Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Laboratorio Acca. Una stagione televisiva con nuovi artisti in arrivo.

A cura della redazione

La stagione televisiva 2023/2024, che in ottobre prossimo celebrerà il quarto compleanno di Laboratorio Acca, si annuncia con l’arrivo di nuovi artisti che completeranno il quadro dei componenti di questa avventura televisiva ormai diventata appuntamento fisso per collezionisti e neofiti. L’arte italiana e le sue sfaccettature, come quella che riguarda artisti di ottimo spessore, non completamente noti e portati finalmente all’onore della TV, continuano ad essere l’argomento portante della rubrica della domenica sera.
In occasione delle due mostre dello scorso giugno 2023 (CalifArte e Laboratorio Acca a Roma), Palazzo della Cancelleria è stato anche il luogo per incontrare pittori e scultori, candidati a far parte della “squadra” di Laboratorio Acca. Tra questi e coloro che hanno deciso di contattare via email i presentatori Roberto Sparaci e Giorgio Barassi, sono stati selezionati alcuni artisti dalle qualità innegabili, che cominceranno ad essere presentati al pubblico televisivo dal prossimo settembre.
Vale la pena di ricordare che Laboratorio Acca è una rubrica di promozione e diffusione delle attività degli artisti e non una trasmissione dedicata solo a giovani artisti o ad “emergenti”. La televisione, unita all’editoria, alle mostre ed agli eventi d’arte, è una ribalta importante per gli artisti che intendono far conoscere meglio il loro lavoro. Nella prima parte dell’anno in corso, inoltre, confortanti indici di ascolto confermano il ruolo di Laboratorio Acca nel palinsesto di Arte Investimenti TV, e ogni domenica sera, dalle 21 a mezzanotte, i telespettatori che mostrano di gradire una trasmissione atipica e frizzante, lontana dagli schemi della classica trasmissione di arte in tv, sono sempre in crescita.
Dalla redazione di Laboratorio Acca ringraziano. E promettono nuove idee e nuovi argomenti per rendere ancor più intenso l’appuntamento domenicale.

LABORATORIO ACCA
Tutte le domeniche alle 21.00 sui canali di
Arte Investimenti TV
133 DTT, 868 Sky.
Streaming: www.arteinvestimenti.it/web-tv/
Tutte le puntate sono disponibili su:
YouTube canale Laboratorio Acca
https://accainarte.it/laboratorio-acca/video-laboratorio-acca.html
Gli artisti interessati possono scrivere a:
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La domenica in tv con Laboratorio Acca: una nuova finestra sul mondo dell’Arte.
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Nel segno della Musa - “Ritratti d’artista” Maestri del XXI secolo.

Le interviste di Marilena Spataro
Giampaolo Bertozzi e Stefano Dal Monte Casoni.
Alcuni mesi fa ci ha lasciato prematuramente Stefano Casoni, uno dei due maestri della Bertozzi & Casoni, nota firma di artisti di livello internazionale. Profondamente colpiti dalla scomparsa di questo importante artista dedichiamo alla sua memoria con grande cordoglio la versione integrale della bella intervista che egli ci rilasciò insieme al suo socio, Giampaolo Bertozzi, nel 2018.
Bertozzi Casoni foto Lorenzo Palmieri













Un sodalizio artistico che dura da quasi 40 anni e che in breve tempo si trasforma in un importante sodalizio imprenditoriale. Oggi la Bertozzi & Casoni è un nome di prestigio di livello internazionale nel mondo dell'arte.
Quando e come è iniziato questo percorso comune?
«Ci siamo incontrati e frequentati nella seconda metà degli anni Settanta durante gli studi all’Istituto d’Arte di Faenza, anni in cui era forte in noi il desiderio di intraprendere un mestiere per così dire legato all’arte. L’arte per noi era ed è ancora oggi un modo di vivere. Cominciai io (Paolo), il più vecchio di circa 4 anni, ad aprire uno spazio nel 1977 che chiamai l’arte del già nato, non so ancora se per dire che era destino che ci incamminassimo per il solco dell’arte o perché riflettendo sull’artigianato e sul fare con le mani in un momento - il finire degli anni Settanta - in cui si predicava la sparizione dell’arte a noi sembrava che le mani non fossero separate dalla mente. Nel 1980 decidemmo poi di unire le nostre forze acquistando quello che è ancora lo spazio in cui lavoriamo tutt’ora chiamandolo Bertozzi & Casoni snc, un sodalizio artistico sancito da una società in nome collettivo con tanto di statuto notarile, questo perché credevamo a una sorta di autonomia dell’artista, l’artista come imprenditore unico responsabile del suo destino».
Immaginavate di ottenere tanto successo?
«No. Ci sono stati anni difficili e anni in cui il nostro quotidiano è stato sperimentare. È stato un momento che ricordiamo pieno di speranza e di stupore in quei momenti abbiamo cercato di trovare la nostra cifra stilistica senza chiedere nulla in cambio, un momento magico che appartiene a un mondo altro...».
Nella quotidianità come si configura la vostra collaborazione?
«Da sempre il nostro modo di lavorare è impostato sullo scambio di pensieri, sul mettere a fuoco un’idea, parlarne fino a condividerne ogni parte, il lavoro pratico viene svolto da uno o dall’altro ma mai assieme. L’unico caso in cui le mani sono state di entrambi è “Scegli il paradiso” la scultura del miracolo».
Come si è evoluto nel tempo il vostro linguaggio artistico?
«Si è radicalizzato in una soggettività sempre più stringente, in un realismo che noi vogliamo pensare magico, un po’ surreale, forse per noi un ultimo spazio di libertà espressiva».
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Vi risulta che il mondo dell'arte di oggi sia in qualche modo cambiato rispetto a quello dei vostri esordi?
«È veramente tutto cambiato in una manciata di anni, il ruolo delle gallerie, la pressione delle aste, le fiere in continua espansione, l’arte assomiglia sempre di più a un prodotto finanziario più che a un prodotto dell’anima».
Quali gli aspetti dell'arte contemporanea che maggiormente apprezzate e quali quelli che vi sentite di condividere meno?
«Apprezziamo la grande apertura culturale e non condividiamo la mercificazione dell’arte che sta creando falsi miti».
Nonostante l'apprezzamento e il prestigio acquisiti all'estero e l'invito che vi giunge da più parti a trasferirvi in altre nazioni, anche oltreoceano, avete scelto di continuare a vivere e lavorare nella vostra Imola, dove vi siete formati e dove da anni svolgete la vostra attività artistica. Quali i motivi di questa decisione, amor patrio o altro?
«Abbiamo sempre pensato che un buon radicamento potesse produrre una buona pianta, crediamo che si possa lavorare dove ci si sente meglio, è il lavoro che deve parlare al mondo, non è facile ci vuole fortuna e caparbietà».
Le vostre opere sono sempre delle sculture realizzate in ceramica. In tal senso essere cresciuti in un territorio vicinissimo a Faenza, quindi a stretto contatto con gli ambienti dell'artigianato artistico di questa importante capitale della ceramica mondiale, vi ha in qualche modo influenzato?
«La nostra formazione inizia a Faenza all’Istituto d’arte per la ceramica, abbiamo conosciuto questa tecnica negli anni scolastici e ne abbiamo fatto il nostro materiale di espressione capendo che portava in sé grandi potenzialità espressive formali».
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Se da una parte i vostri lavori rimandano nella loro costruzione stilistico formale alla pop art, dall'altra non si può fare a meno di individuare non poche suggestioni surreali. Ne saltano fuori opere di straordinaria originalità e inconfondibili che ci portano dritti allo stile Bertozzi & Casoni. Quale il background artistico e culturale che ha consentito questo “miracolo”?

