conseguenti effetti visivi sono esclusivamente guidati dall’emozione provata nella fase creativa. L’emozione è causa del risultato finale ed è necessaria per la realizzazione dell’opera stessa”.
Una pioggia di emozioni e di colore, giustamente propagata dalla pittura alla scultura, perché nessuna delle due arti abbia a cedere di fronte all’altra. Entrambe figlie di un sentire profondo, significative figlie di una creazione attenta che nessuna voce esterna potrà frenare.
Da qui, senza esitazione alcuna, non si è mai percorsa la strada degli accostamenti e dei paragoni, perché ciascun artista è singolo nella sua unicità, quando ha mezzi ed attrezzatura tecnica per essere artista. Per cui è fisiologico rifiutare i paralleli con altri, ai quali Asmone avrà pur guardato, proprio per la caratteristica e convincente azione costruttrice del suo operare: una indagine pittorica con solide radici emozionali e scientifiche in parti pressoché uguali.
Ogni singola porzione di un suo quadro e ogni centimetro cubo delle sue sculture racconta un vigore espressivo ordinato, quantunque classificabile nella rinuncia alla forma codificata. Nulla arriva come una molle distrazione dal compito di raccontare l’ emozione, che è figlia di qualcosa di così profondo ed intimo da non avere sfogo fedele all’intensità con cui la si sente. Pino Daniele, che di emozioni ci ha cantato in maniera indelebile, diceva “…‘ncòppa all’emozione nun se pò parlà. Cantà, si…”. E dipingere, pure, chiedendo licenza al compianto, grandissimo artista.
Il linguaggio di Asmone è internazionale. Merita scenari ampi e sempre maggiori. Basta conoscere la via che attraversa ogni volta che si lancia nel dipingere e nello scolpire. Una strada accidentata, in cui deve stare attento a tutto, pur lasciando che la mano vada a creare curve di materia, sovrapposizioni dense di colore ad olio, smalti abbondanti sulla terracotta.
Ma poi, il sentire lo guida, come gli dei guidavano i nocchieri greci in un mare avverso o come l’aria della dolce Toscana guidava i cavalli in scuderia, dopo un lungo giorno di fatica.
  • Pubblicato in Rivista

Carlo Corsi - Maestro del colore

“Mostra collaterale che farà da cornice a IFA e BAF Bergamo dal 10 al 19 gennaio 2020”.
 a cura della Galleria Cinquantasei (BO)
Carlo Corsi nasce l’8 gennaio 1879 a Nizza e cresce in un ambiente di musicisti e cantanti. Fin dai primi anni di vita si diletta nel “lavorare” con lapis, matite, colori, forbici, carte e cartoni, di cui i familiari lo forniscono volentieri. A nove anni resta straordinariamente colpito dall’Esposizione Emiliana ai Giardini Margherita di Bologna (dove oramai vive e che rimarrà sua abituale residenza) e dalla relativa mostra di quadri a San Michele in Bosco dove i dipinti di Segantini e Favaretto lo stupirono. Nel 1896, data la naturale predisposizione al disegno, la famiglia lo iscrive alla facoltà di Ingegneria. In quello stesso anno la sorella Emilia viene scritturata al Teatro Comunale per cantare nella “Carmen” e Corsi ottiene il permesso di libero accesso al palcoscenico. Fu la rivelazione dell’arte e come l’artista stesso annotò: “fuggii dalle bolge universitarie dei calcoli e delle formule algebriche ossessionanti per rifugiarmi in Pinacoteca”.
Corsi
Si trasferisce a Torino nel 1902, dove compie interamente gli studi accademici. Sono di quel periodo i contatti e l’amicizia con Alessandro Scorzoni e col suo Maestro, Giacomo Grosso, che aiuta la maturazione artistica di Corsi. Rientra a Bologna nel 1906, causa la morte del padre.
L’anno successivo si reca in Olanda, ove resta impressionato in modo indelebile dai luoghi e dagli inconfondibili crepuscoli. Conosce i Rembrandt, i Franz Hals, i Vermeer dei musei di Amsterdam, l’Aja, Anversa, Bruxelles e li ama per tutta la vita. Ultima tappa di quel viaggio è Parigi dove trascorre tutto il suo tempo dentro al Louvre. Negli anni dieci, colpito dal volo dell’ingegnere francese Louis Blériot, Corsi scriverà “avevo anch’io il mio ideale aeroplano, e volevo che si alzasse anche lui da terra. Non sapevo in quegli anni a chi affiancare le mie esperienze pittoriche, e anche per questo subivo perplessità, dubbi, scoramenti…”.
Nel 1912 viene accettato alla Biennale di Venezia e nel 1913 espone a Monaco. Nel 1915 espone a San Francisco, dove è rimasta una delle sue opere più significative, acquistata dal Museo di Arte Moderna. Negli stessi anni espone anche alle quattro mostre Internazionali della Secessione di Roma.
Torna a Venezia nel 1920, dopo la pausa dovuta alla Prima Guerra Mondiale e di nuovo nel 1922. La consacrazione della sua qualifica di pittore avviene nel 1924 con l’invito ufficiale alla Biennale, ma nel 1926, col cambio dei regolamenti e dei criteri dell’istituzione veneziana, Corsi è costretto a ricominciare dall’inizio tutta la lunga serie delle mostre sindacali e regionali. «E rimase così confinato, per tutto il ventennio, nel suo cantuccio bolognese […]. Corsi, l’indipendente di Bologna, l’eterno ragazzo alle prime, durevoli emozioni di fronte alla donna e alla natura […]. In compenso lo dimenticarono, considerandolo un sensista borghese ben dotato, come tanti, di qualità pittoriche e lo riscoprirono, quando la ruota ricominciò a girare nel senso giusto, nel famoso Premio Bergamo del 1941…» (Raffaele De Gra- da). 1941, in maniera sorprendente e davvero curiosa gli viene assegnato a Bergamo il premio per i giovani, istituito da Bottai, Ministro della Cultura. Corsi ha sessantadue anni!
Corsi1
Riceve nel 1943, l’invito alla Quadriennale a seguito della mostra comprendente 24 opere alla Galleria di Roma. È ormai prossimo ad un nuovo invito alla Biennale, ma la Seconda Guerra Mondiale lo blocca nuovamente e, alla fine di questa, deve ricominciare ancora una volta, da capo. Nel dopoguerra allestisce dieci personali in varie città tra cui Venezia, Milano, Bologna e Torino; nel 1950 viene invitato a Venezia, dove espone tre opere: una tempera e due collages.
Nel 1954 espone a Venezia cinque opere e viene successivamente invitato al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, insieme ad altri cinque artisti (Deyrolle, Karskaja, Coppel, Koenig e Wells), per una mostra di “collages”.
Rientrato nella sua Bologna, Corsi dirà: «Ora dovrei raccogliere le fila del mio lavoro, ma con Matisse, Picasso e Klee si apre, per chi ne sappia intendere i messaggi, un nuovo mondo alla pittura. E la mia ostinazione mi fa riprendere certe esperienze che mi hanno inquietato fin dai più giovani anni: il fascino dei collages, la lirica del moto travolgente nello spazio, cui dedico, insieme ad altre esperienze, questi miei anni di lavoro”.
1964: al Museo Civico di Bologna viene allestita una mostra antologica con presentazione in catalogo di Francesco Arcangeli.
Muore il 27 agosto del 1966.
  • Pubblicato in Rivista

