Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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José Luis Naharro

Maestro della Pop Art
di Svjetlana Lipanović
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Il pittore José Luis Naharro nasce a Zaragoza in Spagna nell'ottobre del 1958 in una famiglia degli artisti. Presto scopre il suo innato talento e, la sua vocazione artistica. Il passo successivo è l'iscrizione presso la Scuola della Belle Arti che frequentò con successo. Attualmente è uno dei più importanti esponenti della Pop Art mondiale che risiede a Losanna in Svizzera. Le sue opere si trovano nelle gallerie e presso gli amanti dell'arte tra l'Europa ed America Latina. Per capire il significato delle sue magnifiche creazioni è importante fare un passo indietro nel periodo quando è nato il movimento della Pop Art. In seguito al disastro mondiale provocato dalla Seconda guerra e, la nascità della società del consumo, nel 1950 in Inghliterra e negli Stati Uniti si è formato un movimento artistico che lanciò una sfida alla tradizionale arte. Nelle coloratisime tele sono apparse le immagini e simboli del mondo quo- tidiano e della comunicazione. Le varie ispirazioni spaziano da: soggetti popolari, cinema, fumetti, pubblicità ma, rappresentati con pungente ironia. Proprio, l'ironia è la principale caratteristica degli artisti Pop Art ed anche di José Luis Naharro. Ogni l'artista del movimento ha trovato un suo modo personale per esprimerla, nelle opere che sono anche lo specchio del consumismo dilagante. Negli anni, il pittore Naharro ha creato un suo universo del cromatismo affascinante, divertente, pieno di energia e movimentato dove le scene e i simboli della cultura popolare, della società dei consumi sono rappresentati con i personaggi di fumetti, oppure ideati da Disney; loro acquistano una nuova vita che li vede protagonisti nelle varie situazioni. Le immagini emozionanti dipinte con la vernice industriale alla cellulosa rende le tele particolarmente luminose, con i colori scintillanti.

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I simpatici, attraenti protagonisti delle tele sono immortalati con una perfezione armoniosa dei movimenti. E' molto significativo il breve testo critico scritto da Juan Gabriel Lopez: « Una delle caratteristiche di questo artista è che può passare due o tre giorni a lavorare senza fermarsi. Per Naharro, dipingere è un modo per scollegarsii dalla realtà e lo paragona alle droghe o alcol, bevande che alcuni artisti usano per raggiungere uno stato di trance o di allucinazione che sono necessarie quando si tratta di una opere che è più forte di te.». E lo stesso pittore aggiunge: «Trovo questa forza isolandomi totalmente, senza vedere passare le ore o anche i giorni». Grande ammiratore di Pablo Picasso, segue un suo detto che «il genio possiede solo 1% di talento, mentre il lavoro rappresenta altri 99% per ottenere i risultati significativi. L'ispirazione non è tutto». Spesso cita anche Albert Einstein, un altro grande personaggio vicino al suo modo di pensare. La sua incessante attività si svolge anche nel campo di abbigliamento con le creazioni originali e, nell'antiquariato.

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Prossimamente, intende aprire una Fondazione Museo a Madrid dove sarano esposte le opere: Pop Art, Arte brutta e Street Art. Inoltre, sarà un luogo di ritrovo per gli artisti in cui potranno scambiare le opinioni, le esperienze ed altro. In questo modo – specialmente ai giovani – sarà offerta una possibilità di espressione di solito riservata ai privilegiati. Durante la sua luminosa carriera ha partecipato a varie mostre: IFEMA Madrid, IFEMA Barcellona, Bilbao, Monaco, Dallas, Zaragoza, Losanna. Dal 20 aprile 2024 sarà presente alla mostra «Dal Realismo all'Astrazione» presso il Museo Venanzo Crocetti, a Roma, con una fantasiosa opera dedicata allo scultore Crocetti. I punti di riferimento in Svizzera sono: Multiexpo, Naharro Progetto, Naharro Antiquariato.
José Luis Naharro, artista passionale che vive per l'arte spesso afferma « che i quadri migliori, sono quelli che ancora non ho fatto». Certamente, con la sua costante dedizione al lavoro creativo, in futuro ci presenterà altre stupende opere dipinte, alla ricerca del quadro perfetto.


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L'Eccezione nell'attimo

Visto il successo della scorsa settimana e per dare a tutti la possibilità di intervenire per ammirare 41 splendidi lavori su diversi supporti, ripetiamo con una nuova data l'inaugurazione della mostra personale fotografica di Gaia Maria Galati.
Sabato 13 dalle ore 16:30 ci trovate nuovamente alla Galleria Ess&rrE!!!


Nella spettacolare passeggiata del Porto turistico di Roma nella Galleria Ess&rrE si inaugura il 6 aprile 2024 alle ore 18:00 la mostra L’ECCEZIONE NELL’ATTIMO, mostra fotografica personale di Gaia Maria Galati, figlia del territorio laziale. La mostra racconterà negli anni delle esperienze proprie fotografiche della Galati, raccogliendo scatti dei suoi diversi modi di proporre lavori eccellenti che la risaltano e che l’hanno consacrata oggi come artista dalle spiccate doti di classicità accompagnate a sperimentazioni moderne ed avveniristiche. La Galati, predisposta prevalentemente alla fotografia, sin da giovanissima ha sviluppato una particolare dedizione anche alle poesie e ha sfoderato negli anni della sua evoluzione una notevole padronanza che ha accompagnato la sua conoscenza della fotografia sia analogica, prima, che digitale poi, a fortunati esperimenti digitali come gli attuali Lavori, unite dai supporti sia comuni sia speciali come l’alluminio, e il DBond oltre alle stampe su tela di notevole fattura, dedicate agli scorci dei posti più suggestivi internazionali del suo escursus, e in particolare della sua tradizionale voglia di proporre arte.

Elegante e puntuale nella composizione e dalla intuizione creativa intelligente, la Galati incontra la città in un luogo, quello del Porto turistico di Roma, ricco di storia data la vicinanza agli scavi di Ostia Antica, in grado di contenere la grande produzione di questa artista molto accorta alle evoluzioni della società e dalle idee estremamente chiare, prendendone di “mira” i giusti vantaggi.

Durante l’inaugurazione l’artista leggerà alcune sue poesie tratte dal libro “Il filo delle mie emozioni” edito da Acca Edizioni, il tutto accompagnato dalle suadenti note del violino di Federica Quaranta.

Riprese ed interviste a cura di Antonello Nazarini di ZTL TV.

La mostra è curata da Alessandra Antonelli e Roberto Sparaci.

Nuova data sabato 13 aprile 2024 ore 16.00

Ingresso libero

Orari di apertura: mattino ore 10.00-13.00

                pomeriggio-sera  ore 15.00-19.00

Sabato dalle 16.00 alle 20.00

Domenica su appuntamento

Contatti:  329.4681684 - 3886378032

www.accainarte.it - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Sergio Durante. La modernità di un classico che vive il futuro.

Ma guardate l'idrogeno tacere nel mare
Guardate l'ossigeno al suo fianco dormire
Soltanto una legge che io riesco a capire
Ha potuto sposarli senza farli scoppiare…

Fabrizio De André, “Un Chimico”
da “Non al denaro, non all’amore né al cielo”, 1971

Di Giorgio Barassi.