«Abbiamo da sempre guardato con attenzione a tutti i maestri dell'arte del passato e a tutto quello che ci circonda trovando in questo infiniti spunti per riprodurre composizioni che sono contemplazioni del presente in cui inseriamo la riflessione sulla morte».
Da qualche anno in una splendida location di Sassuolo è stato fondato il museo Bertozzi & Casoni. Con quale spirito è nato questo museo e quali gli obiettivi e i progetti che vi proponete di portare avanti?
«A dicembre 2017 si è aperto a Sassuolo alla Cavallerizza Ducale il Museo Bertozzi & Casoni un riconoscimento importante che grazie all’ing. Franco Stefani si è concretizzato. Lo spazio ospita una ventina di opere che appartengono ai momenti più significativi del nostro percorso. L’idea è di realizzare nel corso del tempo una programmazione che ci porti a confrontarci con altri autori, un dialogo che possa essere di stimolo e di discussione nel mondo culturale contemporaneo. Il primo è stato inaugurato lo scorso 14 giugno con l’esposizione di un significativo nucleo di opere in ceramica di Galileo Chini».
Cavallerizza Ducale














I vostri lavori più recenti sono quasi sempre incentrati su aspetti problematici legati alla natura e alla società del mondo di oggi. A vostro avviso l'arte oltre che all'estetica deve guardare anche all'etica?

«Nel 1979 abbiamo realizzato alcuni lavori che portavano il titolo di “minimi avanzi”. Erano delle sparecchiature sotto forma di sagoma in ceramica realizzate in un curioso puntinismo fatto di tre colori - rosso, verde, giallo - una sorta di memento mori ancora in fase embrionale. Per molto tempo abbiamo pensato che le uniche implicazioni a cui fare riferimento per creare un’opera fosse la composizione e la compenetrazione tra forma e colore, ma osservando le opere degli ultimi 30 anni quello che è evidente è che abbiamo realizzato “vanitas” e opere dove gli attori principali erano o sono animali in estinzione come ad esempio l’orso polare e il gorilla, quindi non è solo l’estetica ma anche e soprattutto l’etica che ci accompagna».
È lecito pensare che Bertozzi & Casoni, arrivati al top dell'arte internazionale, custodiscano ancora un sogno nel cassetto che attende di realizzarsi?
«Il sogno che abbiamo nel cassetto è di essere compresi. Un bisogno che non sappiamo spiegare».
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Antonella Squillaci. La potente fragilità.

A cura di Giorgio Barassi.
“Il tuo unico dovere è salvare i tuoi sogni”
(Amedeo Modigliani, da una lettera a Oscar Ghiglia)