Il Premio d'Arte Caterina Sforza

Il no delle artiste alla violenza.
Sono le artiste bolognesi, Nicoletta Badalan e Grazia Barbieri, le vincitrici per la sezione pittura del Premio d'Arte Caterina Sforza 2019 Logos/città di Riolo Terme; sul fronte scultura ad aggiudicarsi il prestigioso Premio sono state la modenese Tiziana Grandi e l'imolese Elena Modelli. Alle quattro artiste, l'Associazione culturale Logos di Sant'Agata sul Santerno, che ha promosso l'iniziativa, ha assegnato oltre alla targa di riconoscimento una serie di altri premi tra cui la mostra quadripersonale svoltasi dal 23 novembre all'1 dicembre 2019 nei suggestivi spazi della Torre dell'Orologio presso la Rocca Sforzesca di Riolo Terme.
La Rocca
«E' questo un Premio d'arte – afferma Marilena Spataro, organizzatrice con Alberto Gross, dell'evento - che nasce per sostenere, attraverso la bellezza e le arti figurative, la lotta contro la violenza sul femminile e di genere, affermando la volontà delle donne di essere sempre più protagoniste, in una visione di pari dignità con il maschile, in tutti gli ambiti del sociale, a partire da quello artistico. L'evento si è tenuto in prossimità della giornata mondiale contro la violenza sulle donne nelle Terre di Caterina Sforza per rendere omaggio, attraverso la figura di questa signora di Imola e contessa di Forlì, a tutte le donne. Si ricorda, infatti, che Caterina Sforza è un importante esempio di femminilità e fascino, nonché emblema di sottile ingegno, enorme coraggio e grande risolutezza, tanto da essersi guadagnata l'appellativo di “Tigre di Romagna”». Le quattro vincitrici del Premio dedicato alla “Tigre di Romagna” sono state selezionate da una qualificata giuria di artisti ed esperti d'arte durante la mostra concorso A proposito di tutte queste Signore, che si è svolta il 3 Novembre scorso nella Galleria Pontevecchio di Imola. “A proposito di tutte queste Signore”, è un format artistico espositivo ideato e curato sempre dalla giornalista culturale Marilena Spataro e dal critico d'arte Alberto Gross. «Con esso - spiega Gross - abbiamo inteso interrogarci sulla natura e sull'identità dell'arte al femminile, cercando un "carattere", un fil rouge che, pure nelle naturali discrasie e disparità, leghi tra loro le varie manifestazioni della contemporaneità, scaturite da un medesimo incedere sospeso tra leggerezza e comprensione».
Nel corso della premiazione e dell'evento espositivo del 23 Novembre, alle vincitrici è stato consegnato, insieme alla targa di riconoscimento, il catalogo della mostra, mentre la rivista d'arte e cultura Art&trA di ACCA edizioni di Roma ha offerto loro la pubblicazione di una pagina. Un gradito premio è infine giunto alle artiste dalle Terme di Riolo: un prodotto della nuova linea dermocosmetica e un voucher benessere comprensivo di piscina termale alla SPA Thermarium valido per due persone. Alla pittrice e scultrice imolese, Lietta Morsiani, è stata riservata una menzione speciale quale Premio Caterina Sforza alla carriera e che si concretizzerà in una mostra personale nella prossima primavera da tenersi nella Torre dell'Orologio in occasione dei suoi 25 anni nell'ambito dell'attività scultorea.
  • Pubblicato in Rivista