1950: Mr. Abbott produce fibra di carbonio portando il rayon ad una temperatura di quasi 1000 °C, ottenendo un materiale resistente oltre il pensabile.
1958: Roger Bacon, scienziato dei materiali, crea la prima fibra di carbonio ad alte prestazioni.
Un anno dopo, Akio Shindo migliora le caratteristiche della fibra di carbonio prodotta da poliacrilonite.
E. Fitzer e H. Schlesinger, nel 1966, producono fibra di carbonio da fase gassosa.
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Per evitare il rispolverare di elementi di chimica e fisica nascosti negli abbandonati libri di scuola all’ultimo ripiano della libreria, pensiamo al musetto di una macchina da corsa di quelle guidate da Mr. John Watson nel 1981. In un sabato di luglio, a Silverstone, nell’autodromo nato da una pista di un aeroporto militare durante la seconda guerra mondiale, Watson guida una Mc Laren MP 4/1, realizzata con una monoscocca in fibra di carbonio. Vince ed inaugura un’era che ancora oggi dice la sua, come nelle biciclette, nelle racchette da tennis, nei caschi di protezione, nei rivestimenti aeromobili, nelle canoe e in molti, moltissimi campi di applicazione. Avremmo voluto vedere la faccia dei meccanici delle altre scuderie, abituati al clangore del musetto staccato dalle vetture che assistevano, sofferenti dai tagli provocati dalla lamiera, metallo che diventava incandescente tra l’attrito e il caldo dei bolidi lanciati a velocità impossibili. Qualcuno storceva il naso, altri battezzavano la faccenda come una trovata senza futuro. Ma tutti, in tutto il mondo, dovettero ricredersi, ed oggi il “fatto in fibra di carbonio” è usuale, consueto. Addirittura scontato.
Un materiale che sa di moderno e di avvenire, che riveste il corpo snello dei caccia lanciati in mezzo ai cieli del mondo, che alleggerisce le strutture ed oppone resistenze superiori a quelle dell’acciaio. Quando ai tennisti venne proposta la racchetta in fibra di carbonio, i legni delle gloriose precedenti andarono mestamente in pensione. Il polso lavorava libero da peso eccessivo e la pallina schizzava via più rapida che mai. Lasciamo ai tecnici i dettagli, ma prendiamo quella invenzione come il primo dato per valutare il lavoro di un artista che con la fibra di carbonio produce arte contemporanea: Sergio Durante. Ha certamente le nozioni dello scultore, o, meglio, del modellatore che ha nei polpastrelli la capacità di sentire la materia e farla viva sotto il comando dell’ispirazione e della mente. Ha rispetto per le forme che il marmo, la pietra, il bronzo e il legno, hanno ricevuto dai maestri dei secoli passati, e da quelle storiche tridimensioni prende spesso ispirazione per rivisitare sculture notissime. Ha, soprattutto, una netta percezione del concetto di avvenire, ben piantato su criteri scientifici di solidità, realismo e rispetto del passato. Ma, non se ne scandalizzino i tecnologi ad ogni costo, ha fantasia, curiosità e romanticismo necessari ad affrontare con spirito sognatore la creazione di una opera d’arte.
Per toglierci ogni dubbio, pensiamo alla parola “tecnica”, che alla nostra lingua arriva dal greco τέχνη [tèchne], che vuol dire arte. Intesa come “saper fare”. Dopotutto, in gran parte del sud d’Italia, quando i nonni volevano chiedere che mestiere facesse il tale incontrato per caso in paese, pronunciavano la asciutta domanda: “…ma tu, che arte fai?”.
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Durante vive in un posto bellissimo del Piemonte, invece, in quella schiena collinare del biellese dalle terre provvide ed ordinate, da cui l’affaccio ai monti maestosi è una cartolina che quasi nega il soprannome dato a quei luoghi: la Manchester d’Italia. Nomignolo meritato, poiché la storia dell’industria piemontese passa da lì. Opifici nati nella metà dell’ottocento, filature e tessiture della lana, cappellifici che portano lo stile italiano nel mondo. Gente che lavora, sodo. E tra i mille viaggi che lo portano in giro per il mondo, quando a consolarlo dalla fatica non basta la Paletta biellese, un gustoso insaccato che viene dal muscolo della spalla del suino ben allevato, né un bicchiere di Erbaluce di Caluso, il tuffo nel mondo del creare e produrre come un antico maestro e vivere insieme il presente e il futuro non manca mai. La sua origine genovese è quella dei viaggiatori disposti naturalmente alla scoperta ed alla conquista. L’odore del mare della sua Zèna non lo sente, dallo studio piemontese, ma gli basta evocare le corse da ragazzino nei carrùgi per lanciarsi a capofitto nella sperimentazione. Un giàncu de Purtufìn ben freddo arriverà a ristorarlo, mentre pensa a quale corpo e quale curva di materia dovrà sperimentare, per meritarsi quel che oggi il pubblico di tutto il mondo gli consegna: la nomea di chi, attrezzato nella conoscenza dell’arte classica, ha idee e coraggio per spingersi fin oltre quello che la storia della scultura ha fin qui scritto. Una immersione totale, in cui la creatività fa da sponda al ritrovato tecnologico e viceversa, mentre nascono progetti, idee, valutazioni scientifiche e prime stesure.
Le sue opere più grandi hanno un aspetto solenne, ma sollevarle è una gioia. Mostrano una leggerezza inimmaginabile, a dispetto della mole, e fanno sentire il domani tra le forme di un passato classico ed immortale che a Durante piace molto. Insomma, quanto di tecnico, tecnologico ed avveniristico possa capitare, capita perché Durante mette mano alla fibra di carbonio con lo stesso rispetto che i Padri della scultura usavano per marmi e bronzi. E lo stesso accade quando a farla da padrone sono i quadri. Sissignori, la realtà figurativa non poggia sulla gloriosa tela, ma su un tessuto (tale è, alla vista e nella sostanza la fibra di carbonio) nero che fa da superficie e da base, su cui l’artista giramondo inserisce riferimenti alle filosofie orientali, immagini pop, visioni provocatorie di certificati azionari di aziende stranote e perfino ammonimenti. Più di una sua scultura (non è uno scandalo chiamarla così, il lavoro è manuale e la modellatura è parte del componimento scultoreo) è additare, è richiamo e denuncia. Accade, ad esempio, con una tavola da surf infilata in un magma di fibra di carbonio che pare inghiottirla non dando più scampo alla malcapitata. “Surfing the Metaverse”. Navigando sul metaverso. Il naufragio annunciato. E qua, noi di Laboratorio Acca siamo così d’accordo da volerne altri esemplari, anche se una lettura opponente della stessa opera mostrerebbe il trionfo del nuovo sulla massa informe del “vecchio”. Ma queste sono faccende interpretative, a cui Durante, intelligentemente, non pone limiti.
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A lui piace l’esclusività, ci lavora sopra da una vita. Perciò chi sceglie il suo lavoro avrà per sempre e sicuramente un’opera d’arte unica, oltreché di modernissimo ed antico insieme. Unicità. Perché, a dispetto del luogo comune, non bisogna essere più unici che rari, ma semplicemente rari. Tutti siamo unici nella nostra singolarità.
Perché l’utilizzo della fibra (proviamo a chiamarla così, da qui in avanti, solo per comodità) appartiene al secolo passato da poco, e gli impieghi sono sempre stati legati a mondi diversi da quello dell’arte. In questo, Durante è un pioniere, un singolare cavaliere dell’arte di oggi, che non si accontenta di cotanto merito, ma va ad utilizzare tutte le strade necessarie all’integrazione, alla modificazione ed al miglioramento possibili. Dopotutto, da industriale di successo, la vita lo porta a dover creare quanto serve a stare un passo avanti. E ci riesce, evidentemente, più che bene. Proprio i contatti di lavoro in giro per il mondo hanno permesso una diffusione dell’esclusività del lavoro di Sergio Durante, e parliamo di quello di artista-avvenirista. E il gradimento parla chiaro, quando gente di lingue diverse e lontane usa, per le sue aggraziate sculturine che evocano forme e figure della scultura classica, il termine “italian art”, che non può che riempirci di orgoglio nazionale.
Pittore, anche. E perché no? Se la pittura si stende sulla tela, sulla carta, sulla tavola e saltuariamente su altri supporti, le operazioni artistiche di Durante hanno nella fibra la loro area scelta e preferita. E negli sfondi, lavorati per dare senso e significato a tutto il quadro, le sue opere di pittura raccontano e dirigono la fantasia di chi osserva. Soggetti tratti dal noto a tutti, che sbrigativamente liquideremmo col termine “Pop”, ma qua i personaggi hanno un senso non solo in base a quanto riportato coi colori. Assumono significati marcati quando lei, la regnante fibra di tutto il creare di Durante, subisce aggraziate scalfitture, tracce, accennati ghirigori, segni. È lo sfondo che non ha solo il ruolo di accompagnamento, ma che evoca e conduce, eccitando i caratteri dell’opera, sottolineandoli. Per un personaggio come il terribile Joker, ad esempio, Sergio Durante usa due parti della scura fibra a fare da sfondo e supporto. Il cui ordito va in due direzioni opposte, come ad evocare il male ed il bene, i contrasti che vivono in ciascuno di noi ed anche nel ghigno del nemico di Batman.
Un comporre delicato e faticoso, un incontro di tecnica, stile e classe. Un riecheggiare continuo di nozioni classiche dell’arte immortale greca e romana. Proponendo con la lavorazione della fibra di carbonio i suoi lavori, Durante scrive un’epoca nuova, addolcisce la pillola ai puristi e stimola la fantasia di chi è pronto sempre a nuove frontiere. In questo, e nella sua frequentazione di ambienti in cui la leggerezza della fibra è regola fissa, sta la sua esclusiva e preziosa attività di artista: adeguare al gusto di chi ama distinguersi nelle scelte tutti quegli studi e quelle fatiche che lo hanno già portato ai vertici della produzione industriale per automobili da corsa, aerei, scafi. Lo fa senza dimenticare mai di essere un italiano della categoria dei Filippo Parodi, magnifico scultore nella Genova del Settecento, e di quella di Giovanni Andrea De Ferrari, che con le sue opere faceva risuonare lo strapotere economico della Repubblica di Genova.
Lo spirito dell’amante del classico senza fine è invero lo stimolo che ha portato Sergio Durante fin qui, cioè in un punto altissimo della qualità e dei valori dell’arte italiana che gira il mondo.
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Per Laboratorio Acca è l’ora delle mostre.