Una passione.
Un sogno.
Poi, l’avverarsi di quanto profondamente desiderato.
Per Antonella Squillaci, pittrice e scultrice, l’arte è una necessità insopprimibile, coltivata nei sogni e nelle ambizioni di ragazzina diventate mestiere, missione, dovere.
Perché è proprio nel senso del voler compiere esattamente quel che le piace il segreto-non segreto del suo successo. Affascinano e colpiscono le sue donne, dipinte con una istintività mediata dalle accortezze della maturità, ma anche quelle fusioni in bronzo che hanno al centro del tema il corpo femminile, le sue sinuosità ed il secolare fascino che esercitano su chi guarda.
Antonella Squillaci approda alla pittura dopo un sogno raccontato a sua madre: “... chiamo mia madre ed esprimo il desidero di comprarmi una tela e dei colori, dicendole che avevo sognato di aver dipinto un quadro di Gauguin...”. Strano inizio, ma forse è meglio chiamare questa dinamica semplicemente un avverarsi di un desiderio. O meglio il porre in atto la volontà di fare qualcosa di gradito, che è dentro chi coltiva una vera passione, desiderata al di sopra di ogni altra.
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Perché proprio Gauguin? Pensiamo che il sogno dichiari la volontà, poi raggiunta, del dipingere le donne perché si legga l’atmosfera che le avvolge e quella che creano. Tutto lì.
Si dice che vive bene chi fa un lavoro che gli piace. Ma qui si tratta non solo di gradimento. È una autentica vocazione al racconto dipinto, o scolpito, che affonda le radici nel desiderio, continuo e mai sopito, del creare e del raccontare attraverso pennellate decise ed immediate. Il segno di Antonella Squillaci è multiforme, e viaggia con l’espressione del sentimento raffigurato. Deciso, quasi duro ed intenso quando si tratta di volti che esprimono stupore o terrore. Dolce, raffinato, accorto e morbido, quandol’amore si affaccia da volti e corpi ammaliatori, figli di una sapienza creativa che passa solo dall’anima.
Tenace quanto decisa, la Squillaci prende lezioni di tango e condisce i suoi corpi ed i suoi volti femminili di una sensualità evidente e mai volgare. Era l’epoca delle lezioni del maestro Mauro Barreras, e la sala prove diventa una galleria di dipinti dell’artista: “...il tango ha dato quella forza e quella sensualità che mancava ai miei nudi... Mi sentivo ricca e capii che tango ed arte avrebbero sempre accompagnato la mia vita…”. Le forti dolcezze delle note di un tango di Gardel, la sincronia, l’intesa e la passione affascinano l’artista romana.
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È il momento della scelta, che lei vive propendendo per una ricerca che non escluda nulla, nemmeno la scultura, che rende tridimensionale l’affermarsi dei valori del corpo delle donne come messaggio di intimità e di forza, non certo di sola bellezza. La fatica della fusione in bronzo, delle lucidature, delle patinature, la stessa tecnica, difficile ed antica del raffreddamento del metallo fuso per lunghe fasi di lavoro non spaventano Antonella, che si lancia con successo nel creare, inventare e proporre una visione del corpo che esprima la totale potenzialità dell’universo femminile.
Autodidatta. Parola semplice, guardata dai detrattori come una carenza. Ed invece è solo un punto a favore, perché la voglia di dipingere è nata insieme ad Antonella Squillaci, ed ha preso spazi e tempi necessari per venir fuori dai dettagli delle sue tele e dei suoi busti. Un concerto di sapienza ed istinto, una continua evoluzione attorno alle capacità coltivate con caparbietà. Niente disegno. Solo il colore, prevalentemente nero, ed una manualità che è mediata con parsimonia dalla ragione ma che fa il suo corso ad ogni singola pennellata, ed emerge già alla prima occhiata. E queste, fino a prova contraria, sono doti. La severità degli studi è sostituita dallo zelo, dall’impegno a migliorarsi e dalla continua, incessante ricerca del corpo e del volto che meglio esprimano, in piena libertà, una donna vista da una donna, che non si chiude a riccio sugli stereotipi ma vuole mostrare le mille facce che spesso non appaiono per buona creanza o, peggio, per limiti imposti. La Squillaci va dritta: “…Una donna senza filtri, senza veli, con la sua fragilità e la sua potenza espressiva. Donne in bianco e nero senza volto, senza colori, cosicché ognuno di noi possa dipingerle con la fantasia…”. Tutto chiaro. Recepire il suo messaggio e farlo proprio è compito nostro.
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Una avventura senza barriere imposte, quella di Antonella Squillaci. Si può scommettere sul suo impegno continuo, sulla sua applicazione, ma non su cambi di direzioni o crisi creative. Perché davvero sa interpretare quel pensiero su chi sa usare la volontà: nulla è impossibile a chi lo vuole davvero.
Ed è leggibile in ogni sua opera l’intenzione di raccontare il corpo e il volto delle donne facendo leva su elementi contrastanti ed appaiati. Bellezza e forza, fragilità e tenacia. Ogni opera di pittura e di scultura creata, meglio dire voluta, da Antonella Squillaci dà il senso di una conoscenza profonda dell’anima delle donne, ma fa emergere quella volontà di migliorarsi e confrontarsi con nuove sfide che non la spaventano. Altro che fragilità! Dopotutto ha solo seguito i suoi sogni. E li ha resi realtà.
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SEMBRA VIVO!

Palazzo Bonaparte, Roma.
Fino all’8 ottobre 2023.

A cura di Silvana Gatti.

Arthemisia propone, a Palazzo Bonaparte di Roma, un progetto del tutto nuovo e visionario sulla scena dell’arte contemporanea italiana. Mentre il pubblico attento all’arte conosce i nome dei grandi pittori iperrealisti, meno note sono le opere degli scultori iperrealisti. Per la prima volta in Italia, questa mostra è dedicata alla grande scultura iperrealista internazionale, raccontata attraverso i più importanti artisti contemporanei quali Maurizio Cattelan, Ron Mueck, George Segal, Carole Feuerman e tanti altri. Le opere sono così reali da confondere i visitatori trasportandoli in un mondo al confine tra realtà e fantasia.
Fu il mercante d’arte belga Isy Brachot a coniare nel 1973 il termine “iperrealismo”, presentando la mostra “Iperrealismo. Maestri americani ed europei” nella sua galleria di Bruxelles, con i dipinti di Ralph Goings, Don Eddy e Chuck Close la cui precisione fotografica affascinava il pubblico. Oltre ai dipinti, Brachot presentava anche le sculture degli americani Duane Hanson e John DeAndrea e del belga Jacques Verduyn. Da allora, il termine “iperrealismo” si è diffuso nei paesi europei per indicare l’arte fotorealista prodotta a partire da modelli fotografici, ed in seguito il suo senso si è poi ampliato fino a comprendere creazioni il cui principio è l’imitazione precisa di modelli realistici. De Andrea e Hanson non lavoravano partendo da fotografie ma realizzavano calchi da modelli in carne e ossa, impiegando tecniche e materiali innovativi come le resine epossidiche e la fibra di vetro, completando l’effetto illusionistico con l’applicazione meticolosa del colore, dei capelli e, nel caso di Hanson, di abiti e accessori.
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Insieme agli esponenti del fotorealismo e della pop art, questi scultori iperrealisti rientravano in un movimento nato alla fine degli anni cinquanta in opposizione all’arte astratta. Non si può tuttavia ignorare che reperti archeologici del III millennio a.C. testimoniano una vivace tradizione di sculture policrome. Nel corso della storia (dall’epoca dell’antico Egitto, dei Greci e dei Romani alle nuove forme nel Medioevo e nel Rinascimento) sono state elaborate varie tecniche per intensificare l’effetto illusionistico delle creazioni artistiche. In letteratura Ovidio, nelle Metamorfosi, narra di una statua d’avorio creata da Pigmalione di Cipro e resa vivente dalla dea Venere per soddisfare l’amore dello scultore per la sua arte. Il mito di Pigmalione narra la storia di una persona che dà vita alle proprie idee, e come tale è il simbolo della creazione artistica. Nel Rinascimento era acceso il dibattito su quale forma d’arte fosse superiore, la pittura o la scultura, ed i sostenitori di entrambe le parti attribuivano grande importanza alla creatività. Il principale mezzo di espressione della scultura fu considerato fin dall’inizio la forma plastica, e ciò portò all’abbandono della policromia. Questa mostra riunisce sotto il concetto di iperrealismo opere che ricorrono a elaborati metodi progettuali per trasmettere l’illusione della realtà. L’attenzione è concentrata sulla resa dell’essere umano, della sua fisicità, ma anche dei suoi stati d’animo.
Sono esposte 43 mega-installazioni di 29 artisti, sculture impressionanti in quanto è difficile distinguere un corpo vero da un’opera d’arte tanto i dettagli sono realistici, fin nei minimi particolari.
Tra gli artisti, Maurizio Cattelan è presente con opere iconiche quali i piccioni dell’installazione “Ghosts” o la discutibile banana, meglio detta “Comedian”; Ron Mueck espone una gigantesca testa di uomo “Dark Place”, per poi proseguire con opere di George Segal, Carole Feuerman, Duane Hanson e molti altri ancora.
La vasta selezione di opere, provenienti da collezioni di tutto il mondo, documenta il carattere internazionale del movimento iperrealista che, dagli anni ‘70 in poi, si è costantemente evoluto adottando tecniche innovative di modellazione, fusione e pittura della materia, per raggiungere livelli sempre più alti nella rappresentazione realistica della figura umana.
Le sculture iperrealistiche emulano le forme, i contorni e la pelle del corpo umano o sue singole parti creando una incredibile verosimiglianza.
Sembra vivo! è una mostra che, tra arte e filosofia, induce a riflettere sul significato dell'essenza del visibile attraverso opere e figure anonime a grandezza naturale che riproducono - in modo quasi maniacale - la realtà, con grande attenzione ai minimi dettagli che creano un impatto quasi surreale, in cui l'osservatore è automaticamente portato ad interrogarsi sull'efficacia della mimesis e sulla veridicità dell'illusione, in una rappresentatività che supera il realismo e travalica il senso del vero. La mostra - ideata dall’Institut für Kulturaustausch, Germany, è curata da Maximilian Letze in collaborazione con Nicolas Ballario ed è prodotta e organizzata da Arthemisia.
3 Maurizio Cattelan Ave Maria
