Le percezioni colorate di Anna Romanello

di Svjetlana Lipanović.
L'esposizione “Immagini stratigrafiche” di Anna Romanello, artista-performer, inaugurata il 15 ottobre 2019 nella magnifica cornice presso Musei e Gallerie di Podgorica, è stata realizzata per ricordare il 140 anniversario dell’apertura delle relazioni diplomatiche tra l’ Italia e il Montenegro. Inserita nel programma degli eventi della “Giornata del Contemporaneo” nella quale il Ministero italiano degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale si propongono di far conoscere l’arte italiana odierna, la mostra organizzata dall’Ambasciata d’Italia nella capitale montenegrina è stata aperta da Luca Zelioli, Ambasciatore d’Italia, Vučić Ćetković, Direttore dei Musei, Aleksandar Bogdanović, Ministro della cultura e dall'artista Anna Romanello. Gli illustri ospiti hanno presentato con interventi approfonditi l'artista, spiegando il significato del suo lavoro che il numeroso pubblico ha potuto ammirare attraverso le 22 opere esposte negli ampi spazi.
romanello1
Per conoscere meglio la Romanello, artista internazionale, è importante capire il lungo percorso artistico durante il quale con l'innato talento, la dedizione, la passione e la pazienza ha raggiunto la fama e il successo ampiamente meritati. Si è diplomata all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e, in seguito ha raggiunto Parigi, per frequentare l'Ecole Nationale Supérieure des Beaux-Arts e l'Atelier 17 di S.W. Hayter, presso il quale si è specializzata nelle tecniche grafiche a colori simultanei. L'incontro con il Maestro Hayter ha lasciato un segno indelebile nella sua arte in cui le sue opere principali diventano le incisioni.
A Roma, lavora presso la Calcografia Nazionale e da docente all'Accademia di Belle Arti realizza vari interessanti progetti con gli studenti. I suoi libri d'Artista, veri gioelli dell'armonia e della bellezza vengono alla luce in Francia, mentre a Londra, in omaggio alla città crea una serie di fotografie inspirate all'assetto urbano della capitale inglese. Le sue mostre spesso accompagnate con performance suggestive sono state allestite nelle diverse capitali europee ed oltre oceano. L'ultima si è svolta dal 4 all' 8 dicembre 2019 nell'ambito di "Acqua Art Miami" a Miami Beach nel quale, ha esposto le sue scintillanti creazioni intitolate:
"Tracciati di luce".
Tornando alla mostra di Podgorica che è rimasta aperta fino all'8 novembre 2019, riscuotendo un grande successo tra gli amanti dell'arte e tra gli esperti del settore, si può constatare che il titolo "Immagini stratigrafiche" svela perfettamente l'essenza delle sue creazioni dai colori intensi con cui l'artista inventa una realtà nuova, adoperando una serie di tecniche diverse: fotografia, pittura, installazione e incisioni. Inaspettatamente, la realtà conosciuta si trasforma dalla percezione soggettiva della Romanello, per sorprendere con inedite forme fissate sulle opere. La stessa artista dichiara che "le immagini immortalate sono il risultato delle sue esperienze di viaggiatrice nei luoghi del mondo e in quelli della mente, assemblate fra di loro con sovrapposizioni di varia intensità, disegnate e incise, fotografate e dipinte". La bellezza splendente delle sue opere e delle installazioni, una volta trovata la chiave di lettura è proprio nella scoperta di soggetti a volte conosciuti che come per magia assumono sembianze nuove. Nella continua metarmofosi della realtà, tra reale ed immaginario che si contrappongono e si intrecciano travolti da un vortice creativo si forma l'universo personale dell'artista. Anna Romanello ha esposto una serie dedicata alle fontane romane insieme con altri temi a lei cari, come "Mes livres", "Donna nel vento", "Labirinto", "Casina", "Fughe di Segni", "Frantumi", "Sarcophage", "Marée silencieuse", "Cieli".
Romanello
Particolarmente sono affascinanti le immagini delle fontane attraverso le quali l'artista racconta la Città Eterna, vista durante le sue passeggiate. I capolavori del Bernini, Borromini ed altri sono trasformati con le stampe fotografiche, xilografia su tessuto, acquaforte e punta secca, collage fotografico, stampa a colori simultanei, tutte tecniche che la Romanello applica con successo per ottenere effetti innovativi. L' antica bellezza delle fontane inserite in un nuovo contesto, risulta quasi nascosta dalle strutture sovrapposte. E' rigenerante per l'osservatore immergersi nella realtà mutante delle opere e lasciarsi trasportare nell' universo fatato. Il viaggio della Romanello continua senza sosta nel mondo delle percezioni colorate nella ricerca di nuove opere a cui regalare la vita.
Curatore della mostra il Prof. Tonino Sicoli, Direttore del Museo Maon di Rende.
  • Pubblicato in Rivista

Laboratorio AccA: La vetrina televisiva per gli artisti.