A cura della redazione.

La tivù, sempre e comunque.
E ora... le mostre promesse che man mano arrivano. Laboratorio Acca continua il suo percorso indicato all’inizio della stagione autunno-inverno 2023-24 ed apre a nuove iniziative che corredano il lavoro editoriale collegato alla trasmissione della domenica sera su Arte Investimenti TV.
Nella atmosfera della Roma rinascimentale, il 20 febbraio scorso i due presentatori Giorgio Barassi e Roberto Sparaci, in veste di curatori, hanno inaugurato alla Galleria Angelica di Roma “Vedute dell’anima”, la personale dedicata ad Aleardo Koverech, artista di Laboratorio Acca. Una bellissima serata d’arte e di emozioni, completata dalla presenza di Franco Boni, decano dei presentatori di arte in televisione, ed affollata da collezionisti, amici e curiosi che hanno veramente gradito i dipinti dell’artista che racconta la sua Roma e la natura con un invidiabile entusiasmo, figlio di una indiscutibile energia creativa che tutti hanno apprezzato. Ne parleremo dettagliatamente nel prossimo numero di Art&trA.
E ora tocca ad Alessio Schiavon, per la personale a Padova, Palazzo Santo Stefano, curata da Marina Sonzini. 13 aprile la data già annunciata in televisione. Non basta: ancora in Veneto, ma a Verona, in un ambito storico e decisamente affascinante, Porta Palio, una delle porte della città, prenderà corpo “Laboratorio Acca a Verona”, una mostra che porterà, come avvenne a Roma nello scorso Giugno 2023, le opere degli artisti “della televisione” in un ambito cittadino e in uno scenario davvero importante. Naturalmente, oltre alla data e qualche accenno al programma, i due della domenica sera non aggiungono altro. Il 25 maggio la partenza dell’evento nella città scaligera.
Giugno 2024 riporta alla Galleria Ess&rrE del Porto Turistico di Roma la ormai collaudata CalifArte. L’appuntamento, riservato in esclusiva agli artisti di Laboratorio Acca, che impegna i pittori e gli scultori della squadra a creare opere ispirate dai testi, tanti e bellissimi, scritti da Franco Califano nella sua lunga carriera. Appuntamento al mare di Roma sabato 8 giugno. Dipinti, sculture, musica e poesia alla presenza dei tanti appassionati alla figura del Califfo ed all’arte dei protagonisti della trasmissione della domenica sera.
Ed infine (ma conoscendo il modus operandi di Laboratorio Acca aspettiamoci altre novità...) l’approdo nella storica Dubrovnik, Croazia, nel prossimo ottobre. Appuntamento che sa di internazionalità nella cornice del magnifico Palazzo Sponza.
Un panorama ricco di attività che corredano l’assiduo impegno televisivo di successo. E di fatto si riscontrano sempre maggiori consensi dal pubblico della domenica sera, quando dagli studi milanesi di Arte Investimenti arrivano le immagini e le descrizioni riguardanti i lavori degli artisti di Laboratorio Acca. Un impegno che svela ai tanti spettatori nomi e storie di artisti italiani di qualità.
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LABORATORIO ACCA

Tutte le domeniche alle 21.00 sui canali di
Arte Investimenti TV
133 DTT, 868 Sky.
Streaming: www.arteinvestimenti.it/web-tv/
Tutte le puntate sono disponibili su:
YouTube canale Laboratorio Acca
https://accainarte.it/laboratorio-acca/video-laboratorio-acca.html
Gli artisti interessati possono scrivere a:
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La domenica in tv con Laboratorio Acca: una nuova finestra sul mondo dell’Arte.
Questo programma è offerto da Renewable Consulting .
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Art on EARTH

Avvicinandoci alla bella stagione nella Galleria Ess&rrE si inaugura una delle più interessanti mostre della programmazione artistica del 2024 che apre i battenti il 9 marzo alle ore 17:00 con opere di qualità pittorica dalle indubbie particolarità artistiche e la mostra sarà all’insegna dell’eleganza, della bellezza e della virtù in cui al Porto turistico di Roma nella mostra “Art on Earth” con gli artisti Paolo Frigo, Paolo Graziani, Gilberto Sartori, Mirella Scotton e Sara Stavla che, presenti per l’inaugurazione, saranno a disposizione per soddisfare ogni curiosità per i più attenti alle qualità pittoriche delle opere in mostra. Circa 30 opere per trovare tra i collezionisti e perché no, anche solo i curiosi ma attenti alle novità, la giusta scelta pittorica per aggiornarsi sulle scelte opportunatamente fatte da Alessandra Antonelli, curatrice della mostra, e far propria l’opera più vicina al gusto personale. La Galleria e tutto lo staff vi introdurrà nella realtà estetica assoluta e presentiamo questa nuova bellissima iniziativa in cui cinque artisti provenienti dal nord Italia di concezione e tecniche diverse, sono parte dei più qualitativi esponenti della pittura che la galleria ha nel proprio DNA per i collezionisti più raffinati. La mostra allestita con particolare cura da Fabrizio Sparaci sarà vissuta al Porto di Roma con il solito entusiasmo con un brindisi inaugurale e la musica di Dj ARI.

Inaugurazione sabato 9 marzo 2024, la mostra sarà visitabile fino al 5 aprile 2024.

L’evento è completamente ripreso dalle telecamere di ZTL Tv con servizio esclusivo dedicato e sarà inoltre pubblicato nel nuovo numero di Art&trA di
Blu Star International.

Info: 329 4681684 – 392 2289810 - 388 6378032

www.accainarte.it

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ἀταραξία: Le storie da “altrove” di Fabio Grassi.