La mostra vede come sponsor Generali Valore Cultura, special partner Ricola, mobility partner Atac e Frecciarossa Treno Ufficiale, media partner Urban Vision e partner Mercato Centrale Roma. Il catalogo è edito da Skira.
Questa mostra presenta, in sei sezioni, le molteplici possibilità aperte agli iperrealisti. Ogni sezione ruota intorno a un concetto centrale relativo alla forma e che fornisce una base da cui partire per considerare le opere dei singoli artisti. La selezione di opere documenta quanto la rappresentazione della forma umana sia stata soggetta a continui cambiamenti.
Le diverse nazionalità degli artisti presenti (provenienti da Stati Uniti, Italia, Spagna, Belgio, Gran Bretagna, Australia e altri paesi) evidenziano il carattere internazionale del movimento iperrealista, che continua a svilupparsi ed evolversi in tutto il mondo.
43 opere di 29 grandi nomi dell’arte iperrealista a livello internazionale: dalle creazioni scenografiche di chi viene dal mondo del cinema come Ron Mueck fino alla rappresentazione “sacra e violenta” di Berlinde de Bruyckere; dall’artista dello scandalo Maurizio Cattelan, che proprio con le sue sculture è finito in mezzo a polemiche in Paesi di mezzo mondo, passando ai mondi psichedelici e fiabeschi di Carsten Höller, fino alla coppia più discussa degli ultimi anni: Elmgreen&Dragset. E poi ancora Sam Jinks, Patricia Piccinini, John DeAndrea, Carole A. Feuerman, George Segal, Brian Booth Craig e molte altre “super star” del contemporaneo.
La prima sezione è quella dei cloni umani. Tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta, Duane Hanson e John DeAndrea realizzarono sculture che sembravano persone in carne e ossa, utilizzando processi piuttosto laboriosi dal punto di vista tecnico. L'alto grado di realismo delle loro opere trasmette l'illusione di una reale corporeità, e il risultato finale è così convincente da renderle vere e proprie repliche umane. Le opere di questi artisti hanno avuto un'influenza decisiva sui successivi sviluppi della scultura negli ultimi cinquant'anni. Già alla fine degli anni cinquanta, Hanson si era dedicato alla creazione di copie di vari personaggi, utilizzando modelli veri per approdare a nuove realtà svelate attraverso il processo artistico. Si concentrava sui gruppi socialmente emarginati o sui membri della classe media, proseguendo nel solco dei realisti dell’Ottocento che, opponendosi all’immagine idealizzata dell’umanità tipica del romanticismo dominante, rappresentavano scene di vita e di lavoro con personaggi del popolo, come si può notare nella scultura “Two workers (Due lavoratori)” qui esposta. I suoi ritratti della condizione sociale contemporanea riproducono persone e, grazie all’aggiunta di oggetti di uso comune e quotidiano, i posano lo sguardo su individui anonimi in momenti comuni della vita.
La seconda sezione è dedicata alle sculture monocromatiche. Dopo anni di prevalenza dell'arte astratta, le sculture monocromatiche di George Segal hanno rivalutato la raffigurazione realistica della figura umana. Seguendo le sue impronte, le generazioni successive di artisti hanno continuato a sviluppare l’interesse per la scultura realista. La mancanza del colore se da un lato riduce l'effetto realistico, dall’altro mette in evidenza la plasticità della forma umana, come dimostrano le opere di artisti quali Robert Graham e Brian Booth Craig. Con Executioner del 2013, scultura esposta in questa mostra, Craig crea una figura femminile dalla bellezza eroica e arcaica, quasi ieratica, riflettendo l’ideale classico di bellezza.