Tutte le domeniche, dalle ore 22.00 fino a mezzanotte e mezza sui canali della prestigiosa Arte Investimenti. Laboratorio AccA, che ha preso il via lo scorso 13 ottobre, è la trasmissione che si occupa di arte contemporanea fuori dai canoni delle tivù che propongono la vendita di opere d’arte. Lo scopo è quello di offrire una vetrina televisiva (e telematica) agli artisti che lo meritano e che, dopo una attenta selezione, accedono al progetto scegliendo tra l’appuntamento domenicale o due passaggi quotidiani di pochi minuti sul canale sky 868. Diversa dalle tradizionali trasmissioni di televendita di quadri, Laboratorio AccA porta sulla scena i dipinti e le sculture degli artisti che hanno inviato la propria candidatura agli indirizzi Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Le due ore e mezza in tv sono ovviamente caratterizzate dalla illustrazione delle opere, e sono scandite da piccole gag, telefonate in diretta agli artisti (la “TelefonArte”) e ospitate brevi ma sufficienti ad illustrare il lavoro dei pittori, scultori o performers. Un format che sta piacendo molto al pubblico, a giudicare dalle telefonate e dai messaggi che arrivano durante la diretta o la differita.
IMG 3874
A condurre, Giorgio Barassi, vecchia conoscenza della tv, e Roberto Sparaci, editore e gallerista. Un duo supportato da tecnici e collaboratori scelti, pienamente calati nei ruoli già dalla prima puntata. Dinamici, scanzonati ma accorti alla giusta illustrazione delle opere offerte, i componenti dello staff di Laboratorio AccA trovano nella autorevolezza di Arte Investimenti l’ambiente giusto per proporre i lavori di artisti che non hanno ancora ricevuto il giusto tributo alla loro capacità indubbia ad evidente. Non si tratta dunque di un progetto dedicato solo a pittori esordienti, ma anche ai molti tenuti sottotraccia dalle convenzioni del sistema-arte.
Per chi vuole rivedere le trasmissioni già andate in onda, basta cercare “Laboratorio AccA” su YouTube. Gli appassionati e gli interessati sono invitati a sintonizzarsi la domenica alle 22.oo sui canali 123 ddt o 868 sky, Arte Investimenti. Gli appuntamenti domenicali sono visibili anche in streaming sul sito www.arteinvestimenti.it nella sezione “Web TV” e, durante le dirette, anche attraverso il profilo Facebook Arteinvestimenti.it.
Gli artisti interessati ai due progetti troveranno le specifiche illustrazioni sul sito www.arteinvestimenti.it nella sezione Laboratorio AccA.
Buona visione !
  • Pubblicato in Rivista

Elisabetta Maistrello e l’anima delle donne

di Giorgio Barassi.
E' così facile parlare di donne, che diventa irrimediabilmente difficile. Figuriamoci dipingerle. E ancor di più dipingerne l’anima. Per soprammercato, a dipingere è una donna : Elisabetta Maistrello.
Insomma faccenda complessa nella sua apparente linearità. Vicenda risolvibile coi soliti ghirigori di parole, qualche ammiccamento alla importanza del ruolo della donna nella società e un blabla consunto, ovvio e trito. Nientaffatto. Se si vuole arrivare alla costruzione ed alla varietà dei volti della vicentina Maistrello, la partenza è difficoltosa quanto il contenuto di una elaborazione pittorica che oggi comincia a raccogliere le varianti provate, riprovate e provate ancora prima di una sorta di svolta verso quel che attualmente è il suo dipingere incessante, martellante come un bombardamento di emozioni e di colori. Se non si ha cuore ed anima per accedere ai codici del sentimento, non si arriva a prendere dai volti femminili della bionda pittrice veneta quel che lei consegna alla storia di un percorso ricco di fatiche e di incertezze.
maistrello
Vicenza, magico luogo dalle atmosfere ancora caratteristiche, terra di grandi tradizioni artistiche e poi anche città ed agro su cui Andrea Palladio ha dato il meglio del suo architettare neoclassico, è il luogo di partenza. Artigiani orafi, pazienti costruttori di emozioni da indossare. Gente abituata a lavorare per accontentare capricci ed esigenze. È lì che è cresciuta Elisabetta, tra una anello da inventare e il girocollo per la Siòra mai contenta, tra la voglia di creare e i limiti del quotidiano andare delle vicende umane.
Ha detto “… a un certo punto ho sentito il bisogno di dipingere. Una esigenza insopprimibile …” . Chiamala pure voglia di cambiamento, o presunzione nuda e cruda, ma ci è riuscita, e benissimo. Senza strafare e senza piccarsi di essere la migliore. Con una naturalezza da giornate brumose, di quelle che in Veneto ti mettono la voglia di una bella minestra calda che scaldi l’anima e di un sacrosanto rosso a dare allegria, Elisabetta passa ai pennelli mettendoci la stessa intensità di entusiasmo che aveva, ed ancora ha, riversato in quelle sue creazioni di gran gioielleria. Il sinuoso andare delle emozioni non l’ha distolta né dissuasa dall’intento che definisce “insopprimibile”. Era come se quella voglia di dipingere avesse radici lontanissime, era come arrivare esattamente dove si vuole, ma con giudizio e coscienza. Grazie a maestri pazienti, che le hanno dato la grazia del comporre e delle stesure ampie di sfondi ormai inconfondibilmente monocromi. Il resto, tanto, lo ha messo lei. La sua voglia di raccontare le donne è senza dubbio introspettiva ed autoreferenziale, perciò più densa di significati e più ricca del solo racconto di un volto o di uno sguardo.
maistrello1
Le interessava dipingere l’anima delle donne. Il resto contava così poco da non aver mai avuto spazio nelle sue tele. Emozioni colorate, volti diversi ma uniti dal filo sottile della sensibilità e della forza delle femmine, sguardi che sottacciono brutti momenti e innamoramenti travolgenti, avventure e disavventure. La vita, insomma. Non vista, come direbbe chi si crogiola nel banale “dalla parte delle donne” ma con e dentro l’anima delle donne.
Quelle che dipinge, in una successione sempre ben azzeccata, sono loro, ma è anche lei. Sfaccettature dell’anima, aspetti contrastanti e turbinosi del mondo femminile. E poi colori che diventano elementi strutturali di un volto, al punto tale che se immagini di cancellarli, togli il pilastro della sua struttura creativa. Le donne della Maistrello sono quelle lì. E non altro. Hanno in corpo, nel cuore e nell’anima i colori delle urla e dei sussurri, dei silenzi e degli sfoghi, degli amori e dei disinnamoramenti fatali. Donne come le altre, donne come lei.
L’ arrivo migliore per un artista è quello che si determina quando chi guarda riconosce “la mano” o il tema. Se questa magia avviene, un artista può definirsi arrivato. Perlomeno nella riconoscibilità delle opere è depositato il vantaggio di non essere confusi nel marasma di neo-qualcosa o di concettuali a tutti costi, roba lontana dagli obiettivi di Elisabetta Maistrello quanto il sole lo è da Plutone. Per questo è arrivata con successo al punto di essere facilmente riconosciuta ed apprezzata. Per coerenza compositiva e saggezza nelle scelte.
Alla pittrice interessa aver creato un linguaggio di immediata presa, abbondante di cromìe e di espressioni, un fuoco di fila di interpretazioni del sentire delle donne. Una specie di rassegna di quante e quali sfaccettature magnifiche sono nella dotazione del loro essere forti e fragili. A Elisabetta, veneta allegra e sensibile, interessa far attraversare dai suoi volti di donna tutte quelle sensazioni che sono nel quotidiano e che sfuggono alla osservazione dei distratti. Le sue non sono solo le facce di tante donne. Sono l’anima stessa delle protagoniste di una storia antica e lunghissima, riassunta dalla vivacità dei colori e da un intenso garbo creativo.
  • Pubblicato in Rivista

