Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Biografie d’Artista - Mario Zanoni.

La creta, materia divina da cui scaturiscono sogni “per consegnare al mondo una goccia di splendore”.
Di Marilena Spataro.

Nato in Romagna nel ‘46 dove vive, Mario Zanoni, opera in terracotta, bronzo ed altri metalli. Espone in permanenza in collezioni pubbliche e private, per vari committenti ha realizzato opere monumentali.

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“Non è facile comprendere, senza esperienza diretta, cosa provano le mani immerse nella creta così fredda e appiccicosa che sembra non poter esprimere altro che la sua viscida consistenza”. Col fango - dice Zanoni - nostro Signore modellava figure antropomorfe a volte incapaci di esprimere quel che il Creatore sperava, a volte invece parve che l’intera potenza divina si manifestasse attraverso l’opera di queste creature.
Lo conferma il fatto che alcuni di questi ‘geniali’ seppero trasformare sogni, sentimenti, amori e dolori in qualcosa che, al sentire umano e forse anche divino, fosse paragonabile alla stessa meravigliosa bellezza del creato”.
Approdato alla scultura in età matura, porta nel suo lavoro la fascinazione degli anni di studio, in particolare i racconti della mitologia classica, personaggi ai quali conferisce l’aspetto che la sua immaginazione gli suggerisce sfidando fino al grottesco l’iconografia canonica. Nel mito il dio Pan è descritto come bestia pelosa amante della natura ma assatanato seduttore di tutto ciò che di femminile incontrava, nella sua opera invece l’autore coglie l’aspetto poetico e sognante del fauno che, non riuscendo a sedurre Siringa, diventata esile canna, la trasforma nel mitico flauto.
In seguito, per vie misteriose, curiosità prima, passione poi, si avvicina alle filosofie ermetiche approfondendo in particolare il contenuto simbolico e quindi l’iconografia degli arcani maggiori. Questa serie di opere propone la sua visionaria interpretazione iconoclasta in particolare negli aspetti anche contraddittori che contiene. Così l’Arcano V, il Papa, nel suo gesto benedicente porta, sì, l’amore di Dio, ma anche il solenne rimprovero ad un’umanità senza pace. Oppure l’Arcano XV, il Diavolo, in questa forma alata, l’autore ci consegna la “bestia immonda” simbolo del male ma che fu angelo tra gli angeli, il bene e il male, eterna contiguità come la luce e le tenebre. Nel contempo lavora a un suo bestiario fatto di creature a volte reali a volte immaginarie; in questo percorso si inserisce la riscoperta dell’inferno dantesco dove animali mostruosi ed anime dei dannati si confondono sinistramente.
Il “Sommo” spesso indugia nella descrizione minuziosa delle bestiali creature che animano le bolge, là dove serpeggia nelle tenebre anche Gerione che spiega le ali e vola, poi scivola nel fango del silente fetore infernale, “nel ‘Divin bestiario’ - sottolinea Zanoni - un’opera che amo particolarmente, ispirata alle terzine del Poeta, egli ci ricorda, anche nell’oblio delle genti, la volontà di consegnare al mondo una goccia di splendore.”
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Artemisia Gentileschi. Coraggio e passione.