4 Duane Hanson Two Workers















Si passa poi alla terza sezione dedicata alle parti del corpo. Tra i precursori dell’Iperrealismo è da annoverare la scultrice americana Carole A. Feuerman, i cui nuotatori sembrano essere in completa armonia con sé stessi. Dagli anni Novanta in poi, molti artisti si sono concentrati su parti singole del corpo umano, utilizzandole come veicolo per messaggi talvolta umoristici talaltra inquietanti come nel caso dell’Ave Maria di Maurizio Cattelan, in cui le braccia separate dal resto del corpo sono una esplicita allusione alla storia contemporanea. Nel corso della sua carriera artistica, Cattelan ha dato origine ad opere considerate spesso provocatorie e irriverenti, al fine di evidenziare i paradossi della società contemporanea. Dopo Segal, che lavorava soprattutto con il gesso, e accanto a Graham e Craig, amanti del bronzo, è la volta dell’italiano Fabio Viale con la sua predilezione per il marmo. Viale, che ha imparato a scolpire il marmo a Carrara, ama giocare con la sua materialità, mettendo in gioco la percezione del fruitore. Fabio Viale reinterpreta il ruolo del marmo nella società contemporanea: il suo modo di manipolare il più classico dei materiali fa di lui un vero maestro in quest’arte. L’artista è noto per aver trasformato otticamente il nobile materiale in sostanze meno nobili quali polistirolo, carta, plastica e legno, trasmettendo un senso di delicatezza del tutto inaspettato. La resa di questi oggetti di uso comune è tanto ingannevolmente realistica da creare un’illusione perfetta. L’opera di Viale fa riferimento ai capolavori del passato, creando copie di sculture antiche per poi decontestualizzarle superficialmente, come nel caso della bellissima Venere italica che sembra di polistirolo, mentre a uno sguardo più attento ci si rende conto che si tratta di una statua di marmo. In questo modo si ottiene un’illusione perfetta e un approccio contemporaneo a un mezzo altrimenti tradizionale.
La quarta sezione affronta il tema del cambio di prospettiva, con il corpo in scala. Negli anni novanta si è ricominciato a considerare nuovamente la figura umana come un tutt’uno, mettendo in primo piano l’esistenza nelle sue varie fasi. Dalla metà del decennio, l’australiano Ron Mueck ha dato forma a figure in silicone, vetroresina e acrilico, giocando con le dimensioni. Rinunciando all’aggiunta di accessori, Mueck si concentra sulla fisicità ritraendo le fasi della vita: nascita, pubertà, vecchiaia, morte. Il suo Dead Dad (La morte del padre) del 1996-1997 rappresenta il corpo del padre defunto così come l’artista lo ha immaginato, cioè più piccolo del vero; la testa è completata con i capelli dello stesso Mueck e rimanda alle maschere funerarie note fin dall’antichità. È un memento mori iperrealista che ricorda le rappresentazioni del corpo schiette e crude dei maestri del gotico come Albrecht Dürer e Hans Holbein il Giovane.
Dopo Mueck, anche gli artisti Marc Sijan e Sam Jinks hanno creato sculture iperrealiste di dimensioni differenti dalla realtà. Sijan ha lavorato occasionalmente con Duane Hanson, e questa collaborazione è evidente nelle sue prime figure a grandezza naturale. Oltre ai corpi frammentari, Sijan tenta di catturare lo stato emotivo dei suoi protagonisti. Con sculture come Embrace (Abbraccio) del 2014 e Cornered (Accerchiato) del 2011, la scelta delle proporzioni rende l’idea di un’esistenza fragile e sottolinea l’emotività dei rapporti umani. Anche Jinks realizza composizioni toccanti e tra i suoi temi, come per Mueck, vi sono i cambiamenti subiti negli anni dal corpo e dallo spirito. La sua opera in scala ridotta dal titolo Woman and Child (Donna e neonato) del 2010 è molto emozionante e presenta la vita dall’inizio e alla fine: una donna anziana abbraccia un neonato, chiudendo il cerchio della vita.
2 Basheski Ordinary Man






















Il successo delle sculture monumentali raggiunse la sua acme nell’antica civiltà assiro-babilonese e poi in quella egizia; in entrambi i casi le opere erano simboli di potere, religioso o secolare. Nell’antica Grecia, il Colosso di Rodi, alto oltre trenta metri, era annoverato tra le sette meraviglie del mondo. Il principio che guida l’arte monumentale era e continua ad essere quello di superare la misura dell’umano, come in A Girl (Ragazza) di Mueck, opera del 2006 che rappresenta una neonata lunga cinque metri. Anche Zharko Basheski, artista della Macedonia del Nord, usa l’effetto della sovradimensione nel suo Ordinary Man (Uomo comune) del 2009-2010, raffigurando un uomo che fugge da una prigione sotterranea sfondando il pavimento e sporgendosi nella stanza con una presenza monumentale.
La quinta sezione affronta la tematica della manipolazione del sé. I progressi della scienza e le nuove prospettive della comunicazione digitale hanno portato a un cambiamento radicale nel modo di concepire la realtà.
Influenzati dalla realtà virtuale, artisti come Evan Penny e Patricia Piccinini hanno iniziato a osservare i corpi da prospettive distorte. Tony Matelli sfida le leggi naturali, mentre Berlinde DeBruyckere, con i suoi corpi contorti, mette in discussione la morte e il carattere effimero dell'esistenza umana.
L’ultima sezione, Oltre la specie, è dedicata al mondo animale manipolato dall’uomo. Bestie che non hanno nulla di naturale essendo frutto di mutazioni, allevamenti, innesti. Una sezione che pone l’interrogativo sul prossimo futuro, in cui una natura artificiale, sintetica e contraffatta potrà forse dar vita ad un serpente o un polpo col senso dell’umorismo, mentre centinaia di piccioni potrebbero essere le anime di chi ha vissuto, nel corso dei secoli.
Una rassegna del tutto originale, questa a Palazzo Bonaparte, in grado di soddisfare il pubblico più curioso.
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Romanzo Italiano.

Per la prima volta insieme i lavori di due fra i fotografi italiani più importanti, Franco Carlisi e Francesco Cito.
Di Fabrizio Sparaci.

Si svolgerà dal 12 ottobre al 5 novembre 2023 presso lo Spazio FIELD di Roma, nelle sale storiche del principesco Palazzo Bran- caccio, la mostra “Romanzo italiano” con le opere fotografiche di Franco Carlisi e Francesco Cito.
Curata da Giusy Tigano, organizzata dall’agenzia fotografica milanese GT Art Photo Agency in collaborazione con SMI Technologies & Consulting Srl, la mostra presenta 120 fotografie in bianco e nero di due autori di rilievo nel panorama fotografico nazionale e internazionale, che lasciano dialogare le proprie fotografie per comporre insieme una narrazione a due voci su un tema comune, quello del matrimonio: un romanzo lungo 120 scatti intenso, incalzante e sorprendente, che esce completamente dagli schemi e rimane impermeabile alle convenzioni classiche della più comune fotografia di settore, ancorata a stereotipi di stile e di linguaggio, per lasciare spazio a un’esplorazione del tema defilata, spiazzante e in controtendenza.
Le immagini in mostra si susseguono e si intrecciano come elementi armonici di una partitura che si ripete quasi immutata da secoli, per raccontare - con sguardo a volte poetico e a volte ironico e disincantato - le sorprese emotive e i molteplici risvolti relazionali e sociali di uno dei riti di passaggio fondamentali della nostra società e della nostra cultura.
dalla serie "Il valzer di un giorno"