ANDRE’ DERAIN: Genio del colore

di Francesco Buttarelli.
Un personaggio poliedrico che può essere considerato a ragione come una delle voci artistiche più audaci tra le avanguardie del primo novecento. Precursore del classicismo degli anni venti e trenta, Derain si colloca come una “figura chiave” nella storia dell’arte moderna. Il suo modo di dipingere ed osservare il mondo era iniziato attraverso modalità diverse. Inizialmente dipingeva paesaggi del lungo Senna con colori puri, non mescolati, usando toni raffinati e scelte cromatiche audaci; l’artista ritiene di poter fare a meno “dell’esuberanza” dei colori disposti nella classica armonia della composizione tramandata dai maestri antichi.
Derain1
L’amicizia con Henri Matisse lo convincerà a dedicarsi verso una pittura di ricerca e rivoluzione (in una monografia scritta da Carlo Carrà nel 1921, anno in cui Andrè Derain soggiornò a Roma a Castel Gandolfo, l’artista viene ricordato come un profondo conoscitore dei maestri italiani del Rinascimento). Insieme a Matisse compirà un viaggio in Spagna ove incontrerà Georges-Daniel de Monfreid, passato alla storia per essere stato il custode degli archivi di Gauguin; del grande artista assimileranno la composizione delle linee e l’uso del colore come espressione dello stato d’animo. Una sorta di esaltazione del colore sembra pervadere Derain, così le sue opere diventano un’occasione di ricerca di ciò che lui definirà “i segreti perduti” dei pittori antichi; tracciando così una via di sperimentazione formale che sarà seguita dai più grandi artisti dell’epoca. La critica contemporanea riconosce in Derain una personalità affascinante e complessa. Il suo temperamento innovatore lo portò ad assimilare in breve tempo il pensiero degli impressionisti sino a coinvolgerlo in quella rivoluzione che prenderà il nome di “Fauvisme”. Questi traguardi rappresentarono per lui solo un punto di partenza, la sua arte è rigenerazione, attraverso il pennello “interrogò” sempre i maestri del passato così da elaborare una formula originale contraddistinta da una forma di sensualità capace di rendere le sue figure ed i suoi nudi inconfondibili.
Nel dipinto “Barche a Colliure” osserviamo, sul molo che si protende curvo sul mare, muoversi veloci alcune figure umane; bagnanti,turisti e abitanti di Colliure. Ancorate alla banchina vi sono imbarcazioni con le vele abbassate mentre altre barche navigano verso il largo. Il colore ad olio risulta “steso” in modo veloce attraverso pennellate brevi e materiche.
Derain2
“Il Ponte di Charing Cross a Londra”, fu rappresentato diverse volte da Derain nel corso della sua vita, l’opera fu commissionata dal mercante Ambroise Vollard che convinse l’artista a recarsi a Londra per dipingere alcune vedute della città. Gran parte del dipinto è occupato dall’acqua del Tamigi mossa dalla corrente, si scorgono soltanto pochi edifici che si affacciano sul fiume; davanti ad essi si notano piccoli approdi con barche ordinatamente allineate. Oltre il ponte le sagome dei palazzi londinesi chiudono l’orizzonte mentre i fumi della città si disperdono nell’aria. L’artista usa in maniera libera i colori costruendo lo spazio attraverso l’uso sapiente del cromatismo. Scenario diverso nell’opera “Le Bagnanti”, un olio su tela che rappresenta un soggetto particolarmente ricorrente nella tradizione pittorica in ogni tempo. Il gruppo di nudi femminili ricorda le composizioni di Picasso, evidenziando al tempo stesso un recupero delle origini della tradizione classica europea. Derain sembra rivisitare stili e artisti diversi da Rubens a Tiziano sino a Giorgione. Singolare il dipinto “Ritratto di Henri Matisse”, Derain rappresenta l’amico Matisse frontalmente. Dal lato destro della bocca pende una lunga sottile pipa mentre una leggera montatura degli occhiali ne incornicia gli occhi. Matisse indossa un camice leggero privo di colletto. I capelli sono corti e lasciano scoperta la parte superiore della fronte. Il fondo risulta privo di figure. Il ritratto è stato realizzato con due colori in contrasto ma pur sempre complementari. Il volto, il collo e il fondo sono dipinti in arancione, mentre l’ombra del viso a sinistra e il camice sono blu e azzurri. La barba è invece realizzata con ampi tocchi di colore puro, rosso scuro e nero. Intensa la luminosità che il quadro rimanda, frutto di questa miscellanea di colori.
  • Pubblicato in Rivista