Genova – Palazzo Ducale
Fino al 1 aprile 2024
A cura di Silvana Gatti

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Fino al 1° aprile 2024, nei saloni dell’Appartamento del Doge di Palazzo Ducale di Genova, una mostra con i capolavori di Artemisia Gentileschi, artista dalla vita ricca di colpi di scena, fallimenti e successi. Una donna segnata dalla prematura scomparsa della madre, dall’impossibilità di affermarsi come pittrice, dallo stupro.
La mostra, a cura di Costantino D’Orazio, è articolata in 10 sezioni, con 50 opere provenienti da tutta Europa e dagli Stati Uniti. Promossa e organizzata da Arthemisia con Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, Comune di Genova e Regione Liguria, rientra nell’ambito delle iniziative di Genova Capitale Italiana del Libro 2023 e vede come sponsor Generali Valore Cultura, special partner Ricola, media partner Il Secolo XIX e mobility partner Frecciarossa Treno Ufficiale. La mostra rientra nel progetto “L’Arte della solidarietà” realizzato da Arthemisia con Komen Italia, charity partner della mostra. Il catalogo è edito da Skira e a cura di Costantino D’Orazio.
Nella prima metà del Seicento Artemisia Gentileschi ha lavorato per le corti più prestigiose d’Europa, ricevendo medaglie, ritratti dipinti da pittori illustri, poemi e incisioni. Nel 1611 è stata vittima di stupro da parte del pittore Agostino Tassi, ma grazie alla sua caparbietà ha superato i pregiudizi della gente dedicandosi all’arte. Questa mostra ricostruisce gli episodi della sua vita, documentando il suo contribuito al rinnovamento della pittura, sulle orme di Caravaggio.
La carriera di Artemisia è aperta e chiusa dallo stesso soggetto: la scena biblica in cui Susanna, durante il bagno, viene spiata da due uomini che minacciano di diffamarla pubblicamente se non cede alle loro richieste. Il dipinto di Pommersfeld, datato 1610, eseguito sotto la supervisione del padre Orazio, è considerato il primo quadro di Artemisia, mentre la versione di Brno (1649) si inserisce nell’ultimo periodo della sua carriera. Due opere che documentano la pittura di un’artista la cui tavolozza, nell’arco di quarant’anni, diventa sempre più cupa, mentre la rappresentazione delle figure diventa più sicura. La luce tenue dell’insegnamento del padre Orazio cede il passo ai forti contrasti caravaggeschi.
Il XVI secolo vede un’evoluzione dell’attività delle artiste. Mentre nel secolo dipingevano soprattutto le monache nei conventi, nel Cinquecento diverse donne lavorano come i colleghi maschi. Mentre Artemisia si autoritrae con la corona di alloro in segno di trionfo, Properzia de’ Rossi accede al cantiere pubblico più prestigioso di Bologna con le sue sculture, Sofonisba Anguissola viene nominata pittrice di corte presso il Re di Spagna e Lavinia Fontana ottiene l’incarico di ritrarre il papa. Artiste che danno il via ad uno stile che raffigura le emozioni. Basta osservare la piccola miniatura su avorio di Rosalba Carriera, con una giovincella che trattiene tra le braccia una colomba: il suo sguardo adolescenziale è messo a confronto con quello di Sofonisba, che conquisterà il plauso di tutti i più grandi artisti del suo tempo. Come Angelika Kauffmann, che firmando l’atto di fondazione della Royal Academy of Arts nel 1768 diventa un’autorità assoluta in tutta Europa.
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La terza sezione affianca diverse tele del padre Orazio con altre di Arthemisia. Molto bello il dipinto del padre in cui Artemisia è raffigurata, ancora bambina, mentre suona la spinetta nelle vesti di Santa Cecilia. Dipinti dei due artisti, con lo stesso soggetto, documentano come la ragazza abbia sviluppato un proprio linguaggio, tanto da essere ammessa, prima donna in assoluto, all’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze (1616). Esposti la Madonna con bambino dormiente in un paesaggio dei Musei di Strada Nuova - Palazzo Rosso di Genova, dove vediamo un’Artemisia neonata, la Santa Cecilia suona la spinetta e un angelo della Galleria Nazionale dell’Umbria, dove Orazio dipinge il volto di Artemisia a circa dieci anni, e la Sibilla del Museum of Fine Arts di Houston, dove Artemisia è una ragazza ormai matura.
Nella quarta sala si trova la ricostruzione virtuale del Casino delle Muse di Palazzo Pallavicini Rospigliosi, voluto sul Quirinale dal Cardinal Scipione Borghese nel 1611. Affrescato da Orazio Gentileschi e Agostino Tassi, cela la presenza di Artemisia. La scena rappresenta un concerto, la cui orchestra è composta da sole donne, con la presenza di una ragazza che nulla ha a che fare con le suonatrici. In quel volto Orazio ritrasse la figlia Artemisia. Pochi mesi prima di questo affresco, Agostino Tassi si era macchiato della terribile violenza su Artemisia, e Orazio sperava in un matrimonio riparatore per la ragazza, la cui immagine su questo soffitto potrebbe costituire un messaggio rivolto al collega.
Si prosegue con tre marine di Agostino Tassi che si stagliano dietro splendide architetture di stampo barocco.
Le donne di Artemisia riscuoteranno un tale successo da meritare numerose repliche, come nel caso dell’arazzo degli Uffizi, realizzato dieci anni dopo la morte della pittrice e restaurato in occasione della mostra. Nella sala successiva sono esposti gli Atti originali del processo per stupro del 1612, concessi dall’Archivio di Stato di Roma.
Nella quinta sezione sono esposte diverse opere di Artemisia con la scena in cui Giuditta decapita Oloferne. Questo soggetto vede Artemisia soddisfare con originalità alle richieste dei collezionisti. In questo dipinto si può leggere il desiderio di vendetta della donna contro il suo stupratore. In Giuditta e la sua ancella si cela la sua delusione per il tradimento della governante Tuzia che assecondò la violenza accusando Artemisia di aver provocato le attenzioni di Agostino. Opere che, purtroppo, riflettono la storia di molte donne contemporanee, vittime della violenza di uomini che spesso rimangono impuniti.
La sesta sezione - a cura di Anna Orlando - è dedicata alla città della lanterna di inizio Seicento e al caravaggismo introdotto da Orazio Gentileschi a Genova che vi soggiorna dal 1621 al 1625. All’inizio del XVII secolo Genova è una città in ascesa economica e diventa una capitale artistica, con la nascita di una scuola pittorica che attrae artisti da tutta Italia e dall’estero. Dalle Fiandre arrivano artisti come Rubens e Van Dyck. La selezione di opere genovesi in questa sala documenta la predilezione dei soggetti caravaggeschi, con il San Giovannino di Strozzi e le diverse versioni dell’iconografia di Giuditta e Oloferne.