Le immagini di Franco Carlisi sono una selezione del più ampio progetto “Il Valzer di un giorno”, il cui libro è stato vincitore del Premio Bastianelli nel 2011 e del Premio Pisa nel 2013.
Il giorno è quello delle nozze, in una Sicilia nascosta, periferica, esplorata oltre il recinto delle codificazioni e delle convenzioni entro cui i protagonisti del rito matrimoniale costruiscono la loro recita. Nel sontuoso bianco/nero delle stampe, di suggestione quasi barocca, le fotografie accettano la sfida del tempo, per sorprendere nel suo flusso caotico l’attimo in cui il senso si rapprende, in un abbraccio, in una movenza, nella lacrima di una sposa, in una coppia che si invola in una giostra, dispiegandosi in una spazialità ricca di sinuosità e di anfratti, di tonalità intermedie fra lo scuro denso delle ombre e i bianchi accesi di una luce che non si arrende. “L’occhio di Franco Carlisi coglie continuamente dei “fuori campo” e ce li restituisce, direi proprio da narratore, con straordinaria vivezza e intensità. Le foto matrimoniali di solito anelano all’evanescenza, alla leggerezza, alla purezza, alla solennità. Invece, attraverso lo sguardo di Carlisi, tutto diventa carnale, vissuto forte, reale, senza mezze tinte” (Andrea Camilleri, introduzione al libro fotografico “Il Valzer di un giorno” di Franco Carlisi).
La selezione fotografica di Francesco Cito è invece parte del più ampio progetto “Matrimoni Napoletani” (o “Neapolitan Wedding”), vincitore del prestigioso World Press Photo nel 1995 (categoria “Day in the life”, 3° premio). Anche in questo caso, non si rinviene traccia della staticità e della monotona ripetitività della classica fotografia matrimonialista “di mestiere”, spesso assoggettata per necessità alle specifiche richieste degli sposi; si delinea piuttosto una cifra espressiva fortemente autoriale e slegata dai dettami della fotografia di genere convenzionale e stereotipata.
“Napoli, perché sposarsi qui non è solo folclore ed esibizione. Non è solo un giorno speciale nella vita, intesa come la vita vera. Tutto il contrario è la sospensione dell'ordinario, il trasferimento momentaneo ma radicale di un'intera comu- nità parentale, amicale, sociale in un'altra dimensione, senza più alcun rapporto con l'esistenza ordinaria di tutti. [...] Cito affronta una "struttura" possente, coerente, collaudata, funzionante: il moderno matrimonio foto-genico nella sua fenomenologia più completa e pura. E la de-struttura [...] per comprenderla e smontarla con cura, con i guanti e il monocolo all'occhio, come si fa con il meccanismo di un orologio di cui, da fuori, si vedrebbe solo l'ostentato ticchettio e il circuito delle lancette” (Michele Smargiassi, introduzione al libro fotografico “Neapolitan Weddings” di Francesco Cito).
Il matrimonio di Maria Rosaria Lembo, la quale indossa un abito dello stilista Gianni Molaro dal peso di 218 Kg. per 14 m di diametro. _ The wedding of Maria Rosaria Lembo, who wears a dress by the designer Gianni Molaro weighing 218 kg for 14 m in diameter













Il percorso visivo vede l’alternarsi costante dell’una e dell’altra lettura, e si affianca a un’installazione dedicata e di forte impatto che attraversa le diverse sale e intende esaltare in maniera sobria e discreta la carica emozionale e incantatrice delle fotografie, accompagnando il visitatore in un’incalzante suggestione immersiva e portandolo inconsciamente ad un progressivo coinvolgimento emotivo e fisico.
L’evento espositivo così concepito si presenta come un progetto a tutto tondo in grado di esprimere la carica visionaria dei due fotografi, che - pur differenziandosi tra loro, lavorando in geografie differenti e mantenendo intatta la propria identità autoriale distinta e singolare - sono in grado di rappresentare un tema tutto italiano in maniera congiunta e coerente, quasi simbiotica, dimostrando un’originalità inedita e sorprendente, una profonda e amabile leggerezza, e una rara e commovente sensibilità.
Precedentemente esposti più volte - singolarmente - in altre città (sia italiane che estere) con una selezione fotografica spesso più ridotta, i due fortunati progetti di Carlisi e di Cito si coniugano per la prima volta insieme in un duetto inedito, toccante e convincente, in una location d’eccezione della nostra prima città italiana, componendo in ambienti scenografici memorabili una esposizione raffinata, intensa e indimenticabile che si fa vetrina di costume, storia sociale, emozione condivisa.
La mostra è accompagnata da un catalogo completo che potrà essere acquistato pres- so lo Spazio Field durante tutta la durata dell’esposizione.
Tutte le opere presenti in mostra possono essere acquistate come stampe fine art in edizione limitata, certificate e firmate in originale dagli autori, rivolgendosi all’agenzia GT Art Photo Agency.

Inaugurazione
Giovedì 12 ottobre
dalle ore 18.30
Orari di apertura mostra:
Martedì-Sabato 19.00-23.00
Prima delle 19.00
solo su appuntamento
(Spazio Field +39 06 4873177)
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Les fleurs et les raisins. Trasversali allegagioni d’arte. BUFALO E SUPER WINES.

Di Alberto Gross
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Appuntamento tra i più attesi per gli amanti del vino in cerca dei suoi interpreti più virtuosi, si è confermato anche quest'anno "Bologna Super Wines", manifestazione promossa da Go Wine, associazione per il turismo del vino. Nelle sale del "Relais Bellaria" di Bologna un pubblico di appassionati e professionisti del settore ha potuto incontrare direttamente produttori provenienti da tutto il territorio nazionale e scoprire i segreti di quei vini unici, espressione di una regione, a volte identitari di luoghi piccolissimi e sconosciuti ai più. Proprio questo -infatti- si dimostra essere lo scopo di Go Wine: avvicinare ed incuriosire un pubblico di consumatori che vada poi a conoscere in loco i terreni, le vigne, le persone che sono dietro ai grandi vini italiani. A conferma di ciò la presentazione - come corollario alla degustazione - del volume "Cantine d'Italia 2023", preziosa guida che accompagna l'enoturista attraverso le storie dei territori e delle persone che se ne prendono cura per consegnarci prodotti dalle peculiarità uniche, espressione diretta dei luoghi di provenienza.
Tra i tanti assaggi eccellenti e pregevoli, nuove scoperte, ne scegliamo uno sulla base sia del capriccio che della sincera amabilità della degustazione: azienda Nero del Bufalo, piccola realtà vitivinicola a Sant'Agata sul Santerno in provincia di Ravenna, comune duramente funestato a seguito dei recenti accadimenti alluvionali.
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Condotta e guidata dall'istrionico e sempre cordiale viticoltore Giuseppe Turi, l'azienda produce sia uve autoctone identitarie del territorio romagnolo, che uve internazionali.
Il nostro assaggio si è diretto sulle "Bolle del Bufalo", uno Charmat Extra Dry a base di Trebbiano e Chardonnay: brillante nel bicchiere, i primi sentori sono tenui, delicati effluvi di fiori d'acacia e gelsomino; il sorso è brioso e allegro, un accenno di residuo zuccherino lascia il palato profumato di pera e pesca a polpa bianca, certamente goloso e curioso del calice successivo. Un vino affabile, amichevole e gioviale, che restituisce genuinamente la personalità di chi lo ha prodotto.
Questa volta, come non mai, le suggestioni sono quasi automatiche: sul piatto del giradischi scorre "Bufalo Bill" di De Gregori, tra le mani la copertina storica con un particolare dall'illu- strazione di Gil Elvgren, a scartare di lato "American Riding Act" di Otto Dix. Dinamicità, storia, amore e passione.
E abbassate la luce. 
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Artisti allo specchio - Paolo Graziani.

