Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Aperte le iscrizioni per l'Annuario 2025!

Sono aperte le iscrizioni per entrare a fare parte del prestigioso Annuario Acca - Arte Moderna – “artisti contemporanei” - 2025.

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Se vuoi promuovere la tua arte in tutta Italia scrivi a:

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Iscrizioni aperte fino al 31 Luglio.

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IDEAZIONI

“IDEAZIONI” è il titolo della mostra che inauguriamo sabato 18 maggio alle ore 18:00 con gli artisti, Caterina Bilabini, Fabrizio Esposito, Laura Mancarella, Rosario Oliva e Luca Tridente. Questa nuova bellissima esposizione ideata con cinque autori provenienti da ogni parte d’Italia dalle variegate e importanti tecniche pittoriche assolutamente da non perdere, ci propongono con la più eclatante passione artistica, sensazioni e illusioni oniriche particolarissime e in questo importante appuntamento con oltre 35 opere esposte si confronteranno tra loro regalando al pubblico e agli amici interessati, che saranno parte integrante dell’evento, momenti di arte vera e assoluta, in cui i lavori esposti, con le loro tecniche pittoriche dalle diverse espressioni artistiche, sono l’opportuna promozione per la nuova proposta pittorica tra i più interessanti talenti della pittura che la galleria offre ai collezionisti che ormai da molti anni trovano consensi nelle varie generazioni che si affacciano nel nostro ambito lavorativo per trovare il giusto interesse e soddisfare ogni curiosità. La mostra sarà vissuta al Porto di Roma con un brindisi inaugurale con gli artisti presenti e la musica di Dj ARI e il solito entusiasmo ammirando le bellissime imbarcazioni come contorno di una notevole mostra espositiva in una suggestiva passeggiata del Porto turistico di Roma fino al calar del sole contemplando i meravigliosi tramonti del litorale romano. L’evento è curato da Alessandra Antonelli direttore artistico della galleria.

Sarà presente il Prof. Francesco Buttarelli esponente della sezione cultura della Regione Lazio che farà un breve discorso di apertura.

L’evento è completamente ripreso dalle telecamere di ZTL Tv di Antonello Nazarini con servizio esclusivo dedicato e sarà inoltre pubblicato nel nuovo numero di Art&trA edito da Blu Star International.

Galleria Ess&rrE, Lungomare Duca degli Abruzzi Porto Turistico di Roma Locale 876 - ROMA  - 00121

Vernissage sabato 18 maggio 2024 – ore 18:00

Dal 18 maggio al 7 giugno 2024

Info: 329 4681684 – 388 6378032

www.accainarte.it

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IMMAGINA

La mostra incontra la città in un luogo, quello del Porto turistico di Roma, ricco di storia, data la vicinanza al sito monumentale di Tor San Michele, tipica costruzione fortificata edificata nel 1500 sul progetto di Michelangelo Buonarroti, e agli scavi di Ostia Antica, il meraviglioso sito archeologico secondo per estensione solo a Pompei.

Nella suggestiva e affascinante passeggiata del Porto turistico di Roma nella Galleria Ess&rrE inaugura il 4 maggio 2024 alle ore 18:00 la mostra IMMAGINA, mostra fotografica di Federica Marin, Silvio Paioli e Juri Valenti, artisti di notevole caratura. L’evento opportunamente creato su lavori dalle risaltanti notevoli passioni fotografiche dalle diverse tecniche, che negli anni, dove ognuno dalle proprie esperienze, raccogliendo scatti nel girovagare universale, ha raccolto “prodotti” elaborando qualificate doti artistiche che avremo modo e l’onore di presentare al nostro collezionismo. Lavori che risaltano le sperimentazioni moderne ed avveniristiche, in cui gli autori, sfoderando esaltazioni e capacità tecniche, eleganti e puntuali nella composizione e dalla intuizione creativa intelligente, direzionano la lettura aggiungendovi il significato che l’autore intende attribuire alle immagini (creare allusioni, metafore, effetti surreali o ironici), che in base a quest’idea, può aiutare a contestualizzare la fotografia nel tempo e nello spazio, nel genere dell’immagine e relativamente allo scopo per cui è stata creata. Inoltre gli autori che si stanno accompagnando in un reale mondo di assoluta visibilità grazie anche alle collaborazioni con gallerie e gruppi di lavoro che nel panorama fotografico stanno suscitando il giusto ed approvato interesse.