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L’unico genovese a conoscere personalmente Caravaggio è stato Domenico Fiasella, giunto a Roma intorno al 1606 dalla natia Sarzana. Nella sua bottega genovese (aperta dopo il 1616) viene accolto il figlio di Orazio Gentileschi, Francesco. Il caravaggismo di Fiasella ha influenzato la scuola locale, anche il cognato Giovanni Battista Casoni ne emula lo stile giocando con gli effetti di una luce artificiale. Nel terzo e quarto decennio del Seicento diversi pittori genovesi si confrontano con Caravaggio, tra cui Gioacchino Assereto, che interpreta in modo personale il naturalismo caravaggesco. Il fratello maggiore di Orazio, Aurelio Lomi, era stato a Genova dal 1597 al 1604 e aveva lavorato anche per la famiglia Sauli. Gio. Antonio Sauli, finanziere con interessi a Milano, Napoli e Roma, si trova nella Città Eterna nella primavera del 1621. Lì vede le opere del Gentileschi e lo vuole a Genova, dove il pittore esegue per lui alcuni tra i suoi capolavori: tra gli altri, il Lot e le figlie e la Danae, oggi al Getty Museum di Los Angeles. Un nipote del Sauli, Antonio II Grimaldi Cebà, è il probabile committente della pala con l’Annunciazione oggi nella cappella di famiglia della chiesa di S. Siro (1622 circa). Per Marcantonio Doria, il committente dell’ultimo quadro di Caravaggio (il Martirio di sant’Orsola del 1610), affresca nel 1624 il piccolo «casino» della sua villa di Sampierdarena (distrutto). Orazio vanta a Genova dei clienti altolocati, ma ambisce a diventare pittore di corte, con uno stipendio fisso: cerca di convincere Carlo Emanuele I di Savoia, inviandogli da Genova nel 1623 la versione dell’Annunciazione oggi alla Galleria Sabauda. Nella primavera del 1625, Orazio lascia Genova. Vi resta il figlio Francesco, accolto nella bottega dell’amico pittore Domenico Fiasella. Nessun documento attesta la presenza di Artemisia, di cui però era già giunta la fama, con l’arrivo di alcuni suoi capolavori nelle quadrerie della Superba.
I quadri esposti nella settima sezione testimoniano il talento di Orazio Gentileschi, che troviamo coinvolto in alcuni processi, soprattutto a fianco di Caravaggio con cui per alcuni anni collabora. Molto bello il dipinto di San Francesco e l’Angelo, al pari del David, che documenta un nuovo tipo di immagine meditativa introdotta da Caravaggio, raffigurante il giovane nel momento successivo all’uccisione del gigante e non, come di consueto, nell’atto di decapitarlo o trionfante mentre tiene in mano il trofeo della testa mozzata. Il soggetto è tratto dal capitolo 17 del primo Libro di Samuele, libro storico dell’Antico Testamento, in cui Davide, futuro re di Israele, uccide Golia, guerriero dell’esercito dei filistei in lotta con il popolo ebraico per il possesso del territorio di Canaan (1 Sam 17, 42b). Nella tela di Gentileschi i due personaggi sono quasi faccia a faccia, e Davide non si compiace del proprio successo ma, impietosito, tiene l’arma nell’ombra. Nella bottega di Antiveduto Gramatica i giovani Orazio e Caravaggio hanno mosso i primi passi nella professione di pittore, lasciando poi il loro segno indelebile in molte chiese e palazzi di Roma.
Due giorni dopo la condanna di Agostino Tassi, il 29 settembre 1612, Artemisia sposa Pierantonio Stiattesi, fratello di Giovanbattista, il notaio che ha sostenuto la famiglia Gentileschi durante il processo presentando ai giudici le prove della colpevolezza di Agostino. Con l’aiuto di Pierantonio, Artemisia a Firenze lavora per il Granduca Cosimo II e per alcuni personaggi della città. La pittrice apre una piccola bottega e firma i suoi dipinti ‘Artemisia Lomi’, utilizzando il cognome dei parenti del padre. Artemisia si afferma come una delle artiste più richieste della città, frequenta la corte dei Medici e nel 1616 è la prima donna ad essere ammessa all’Accademia delle Arti del Disegno. Dei quattro figli che Artemisia dà alla luce a Firenze - Giovan Battista (1613), Cristofano (1615), Prudenzia Palmira (1617) e Lisabella (1618) - soltanto Prudenzia sopravvive e parte con i genitori alla volta di Roma alla fine del 1620.
Dopo il processo, per oltre quarant’anni Artemisia dipinge prevalentemente donne protagoniste della storia e della Bibbia: Giuditta, Cleopatra, Minerva, Maddalena, Dalila, Susanna sono le sue eroine, forti, a volte violente, indipendenti, sicure di sé, sensuali. Sono dipinti autobiografici in quanto le sue eroine sono quasi tutte il suo autoritratto.
Nella nona sezione è esposto il dipinto di Artemisia Sansone e Dalila, che risale al periodo di soggiorno napoletano di Artemisia e narra un episodio biblico. Dalila venne chiamata dai filistei per scoprire il segreto della forza di Sansone, destinato sin dalla nascita ad essere un nazireo. Sansone rivelò a Dalila che, se qualcuno gli avesse tagliato i capelli, avrebbe perso il suo potere.
Fu così che Dalila chiamò un uomo per farglieli tagliare. La pittrice raffigura il taglio di capelli, rendendo Dalila protagonista dell'atto e facendo indossare ai suoi personaggi abiti seicenteschi.
Questo è un altro dipinto in cui Artemisia raffigura il momento in cui le donne uccidono un uomo, cercando di attuare quella vendetta e quel riscatto che non le erano stati concessi in vita.
Si passa alla decima sezione con L’Annunciazione, datata 1630 e firmato su un cartiglio ‘Artemisia Gentilescha’.
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A Napoli Artemisia recuperare con coraggio il suo cognome e aderisce al caravaggismo. In questa tela è evidente l’uso esteso del buio, attraversato da squarci di luce che esaltano le figure dell’angelo e della Vergine, mentre la colomba si inserisce fra i due in maniera armoniosa. Artemisia è entrata in uno dei circuiti più elitari del collezionismo europeo, realizzando quadri per l’imperatrice Eleonora Gonzaga, suocera dell’infanta di Spagna Maria Anna d’Austria.
L’ultima sezione documenta il periodo in cui Artemisia si trasferisce, nel 1630, a Napoli, grazie ai rapporti maturati con Fernando Afán de Rivera, Duca di Alcalá e Viceré di Napoli, che nel 1629 ha acquistato tre dipinti della pittrice.Da Napoli, dove arriva con il fratello Francesco e la figlia Prudenzia, Artemisia intrattiene una fitta corrispondenza con Cassiano dal Pozzo, celebre erudito e suo committente, con il Duca di Modena Francesco I d’Este e con Ferdinando II de’ Medici, che ottengono suoi quadri, mentre Galileo Galilei e don Antonio Ruffo sono suoi consiglieri e mediatori. Se si esclude la parentesi inglese, quando nel 1638-39 si reca a Londra per lavorare col padre Orazio alla corte di re Carlo I, Artemisia non si sposterà mai da Napoli, dove produrrà molte opere con l’aiuto del fratello Francesco. Diventata la pittrice più celebre d’Europa, si circonda di allievi e collaboratori, dipingendo alcune pubbliche per la Cattedrale di Pozzuoli. Muore intorno al 1653, in una data ancora non confermata: la sua tomba nella Chiesa di San Giovanni Battista dei Fiorentini è andata perduta negli anni ’50 del Novecento, quando l’edificio è stato abbattuto per fare spazio ad un moderno condominio.
Un evento importante è l’esposizione dell’Allegoria dell’Inclinazione, dipinto da Artemisia per Casa Buonarroti di Firenze: un autoritratto senza veli - che solo in seguito verrà coperto da un drappo dipinto - in cui la pittrice si raffigura come l’ispirazione che ha guidato l’intera opera di Michelangelo. La tela, dal 1616 sul soffitto di una delle sale di Casa Buonarroti, è esposta per la prima volta in una mostra fuori dalla sua sede naturale.
Artemisia fu protagonista del primo processo mediatico della storia, in cui i giudici insinuavano che se era stata stuprata è perché se lo era anche cercato. Niente di nuovo sotto il sole, visto che purtroppo a distanza di quattrocento anni le notizie di cronaca parlano spesso di stupri e femminicidi. Artemisia, dopo aver vinto il processo, diventa l’artista più richiesta nelle corti d’Europa, viaggia da una città all’altra, si sposta a Firenze, Venezia, Londra, Napoli, ha un marito di facciata e un amante che non nasconde, ha quattro figli; diventa una donna realizzata, anticipando di molto i tempi moderni.
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Les fleurs et les raisins. Trasversali allegagioni d’arte.