DANIELE FRATINI: “Fra il Sacro ed il Profano”.

di Francesco Buttarelli.
"Io senza Arte sopravvivo…
ma è l’Arte che non sopravvive senza di me!”
Colori, vita strappata dalle pagine della storia, determinazione, speranza… queste sono le innumerevoli sfumature dell’arte sfacciata e diretta di Daniele Fratini, un giovane artista contemporaneo che ha fatto di una passione il suo messaggio di vita da trasmettere al mondo. Daniele nasce a Foligno nel 1984, dove attualmente vive ed opera nel silenzio inebriante delle notti Umbre.
fratini cop
Si immerge nel mondo dell’Arte nell’infanzia,copiando e rappresentando immagini su qualsiasi foglio di carta avesse a disposizione fino ad arrivare alla tela. Si ispira alla Pop Art, ai personaggi del passato che hanno fatto la storia come se volesse rendere eterna la loro immagine, il loro messaggio, la loro vita che fa parte di un passato inconsciamente dimenticato dalla società moderna. Predilige e sperimenta ogni tecnica artistica espressiva, grazie agli stimoli ed alle sollecitazioni che riceve dal suo maestro Sergio Timi. Ottiene, alla sua giovane età, riconoscimenti importanti sia dal pubblico che dalla critica specializzata esponendo numerose opere personali e collettive sia in Italia che all’estero. Adotta una tecnica “puntiforme”che nasce da una accurata osservazione del soggetto scelto, riportando su tela ogni piccolo dettaglio, ogni sfumatura viva dell’anima, per poi isolarlo drasticamente nello spazio. Olio, acrilico, smalto e passione… tecniche miscelate per far perdere alle immagini la loro concretezza e per dare alle sue opere una libertà che si articola in abili alternanze di vuoti e di pieni pittorici inseriti in un preciso schema compositivo. L’espressione è il fulcro di ogni sua creazione, proprio per questo le sue opere non contengono soggetti casuali, bensì identità speciali che hanno ammaliato con la loro storia l’ispirazione dell’artista. Nelle tele di Daniele Fratini è riportata un’ essenzialità cromatica molto incisiva che vede prevalere le sfumature tonali del blu che si fondono nel bianco, dove il suo messaggio di verità storica è elegantemente graffiato da una sacralità volutamente peccatrice. Una delle sue opere più rilevanti è “Save the bees” dove grida al mondo il suo messaggio d’allarme contro la perdita della biodiversità. “Smettiamola con l’uso indi- scriminato di pesticidi… meno Api, meno impollinazione, automaticamente meno garanzie di vita… ”La giovinezza, la freschezza di un Arte ricca d’identità velate di storia, la passione che si plasma in un colorato grido di speranza… questa è l’Arte di Daniele Fratini: fredde immagini accarezzate da una profonda e calda sensibilità.
  • Pubblicato in Rivista

VALENTINA D’IGNAZI: ARTISTA NELLA VITA

Valentina è una giovane donna che possiede una personalità forte, incisiva, maturata attraverso scelte complesse. Nel suo stile di vita assolutamente indipendente, libero da imposizioni, è riuscita a coniugare ironia e sentimento, memoria e invenzione, gioco e racconto. Non è un caso se molti dei temi che percorrono trasversalmente l’arte sono legati all’universo femminile. Valentina si presenta come innamorata della vita. Bella, accattivante, affascinante, generosa, sensuale e misteriosa; percepisce il rapporto tra i due sessi senza pregiudizi. Attraverso alcune domande sono riuscito ad evidenziare gli elementi costitutivi del suo essere artista e donna. Due aspetti dell’universo femminile che si intersecano attraverso la penna, il pennello, i sogni, le speranze ed i rimpianti che una donna tiene celati nella clessidra del proprio tempo.
DIgnazi
D:
Cosa significa scrivere per te?

R: Quando scrivo esprimo il mio vissuto al meglio, evidenziando la parte reale di me che emerge attraverso un fluire di sentimenti e pensieri. Scrivere vuol dire compiere un viaggio introspettivo e condividere sensazioni con altri. Nel momento in cui dipingo il caos della mia anima fluisce dalle profondità e le immagini vanno lette tenendo conto di un’intimità che nel quotidiano tendo a nascondere, luce e buio, segreti e realtà.
D: Cosa significa per te essere donna?
R: Considero essere una donna un dono. Per secoli siamo state definite “sesso debole”, ma la realtà ha mostrato il contrario. Conosco il valore delle donne e la loro forza per affermarsi in un mondo non sempre disposto ad ascoltarle. Ritengo che il mondo femminile rappresenti il cardine dell’esistenza stessa dell’umanità.
D: Cosa significa per te l’amore?
R: L’amore è il sentimento universale che guida la vita. La famiglia, l’amore per un uomo, per un amico sono i principali perni per crescere, vivere e credere negli ideali. Senza alcun dubbio la famiglia di origine ha giocato un ruolo fondamentale nella mia vita. Il caldo esempio dei miei nonni e dei miei genitori ha consentito alla mia personalità di crescere e svilupparsi. Quando riesco a raggiungere un obiettivo sento che sono stati loro a guidarmi. Quello che conta non è avere accanto un uomo o una donna, l’importante è essere amati, senza cercare di cambiare colui che ti è accanto. Amore vuol dire ricchezza e crescita spirituale nella massima libertà.
dignazi2
D: Quale libro porteresti con te in un viaggio?