Le soluzioni immaginarie sono il vivere e il cessare di vivere.
L'esistenza è altrove.”
(André Breton)
A cura di Giorgio Barassi
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E gli alberi divennero linee, spazi, colore. E lo spazio ed il colore insieme andarono altrove per tornare sulla tela.
Potremmo riassumere così il recente lavoro di Fabio Grassi, artista che merita ogni attenzione già solo per essere un frequentatore assiduo della ricerca in pittura da più di cinquanta anni. I due concetti primari della sua storia di artista sono quello di Spazio, con le sue infinite ed imprevedibili pieghe, preso di mira da sempre dall’artista massese, e Altrove, realtà distaccata dal mondo quotidiano, ma ben salda nel mondo terreno.
Nei recenti dipinti, Grassi fa riemergere quella propensione per il racconto informale, a lui congeniale ancor più di quei paesaggi che lo resero famoso. Eppure, già in quei paesaggi regnava un palpabile senso di indagine e di mistero, fatto per metà dallo stupore di vedere e rappresentare l’insolito (i suoi erano paesaggi, ma sapevano di metafisica e di non-comune) e per metà di incanto da ἀταραξία, cioè quell’atteggiamento che fu anche nella filosofia epicurea, stoica e scettica della Grecia di Democrito e poi ben oltre. Fu Marco Aurelio a tradurre quel termine, che letteralmente è “assenza di agitazione” in Tranquillitas. E già qui le cose si mettono meglio, tutto è più chiaro già dal vocabolo latino. Grassi è un impenitente aspirante atarassico. Per lui la tranquillità, che dalle parti della Versilia è mediata dalle cime delle Apuane che guardano il mare, è una continua aspirazione, raggiunta il giusto, dopo anni di onorato servizio in un mondo, quello dell’arte, popolato da agitati per definizione o per contratto. Già allora, nei dipinti di quelle colline mai da cartolina e mai usuali, appariva quel bisogno di staccare e riflettere, godendo di uno spazio consono, invitante, che irrimediabilmente finiva nella tela.
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L’Altrove di Grassi è un posto comune, ordinario, possibile.
Ma è quello a cui, in fondo, aspiriamo tutti. È la sua casa col bel giardino, il suo studio dalle pareti antiche, sono le mille idee divenute segno, colore, traccia e consistenza di una vita dedicata alla pittura ed al disegno. E proprio dal disegno, una passione mai sopita in lui, che paiono prendere le mosse le composizioni ultime, in cui il colore viaggia a braccetto del segno e nessuno dei due elementi sopravanza l’altro, per cui la gradevolezza e l’equilibrio sono rispettati da un canto di segni e tinte che raccontano una capacità di indagine e ricerca davvero notevoli. Grassi è un artista che dà sempre il massimo, ed il suo impegno è tanto più intenso quanto più ignoto è il destino che quella indagine affronterà, perché è nell’anima dell’artista che si annida il dubbio di non piacere. Dubbio reso evanescente da anni in cui la matita ha lavorato su carte pregiate, rendendoci finalmente enormi disegni fino ai due metri e mezzo per tre metri e mezzo, come quello esposto nella personale tenuta a Massa nel bellissimo Palazzo Malaspina ad ottobre del 2022. Disegno: matita e carta. I più pignoli direbbero grafite e carta pregiata ma in sostanza quella infinita indagine, quella fatica lenticolare che ha per protagonista lo spazio, si muove agevolmente dentro l’altrove che Grassi cerca e trova. Si, i disegni a matita di Grassi sono lo scoglio dell’agevole approdo, e sono anche il blocco di partenza scelto molti anni fa, quando contava soprattutto esercitarsi. Sempre, comunque.
Nei lavori nati ufficialmente nell’estate 2023, ma pensati con calma in tanto tempo, arriva quella generosità gestuale che in Grassi non è mai mancata, ed affiora una esigenza del racconto diretto, una espressione dell’anima che non ammette mediazioni e non concede correzioni di sorta.
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L’Altrove, in fondo, è sì un luogo mentale anelato, ma è anche un ideale posizione che costringe il pittore ad un distacco ariostesco, che non nega il coinvolgimento evidente e però sottolinea una maturità espressiva completa, solida. La stessa tecnica risuona di esperienze pregresse e chiama a raccolta il colore corposo, la carta resistente, qualche tavola, le tele scelte con cura. Deve starci dentro una materia lavorata di getto e di perizia, devono risuonare i toni dei gialli e dei rossi ac- cesi o il bianco abbacinante, mentre il nero, la tinta scura e terrena, fa da filo conduttore ed esprime proprio l’agio di starsene in quell’anelato luogo di beato isolamento volontario. Per i “classificatori” ad ogni costo, Grassi è uno che si esprime nell’informale più intenso. Per chi, come noi, lo conosce da anni, è un artista che sa e può esprimersi come gli pare, dopo una vita spesa a provare e riprovare le soluzioni, scegliendo le migliori sempre e senza dubbi. Il tracciato paesaggistico, e va ripetuto che quello non era solo paesaggio, il percorso di espressioni che hanno lo Spazio come protagonista, i disegni ed oggi queste azzeccate opere sono un breve riassunto di una esperienza affinata e vissuta senza tregua, a caccia di una espressione che scavalca quel rigore e quella garbatezza nei modi che descrivono l’uomo. Nella sua vita di artista, Fabio Grassi non ha mai usato toni alti, ma ora usa colori e segni avvisabili, perentori, più marcati. A chi dovrebbe essere concesso, se non a quelli che, come lui, calcano le scene della pittura da tanto tempo?
Siamo certi delle buone fortune che queste ultime opere raccoglieranno, e chi segue la rubrica Laboratorio Acca in tivù lo ha già dichiarato, mostrando di gradire anche questa ultima (ma non ultima) operazione artistica che fa vedere e capire quel che accade quando, in un posto tanto segreto quanto noto, come lo studio affacciato su un giardino di alberi e piante che si godono il vento dal mare e le lame delle folate improvvise dalla montagna, Grassi si gode quell’ Altrove in cui si lancia volentieri. Dopotutto il chiasso delle chiacchiere non gli è mai piaciuto.
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“Ritratti d’artista” Maestri del ‘900: Girolamo Ciulla.

Le interviste di Marilena Spataro.
Riproponiamo questa intervista di alcuni anni fa a Girolamo Ciulla. Il maestro, con nostro profondo cordoglio, ci ha lasciati nei mesi scorsi. Adesso riposa con altri grandi artisti del 900 nel cimitero di Pietrasanta.

Figure antropomorfe sospese tra sogno e realtà. Un racconto fantastico che nasce dal mito e che diventa favola bella.
Come è avvenuto il suo incontro con l'arte, maestro, e quale il clima che si respirava agli esordi della sua carriera?
«Il mio incontro ufficiale con il mondo dell'arte è avvenuto all'incirca a metà degli anni '80, quando incontrai in una galleria di Catania, che al tempo frequentavo, il gallerista Tiziano Forni, titolare dell'omonima galleria a Bologna. Io sono di Caltanissetta e “bazzicavo” diversi ambienti artistici siciliani. Forni notò il mio lavoro che gli piacque e cosi iniziò a promuovermi nella sua città e un po' dappertutto in Italia. Avendogli manifestato il desiderio di conoscere cosa si faceva a Pietrasanta, già allora considerata patria della scultura in marmo, mi portò nella bella cittadina toscana presentandomi allo storico dell'arte Pier Carlo Santini e “affidandomi” a lui, il quale poi mi sostenne e mi aiutò nell'intenzione di rimanere a lavorare a Pietrasanta. In quel periodo il mondo dell'arte era carico di entusiasmo e di speranze. Posso ritenermi fortunato di aver vissuto appieno quella stagione entusiasmante da cui ho tratto grandi insegnamenti artistici e umani e da cui ho avuto molto. A Pietrasanta, dove mi sono trasferito, era tutto un fermento, la cittadina pullulava di artisti famosi di livello internazionale e di novità. Oggi molte cose sono cambiate sia qui come altrove. Spero si riesca a recuperare lo spirito che ci ha animati in quegli anni. A Pietrasanta, come del resto in tutta l'Italia, esistono le premesse e i talenti artistici più che altrove per ridare slancio alle arti figurative. Occorre avere però tanta buona volontà e umiltà per riuscire a riprendere le fila di un discorso importante come quello che ha segnato l'arte nel '900 e inizi anni 2000».
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Per esprimersi lei ha scelto prevalentemente il linguaggio della scultura, perché e come nasce questa scelta?

«È davvero curioso il mio approccio con la scultura poiché risale alla mia infanzia. A proposito mi piace raccontarle un paio di aneddoti: mio padre era custode di una villa di certi signori di Caltanissetta e io e la mia famiglia vivevamo lì. In quella zona c'erano molti alberi che venivano tagliati e il cui legno era poi lavorato da esperti artigiani. Io li guardavo intagliare e mi provavo a scolpire su dei rametti ma con scarso successo. Intanto succedeva che a scuola il mio maestro mi invogliava a disegnare, visto che me la cavavo bene a fare disegni mi comprava lui stesso i fogli su cui realizzarli, non avendo i miei genitori grandi possibilità economiche. Un po' la passione e l'esercizio nel disegnare e un po' la mia testardaggine mi diedero una mano nel migliorare anche nella scultura in legno. Prova e riprova cominciai a vedere che i miei legni prendevano corpo diventando delle figure. Si perché, fin dall'inizio, il mio linguaggio si è orientato alla figura».
Cosa rappresenta per lei la scultura e quali i materiali che predilige?
«La scultura nel mio caso è la forma espressiva principale che ho scelto per fare arte, poi c'è anche il disegno che amo molto e che ho messo parecchie volte in mostra, ma, innanzitutto, sono scultore. Il materiale che prediligo è il travertino: ha un morbidezza che mi consente di plasmare un'immagine come meglio desidero dandomi, appunto, la possibilità di realizzare e di trasferire le mie fantasie e i mie sogni nella materia dotandola di forza espressiva. Lavoro comunque tutti i materiali, dal bronzo al marmo, dalla pietra al gesso, dalla terracotta al legno. Ho una vera e propria passione nello sperimentare. Pensi che da ragazzino andavo a raccogliere i cocci in una località vicino Caltanissetta, alla Sabucina, un vecchio sito archeologico che era stato il luogo dove gli antichi greci fondevano i loro lavori. Qui c'erano in giro ancora migliaia di cocci di quei lavori, io li raccoglievo e poi li lavoravo con la terracotta e attraverso un procedimento da me inventato realizzavo delle strane sculture. Questo mi riempiva di gioia, così come mi facevano gioire delle bacheche, che ancora prima, quasi da bambino, realizzavo utilizzando quei cocci e che poi ingenuamente chiamavo museo Ciulla. Racconto questo per far capire come per me l'arte e la scultura siano state fin da giovane, così come lo sono tuttora, una manifestazione gioiosa e anche giocosa per sperimentare e tradurre i miei sogni su tutti i materiali possibili in una ricerca tecnica e formale continua. La scultura è la mia vita, è l'essenza del mio lavoro artistico che, a sua volta, mi consente di mettere in scena tutti quei sogni, desideri e sentimenti che caratterizzano la mia stessa esistenza».
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Ci descrive come prendono corpo le sue opere e quali sono i moventi artistici e la poetica da cui esse nascono?