RICOMINCIO DA... DODICI

di Alberto Gross.

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Per la sua dodicesima edizione il Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti - il più importante momento aggregativo organizzato da FIVI - riparte da Bologna: padiglioni più ampi e luminosi per accogliere una sempre più crescente richiesta di partecipazione (circa un migliaio i vignaioli e le vignaiole che si sono incontrati dal 25 al 27 novembre scorsi) e che hanno favorito lo scambio e il confronto con il numeroso pubblico di appassionati e addetti ai lavori. La manifestazione ha confermato le caratteristiche che l'hanno contraddistinta fin dal principio: un luogo in cui potere incontrare produttori che seguono personalmente l'intero processo che conduce dalla vigna al bicchiere, capaci di esprimere l'identità e la coerenza di un territorio che si fa storia di storie, racconto vivo di chi, attraverso il vino, mostra sé stesso e un proprio modo di lavorare e vivere.
Visitando i vari espositori si ha così la sensazione di attraversare una sorta di estensione delle cantine di ciascuno, aspetto che rende questa manifestazione - forse più di ogni altra del panorama italiano - molto centrata sulle proprie finalità di conoscenza e restituzione delle varie identità territoriali, prima ancora del coté meramente divulgativo e commerciale.
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Tra le tante cantine presenti - alcune delle quali saranno su queste pagine nei prossimi numeri della nostra rubrica - vogliamo sottolineare l'incontro con l'Azienda Cortino, realtà a conduzione familiare situata a Diano d'Alba, nel cuore delle Langhe. Nonostante Diano venga tradotto in piemontese con Dolcetto (l'azienda ne produce sei differenti etichette) il nostro assaggio si è concentrato sull'Alta Langa D.O.C.G, referenza che si è aggiunta da pochissimi anni a incrementare l'offerta di Cortino. Ottenuto dal 90% di Chardonnay, la fermentazione si produce in acciaio a basse temperature per circa 3-4 settimane. In primavera si procede con la liqueur de tirage e la rifermentazione dura circa 5-6 mesi, remuage manuale e affinamento sui lieviti di 30 mesi.
I profumi delicati vanno dal biancospino alla pesca bianca, complicati da un intreccio che ricorda miele d'acacia e vaniglia. La bollicina è nervosa e cremosa assieme, la buona sapidità restituisce sul finale sensazioni piacevolmente balsamiche.
Questa volta la nostra suggestione - in omaggio al luogo - si rivolge a Diana, sorpresa da Francois Boucher un momento prima del bagno: le spigolosità burrose della sua pennellata prediligono la dolcezza dell'incarnato, ma sempre presenti gli elementi simbolici della caccia con le frecce e la faretra. Le stesse due anime complementari di questo vino.
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E abbassate la luce. 
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Artisti allo specchio .Tonino Mosconi.

 Un racconto lirico scaturito dalle immagini.
 
www.toninomosconi.com

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Durante una recente presentazione del mio ultimo libro San Marino, Opera al Bianco mi è stato chiesto perchè sei diventato fotografo? Una domanda che tutti quelli che intraprendono un certo personale cammino espressivo prima o poi se la pongono. E io me l’ero già chiesto da tempo. Così mi rivedo bambino, forse sette-otto anni, trepidante sulla scala d’ingresso della casa dei miei nonni a Rimini ad aspettare che sulla via Flaminia, a qualche centinaio di metri, passasse il giro d’Italia. Quando i ciclisti passarono ero solo su quelle scale e chiamavo disperatamente mia nonna che aveva certamente altro da fare e non sarebbe venuta. Quel senso di frustrazione, quasi dolore, nell’essere solo a vedere quella cosa mi sarebbe rimasto impresso nella memoria per tanti anni. Poi capii che quelli erano stati i primi semi che in futuro sarebbero germogliati nella professione che faccio tutt’ora: il fotografo. Quella frustrazione era desiderio, ansia di condividere con altri le cose che vedevo. E allora la fotografia divenne da subito la strada per dar voce a quel desiderio di condivisione.
Col tempo poi sarebbero arrivate nuove direzioni e dal semplice desiderio di condividere quello che di bello vedevo, passai al raccontare storie dei luoghi che visitavo nei miei numerosi viaggi in giro per il mondo; e poi, più a fondo, le emozioni che vivevo e infine la necessità di raccontare delle verità, anche scomode, che sentivo dovessero essere svelate. La voglia di raccontare bellezza si è via via trasformata in desiderio di raccontare verità, ma sempre attraverso la fotografia, e intrinsecamente la bellezza e via via anche attraverso la scrittura che a poco a poco è diventata sempre più presente nei miei lavori. E il libro fotografico è sempre stato il veicolo privilegiato per manifestare il mio pensiero visivo e filosofico, per veicolare e trasmettere ad altri il mio sentire.
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Così anche quando si tratta di un libro con finalità puramente estetiche come appunto l’ultimo su San Marino, che racconta la bellezza di un paese nei giorni d’inverno in cui tutto diventa bianco e puro sotto la candida coltre di neve, ad andare a cercare bene si tratta sempre di raccontare la condizione dell’uomo in questa nostra realtà quotidiana. Allora il sottotitolo, Opera al Bianco, che apparentemente rappresenta il tema iconografico del libro, prende l’accezione sua originale di Albedo, fase alchemica di trasformazione, che attraverso l’esoterismo classico diventa fase di iniziazione per il risveglio, e nella psicologia junghiana rappresenta l’archetipo dell’uomo che riconoscendo le sue ombre non le riversa più sul mondo e sugli altri.
Ed ecco che nel libro la bianca e pura coltre di neve nascondendo quella dimensione orizzontale del luogo-vissuto, rivela ed esalta la dimensione verticale, nobile, degli spazi architettonici che liberi dalle catene visive del frenetico e cieco via vai quotidiano della moderna società dei consumi, ritrovano finalmente la loro austerità. Ma anche l’uomo.
E nei contorni sfumati di questi spazi resi incerti dai fiocchi di neve, dalla nebbia, o dalla luce dell'imbrunire, anche gli uomini sembrano perdere quei tratti rigidi e definiti con cui si muovono nel frettoloso andirivieni della loro esistenza. E ritrovano la loro umanità.
Repubblica di San Marino, Contrada Omerelli

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I Tesori del borgo.