I fortunati ultimi esperimenti, per chi si avvicina al mondo della fotografia, con qualche piccola diffidenza e cautela ma anche con la giusta attenzione, tralasciando quel primo impatto di novità nel collezionare lavori “differenti” dal solito modo di raccogliere passioni, unita dalla curiosità affascinante dell’onirico, danno quel particolare in più della tradizionale voglia di accumulare arte. Gli artisti presenti all’inaugurazione accompagneranno gli interessati al percorso della mostra insieme allo staff della Galleria Ess&rrE brindando in riva al mare a ridosso delle più belle imbarcazioni del Porto turistico di Roma

 

Dj Set Pretty Cixo

Riprese ed interviste a cura di Antonello Nazarini di ZTL TV.

La mostra è curata da Alessandra Antonelli e Roberto Sparaci.

INFO:

Inaugurazione sabato 4 maggio 2024 ore 18.00

Ingresso libero: Orari di apertura: DAL LUNEDI AL VENERDI - 10.00-13.00 - 15.00-19.00

Sabato dalle 17.00 alle 20.00

Domenica su appuntamento

Contatti:  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - www.accainarte.it
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Pier Toffoletti

La carezza fatta di roccia

- di Giorgio Barassi -


Vieni  tu  dal  cielo  profondo  o  sorgi  dall’abisso,
Bellezza?
(Charles Baudelaire)

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Lo sguardo rivolto a Nordest. Le cime che delimitano i confini con la Slovenia, il Matajur e il nome tremendo di Caporetto a tiro d’occhiata. Le alture più vicine, il Monte Stella a un passo. Il Natisone che riga come una lunga lacrima le terre lì attorno. Tutto ha un contorno permanente e solenne, il grigio delle pietre delle alte vette. Così sono i sassi attorno e dentro al fiume. Mette serenità, induce alla contemplazione. È un non-colore, eppure vive e fa vivere uno scenario che si rallegra del verde dei prati e degli alberi, esalta le acque azzurrine dei laghetti, fa da spalla ai terreni di Picolit, Ribolla gialla e Tazzelenghe. La radice del dipingere di Pier Toffoletti è tutta lì, nelle terre di Udine, la sua città. È anche nel suo posato e garbatissimo proporsi, mai tronfio dei successi, tantissimi, raggiunti in una carriera splendida, mai tormentosa e semmai tormentata dalla sua sensibilità, che lo ha costretto a reagire come i friulani sanno fare: a testa bassa ma con una caparbietà silenziosa, fatta di fatica e consapevolezza.

Quel grigio, che da sempre popola i suoi nobili dipinti, lo ha dentro il cuore e non se ne distacca nemmeno volendolo. È la sua cifra, e lui l’ha resa così protagonista da farla diventare una delle note, la prevalente, che lo distinguono. Lì dentro azzarda con successo il bagliore di gialli e di verdi liberi nel campo dell’opera, presenta pennellate da autentico inventore e sciabolate di luci romantiche e fascinose, correda di arancione garbato visi di madonne popolari. Perché quello che anima Pier Toffoletti è comunque e sempre la bellezza. Volti incantati di donne che diventano più belle nei corpi e negli sguardi grazie ad una indagine puntigliosa, una tecnica sopraffina e quell’anima candida che si legge nei sorrisi e nelle parole pacate di uno degli autori della pittura italiana più intensi ed apprezzati. Ha inventato, Toffoletti, e non poco. Ha inventato quel modo singolare di togliere dalla quotidianità le donne che animano il mondo e rivestirle di quel velo sottile di raffinatezza un po’ malinconica ma tanto efficace. Ha inventato una maniera di dipingere che ha compreso interventi con altri materiali, per molti distantissimi dalla pittura e per lui condimento di una operazione artistica complessa e fortemente efficace. Ha inventato, e gliene sia dato merito, la sapiente dignità di tacere delle affermazioni.
Che per molti sarebbero strumento di spavalderia e per lui sono solo elementi costitutivi.