«Le mie opere prendono vita dalla mia fantasia, da un immaginario che è fortemente legato alla mia terra di Sicilia e ai suoi miti. Sinceramente non mi è facile e non è semplice esprimere a parole quello che provo e che penso quando lavoro a un'opera. Si tratta sempre di qualcosa che mi porto dentro, che sento profondamente e che desidero far conoscere attraverso la mia arte. Un'arte dove io amo esprimere la gioia che mi deriva dallo scolpire. Quando lavoro, infatti, sono sempre colmo di gioia, ad esempio scolpire la pietra, sia essa di travertino o di altro materiale, è un'operazione che mi esalta, comincio a scavare dentro la materia togliendo quel superfluo che impedisce di cogliere la forma che già essa contiene, scavo per trovare la sua essenza più intima, la sua anima naturale. Ho sempre tenuto a imprimere alle mie figure un senso di armonia e positività, questo anche laddove rappresento figure mitologiche drammatiche. Al riguardo mi viene in mente la grande scultura della dea Cerere, un mio monumento collocato a Botticino in Sicilia, dove questa figura mitologica l'ho voluta rendere in tutta la sua forza simbolica di portatrice di prosperità e ricchezza, come testimoniato dalle spighe collegate al suo culto; le ho inoltre conferito una gioiosità che nel mito non sempre è presente. è un lavoro che mi è molto caro e che mi soddisfa molto, di cui ho trasfigurato il mito sulla base della mia visione che guarda al mondo nella sua bellezza e gioiosità; è un'opera che mi rappresenta e che rappresenta il mio modo di sentire l'esistenza e di percepire l'arte».
Qual è il suo rapporto con il mondo dell'arte contemporanea. Come vede la spettacolarizzazione delle arti visive oggi tanto di moda?
«Ringrazio quegli artisti che definiscono i loro lavori come una rappresentazione pura e semplice di un'idea. Io li seguo questi artisti e quando vedo le loro opere mi chiedo quale sia la loro idea che hanno voluto rappresentare. Ma la risposta non la trovo quasi mai, per cui non posso non pensare che si tratti davvero di trovate prive di qualsiasi senso artistico ed esistenziale, nonchè di una qualsivoglia visione del mondo. Spettacolarizzare l'arte non porta a niente, a volte può portare a un facile successo cui il tempo non credo che poi darà ragione».
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Qual è, a suo avviso, il futuro delle arti tradizionali come la scultura in rapporto alla arti di nuova generazione come arte digitale, video art e tutte quelle manifestazioni artistiche e visive legate all'uso della tecnologia?

«Le tecnologie se utilizzate come strumento, ad esempio le nuove macchine che sbozzano il marmo, sono utili. Sebbene nel caso specifico, ma credo anche in generale, sul lavoro occorre poi che intervenga la mano dell'uomo per renderlo completo, nel caso della scultura è necessario, almeno per quanto mi riguarda, intervenire per conferirle quella forza espressiva che la rende viva, che le dà un'anima. Quanto agli altri tipi di arte dove si utilizzano le tecnologie digitali non ho nulla in contrario. Sono molto aperto in tal senso. Non credo, però, che le forme artistiche tradizionali possano considerarsi superate o superabili dalla presenza di altre forme d'arte a carattere digitale. L'arte è bella perchè è infinita e si può esprimere in una infinità di modi».
I suoi progetti futuri e, magari, un sogno nel cassetto?
«Un progetto che ormai é una realtà, è un grande monumento della ninfa Aretusa, già completato e da installare a breve nella città di Siracusa, un lavoro al quale tengo molto, su cui ho lavorato intensamente e con grande passione e che sento molto. Prossimamente dovrei installare un'altra mia opera monumentale in America. Di sogni nel cassetto ce ne sono ancora tanti. Li faccio uscire un po' per volta perché hanno una loro preziosità. Importante è continuare a nutrire sogni, un segreto che vale nella vita come nell'arte e che dà un senso alle cose. Senza mai dimenticare di far uscire dal cassetto i sogni migliori, quelli più belli».
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La canestra di Caravaggio. Segreti ed enigmi della natura morta.