Benvenuto Cellini (1500-1571), turista colto nel Borgo di Bagno di Romagna.
Di Marilena Spataro.
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In quei giorni di soggiorno “nel paese” Benvenuto Cellini, nell’estate del 1554, ebbe una guida speciale, un lavorante “Cesere” Cesare di Nicola di Mariano Federighi di Bagno. Il Cellini, stanco dopo l’impegno profuso nella fusione e modellazione del Perseo, scultura collocata nella Loggia dei Lanzi a Firenze, vive qualche giorno insieme al lavorante citato al quale viene attribuito il rilievo in bronzo rappresentante “La liberazione di Andromeda” ai piedi del Perseo (1554).
“Nel nome di Dio mi partì da Firenze….. per quel viaggio innel quale io ebbi grandissimo piacere, perché….. il paese dove io nonnero mai…. stato mi parve tanto bello, che ne restai meravigliato e contento”. Il noto artista, protagonista del manierismo toscano, trova nel “paese” un incanto e meraviglia; un paese “terra murata” che vede eretti edifici e monumenti dove la pietra appenninica, arenaria, compone un linguaggio tosco-romagnolo. Opere di confine dove i dialetti architettonici trovano la loro fonte di origine culturale.
In questa “terra murata” si racchiudono anche le Terme, ricorda ancora Benvenuto Cellini “….. quei Bagni avevano miniera d’oro e argento”. L’origine del Borgo è quindi rintracciabile dalle risorse che la natura del creato ha donato, da una stratificazione geomorfologica che ha individuato e collocato i vari livelli storici. Gli eventi naturalistici hanno delineato i limiti del borgo dove la Chiesa, il Palazzo e le Terme ne tracciano i margini visibili.
La Chiesa; prima monastero, poi Abbazia, ancora Pieve ed infine Basilica è con la sua struttura muraria che delinea la “terra murata” e che genera la piccola piazza di Santa Maria. La Pieve di Santa Maria di Bagno trova la sua prima notizia nel 872.
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Quando Benvenuto Cellini arriva nell’estate del 1554 trova a compimento la conquista fiorentina (1404); con il “Capitanato della Val di Bagno” (1454), visibili i tanti stemmi apposti sulla facciata di Palazzo del Capitano, il Borgo si ampliò nel perimetro circoscritto le mura, si edificano Palazzi e la Basilica si arricchisce di splendide opere d’arte. Tra la fine del quattrocento e l’inizio del cinquecento le quattordici cappelle della Basilica fanno spazio ad opere di rinomate scuole e laboratori fiorentini e toscani. “……..e mi fece vedere molte bellissime cose di quel paese; di sorte che io ebbe de’ gran piaceri….”; Cesere, ne siamo certi, fece vedere delle bellissime cose.
Sembra proprio che il nome di Maria sia la denominazione caratterizzante il “castrum”; nel Medioevo le Terme furono sempre chiamate “il Bagno di Santa Maria”, e solamente nel Seicento e nel Settecento vennero chiamate “di S. Agnese”. Dopo i disastri del V e del VI secolo, quando la fonte riaffiora tra il fango, i detriti e gli sterpi, si può supporre che sia nata la leggenda di S. Agnese. L’ alto livello qualitativo delle opere d’arte collocate in Basilica è riferibile anche la rappresen-
tazione in terracotta raffigurante S. Agnese modellata verso il 1490 da Andrea della Robbia; è una scultura a tutto tondo quasi intatta nella sua policromia naturalistica ad olio (restauro del 1993).
Giovanni Pretolani - 1 gennaio 2024
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Andrea Manzitti. A Milano c’è il mare.

In occasione della mostra dell’artista milanese di origini liguri Andrea Manzitti “A Milano c’è il mare” in programma all’Acquario Civico di Milano dal 31 gennaio al 3 marzo 2024, pubblichiamo il testo in catalogo della storica dell’arte contemporanea e critica Elisabetta Longari.

“Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare”
Jorge Luis Borges, Luna di fronte, 1925

Non v’è elemento che risuoni in noi più profondamente dell’acqua.
Lo rivela Gaston Bachelard nelle sue riflessioni sulla rêverie. “È vicino all’acqua che ho meglio compreso che il fantasticare è un universo in espansione”.
L’immaginario legato al mare e all’acqua in generale è archetipico e vertiginoso, come testimonia, soprattutto in Psicanalisi delle acque, il filosofo francese che ha voluto studiare la vita delle immagini dell’acqua per cercarne la simbologia e sottolinearne la ricchezza, la complessità e l’ambivalenza.
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Il legame con l’acqua è particolare non solo perché l’acqua è il più ancestrale degli elementi - da essa nasce la vita, e ogni individuo nei mesi di gestazione è immerso, sospeso in una soluzione liquida - ma anche perché il corpo umano stesso ne è composto in larga misura. Si può quindi dire, parafrasando Shakespeare, che siamo della stessa sostanza dei mari, dei fiumi, delle cascate. Siamo acqua circoscritta da un involucro di pelle. Siamo come il mondo, che è composto da qualche piccola e rara isola circondata dal mare (se per il 70% il globo terrestre è coperto da distese d’acqua, perché il pianeta è designato con il termine Terra)?
La caratteristica più evidente e affascinante del liquido è la qualità metamorfica. L’acqua non ha forma stabile propria, ma si adatta a ogni luogo. Versatile, assimila facilmente qualsiasi sostanza; è un fertile luogo di contaminazioni, una culla di mutazioni. Basti pensare alla quantità di metamorfosi mitologiche che “finiscono” in acqua, alle numerose immagini custodite nell’inconscio collettivo.
L’acqua solve e dissolve. È creazione continua, la più convincente metafora del tempo, come nel pensiero filosofico di Eraclito. Tanto il Gange, quanto il fonte battesimale e l’acqua di Lourdes testimoniano che la “figura” principale dell’acqua - legata alla purificazione simbolica, alla morte, alla rinascita e alla guarigione - è proprio il cambiamento.
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L’acqua è però anche il primo specchio: è l’occhio del mondo, raddoppia e distanzia. Crea le condizioni originarie della visione, come è reso evidente dal mito di Narciso.
E approdiamo quindi finalmente, dopo questo necessario preambolo, alle mappe di Manzitti che tentano di suggerire percorsi e attraversamenti di zone ignote. Nei Planisferi, la cui composizione si assesta sempre in forma ovale - quasi fossero occhi con tanto di pupille - crediamo di rinvenire un più immediato e diretto riferimento al vedere e al decodificare con gli occhi; occhi che vengono comunque continuamente sollecitati in ogni opera di Manzitti attraverso i cambi di texture e di colore, e tramite le linee che corrono in ogni direzione. E per riprendere la metafora dello specchio, in fondo anche il foglio bianco e la tela vuota sono specchi che vengono, quasi per magia, abitati dalle immagini. Luoghi sensibili e sensuali in cui avvengono apparizioni, sparizioni, affioramenti, raggiungimenti, separazioni.
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Per Manzitti è sempre una questione di superficie, tanto su tela quanto su carta o sulla più porosa ceramica: così come sulla pelle fragile e diversamente accidentata della carta o sulla trama della tela, con altri gesti ma perseguendo quasi lo stesso risultato, egli scava la ceramica per renderne scabra la superficie, di modo che si faccia sede del nero, quel nero brillante e profondo che è il corrispondente visivo della pomice applicata a dare corpo ai segni geroglifici che rendono più frizzante e mercuriale la bidimensionalità dei supporti a lui più congeniali fin qui, prima dell’introduzione di questa nuova tecnica legata alla terra.
Lavora per cicli Manzitti, torna e ritorna sugli stessi motivi, come l’onda nel generarsi infinito delle maree, motivi al centro dei quali c’è la mappa, indecifrabile e impossibile in cui si rispecchia il viaggio di ogni esistenza.
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Consigli di lettura - Argo