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Quando è ora di svegliare la platea dal torpore del silenzio che l’ammirazione provoca, accende di colori i suoi quadri, li rende allegri e popolati da tinte schiette e accuratamente calibrate, senza fragore. E lì la natura è protagonista. Foglie, rametti, cascate improvvise di tinte che solo l’esperto azzarda con successo. Il suo percorso è talmente pieno di studio, sperimentazioni e varianti, da mettere in difficoltà chiunque voglia raccontarlo per intero. Natura e volti, oggi. Ma dentro, irrimediabilmente, una dotazione di rispetto per il creato e di ipersensibilità cronica che emergono col solo potere di uno sguardo, di un gesto, di un nudo elegante, passionale e travolgente senza indugi in esaltazioni eccessivamente iperrealiste. Tutto avviene come soffuso da una dolcezza che è proprio il contrario della spigolosità dei monti. Pose inconsuete di modelle terrene, mani aperte in gesti di protezione e timore insieme. Toffoletti sa che il risultato delle sue opere è una eleganza inconfondibile, alla quale ha educato, con le affermazioni all’estero, perfino i popoli di là dai due Oceani, abituati a ben altro. Ovunque, il soffio leggero e deciso di una pittura unica è percepito come il racconto di un bello lieve e silenzioso, ma possente e puntuativo. Fissa, cioè, la sensibilità e la dolcezza come pietre miliari di una lunga via fatta di pittura, ricerca, studio, indagine e passione.

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Ogni sua opera riesce a darci l’idea di una raffinata soluzione che ad altri non verrebbe in mente. E perciò scegliamo di prendere un brano della cronaca di una storica partita di calcio, scritta da un altrettanto storico cultore, in parti uguali, del pallone e della lingua italiana. Quel Gianni Brera che raccontando in un memorabile articolo il quarto gol italiano allo stadio Atzeca in Italia-Germania 4-3, 17 giugno 1970, definisce l’evento e l’eroe di turno scomodando la mitologia a lui cara. “…
Questo è dunque avvenuto: al giovane eroe ha ridato la lancia Pallade Atena figlia di Giove Ottimo Massimo…”. Il giovane eroe era, nel caso di specie, Gianni Rivera da Alessandria. Crediamo che quella lancia sia, per quel che riguarda Madama Pittura, saldamente nelle mani di Pier Toffoletti da Udine, parimenti definibile in lessico breriano, Pallido Prence. Cioè uno che ha, ad onta dell’aspetto gracile e della andatura anonima, quel lampo di genio illuminante ed assoluto che lo differisce da tutti e ne determina l’unicità. Ma magari Toffoletti non ne sa di pallone, e ci spedisce a quel paese senza una sola parola, con la consueta taciturna consapevolezza di essere capace di cose ad altri impossibili. Fa niente, rimane unico nella sua singolarità di pittore di gran classe.