Asti – Palazzo Mazzetti
Fino al 7 aprile 2024
A cura di Silvana Gatti.
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Nell’accogliente cittadina di Asti, Palazzo Mazzetti dedica una mostra a Caravaggio e ai pittori del Seicento, svelando ai visitatori i segreti della natura morta. L’evento ha come protagonista la Canestra di frutta, capolavoro di Michelangelo Merisi, ad Asti grazie ad un prestito eccezionale concesso dalla Pinacoteca Ambrosiana, istituzione milanese che accolse il dipinto nella sua collezione allorché il cardinale Federico Borromeo lo acquistò all’inizio del Seicento. Una rassegna unica nel suo genere in quanto offre ai visitatori le chiavi di lettura per leggere il significato intrinseco dei fiori, dei frutti e degli altri oggetti raffigurati nelle nature morte.
Era il 1983 l’anno in cui il primo ministro Bettino Craxi e il ministro del Tesoro Giovanni Goria, con l’accordo del governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, diedero il via alla emissione di una nuova banconota del valore di centomila lire. Tra le immagini a disposizione della Zecca dello Stato, fu scelto il ritratto di Caravaggio dipinto su carta da Ottavio Leoni nel 1621, conservato presso la Biblioteca Marucelliana di Firenze - mentre per il recto e per il verso furono scelti due capolavori del Merisi, rispettivamente la Buona ventura del Louvre e la Canestra di frutta qui esposta.
La Canestra di frutta, chiamata all’epoca Fiscella usando un termine latino, fu dipinta a Roma da Caravaggio alla fine del Cinquecento, ed è un quadro che ha cambiato la storia dell’arte in quanto, rispetto alla tradizione precedente, la frutta è l’assoluta protagonista del quadro, senza la presenza della figura umana.
L’opera colpisce per la ricchezza di particolari. Per comprendere il motivo per cui il cardinal Federico Borromeo ha posto l’opera accanto alle Madonne e ai santi della sua collezione, è necessario decifrarne i simboli. Il limone, simbolo di salvezza per via delle sue proprietà curative, è stato appena raccolto dall’albero, in quanto risulta ancora bagnato di rugiada.
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Un po’ nascosto dietro il limone, si intravede il frutto del fico, elemento simbolico nella religione cristiana in quanto Adamo ed Eva, dopo il peccato originale, cacciati dal paradiso, si coprono con una foglia di fico, l’albero simbolo del Bene e del Male; inoltre, nel Medioevo, si credeva che Giuda si fosse impiccato al ramo di un fico. Un frutto, il fico, simbolo del senso di colpa, mentre la mela dipinta in primo piano è il simbolo della tentazione. Caravaggio la rappresenta con un verme che la sta mangiando all’interno, accelerandone la morte. Siamo di fronte a un “memento mori”: Caravaggio invita a riflettere, attraverso i simboli, sulla necessità di scegliere tra il bene e il male. Anche l’uva non è dipinta casualmente. Come recita il Vangelo di Giovanni (Gv 15, 1-8), Gesù disse: “Io sono la vite, voi i tralci”. L’uva nella canestra di Caravaggio è ancora coperta dalla patina bianca che la protegge dai raggi solari prima di essere raccolta. La Chiesa ricopre per Caravaggio un ruolo essenziale nella strada del cristiano verso la salvezza. Anche la pesca ha la sua simbologia. Il frutto secondo Plinio è composto da tre parti, una dentro l’altra: la polpa, il nocciolo e il seme. Tre, come la Trinità - Padre, Figlio e Spirito Santo - a cui bisogna affidarsi per ottenere il perdono. La pesca ha ancora la foglia, simbolo della lingua, invitando il cristiano ad usarla per raccontare solo la verità. Così si arriva alla dolcezza del paradiso, rappresentato dalla pera, succosa e zuccherina. Osservando il quadro si nota come la luce provenga da sinistra, illuminando frutti e foglie rigogliosi e freschi, mentre verso destra le foglie sono marce, secche, fino a diventare soltanto un’ombra. è il ciclo della vita, magistralmente rappresentato con un semplice cesto di frutta, dalla luce all’ombra, dalla vita alla morte. Un messaggio che l’artista sottolinea ponendo la cesta in bilico sulla tavola, un espediente che serve a farla sembrare ancora più vera, come il suo messaggio nascosto che ci indica la strada verso la salvezza.
Nel Seicento, in particolare nel Nord Italia, si trovavano sul mercato dipinti di natura morta che, a differenza dei dipinti caravaggeschi, si basavano su uno sguardo più scientifico e un interesse più laico nei confronti dei prodotti della terra. Tra questi vanno inseriti i dipinti di Octavianus Monfort, artista che, nonostante le scarse notizie disponibili, ha eseguito molteplici quadri, utilizzando principalmente la tecnica della tempera su carta, più povera, veloce ed economica rispetto all’olio su tela. La sua reinterpretazione della Canestra di frutta di Caravaggio esclude la simbologia spirituale, per offrire all’osservatore un’atmosfera serena, attenta semplicemente alla precisione grafica dei singoli elementi. Questa mostra presenta diverse opere su pergamena dell’artista piemontese. Curiosa la presenza di conchiglie incastrate tra i pomi o crostacei in primo piano, che annovera questi dipinti nell’ambito dei quadri dedicati agli elementi esotici, atti a ostentare la ricchezza dei signori piemontesi.
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Dalla fine del Cinquecento, gli artisti nelle loro opere si orientano verso gli umili, descrivendo con realismo l’abbigliamento dei personaggi e gli oggetti che li circondano, oltre a frutta e verdura. È una novità, mentre prima gli oggetti erano posti ai margini della scena, ora diventano protagonisti assoluti, sebbene dobbiamo considerarli ancora elementi “accessori”, a corredo delle caratteristiche del personaggio ritratto. Un passaggio che condurrà alcuni artisti, tra i quali soprattutto Caravaggio, verso il concepimento della natura morta propriamente detta, senza la figura.
E’ molto bello, nella sala dedicata ai caravaggeschi, l’opera Coppia di popolani con natura morta, di un ignoto pittore lombardo, con una coppia di umili personaggi colti in una scena di seduzione, con l’uomo che tiene per il polso la ragazza che contraccambia l’abbraccio. Come in molte opere di Caravaggio, lo sguardo del giovane uomo è rivolto verso il fruitore, creando un’atmosfera di coinvolgimento. Sul tavolo in primo piano, la zucca è posta quale simbolo di abbondanza e fecondità.
Sempre nella stessa sala, attira lo sguardo Ragazzo con vassoio di susine di Nicolas Régnier (Maubeuge 1591 - Venezia 1667), pittore, collezionista e mercante d’arte, un fiammingo che a Roma subisce l’influenza del Caravaggio. Qui la posa del giovane, che offre un vassoio di susine, evoca senza dubbio il Bacco del Caravaggio, grazie all’abbigliamento dimesso del ragazzo, dalla giovanile sensualità. La susina, giunta in Europa dall’Asia, è stata scelta da Régnier in quanto simbolo dell’irruenza giovanile, perché il frutto nasce da un fiore che spunta sui rami dell’albero ancor prima delle foglie.
Non lascia indifferenti l’opera del pittore fiammingo Jodocus (Joost) Van de Hamme (Bruxelles 1629/1630 - Roma 1657), Vecchio sdraiato vicino a verdura e frutta, 1650, per via del contrasto tra l’umiltà del personaggio e l’abbondanza del cibo presente nella scena. È un contadino che, a fine giornata, finalmente assapora i frutti della sua fatica. È un invito al godimento e alla riconoscenza dei doni che la natura offre, con la figura umana che risulta quasi secondaria rispetto ai prodotti in primo piano.
Le nature morte del primo Seicento sono caratterizzate dai dettagli in primo piano di ogni elemento, al fine di esaltare il virtuosismo tecnico dell’artista. Le composizioni sono spesso inserite in uno spazio dal fondo buio, al fine di esaltare il volume dei fiori e dei frutti. Alcune opere sfociano nell’ostentazione dell’eleganza degli interni, al fine di accontentare facoltosi committenti. Basta osservare la Composizione con cesta di frutta e specchio su tappeto, opera della prima metà del XVII secolo di Francesco Noletti detto il Maltese (La Valletta 1611 circa - Roma 1654), per stupirsi della maestria con cui sono raffigurati i minimi particolari, con lo sfondo chiuso da tendaggi al fine di immergere gli oggetti in una dimensione senza tempo, dove le pieghe morbide del pesante tappeto dalle lunghe frange sono quasi un logo dell’artista, le cui opere sono da ascrivere nel genere cosiddetto della “pittura di tappeti”, molto in voga nel Seicento. Non mancano però le simbologie religiose. La melagrana, se rappresentata tra le mani di Gesù Bambino evoca le gocce di sangue che Cristo verserà sulla croce, mentre associata alla Madonna ritrova il suo significato antico, quando era collegata a Venere e Giunone come simbolo di fertilità e prosperità.
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Per il marchese Vincenzo Giustiniani, amico e collezionista di Caravaggio, la natura morta era considerata di media difficoltà nell’elenco delle tecniche artistiche, ed era uno dei generi più richiesti dal mercato per il valore decorativo e per il significato degli elementi raffigurati. I fiori, per la loro caducità, erano simbolo di vanitas, simboleggiando la fugacità dell’esistenza. E non si può parlare di fiori senza citare la pittura fiamminga, tra cui le opere dei due Brueghel, padre e figlio.
Tra i più noti e prolifici pittori fiamminghi del XVI secolo, Jan Brueghel il Vecchio, avviato all’arte dalla nonna miniaturista Marie Bessemers, si lega all’esordio della natura morta come genere autonomo che si esprime con soggetti ricorrenti, tra cui variopinti vasi di fiori. Nella mostra ad Asti, è esposta la bellissima Caraffa di fiori (1591-1595 circa o 1606 - Olio su rame, 28 × 21 cm - Roma, Galleria Borghese, attribuita a Jan Brueghel il Vecchio (Anversa 1568-1625). Soprannominato Brueghel dei Fiori, grazie alla raffinata eleganza della sua pennellata fluida, le sue composizioni floreali sono rese con precisione botanica, probabilmente dipinte dal fiammingo aiutandosi talvolta con lenti d’ingrandimento.
Di Jan Brueghel il Giovane, appartenente alla terza generazione della famosa dinastia di pittori fiamminghi, è esposta la bellissima Natura morta con vaso di fiori, (1640-1660), con splendidi tulipani raffigurati in vari stadi di fioritura. Narra un’antica leggenda persiana che questo fiore - importato dalla Persia nel XVI secolo a Vienna dal console austriaco a Istanbul - sarebbe nato dal sangue e dalle lacrime di una giovane avventuratasi nel deserto alla ricerca del suo amato, diventando così simbolo di amore. In questo dipinto i tulipani sono accompagnati da molte altre specie, tra cui spicca il garofano, che in passato era chiamato anche “chiodino”, per il singolare aspetto del suo frutto. La forma appuntita richiama immediatamente quella dei chiodi piantati sulla croce di Cristo, associando il fiore alla Passione. Mentre la storia racconta che è stato importato in Europa dalla Tunisia verso la fine del XIII secolo, la leggenda vuole che sia spuntato dalla terra sul Golgota dove caddero le lacrime della Madonna. Per questo il suo nome antico era Dianthus, letteralmente “fiore di Dio”.
Non mancano gli artisti nostrani, come la pittrice Orsola Maddalena Caccia (Moncalvo 1596-1676) di cui è esposto il Vaso di fiori con due uccelli (1631-1640). Un dipinto, questo dell’artista piemontese, a metà tra l’allegria, la passione e il presagio della morte, come simboleggiato dagli uccelli, che alludono al volo dell’anima verso Dio.
I due dipinti su tavola rotonda della Bottega di Michele Antonio Rapous (Torino 1733-1819) alludono anch’essi allo scorrere del tempo, grazie alla presenza sullo sfondo di rovine antiche.
In questa mostra sono esposte anche diverse nature morte in cui non compaiono fiori e frutti, ma strumenti musicali e oggetti che non evocano il passaggio dalla vita alla morte. Oggetti temporaneamente accantonati in attesa di essere riutilizzati. Nel dipinto Natura morta con strumenti musicali, stipo e sfera armillare, 1660 circa, di Bartolomeo Bettera (Bergamo 1639-1699 circa), la sfera armillare è un congegno astronomico impiegato per dimostrare il moto e determinare la posizione degli astri attorno alla sfera celeste.
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Inventato presumibilmente nel 255 a.C. da Eratostene (276/272-196/192 a.C.), rappresenta al centro la terra con il suo “asse del mondo”, i cui estremi identificano i poli nord e sud, secondo la concezione tolemaica dell’universo geocen- trico, anche se esistono varianti più tarde, come quella nel dipinto, che pongono il sole al centro, in base alla successiva visione eliocentrica copernicana. Largamente impiegate negli studi astronomici fin dall’antichità, è a partire dal Rinascimento che le sfere armillari assumono il ruolo di vero e proprio simbolo di saggezza e conoscenza. L’opera di Dirck Valkenburg (Amsterdam 1675-1721), Natura morta con selvaggina, fucile e vaso mediceo, del 1701, rappresenta il tipo di quadri prediletto dai cacciatori, come un trofeo in ricordo delle prede catturate. In quest’opera, anche il leone dipinto a rilievo sul vaso nello sfondo non è casuale e potrebbe alludere allo stemma di una famiglia nobile.
Una mostra interessante, questa ad Asti, al fine di indagare i segreti della natura morta. Manca la presenza di altre opere di Caravaggio, come Giovane con canestro di frutta, che avrebbe reso più completa la rassegna, visto il costo del biglietto d’ingresso non proprio economico. Mancanza compensata in parte dalle opere dei pittori fiamminghi e dagli artisti nostrani tra cui Monfort, Orsola Maddalena Caccia e Bartolomeo Bettera.
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Gallingani. Il pugile dal colpo letale.