R: Il libro che porterei sempre con me è “Anima di acqua dolce”, poiché avendolo scritto rappresenta una parte di me con vicende vere e vissute; inoltre ha rappresentato un sogno che si è realizzato.
D: Quali sono gli autori che preferisci?
R: Amo maggiormente gli autori italiani soprattutto quelli contemporanei. Giulio Perrone è un autore romano che prediligo, narra le sue storie con semplicità ed ironia. Alda Merini rappresenta per me un baluardo della poesia di ogni tempo. La sua sofferenza di vita mi ha ricordato sensazioni che ho provato. Adoro una sua frase che sento profondamente mia: ”io sono selvatica di natura, amo tutto ciò che mi tenta e non mi corrompe”. Una frase che sembra scritta per me.
D: Esiste un libro dei sogni?
R: Esiste il libro che scrivo quando sento in me il bisogno di raccontare… e nelle pagine compaiono tutti i miei sogni.
E’ stato bellissimo e coinvolgente parlare con una donna particolare e rara, capace di attraversare il mondo con una forte determinazione.
  • Pubblicato in Rivista

LA GEOMETRIA SEGRETA DI RAFFAELLO SANZIO, Il "DIVIN" PITTORE.

Biografia di Raffaello Sanzio.
a cura di Rita Lombardi.
Raffaello Sanzio nasce il 28 marzo 1483, un venerdì santo, a Urbino, piccolo stato governato da una delle più importanti famiglie del Rinascimento, i Duchi di Montefeltro, amanti delle arti e mecenati. Raffaello è figlio del pittore Giovanni Santi, un dotto artista, che dirige in Urbino un importante atelier d'arte.
Il Ducato di Urbino, nella seconda metà del Quattrocento, è divenuto un centro umanistico di primo piano che richiama da tutta Europa artisti ed intellettuali di prestigio. Qui arrivano, tra gli altri, Leon Battista Alberti, Francesco Laurana e Antonio Pollaiolo. Piero delle Francesca vi giunge nel 1469 e viene ospitato proprio da Giovanni Santi. Giovanni fa allattare il figlio, non da una balia, come si usava all'epoca, ma dalla madre che sarà anche la sua unica educatrice. Purtroppo la donna muore quando Raffaello ha solo otto anni, ma la tenerezza materna lo ha segnato per sempre ed emerge prepotente nelle sue madonne, le più belle e tenere di tutta la storia dell'arte.
raffaello1
Giovanni Santi insegna tutti i segreti dell'arte pittorica al figlio e si fa aiutare da lui, “ancor fanciullo”, dice il Vasari, in molte opere destinate alla città di Urbino.
Il 1° agosto 1494 muore anche il padre.
Raffaello, a soli undici anni, deve affrontare un altro dolore e diventare precocemente adulto. Con un solido patrimonio alle spalle e la protezione dei Montefeltro, si prende cura, con un socio del padre, dell’atelier, frequentando contemporaneamente, a Perugia, la bottega del Perugino, considerato il maggior pittore dell'epoca. A diciassette anni, con la qualifica di “Magister”, firma il primo contratto per una pala d'altare destinata ad una chiesa di Città di Castello.
Alla fine del 1504 si trasferisce a Firenze, il centro artisticamente più vivo dell'intera Europa: è un uomo di bell'aspetto, educato e gentile. Firenze rappresenta una svolta fondamentale per la sua crescita artistica.
Qui studia dal vivo le opere di Masaccio, Donatello, Botticelli, Luca della Robbia e Michelangelo. In particolare frequenta Leonardo da Vinci. Durante questo soggiorno lavora per committenti di Perugia, Urbino e Firenze. Nel 1508, su sollecitazione di Donato Bramante, lascia Firenze per Roma. è stato appena eletto al Soglio Pontificio Giulio II che conosce l'importanza politica delle grandi imprese artistiche. Qui Raffaello riesce ad imporsi come uno dei maggiori artisti: è pittore, architetto e restauratore di antichità. A Roma muore il 6 aprile, un venerdì santo, del 1520.
In diciotto anni di attività ha creato un patrimonio unico per ricchezza, varietà ed armonia con la sua pittura giudicata universale per l'eccellenza dell'invenzione, del disegno, della prospettiva, del chiaroscuro e del colore .
L'arte di comporre un quadro.
Geometria visibile e geometria nascosta
L'arte di comporre un quadro è una scienza matematica molto sottile e molto segreta che si nasconde sotto l'apparente disinvoltura dei grandi Maestri e, come vedremo, sotto la “divina grazia” di Raffaello. Essa è discreta e si fa dimenticare, ma non sbaglia mai, donando alle opere le Iignes principales come scriveva Eugéne Delacroix. La costruzione interna di un'opera d'arte è la sua poesia più segreta ed anche la più profonda.
Bisogna anche tener presente che un dipinto o un affresco si dispiega entro una forma ben definita che esercita un'azione imperativa sul suo contenuto, azione che è determinante per l'organizzazione della superficie da dipingere generando, essa stessa, figure geometriche con il risultato di offrire un utile suggerimento oppure esercitare una forte disciplina.
Per secoli gli artisti, riuniti in corporazioni, si sono basati unicamente sulla sezione aurea, disponendo gli elementi, inscritti in figure simboliche, come la vesica piscis e la stella a cinque punte, all’interno di una maglia modulare a moduli quadrati tutti uguali. Ma a Firenze, nel Quattrocento, complici i nuovi studi sul- l’antichità classica, gli artisti sentono troppo rigide e ripetitive queste regole e cercano nuove teorie per esprimere nelle loro opere naturalezza e varietà. Per essere pittori riconosciuti nel Rinascimento, come nel Medioevo, è indispensabile non solo saper disegnare, ma saper disegnare secondo le regole.