Milano, Napoli, Miami, Arezzo, Venezia, Yokohama, New, York, Madrid, molte capitali europee. Davvero elencare i passi di una carriera piena di successi è opera difficile, ma serve a capire l’internazionalità di un linguaggio comprensibile, immediato seppur complesso nella sua costruzione. E nella sua biografia, un dato emerge chiaramente. La sua passione per la speleologia, quell’infilarsi in anfratti impossibili e trarre l’esperienza più intima del contatto totale con la roccia, con quella pietra grigia che sa essere materna e matrigna. Quella roccia che gli ha dato gioie e traumi segnanti, ma che gli consentito di indagare il respiro della terra, la pulsione di ciò su cui mettiamo i piedi, fortunati ed a volte ingrati figli. La rivista giapponese Art Pictorial, nel 2004, riesce laddove nessun altro può. Gli fa descrivere, pratica che con un friulano silenzioso è quasi impossibile, l’origine ed il fine della prevalenza di quelle figure femminili nelle sue opere. Toffoletti scioglie il suo garbo e dichiara che quella bellezza è la bellezza più ampia della natura, che può abbandonare la schermatura di come la vediamo ed offrirsi nuda alla interpretazione di chi la ama davvero. Il contatto con la roccia ha fatto il suo corso. La poetica di Toffoletti, scandagliata da mille angolazioni, diventa ancor più fruibile e gradita.
Ci volevano la pazienza e l’ingegno nipponico, spiritualità elevata e pragmatismo assoluto, per convincere un rocciatore romantico a dischiudere la corazza e far emergere ancor più bellezza di quanta non ne trapeli già abbondantemente dai suoi volti e dai suoi corpi ricchi di umana tenerezza e di sapiente riconoscenza verso la madre terra.
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Spring TIME

La Galleria Ess&rrE ospita nella sede del Porto turistico di Roma una delle più interessanti mostre della programmazione artistica del 2024 che apre i battenti il 20 aprile alle ore 17:00 con circa 30 opere realizzate per l’occasione da LAILA, LUCIA PAFUNDI e SILVANA BELVEDERE. L’eleganza e la bellezza oltre che la particolare ed interessante stesura dei colori sulle tele opportunamente dipinte dai nostri tre validi autori, fanno di questa mostra una delle più interessanti, in termini di particolarità, esposizioni organizzate dalla Galleria Ess&rrE. La scelta è quella di accogliere gli artisti e le loro creazioni nei propri spazi, con l’obiettivo di offrire a un pubblico più possibile variegato e numeroso con occasioni diverse di approfondimento culturale nella splendida passeggiata del Porto turistico di Roma. E la mostra “Spring TIME”, avrà gli autori presenti per l’inaugurazione pronti a soddisfare ogni curiosità per i più attenti alle qualità pittoriche delle opere in mostra. L’organizzazione si impegna a continuare questa tradizione di eventi scelti e organizzati sempre nell’ottica dell’aggregazione e dell’integrazione con il territorio laziale che ricordiamo essere a due passi dalla Tor San Michele, realizzata su progetto di Michelangelo Buonarroti, e dagli Scavi di Ostia Antica, secondi per estensione solo a Pompei. La selezione sulle scelte opportunatamente fatte da Alessandra Antonelli, curatrice della mostra, vi introdurrà nella realtà estetica assoluta e presentiamo questa nuova bellissima iniziativa, proponendo, inoltre, la lettura di una poesia di Lucia Pafundi, vincitrice del concorso
“GLI ANNI INVERSI”. COP LIBRO PAFUNDI
La particolare dedizione delle scelte artistiche sono altresì mirate per far incontrare lo sguardo agli utenti più giovani nella loro vita quotidiana, aprendo così una finestra verso l’altrove e il piacere estetico. La mostra allestita con particolare cura sarà vissuta al Porto di Roma con un nuovo appassionato entusiasmo e un brindisi inaugurale con le canzoni romane e gli stornelli delle “MAGHE” che suoneranno, canteranno e danzeranno creando una magica atmosfera per momenti indimenticabili con le Canzoni romane e gli  stornelli che sono la base del loro vasto repertorio.
Foto Le maghe

https://www.lemaghe.it/


Inaugurazione sabato 20 aprile 2024 ore 18:00 , la mostra sarà visitabile fino al 3 maggio 2024.

L’evento è completamente ripreso dalle telecamere di ZTL Tv con servizio esclusivo dedicato e sarà inoltre pubblicato nel nuovo numero di Art&trA di Blu Star International.