Un campione è qualcuno che si alza quando non può.
(Jack Dempsey)
A cura di Giorgio Barassi.
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Il centrattacco è anche pugile, sicuro.
Se abbiamo paragonato Gallingani ad un antico centrattacco dalle movenze moderne, nondimeno il suo attuale operato è paragonabile a quello di un boxeur astuto, a tratti apparentemente incerto sulle gambe, ma fortemente dotato della “sventola” micidiale che non ha bisogno di essere illustrata con eccessi di dettaglio. La “noble art” ci ha consegnato atleti di ogni valore e tempra, ma ci ha anche abituati a capire che dalle parti di quelle sventagliate di cazzotti è meglio non capitare. Soprattutto quando uno, un pugno solo, arriva a destino come una punizione esatta, viaggia veloce attraverso spazi che sembrano impossibili agli umani, con velocità imprevedibile quanto la direzione, e tramortisce l’avversario, a cui rimane il destino di reagire o quello di cadere mollemente, ferito nell’orgoglio del fisico e dell’anima.
Una di quelle botte secche e dirette, o uno di quei ganci precisi che il mento non regge, facendo ondeggiare il capo dell’avversario in maniera innaturale e costringendo la bianca camicia dell’arbitro in farfallino nero ad interporsi fra il destinatario del colpo ed il suo autore, ad evitare il peggio. Chi marchia il racconto di eccessiva crudeltà, non conosce la boxe.
Nello stesso modo, con quella stessa spaventosa efficacia, il Metarealista Gallingani ci pone di fronte al racconto del reale affibbiandoci sonore sberle che escono dalla piattezza della superficie del quadro e colgono a volte impreparato l’acuto osservatore. Non che Gallingani, in tempi recenti, abbia solo alzato la voce, né che si sia messo in testa di far ringalluzzire i suoi rossi ed i suoi gialli che prendono di sorpresa solo chi non è abituato a un astrattismo di corpo e cuore. Piuttosto gli è che Gallingani, nel percorso della sua attuale produzione metarealista, insiste con un vigore direttamente proporzionale alle brutture del mondo, e la smette di essere quel signore posato che in molti conosciamo. Maturità, consapevolezza o quel che vi pare, oggi Gallingani ha il pieno diritto di affacciarsi come fa l’uomo al balcone del cortile condominiale per gridarle senza più freni a quella maleducata dirimpettaia che tiene la radio ad alto volume su canzonacce sgradevoli e tormentose. Finalmente, perché è compito dell’artista fare in modo che la sua voce non sia sopravanzata dal brutto.
La cosiddetta critica, ed i benpensanti dell’arte ci hanno abituato alla repressione dei talenti quanto al distacco da ciò che fu nuovo ed a loro pareva bestemmia, si sa. Ma aver mandato giù le pillole amare di una carriera in cui l’Europa inneggiava ad un grande come Gallingani, nel tacere della sua Firenze, è finalmente servito ad estrarre dal garbo di quel signore composto un urlo che oggi è continuo, monitorio, incisivo e puntuto come i suoi ultimi quadri. Ne ha avuta tanta di pazienza, Gallingani! E silenziosamente ha preso sottobraccio esperienze, pennelli e cavalletti ed è andato in giro a proporre e proporsi ottenendo extra moenia quei risultati che gli spettavano in patria.
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Oggi, candido come uno senza più dubbi, sale sul carro del vincitore anche il più diffidente di allora, e l’indifferenza che feriva è diventata carezza lieve, apprezzamento e perfino vanto. In questo, i soloni rispolverano la voltagabbanaggine non dotata di dignitoso freno. Ma questo, a Gallingani, non interessa. Il suo cammino è stato ad ostacoli, e lui lo sapeva dagli inizi. Perciò si trova a preferire oggi un vigore che sa di impeto giovanile, seppur le primavere si siano succedute in una certa quantità. Viene da chiedersi come mai accada adesso, e la spiegazione più razionale (è un astrattista, la razionalità gli piace per forza) sta nel fatto che gli anni hanno consegnato all’osservatore acuto le storie di un peggioramento ed un declino che in più di un caso paiono la regola, ahinoi. Un metarealista, cioè uno che passa attraverso e dentro la realtà del quotidiano, come Gallingani fa da più di mezzo secolo, non può né deve tacere, né allinearsi in maniera ripetitiva al suo stesso pensiero. Deve scavalcare i muri della convenzione (e ci è già riuscito molti anni fa) per dire che la sopportazione è finita, che dobbiamo svegliarci, che questo non è il mondo per cui lui e milioni di altri hanno lottato. Semplice. E diretto come un colpo sferrato da breve distanza sulla povera mascella del malcapitato pugile avversario.
Sa di far male, Gallingani, e non è certo uomo di guerra o combattimento. Anzi. Ma sa pure che il suo compito è quello di viaggiare dentro la realtà, raccontarla e sentirne gli effetti, anche quelli peggiori, per avvisare, incitare alla reazione, fare in modo che si insorga, finalmente, contro tutto ciò che devasta il bello del mondo, alla base di ogni sogno e di ogni sana educazione umana. Quello che tutti chiamano “il sociale” è per lui il pane quotidiano. Basta sentire la sua spiegazione sulla carta stampata, tratta dalla realtà del giornale, che contorna la gran parte delle sue opere, come una cornice di quelle ormai note tridimensionalità: “…è la voce degli altri, la voce di tutti. Non posso crogiolarmi solo nel mio pensiero. Il pittore racconta, ma ci sono anche gli altri che hanno da dire e non sono pittori… tutti hanno il diritto di esprimersi…”.
A servire il colpo, ben andato a segno, è dunque una combinazione di fattori che in Alberto Gallingani sono determinanti. L’ascolto degli altri, l’elaborazione razionale e lucida, la conclusione decisa. Ed era così anche mezzo secolo fa, quando dalle nebbie degli ismi si stagliava il suo netto voler dare altra linfa ed altra lingua alla intricata faccenda dell’astrattismo italiano. Non che i predecessori non meritassero, tutt’altro. Gallingani attinge con fervente e devota cura a chi lo ha preceduto. Ma era tempo di parlare usando un altro linguaggio e non di poggiarsi mollemente su una astrazione tutta rigorosamente geometria e colore. Allora, ed era l’inizio degli anni Sessanta, sembrava quasi un anatema, una faccenda scandalosa che per motivi noti a presenti al tempo ed a convertiti dell’ultima ora sono perfino troppo chiari. E così ci si mise di mezzo quel ramo del malcostume dei soliti noti della pittura nazionale che vuole emarginato l’innovatore. Il quale, senza esitazioni di sorta, trova culle più comode e prestigio più autentico girovagando da emigrante. Francia, Germania, Portogallo e molti altri altrove che non fossero i ricami architettonici della sua Firenze. Ma gli Dei della pittura e della fama sono imprevedibili quanto la direzione dello spostamento laterale di un pugile astuto, e fanno quel che vogliono infischiandosene bellamente di strombazzamenti e fuochi pirotecnici dedicati ai santi patroni del “nuovo”. Qualcuno capisce che la soluzione, come da secoli accade, è sotto il naso e non oltrefrontiera, e quelle sperimentazioni vanno via via prendendo terreno e vantaggio. Per farla corta, oggi un Gallingani in casa è un verbale di un atto di giustizia. È riconoscere una genialità lucida, coerente, intensa. È sapere che per anni, troppi, quel pittore accomodante e moderato nei modi ha avvitato i perni della sua macchina produttrice senza tralasciare niente, ha lavorato al dar corpo a sogni che erano sagge intuizioni, ha messo in moto una potenza che egli stesso controlla, in grado di porre nella astrazione la qualità dei volumi e delle spinte dinamiche, che a pensarci bene sono il nettare di quella tri- dimensione divenuta segno e colore ormai inconfondibili.
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La speranza di un artista è quella di essere ricordato per aver creato inventando, di lasciare un segno che faccia pensare a qualcosa di unico, identificabile, non assimilabile ad altro. Conoscendo bene Alberto Gallingani, il suo obiettivo è sempre stato quello di raccontare, riferire attraversando tempi e società. Il Metarealismo è questo, non vanteria o atteggiamento da artista. Gli interessa aver detto, aver interpretato e cantato la propria canzone nelle eterne note dell’arte. E se gli chiedete di guardare al passato, Gallingani farà i nomi di Masaccio, di Masolino, di Piero della Francesca e dei tanti che furono. Prima loro, prima i Padri, pare dire, con tutto quel che di magnificente ne derivò. Poi il resto. Il pugile ha deciso di chiudere il match usando forza ed astuzia e nulla lo ferma. Qualcuno, stupito, dichiarerà di esserne sorpreso. E invece il metarealista Gallingani alza i toni perché la dinamica delle vicende umane, oggi straripanti di crudeltà ed ingiustizie, lo ha disgustato al punto da fargli gridare cose che prima sussurrava. La voce, incisiva e potente, è sempre la sua. La speranza, che lui stesso alimenta in sé, è quella di tornare ad un tono normale. Che per Gallingani è comunque e sempre uscire dal coro, al quale non è mai appartenuto.
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Renewable Consulting, Socio fondatore di Agrosolar Services S.c.a.r.l.