Leon Battista Alberti (1404-1472), grande teorico, scrive intorno al 1450, “De re aedificatoria” in cui propone di applicare alle arti plastiche i rapporti musicali armoniosi per l'orecchio di cui già Platone nel Timeo aveva esaltato la bellezza, Piero della Francesca (1415-1472), pone le basi teoriche e pratiche della prospettiva che nell'antichità e nel Medioevo veniva risolta con tecniche empiriche. Nel suo trattato “Perspettiva Pingendi”, scritto prima del 1482, utilizza la matematica per costruire la teoria della prospettiva fornendo anche regole pratiche ai pittori in modo che possano ricreare nel piano l'illusione spaziale.
Questa struttura matematica ha un enorme successo e si diffonde rapidamente in Europa, costituendo l’ossatura interna delle opere d’arte dei grandi Maestri europei fino al XIX secolo (ed è anche la poesia nascosta del famoso “Bacio” di Hayez).
Raffaello, entrato in contatto con tutte queste teorie fin dall'infanzia, le amplia ulteriormente nel suo soggiorno fiorentino. Ed è proprio questa costruzione geometrica interna, rigorosa ed attentamente studiata, che, unita ad una oculata scelta del colore, dà alle sue opere equilibrio e grazia e le rende fonte di pace e serenità.
raffaello2
Analizzo ora la costruzione geometrica di alcune sue opere.
Sposalizio della Vergine
Nel 1504 Raffaello termina la pala d'altare “Lo sposalizio della Vergine”, oggi alla Pinacoteca di Brera (Milano), ma destinata inizialmente ad una chiesa di Città di Castello.
Per espresso desiderio dei committenti il pittore riprende lo schema dell'analoga pala del Perugino dando, però, al soggetto una leggerezza e una naturalezza che l'opera del Perugino non possiede.
Qui Raffaello sfrutta la forma rotonda della parte superiore della pala completando la circonferenza e ponendo l'anello nuziale nel punto più basso di questa, lì, dove interseca la mediana verticale, evidenziata questa, dal portale aperto del tempio e dalla cintura del rabbino. Sul bordo inferiore di questa circonferenza colloca, a sinistra, il profilo della donna in primo piano e il braccio di Maria, e a destra, il braccio di Giuseppe fino alla spalla coperta dal mantello giallo. Dà naturalezza alla scena collocando i piedi di tutti questi personaggi in primo piano su un altro arco di circonferenza. Una prospettiva centrale, poi, porta al tempio, una costruzione di sedici lati, perfettamente inserita sotto la centina dell'arco, più leggera e armoniosa di quella del Perugino. Allontanando il tempio e scalando le figure in profondità Raffaello dà ariosità alla scena e contemporaneamente indirizza lo sguardo focalizzandolo sul momento clou della cerimonia.
Madonna del Cardellino
Raffaello ha dipinto numerose madonne con bambino, tutte caratterizzate da particolare equilibrio, grazia e dolcezza. Una delle più note è la “Madonna del cardellino” eseguita tra il 1505 e il 1506 per le nozze del fiorentino Lorenzo Nasi e ora nella Galleria degli Uffizi (Firenze).
La struttura piramidale del gruppo è data da un triangolo isoscele centrale con il vertice ad 1/8 dall’alto e la base ad 1/8 dal bordo inferiore. I visi delle tre figure sono disposti in un triangolo equilatero, interno al primo, con il vertice coincidente nel vertice di questo e con la base tra le mani di Maria; al centro di questa base sono collocate le manine di San Giovannino e il cardellino. Sulla mediana verticale Raffaello pone il naso di Maria, la sua cintura scura e il suo ginocchio destro, che punta verso l’osservatore; questo ginocchio è il centro di una circon- ferenza sulla quale sono adagiati i contorni dei morbidi corpi dei due Bambini.
L’intera scena è poi racchiusa tra due verticali, evidenziate in alto da due esili alberi, quella di sinistra termina nel piedino destro di San Giovannino e quella di destra nel piede sinistro di Maria.
Madonna Bridgewater
Molto complessa è la costruzione geometrica sottostante la poco nota “Madonna Bridgewater”, caratterizzata da un particolare movimento di torsione, sia della Madonna che di Gesù Bambino, ispirato alle forme serpentinate di Michelangelo. Il dipinto, che si trova nella National Gal- lery of Scotland di Edimburgo, è stato completato nel 1507.
Qui Raffaello divide il rettangolo a metà verticalmente e in quattro parti orizzontalmente, collocando la testa di Maria nel quarto superiore e la sua mano destra, l’ombra del manto azzurro e il piedino sinistro di Gesù su una linea orizzontale ad 1/4 dalla base.
Le due figure sono all’interno di un triangolo rettangolo che ha i vertici rispettivamente nell’angolo in basso a destra, nel centro del lato superiore e nel centro del lato sinistro. Su uno dei due cateti si colloca la fronte di Maria e il gomito di Ge- sù, che tira con un gesto birichino il velo della Madre, incrociando il Suo sguardo. Tra il secondo cateto di questo triangolo e una sua parallela, che unisce il punto a 3/4 del lato sinistro (dal basso) con il punto a 1/4 del lato destro (sempre dal basso) è collocato il corpo di Gesù Bambino.
  • Pubblicato in Rivista
Sottoscrivi questo feed RSS