Info: 329 4681684 –388 6378032

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Escher

Palazzo dei Diamanti - Ferrara
Fino al 21 luglio 2024
A cura di Silvana Gatti


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Le sale espositive del Palazzo dei Diamanti di Ferrara ospitano una mostra imperdibile su Escher, protagonista già di una bella mostra tenutasi a Palazzo Bonaparte di Roma. La rassegna è organizzata da Arthemisia, Fondazione Ferrara Arte e Servizio Musei d'Arte del Comune di Ferrara, in collaborazione con la M. C. Escher Foundation e Maurits ed è curata da Federico Giudiceandrea, uno dei più importanti esperti dell’artista, e Mark Veldhuysen, presidente della M.C. Escher Foundation.
Artista geniale e visionario, da sempre amato non soltanto dagli estimatori d’arte ma anche dai matematici, è stato riscoperto dal grande pubblico in tempi relativamente recenti grazie a numerose mostre a lui dedicate in sedi prestigiose. L’arte di Maurits Cornelis Escher, nato nel 1898 a Leeuwarden in Olanda, è stata apprezzata da milioni di visitatori grazie alla sua innata capacità nel trasportare il fruitore verso mondi impossibili, attraverso opere che varcano la soglia dell’infinito.
Nelle opere del grande artista olandese, che ha vissuto in Italia fra le due guerre, si trovano molteplici tematiche del tutto suggestive: dai teoremi geometrici alle intuizioni matematiche, dalle riflessioni filosofiche ai paradossi della logica.
Maurits Cornelis Escher ricopre un ruolo speciale nella storia dell’arte contemporanea grazie alla sua produzione posteriore al 1935, anno in cui lasciò l’Italia fascista dopo dodici anni a Roma per tornare definitivamente in Olanda, dopo due ulteriori anni in Svizzera e cinque in Belgio. Fino a quel momento egli si era dedicato a litografie e xilografie di paesaggi e architetture; dopo quella data, le sue opere si distanziarono dal figurativo per avvicinarsi gradualmente a motivi matematici. La sua estetica originale gli procurò notorietà nel campo scientifico, a partire dalla mostra dei suoi lavori organizzata in occasione del Congresso Internazionale dei Matematici del 1954 ad Amsterdam, ma fu accusato di tessere opere di eccessiva freddezza, astrazione e convenzionalità stilistica. Il primo contatto con l’Italia avvenne nel marzo 1921. Insieme ai suoi genitori, Escher viaggiò dal Sud della Francia costeggiando la Costa Azzurra fino alla Liguria, rimanendo dapprima piuttosto indifferente. L’anno successivo, ultimati gli studi, iniziò l’attività di incisore ad Haarlem, ma i suoi lavori non trovarono il gradimento del pubblico. Fu allora che partì per il Grand Tour in Italia, rimanendo estasiato dinanzi alla campagna e alle città toscane, in particolare San Gimignano e Siena. In questi luoghi si innamorò del paesaggio, della natura e dell’arte italiana. Dopo esser rientrato in Olanda, nell’autunno del 1922 fece un viaggio in Spagna per poi tornare in Italia facendo tappa a Genova, Pisa, Roma e spingendosi fino alla Costiera amalfitana, dove nel 1923 conobbe la moglie Jetta Umiker, con la quale nell’autunno del 1923 si stabilì a Roma.
In quegli anni, lo sviluppo di nuove teorie scientifiche, della relatività e la meccanica quantistica, rimettevano in discussione la visione euclidea dello spazio e le leggi della prospettiva.
Escher fu introdotto nell’ambiente romano da Godefridus Johannes Hoogewerff, direttore dell’allora Istituto Storico Olandese, che lo spinse a seguire le lezioni di storia dell’arte di Adolfo Venturi presso l’Università La Sapienza di Roma e ad approfondire la sua conoscenza dell’arte antica, al fine di trarre ispirazione dalle opere d’arte e architettoniche della capitale italiana. Anche l’architettura medievale, presente negli antichi borghi, subivano il fascino di Escher che aveva una predilezione per l’architetto barocco Francesco Borromini. Hoogewerff mise Escher in contatto con il Gruppo Romano Incisori Artisti, la cui sede era a Palazzo Venezia, dove nel 1926 Federico Hermanin, fondatore del gruppo, organizzò per lui una mostra personale. Escher si inserì inoltre nel circolo che si era formato intorno alla rivista “L’Eroica”, grazie all’amicizia con Giuseppe Haas-Triverio, un artista svizzero conosciuto a Siena, ma che viveva a Roma da più di dieci anni; qui Escher conobbe lo scultore e incisore Publio Morbiducci, gli incisori Bruno da Osimo, Dario Neri e Lorenzo Viani. In questo contesto approfondì la conoscenza dei linguaggi artistici del passato e si aprì a quelli a lui contemporanei.
Si possono notare infatti influenze divisioniste nei lavori di quel periodo, in quanto le immagini sono formate dall’uso di motivi ricorrenti, linee o brevi trattini ortogonali. Escher entrò certamente in contatto con il nascente movimento futurista, dopo aver visto le opere di Balla. Escher iniziò a studiare i metodi per tassellare il piano durante il periodo romano, usando tasselli con figure animate e realizzando diversi arazzi colorati.
L’artista era inoltre attratto dallo studio della prospettiva aerea: durante i suoi viaggi attraverso le regioni italiane in compagnia dell’amico Haas-Triverio, amava spesso soffermarsi sui bordi di un precipizio. Per un olandese il cui paesaggio tipico si staglia su un orizzonte basso, ampio e piatto, i paesaggi montani inframmezzati dai piccoli paesini calabresi o le scogliere a picco sul mare della Costiera amalfitana esercitavano un fascino irresistibile. Escher si dedicò a queste prospettive influenzato dalle opere di Francesco Borromini e di Giovanni Battista Piranesi, di cui aveva acquistato a Roma alcune stampe.
Visto l’inasprimento del regime fascista, Escher lasciò definitivamente l’Italia nel 1935, stabilendosi in Svizzera. Prima di partire, l’Istituto Storico Olandese gli dedicò un’ultima mostra, recensita con queste parole dall’“Osservatore romano”: “A vero dire Escher è una vecchia conoscenza per chi frequenta il mondo artistico romano. Chi non conosce quell’alto biondo pittore olandese, che beve il sole con gli occhi [...]. A forza di vivere in Italia non è più l’olandese fantastico e pur analitico di quando illustrava libri di leggende nordiche”.