Poesie di Massimiliano Bianchi.
 A cura di Marilena Spataro.
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Argo (2020, Oédipus Edizioni), è il secondo di tre volume di poesie, Odysseus prima, Euriclea, in uscita, del poeta veronese Massimiliano Bianchi: una saga poetica che scava nelle profondità del concetto del viaggio, che si intreccia con la prospettiva di un ritorno circolare all’essenza prima. Attraverso un lineare e toccante linguaggio, Massimiliano Bianchi, con questa raccolta poetica, esplora la navigazione umana, riflettendo sul viaggio non solo come percorso fisico, ma come itinerario dell’anima. Argo, così come gli altri due volumi, è impreziosito dalle illustrazioni pittoriche dell’artista Giuseppe Rizzo Schettino.
Nella prefazione Enrico Terrinoni (traduttore di Joyce e altri autori di lingua inglese) scrive: “è stato detto spesso che la poesia, che la letteratura è un viaggio, e questa raccolta, come la precedente di Bianchi, ci insegna che il viaggio è sempre un moto circolare. Viaggiare è un rifugio materno, un ritorno all’origine, al punto da cui siamo venuti al mondo, ma un’origine mutata per via delle leggi che regolano l’universo.” L’idea di viaggio come ritorno all’origine è alla base di Argo e risuona con il desiderio di esplorare la letteratura come una costante ricerca di significato. Il concetto di una origine mutevole porta a riflettere sulla fluidità della conoscenza e delle prospettive, rivelando come ogni esperienza e ogni viaggio nella letteratura possano ridefinire e arricchire la nostra comprensione di ciò che è fondamentale. La trama poetica si dispiega seguendo i passi di un’odissea personale, geografica e interiore, che ha inizio con Odysseus (2018, Oédipus Edizioni), passando per Inghilterra, Francia e Irlanda, terre esuli, verso Itaca, e prosegue con Argo, per concludersi con l’ultimo volume della trilogia Viaggio poetico, Euriclea (in uscita nel 2024, Terra d’Ulivi Edizioni). Viaggio, amore, mancanza, perdita, metempsicosi e ritorno emergono come nodi tematici, intrecciati in una complessa rete neuronale di emozioni, sospese tra memorie e speranza. Argo parla di un nuovo approdo nella propria terra, di una battaglia inaspettata, e di una potenziale nuova ripartenza intrisa di speranza e ricerca di pace.
François Nédel Atèrre (poeta) nella sua postfazione cattura l’essenza più profonda di Argo, sottolineando che il viaggio autentico si svolge nel nostro mondo interiore, poiché l’uomo stesso muta nel corso del proprio percorso e non può ricongiungersi esattamente con il punto di partenza originario: “C’è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore. Non credo che si possa viaggiare di più nel nostro pianeta. Così come non credo che si viaggi per tornare. L’uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito, perché, nel frattempo, lui stesso è cambiato.” Argo non solo offre parole che dipingono vivide immagini, ma racconta silenziosamente una storia attraverso l’intricata coreografia di immagini e parole. Le straordinarie ed originali illustrazioni pittoriche di Giuseppe Rizzo Schettino, ispirate dai versi dell’opera, sono parte sonante e integrale e plasmano il ritmo e l’atmosfera del testo in modo tangibile e coinvolgente.
Odysseus e Argo verranno ristampate in seconda edizione da Terra d’Ulivi Edizioni. 
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Nota biografica

Massimiliano Bianchi nasce a Roma il 2 ottobre 1974 e vive in diverse città italiane, tra le quali Cosenza, Reggio Calabria e Napoli, per poi fermarsi, all’età di 12 anni, a Verona. Dopo gli studi in Italia consegue il titolo di PhD in neuropsicofarmacologia presso l’Università di Nottingham, in Inghilterra. Massimiliano si afferma nel campo delle neuroscienze lavorando per l’industria farmaceutica: prima a Verona, Londra e Parigi, per poi stabilirsi, infine, a Dublino, dove, a giugno 2019, fonda il centro privato di ricerca e sviluppo “Ulysses Neuroscience Limited”. Proprio nella capitale irlandese approfondisce lo studio dei capolavori di James Joyce (in particolare dell’Ulisse e del Finnegans Wake). Scienziato di professione e poeta nel tempo libero, nelle sue poesie Massimiliano rivisita, in chiave psicologica ed introspettiva, i temi della letteratura classica, della mente umana, dei traumi esistenziali, nonché il rapporto con l’ego, il viaggio, la spiritualità e l’incontro con la natura.

Canto XLVIII
Penelope (Epilogo)

Non ti ho mai nominata
Tra i versi
Del viaggio
Forse
Non ti ho mai cercata

Sul campo di battaglia
Tra anime confuse
E sangue a fluire
Dalle
Ferite della mente

Non ti ho mai ammirata
Nei cieli delle città
Offuscati
Dalle luci umane
invisibile la settima stella

Per questo
Non ti ho mai trovata
In isole e fiumi
Che rinascono
Fusi nei setti mari

Ho battito più lento
Nell’agitare le ali
Ma ho battito
Riposo esausto
Quasi in penombra
Riprendo Itaca

Accoglierò l’Olimpo
Sopra i tetti di Dublino
Traslocherò bellezza
Costruirò colonne
Ametista e acquamarina
Divini mortali
Saremo
Il re ribelle e la sua regina

Ti nominerò
Ti cercherò
Ti ammirerò
Ti troverò

Ha dimenticato
Il padre del ciclope
Non ha più truppe
È sconfitto Belfagor

Circe, Calipso, Melanto
Legato a resistere
Alle melodie delle Sirene
Non è più tempo
Adesso
Farò nostri
I canti di Eirene

Diventeremo
Una sola stagione
Sarò pronto
Capace ad udire
La tua invocazione

Pace
Sarà linfa
Nelle membra
Nei pensieri
Nella vita nova
Dell’età matura

Pace
Penelope
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Fortunato DEPERO. La cometa del Futurismo.

*Fondo - Val di Non 1892 + Rovereto 1960.
 A cura di Fulvio Vicentini, c 2024, tutti i diritti riservati.
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Cartoline di corrispondenza fra i futuristi