Nasce in Capitanata il primo Consorzio per la gestione delle pratiche agrivoltaiche.
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Renewable Consulting Srl, con sede a Torremaggiore (FG), si occupa di sviluppo e progettazione di grandi impianti da fonte di energia rinnovabile, nello specifico agrivoltaico.
La società ha sviluppato Agripuglia, una filosofia di integrazione tra energia solare e agricoltura, che promuove una nuova interpretazione del delivery model agrivoltaico basato su una forte intesa territoriale che coinvolge partner istituzionali di competenza territoriale (istituti di ricerca, associazioni di categoria, comunità parrocchiali, associazioni caritatevoli, ETS) al fine di generare un impatto positivo sul territorio oggetto di intervento attraverso la realizzazione di sistemi agrivoltaici che combinano un’elevata produzione di energia con la salvaguardia e l’incremento della produttività e redditività agricola.
Opportunità formative e di lavoro, innovazione e sperimentazione, partecipazione ed inclusione sono i principi su cui si basa la filosofia Agripuglia. La prima sperimentazione è in fase di autorizzazione in Capitanata e prevede l’installazione di cinque parchi agrivoltaici per una potenza totale di immissione pari a 164,13 MW su una superficie di 300 ha (il modello è replicabile su tutto il territorio nazionale). Tale sperimentazione è stata sottoposta a valutazione di sostenibilità realizzata utilizzando i 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile dell’Agenda ONU 2030 (e i relativi target), ottenendo un punteggio di 81,5%.
Renewable Consulting, inoltre, è socio fondatore del Consorzio Agrosolar Services S.c.a.r.l., costituito per gestire tutte le pratiche agrivoltaiche e per racchiudere all’interno di un unico strumento tutti i servizi necessari per garantire il corretto funzionamento di un parco agrivoltaico. Suddetti servizi verranno declinati ad hoc sulla base delle esigenze specifiche dei player energetici che non hanno come core business le pratiche agricole. Per il funzionale andamento del modello, il Consorzio mette a disposizione le conoscenze normative nello sviluppo delle energie rinnovabili e le competenze agronomiche di tutti gli attori partecipanti al progetto.
In accordo con gli obiettivi di sviluppo sostenibile, il Consorzio Agrosolar Services si impegna a cooperare nel rispetto delle necessità del tessuto sociale e territoriale lì dove si prevede l’intervento della società consortile per la gestione del sistema agrivoltaico. Ripartire, quindi, dal territorio come risorsa promuovendo azioni come la creazione di nuovi posti di lavoro, corsi di formazione, riduzione delle disuguaglianze, coinvolgimento di risorse svantaggiate e di ragazzi e ragazze con disabilità.
RC simulazione impianto agrivoltaico












Il Consorzio offrirà servizio di coltivazione diretta dei terreni agricoli e delle colture, che trovano applicazione nell’industria alimentare, erboristica e nutraceutica mediante l’impiego di tecniche agronomiche volte all’ottenimento di una pro- duzione agricola ottimale per le coltivazioni selezionate. Tali tecniche si attuano seguendo schemi precisi in modo da conservare la fertilità del suolo e l’ecosistema agrario, poiché da esse dipende l’esito economico della coltivazione. Tra le tecniche agronomiche rientrano: gli avvicendamenti colturali, le consociazioni, irrigazioni a microportata di erogazione, l’utilizzo di dispositivi di agricoltura 4.0 e sistemi di supporto delle decisioni (DSS).
L’ente consortile inoltre gestirà gli aspetti formali e di gestione operativa di tutte le attività correlate all’organizzazione secondo la normativa vigente. Nello specifico l’area amministrativa si occupa di gestione della manodopera, supervisione delle aree agraria e fotovoltaica, reclutamento e amministrazione del personale, rapporti con i fornitori, gestione del bilancio e dell’area finanziaria, promozione e vendita prodotti e servizi di relazione con enti del terzo settore – pubblici – privati, gestione affari legali, supporto per incentivi e finanziamenti di settore. Si occuperà di coordinare le attività ordinarie e straordinarie di manutenzione degli impianti fotovoltaici, al fine di garantirne un funzionamento ottimale. Uno dei principali interventi sui pannelli fotovoltaici è la manutenzione, pena la perdita di efficienza e la riduzione di quantità di energia prodotta. A questo fine si rende necessario l’utilizzo di un impianto di monitoraggio periodico posto in essere da personale specializzato.
Saranno attivi servizi di consulenza tecnico-agronomica volta all'ammodernamento dell’organizzazione e delle imprese socie affiliate. Fornirà assistenza e consulenza per l’accesso agli incentivi di settore, si occuperà della ricerca mirata di bandi, agevolazioni e finanziamenti. Realizzerà, doterà e gestirà sistemi di monitoraggio volti alla ottimizzazione dei fattori della produzione e del controllo dei risultati sia energetici che agronomici.
Inoltre per mezzo di personale tecnico autorizzato, il Consorzio determinerà gli standard di lavorazione e produzione all’interno del parco agrivoltaico. Questo processo si rende necessario per garantire la conformità dei prodotti nel rispetto dell’applicazione corretta delle metodologie agricole 4.0, quale innovativa metodologia di produzione che agisce nel rispetto dell’ambiente e che ha come finalità l’aumento della sostenibilità e l’efficienza della produzione agricola. Questo sistema ha potenziato i principi dell’agricoltura di precisione, tramite l'utilizzo sinergico delle opportunità offerte dalle moderne tecnologie digitali. Infine promuoverà programmi di ricerca scientifica, di sperimentazione e di formazione rivolto al personale specializzato in organico e non nel campo delle tecniche agronomiche e delle energie rinnovabili; organizzerà programmi e seminari volti alla divulgazione scientifica per favorire lo sviluppo di nuove competenze.
Un progetto, quello del Consorzio, che parte dalla consapevolezza che la definizione di un approccio virtuoso e integrato alla produzione di energie rinnovabili sia necessaria per uno sviluppo sostenibile e circolare.
Enscape 2023 12 29 16 41 34
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