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Durante il soggiorno in Italia Escher approfondì la conoscenza delle diverse correnti artistiche e culturali italiane e internazionali di inizio del Novecento. A partire dal 1937 il suo lavoro rappresenta un unicum nella storia dell’arte. Nel 1936 Escher viaggiò lungo le coste del Mediterraneo, visitando la Sicilia, Malta e la Spagna, in particolare Granada, dove visitò l’Alhambra, studiando le tassellature moresche che ne decorano le pareti. Questa visita segnò il punto di svolta della sua arte, che da allora in poi si caratterizza per lo studio metodico del riempimento regolare del piano. Terminato un periodo di transizione durante il quale continuò a produrre incisioni naturalistiche, Escher iniziò a usare sistematicamente le tassellature come base per le sue opere.
Le tassellature erano raccolte in diversi quaderni, contenenti 137 motivi base, metodicamente classificati seguendo un suo originale schema logico.
L’interesse di Escher per le tassellazioni era finalizzato a una loro trasfigurazione artistica. Frammenti di tassellazioni sono presenti in una sessantina di suoi lavori, in cui egli sfruttò il concetto che in una tassellazione biedrica ciascuno dei due tipi di tasselli svolge due ruoli complementari, di figura e sfondo, secondo il principio del vaso di Rubin, in cui due profili di facce posti uno di fronte all’altro danno origine anche al contorno di un vaso.
Simmetricamente, le metamorfosi di Escher evidenziano la sintesi dialettica fra positivo e negativo che le tassellazioni biedriche contengono. Nel saggio “Divisione regolare del piano” Escher sostenne di usare gli stessi procedimenti (ripetizione, aumento, riduzione, sovrapposizione e inversione) del contrappunto di Bach. Nell’opera Giorno e notte (1938), in mostra, la tassellazione bidimensionale centrale si articola in raffigurazioni tridimensionali ai lati, che rappresentano lo stesso soggetto non solo di giorno e di notte, ma anche specularmente, nonché in positivo e in negativo. Un’opera di sicuro effetto, unica nel suo genere, che non lascia indifferenti.
L’opera Relatività (1953), esposta in questa mostra, combina la scala di Schröder con il triangolo impossibile, rappresentando simultaneamente i tre punti di vista che si ottengono osservando in tre direzioni spaziali fra loro ortogonali, come si può verificare guardando il disegno non solo dal basso in alto, ma anche da destra a sinistra e da sinistra a destra.
Nel 1941, a causa della guerra in Europa, Escher, che nel frattempo si era trasferito in Belgio, tornò nella natia Olanda, stabilendosi a Baarn. Abbandonati i soggetti paesaggistici, utilizzava immagini astratte di sua invenzione, traendo l’ispirazione principalmente dalle tassellature e dalle loro trasformazioni metamorfiche; in una seconda fase entrò in contatto con la comunità dei matematici durante una sua mostra in concomitanza con il Congresso Internazionale dei Matematici svoltosi ad Amsterdam nel 1954. Frequentazioni dirette e scambi epistolari fornirono a Escher nuove fonti d’ispirazione, e l’arte di Escher giunse alla fusione di elementi paesaggistici con altri elementi figurativi, estranei al paesaggio stesso. I riferimenti all’Italia e più generalmente all’architettura e ai paesaggi mediterranei sono molteplici e compaiono in molte delle sue opere concettuali. Escher morì nel 1972.
Dagli anni cinquanta in poi la popolarità di Escher è cresciuta grazie a numerosi articoli e recensioni pubblicati su varie riviste. A partire dalla metà degli anni sessanta il movimento hippy, soprattutto negli Stati Uniti, ha usato le sue opere modificandole e riproducendole su poster e magliette in chiave psichedelica.
Il lavoro avanguardistico e il suo linguaggio moderno esercitano ancora oggi una grande influenza sulla creatività di molti artisti, musicisti, pubblicitari e fumettisti. Questa mostra è un’occasione esaustiva per conoscere questo artista d’oltralpe che ha lasciato un’impronta indelebile nell’arte moderna.
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Grandi Mostre