Alcune riflessioni su Depero e sul momento storico e culturale in cui egli si formò e maturò le sue feconde potenzialità d’artista.
Mentre l’ottocento declinava, gli Impressionisti ed i Macchiaioli ultimavano le loro produzioni con soggetti romantici, nelle città si spegnavano le lampade a gas, il XX° secolo si preannunciava assai movimentato in tutti i campi. Le dottrine filosofiche e politiche di Marx e Lenin, le teorie psicanalitiche di Freud, la Prima Guerra Mondiale e la Rivoluzione Bolscevica annunciavano e producevano profondi sconvolgimenti in tutti i campi.
Su questo sfondo nel 1909 Marinetti pubblicava sul “Figaro” il manifesto del Futurismo e proclamava: “… uccidiamo il chiaro di luna!” D’improvviso i romantici venivano abbagliati dalle migliaia di piccole lune elettriche che cambiavano il volto della notte e il modo di vivere nelle città.
Nel movimento futurista Fortunato Depero è stato una delle menti più attive. Si è formato alla Scuola Reale Elisabettiana di Rovereto. A Roma nel 1913 entra a contatto con il mondo futurista, frequentando Marinetti, Balla e Cangiullo.
Nel 1915 assieme a Balla e Prampolini e con l’appoggio di Marinetti sviluppa le tematiche del II° futurismo.
Nel 2016 morivano al fronte i futuristi Boccioni e Sant’Elia, mentre Carrà si convertiva alla pittura metafisica De Chirichiana. Il movimento futurista subiva un rallentamento con l’avvento del Fascismo, ma nel 1923 - ‘24 i futuristi vi aderivano.
Il Futurismo fu un movimento tollerato oppure sostenuto dal regime?
Molti dei suoi esponenti anche se regolarmente tesserati della Confederazione Fascista dei Professionisti e degli Artisti non condividevano completamente l’ideologia del nuovo movimento.
Il Marinettismo che si aspettava di raccogliere i massimi frutti da scrittori, poeti, compositori, architetti, musicisti con uomini come Papini, Prezzolini, Pratella, Petrolini, Sant’Elia, Cangiullo, ha avuto invece le maggiori risposte e conferme nella pittura.
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Depero e il gruppo dei futuristi, alternavano periodi di intenso lavoro a viaggi di studio e di propaganda all’estero e si tenevano in contatto con un attivo scambio epistolare.
Cartoline che si scambiarono tra loro, negli anni negli anni tra il ‘24 e il ‘31, Marinetti, Prampolini, Depero, Russolo e Azari. Ce n’è una particolarmente interessante e curiosa in cui comunicavano a Depero: “… costaci Marinetti essersi dileguato sul direttisimo Napoli - Roma. Abbiamo iniziato attive ricerche. Ti scriverò appena arriverà. E ancora: “stassera c’è la prima della Sina d’Vergou di B Pratella, andremo tutti”.
Segni di simpatia e di amicizia sulla base di una comune concezione dell’arte e della a vita.
Il movimento Futurista era molto sensibile a tutti gli sviluppi delle nuove tecnologie, registrando come un sismografo il rapido passaggio da una cultura prevalentemente agricola ad una industriale.
Molti personaggi del regime, ancora immersi nei verdi pascoli segantiniani non avevano apprezzato le sbuffanti vaporiere, le automobili e gli aerei rombanti e le macchine robotizzate, partorite nelle fabbriche dalle grandi ciminiere inquinanti, in quanto simboli di una civiltà e di una mentalità che non rientravano dell’ideologia fascista, orientata se mai a celebrare gli ideali di un Italia rurale e aliena dalle suggestioni del macchinismo. Invece in moltissimi dipinti i futuristi esaltavano il dinamismo e le linee moderne delle automobili, materializzandone velocità, rumori e musica.
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Scriveva Marinetti: “...Un’automobile da corsa, con il suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un’automobile ruggente che sembra correre sulla mitraglia è più bella della vittoria di Samotracia”.
Con la rivoluzione tecnologica erano venuti a mutare anche l’ambiente urbano e il modo di vita che sarà ritmato ora dalla velocità e dai rumori.
Depero era un vulcano di iniziative che però non tutte si dimostravano fortunate. Racconta che uno dei tentativi più disastrosi è stato quello di lanciare il “Libro-macchina” tirato in poche copie, rilegato con due bulloni, per documentare tutta la sua vicenda futurista.
Dal 1920 al 1930, Depero prende in affitto a Rovereto in via Due Novembre un grande salone che trasforma in laboratorio per la creazione degli arazzi.
Nel 1930, Depero si recò a New New e da questa esperienza americana nascerà il primo libro parabolico intitolalo “New York“ con “illustrazioni dinamiche” nelle quali con efficaci intuizioni anticipa in modo impressionante momenti e situazioni del nostro tempo.
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Nel 1931 rientrati da New York Depero con Rosetta si trasferiscono a Serrada nel trentino e viene elaborato il libro parabolico.
Fulvio Vicentini si reca a Rovereto, in casa della nipote di Depero, signora Carla Giordani per intervistarla e meglio conoscere i lucidi ricordi degli zii Fortunato e Rosetta.
Nel 1960, con la morte di Fortunato Depero la meteora futurista aveva fatto il suo corso. Depero è stato grande e originale nella grafica pubblicitaria, nella confezione di arazzi, di mobili, di giocattoli e marionette, nella progettazione architettonica. Ha prodotto disegni per vetrate decorazioni parietali e scenografie teatrali: quanto basta perché il suo laboratorio venisse definito “LA CASA DEL MAGO”
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Leonardo Bimbati. Un giovane talento.

A cura di Silvana Gatti.
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Leonardo Bimbati, nato a Kearchand, in India, il 5 luglio del 1997, è un giovane artista che vive in Piemonte da quando, all’età di tre anni, è stato adottato da una famiglia torinese.
Amante del disegno sin dalla tenera età, mentre frequenta le scuole medie entra in contatto con Luca Baggio (Aka Zeriel), 2D Concept Artist nel settore videoludico italiano, ed inizia a seguire con passione le sue lezioni. Pur dilettandosi con la pittura ad olio, la scoperta del mondo del fumetto è per Leonardo una rivelazione.
Baggio lo instrada dapprima nel tecnicismo accademico, per dargli le basi indispensabili per farsi strada nel mondo dell’arte e farsi trasportare, in un secondo momento, dalla sua innata fantasia. Leonardo impara presto a impostare dapprima il cosiddetto timone, termine usato nel gergo artistico per fissare le basi dell’illustrazione che desidera realizzare. Da qui, sviluppa in un secondo momento l’illustrazione in formato digitale.
Terminato il liceo artistico, Leonardo Bimbati prosegue gli studi a Milano, conseguendo il diploma triennale di “Scuola di Illustrazione” presso “La Scuola del Fumetto”.
L’atmosfera della città milanese piace molto al giovane artista per via del suo fermento artistico, palpabile nelle vetrine molto invitanti, nei numerosi murales e nel dinamismo dei suoi abitanti.
Dalla sua fantasia nascono draghi, mostri, creature antropomorfe amate dalle giovani generazioni. Niente nella sua arte è casuale, in quanto ogni immagine riflette perfettamente gli studi di anatomia come si può notare nelle sue copie di Venom, noto personaggio fumettistico americano che lui elabora a suo piacimento.
FIG. 7