Un racconto artistico di una Parola che germoglia vita e genera speranza.
Di Paolo Graziani.
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Ogni mia opera rispecchia una ricerca esistenziale, una finalità umana, artistica, di Fede, il tentativo di generare bei pensieri e buoni propositi. Stucchi plastici, smalti, acrilici, opportunamente miscelati, manipolati, trattati, incisi, sono protagonisti nelle creazioni, per indagare con passione viscerale, ma anche in modo intimo e delicato, le innumerevoli forme della materia. Attraverso questo processo, si rileva un costante dialogo, il supporto diventa il territorio della ricerca, nel quale si scoprono sentieri nuovi dell'espressione, che mi portano a rileggermi, interrogarmi, commuovermi.
Nonostante mi muova sull'onda dell'intuizione, rimango sempre e costantemente in ascolto, modifico, mentre creo la materia il colore, finché non percepisco di aver detto tutto ciò che tengo a comunicare, nel modo, nella forma, con l’intensità che desidero trasmettere. “L’espressione artistica informale, concettuale, materica ha bisogno di questa lucidità per essere perforante, significativa, armonica, creare aperture di lettura e rendersi capace di coinvolgere nel profondo chi ci si sofferma. Attribuisco vitale importanza alla “Luce”, è la luce, e il come uscire dalle zone buie e scure, che rimane la base della mia prospettiva visiva e psicologica, in cui si disvelano, prima a me stesso e poi agli altri, i luoghi dell’anima sopiti, trascurati, dove l’immaginazione, la percezione si pongono ben oltre una limitata realtà o ciò che superficialmente e limitatamente cogliamo con gli occhi.
ecofilia 1 ricerca di armonia ed equilibrio con la natura che ci circonda 80x80 gennaio 2023 tecnica mista materica su tela

















È propriamente questo che mi affascina dell'arte: cercare di rappresentare ciò che non si vede, quello che si sente interiormente e rimane scolpito nell’animo, che lo nutre e lo alimenta in questo umano cammino. Attribuire estrema importanza alla materia, la necessità di sentirla, plasmarla tra le mani e sul supporto, un invito a percepirla come dimensione tattile, uno spazio in cui perdersi e ritrovarsi, diventa il luogo in cui rileggere l'esistenza, la realtà quotidiana e i tanti accadimenti. La finalità di generare comuni riflessioni sul momento, sulla nostra vita, passa attraverso questo linguaggio, che costituisce la cifra del mio modo di esprimermi. è in particolare la ricerca sull'umano agire, sulla natura che lo circonda, sul tempo che abbiamo a disposizione e ciò che conta realmente, il cercare di convertire i cuori induriti è ciò che alimenta questa attività, racconto artistico di una Parola che germoglia vita, genera speranza.
natura quieta 4 ottobre 2021cm 84x65tecnica mista materica stucchi plastici smalti acrilici oli su supporto ligneo

















Nota biografica,

Paolo Graziani è artista romagnolo di lungo corso. Vive e lavora a Forlì.
Ha al suo attivo una numerosa serie di mostre, personali e collettive, presso spazi pubblici e privati.

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Arte e Oltre

Arte e Oltre

alla Galleria Ess&rrE, Porto Turistico di Roma.

29 luglio – 18 agosto 2023

La Galleria Ess&rrE nel proseguire nella ricca programmazione artistica del 2023 propone diverse mostre di qualità indiscussa che sono all’insegna della bellezza, dell’eleganza e della virtù artistica in cui nella mostra “Arte e Oltre” con gli artisti Francesca Cervelli, Roberta Contiero, Annalisa Giacomelli, Riccardo Passuello, Daniele Salmaso, Gilberto Sartori, Roberta Sedocco, Sara Stavla, Federica Zanetti e Andrea Zuppa al Porto turistico di Roma si brinderà ad un nuovo ennesimo evento con circa 35 opere di selezionata arte. La Galleria e tutto lo staff vi introdurrà nella realtà estetica assoluta e presenteremo una nuova bellissima iniziativa in cui dieci artisti di concezione e tecniche diverse si confrontano a suon di opere anche di grande formato in cui il pubblico sarà parte integrante della mostra.

Le diverse espressioni artistiche sono la giusta promozione per la nuova stagione estiva pittorica con i più qualitativi esponenti della pittura e scultura che la galleria ha nel proprio gruppo artistico per i collezionisti più raffinati. Ormai da molti anni le varie generazioni di amatori attenti alle selezioni che proponiamo, trovano il giusto interesse per soddisfare ogni curiosità e acquisto personale. La mostra allestita con particolare cura da Fabrizio Sparaci sarà vissuta al Porto di Roma con il solito entusiasmo con un brindisi inaugurale e la musica di PrettyCixo. L’evento è curato da Alessandra Antonelli, direttore artistico della galleria.

Inaugurazione sabato 21 luglio 2023, la mostra sarà visitabile fino al 18 agosto 2023.

L’evento è completamente ripreso dalle telecamere di ZTL Tv di Antonello Nazarini con servizio esclusivo dedicato e sarà inoltre pubblicato nel nuovo numero di Art&trA di Acca Edizioni.

Info: 329 4681684 – 392 2289810 - 388 6378032

Biografie d’Artista - Elena Modelli e il suo “Bestiario fatastico”.

 A cura di Marilena Spataro.