I segni dello zodiaco vengono interpretati da Bimbati in modo del tutto fantasioso ed originale. Nascono così immagini come “ALHENA GEMINORUM”, creatura bionica con due teste e quattro mani raffigurata all’interno delle costellazioni, frutto del suo estro che vuole raffigurare in questo modo l’equilibrio auspicabile in un mondo disomogeneo. Segue lo stesso filone “GLIESE LIBRAE”, immagine che illustra il segno zodiacale della bilancia, in cui è una figura asessuata a tenere l’equilibrio. Leonardo, in queste immagini, evidenzia la duplice entità appartenente ad ognuno di noi: positivo e negativo si fondono alla ricerca di un equilibrio per superare le difficoltà della vita. Ecco il perché delle sette teste di cobra che sovrastano la figura centrale. Il Cobra ha la capacità di distruggere le malattie così come uno schema di abitudini negative. Il serpente è simbolo di vita e di morte, e la muta della pelle a cui sono soggetti i serpenti simboleggia il principio del rinnovamento e della continuità del tempo.
Il giovane ama la cultura celtica, e durante il Montelago Celtic Festival i suoi disegni sono stati molto richiesti, anche al fine di far realizzare in seguito dei tatuaggi. Amato dal pubblico grazie al suo innato carisma e alla sua disponibilità e gentilezza, non è un ragazzo che ama perder tempo, e la conoscenza di Lorenzo Orlandi, famoso illustratore naturalistico, gli offre nuovi spunti per completare la sua ricerca artistica. Orlandi lo instrada nel mondo della pittura naturalistica, e Leonardo approfondisce lo studio dei vari ambienti naturali: il deserto, la giungla, la savana per lui non hanno più segreti. Ogni ambiente, con la sua flora e la sua fauna, viene attentamente indagato nei suoi colori, nelle sue forme e dimensioni. Con perfezione di stampo iperrealista, nascono i suoi bellissimi e sorprendenti dipinti a olio, ricchi di animali dipinti con cura maniacale che immergono il fruitore in un mondo magico: la libellula si alterna allo scarabeo portafortuna, mentre lo scoiattolo osserva tra i rami lo spettacolo della natura che lo circonda.
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Leonardo Bimbati esegue anche lavori su commissione, come nel caso di “Lu”, eseguito per un matrimonio. In questo bellissimo lavoro, l’allontanamento dalla casa paterna viene raffigurato con una bambina che prende il volo salendo in groppa ad un bellissimo cavallo alato, lasciando sullo sfondo il castello nel quale ha trascorso la sua infanzia.
Accompagnano il cavallo numerose colombe che trasportano alcuni rami di ulivo, simbolo di rinnovamento.
Leonardo ha in cantiere numerosi progetti. Tra questi, subendo il fascino della cultura giapponese, ambisce ad elaborare diversi lavori con la base dell’architettura del Giappone arricchita da numerosi personaggi leggendari quali i Samurai e gli Oni. Interessato, come tutti i giovani, ai personaggi dei Supereroi, Leonardo ama quelli americani e segue la scia dei numerosi fan, ma non tralascia i Guardiani Italiani quali ad esempio Capitan Novara. Tra i suoi programmi c’è infatti quello di inserire questi ultimi all’interno di scene comprendenti i simboli architettonici delle città italiane. Il giovane pensa infatti che vada valorizzata la cultura italiana in tutti i suoi aspetti, in quanto non ha nulla da invidiare a quella di oltralpe. I suoi lavori sono visibili sul suo profilo Instagram:
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Il cromatismo affascinante di Veronika Šulić.

Di Svjetlana Lipanović.

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L'artista Veronika Šulić vive e lavora a Dubrovnik, splendida città croata conosciuta nel mondo per la grande bellezza. Seguendo la sua vocazione e l’amore per l’arte ha conseguito la laurea presso l’Accademia di Belle Arti a Split (Spalato) dove ha studiato pittura e scultura sotto la guida eccellente dei professori Dino Botteri e Kažimir Hraste. In seguito alla laurea si è specializzata nella restaurazione della pittura murale. Il fascino dell’antico ha esercitato una forte influenza sull’artista che ha approfondito gli studi conseguendo una ulteriore specializzazione sugli intonaci storici nei laboratori presso l’Università di Cosenza in Italia e, a Thessaloniki in Grecia. Come impiegata dell’Istituto per il Restauro a Dubrovnik, lavora alla conservazione e al restauro dell’eredità culturale stanziale in Croazia. La sua attività artistica comprende anche altre espressioni: il design grafico, le sculture in creta, la scenografia per il teatro e la grafica. Organizza anche i laboratori del disegno e della scultura presso ARL Lazareti a Dubrovnik.
Negli anni passati ha esposto con successo nelle mostre collettive in Croazia a: Metković “Natura Hereditas”(2017), Čakovec “Kulturoš” (2018), Split “Salona Art”(2018), ed altre. Le mostre personali sono state allestite a:
Dubrovnik “Il piccolo formato - Le conversazioni sacre” (2018), Sarajevo (Bosnia ed Erzegovina) “Sale nel mare” (2019), Zagreb “Exal 110” (2019) mentre a Napoli ha esposto nel 2018 alla mostra “Survival III” presso CAM Museo per l’arte contemporanea “Animals” - Light space & Time online gallery. Nel 2023 - dal 29 settembre al 9 ottobre - ha partecipato alla mostra collettiva internazionale “Colours of life” che si poteva ammirare nell’atrio rinascimentale di Palazzo Sponza sito nella Città Vecchia a Dubrovnik. Le sue opere: “Chiaro di luna”, “Pietrificazione”, “La città rovente”, dipinte con tecnica mista oppure olio su tela e, riconoscibili dal cromatismo affascinante hanno riscosso il meritato successo. La realtà nei quadri appare trasformata, con interpretazione molto soggettiva espressa in un caleidoscopio variopinto.
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I soggetti sono le rappresentazioni della Città di Dubrovnik immersa nella calura estiva, oppure vista dall’alto come una forma pietrificata rinchiusa nelle sue mura e distesa sul mare. La tela “Chiaro di luna” è un delicato omaggio alla luce che rischiara le tenebre, coprendo il mondo con i suoi raggi argentati. Il ciclo intitolato “Il naufragio” è un vero inno alla forza della natura visibile anche nel quadro “La burrasca”. Veronika Šulić per il suo magnifico lavoro ha ricevuto i premi: “Special recognition author” nel maggio 2018 e, una targa per l’eccellenza “Exal 110” nel 2019. è stata vice presidente del Comitato croato ICOMOS dal 2013 al 2019.
Nel fiabesco scenario - con la vista del mare e della splendida fortezza Lovrijenac - nel giugno del 2023 ha aperto il suo Art studio “Grotta” in via: Ulica skalini dr. Marko Fotezza b. b. Fort Lovrijenac, dove si possono visionare i suoi lavori esposti oltre ai diversi dipinti che comprendono vari oggetti realizzati per ricordare la sua Città natale. L’artista con la sua instancabile, costante attività ha creato un suo universo personale che rispecchia il suo animo delicato e nello stesso tempo
forte, come le mura centenarie di Dubrovnik.
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