Un bestiario fantastico che si nutre di un immaginario gioioso e giocoso, quasi bambino. Autrice di questo mondo che lambisce i sogni e rasserena lo sguardo, laddove, invece, la contemporaneità, nella vita come nell'arte, troppo spesso ci riserva tristezza, malessere sociale ed esistenziale, angosce e, spesso incubi, è Elena Modelli, scultrice e ceramista di Imola, con una lunga storia di educatrice d'infanzia.
Una ruolo, quello di insegnante elementare, svolto con lo stesso entusiasmo che poi la vedrà impegnata come artista, e che le ha consentito di esplorare gli aspetti più genuini dell'animo umano che caratterizzano l'infanzia.
È da lì che bisogna partire se si desidera cogliere fino in fondo la poetica e l'estetica nel lavoro di questa scultrice. Il suo universo artistico, specie in questi ultimi anni, è in continuo fermento, in un serrato susseguirsi di creature che prepotentemente reclamano un loro palcoscenico, un loro posto al sole.
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Nascono così variopinti e scintillanti cavallette, coccodrilli, ranocchi, scimmie, elefanti e persino serpenti: ironico e simpatico bestiario di grottesche creature dalla espressività possente quanto, non di rado, dal piglio affatto rassicurante, che vanno ad aggiungersi, a un universo idilliaco fatto di prati fioriti, coloratissimi insetti, simpatici ibridi, figure mitologiche, della più tranquilla produzione degli anni passati. In questa festa di colori e di immagini sarebbe quanto mai riduttivo guardare all'opera di Elena Modelli soffermandosi alla sola apparenza, cosi' immaginando l'artista mentre plasma con mani sapienti terrecotte destinate a compiacere soltanto lo sguardo. C'è molto di più e c'è ben altro a sottendere il fantasioso lavoro di questa brava scultrice, in specie nel suo più recente bestiario. Sono molte le citazioni e le affinità, non saprei quanto consapevoli o meno, che si possono individuare nel lavoro di Elena Modelli che rimandano ai grandi innovatori dell'arte di fine ottocento e del primo novecento, a partire da Paul Klee e dalle immagini favolistiche di certi suoi dipinti, soprattutto nelle costruzioni più semplici, nelle più elementari e a soggetto animale o legate alla natura, dove l'immagine si caratterizza per una voluta arcaica primitività. Figure che nella loro semplicità esecutiva si rivelano di grande fascino inducendo ammirazione e sollecitando sensazioni di piacevolezza allo sguardo dello spettatore, mentre al contempo ne scaldano il cuore. Una magia questa che non nasce a caso, né in Klee e nemmeno nella Modelli, ma che scaturisce da una sensibilità artistica capace di penetrare i segreti più nascosti della natura.
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Sono, peraltro, molte le testimonianze dei critici che danno conferma della originalità e della forza espressiva delle opere dell'artista imolese e della loro vicinanza al lavoro di maestri dell'arte di ieri e di oggi, nonché di un lavoro che trova il proprio referente in linguaggi artistici ed estetici di civiltà e culture antiche. Scrive al riguardo il poeta e scultore Giovanni Scardovi "Quella di Elena Modelli è una scultura di combinazione cromatica forte e smagliante in cui l'animale viene descritto in chiave primitiva e trasfigurato con echi maya e atzechi che accompagnano queste figure plastiche grottesche ed eleganti.
Magicamente espressive e crudeli queste immagini scultoree uniscono nella loro semplicità una regressione primitiva ad una visione panica che evoca il gioco infantile allegorizzando la paura". Mentre il critico d'arte Alberto Gross scorge nelle opere della Modelli "un'ipotesi di elevata leggerezza visiva che riconduce alla lezione di grandi nomi del fumetto nostrano come Altan e Jacovitti, passando - obbligatoriamente - attraverso lo specchio di Carroll". Certo è, che osservando le terrecotte di Elena Modelli, è difficile rimanere senza sentirsi coinvolti emotivamente, senza provare quello stupore e meraviglia come solo nelle fiabe, nei sogni più belli, può accadere. Sogni che evocano percezioni di luoghi lontani, ancestrali, sconosciuti, insondabili, misteriosi. Luoghi d'incanto cui solo al cuore è concesso di entrare in un viaggio verso l'infinito, oltre il tempo.
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Vincent Van Gogh. Genio dell’arte.

 Di Francesco Buttarelli
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Non è semplice entrare nella mente di un artista che dipinse oltre ottocento quadri senza ottenere mai un riconoscimento. Con Van Gogh incomincia il “dramma dell’uomo” che si sente escluso da una società che non valorizza il suo lavoro facendone un emarginato, destinato inevitabilmente al suicidio.
Figlio di un pastore calvinista Van Gogh scelse, durante gli anni della sua gioventù, di diventare predicatore evangelico per i minatori di Borinage, una regione belga misera e abbandonata.
La sua predicazione univa socialismo umanitario ed evangelismo, e proprio per questo motivo la chiesa ufficiale lo allontanò. La rivolta interiore di Van Gogh si espresse nella pittura, un’esperienza creativa che in lui non fu mai disgiunta dai drammi della sua tormentata esistenza. Già nel periodo trascorso a Borinage van Gogh produce uno dei suoi massimi capolavori :”I mangiatori di patate”.
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Lo stesso artista spiegò che voleva dare l’idea che questa povera gente mangiava con le stesse mani che avevano lavorato la terra. La chiave di lettura del quadro è data da un certo tipo di espressività deformata, quasi uno studio psicologico della realtà. L’arte di Van Gogh non guardava al semplice aspetto esteriore delle cose ma al loro profondo significato. In questo periodo belga l’artista dipinse quasi esclusivamente in modo monocromatico, scegliendo dalla tavolozza quelle gradazioni (neri, grigi, bruni) che potessero meglio esprimere la cupezza e la desolazione della gente con cui aveva volontariamente deciso di vivere. Nel 1886 Van Gogh, su insistenza del fratello Teo, arrivò a Parigi.
Qui l’artista, animato da intenti rivoluzionari, trovò un muro di incomprensione e rifiuto dovuto alla società parigina dell’epoca. Una volta conosciute le tele luminose e brillanti degli impressionisti ne risultò affascinato. Abbandonò improvvisamente i temi sociali, passando dal monocromo ad un cromatismo forte ed incisivo, il colore per Van Gogh diviene strumento per manifestare un sentimento o un pensiero. Fu proprio questo uso violento e psicologico del colore che fece di Van Gogh il precursore dell’arte moderna di tipo espressionista. Ne è un esempio il famoso quadro “Caffè di notte” in cui il colore acquista il significato di una tremenda metafora. Van Gogh comprese che l’arte doveva servire a trasformare la società e l’esperienza che l’uomo fa nel mendo: in questo modo l’artista inaugura l’esperienza figurativa sotto l’insegna dell’espressionismo.
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