Gio Ponti.
Ceramiche 1922 - 1967
Dal 17 marzo al 13 ottobre 2024
Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza
A cura di Marilena Spataro

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E'dedicata al grande architetto, artista e designer Gio Ponti (1891-1979), promotore e divulgatore del Made in Italy, la grande mostra in corso al MIC fino al 13 ottobre 2024.
Intitolata “Gio Ponti. Ceramiche 1922-1967”, è a cura di Stefania Cretella, e vede in esposizione oltre duecento opere articolate in 15 sezioni - tra ceramiche, vetri, arredi e disegni - che attraversano il lavoro del grande artista dal 1922 al 1978. Un percorso espositivo di straordinaria suggestione che da conferma della sua originalissima e innovativa visione dell’abitare e del nuovo vivere moderno. Fin dagli esordi il pensiero di Ponti si concentra nel cercare uno stile adeguato alla modernità e al gusto del tempo, conciliandolo tuttavia con la tradizione classica (etrusca e romana) e con il fare dell’alto artigianato artistico.

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Oltre a dare un contributo fondamentale nella definizione dello stile italiano attraverso la sua attività progettuale, il grande designer ha rafforzato la sua azione avviando una fitta rete di relazioni con artisti, industriali e artigiani e, soprattutto, assumendo la direzione di due riviste divenute storiche del settore come “Domus” e “Stile” e partecipando costantemente a mostre ed esposizioni.
Fu infatti protagonista delle Biennali di Monza, delle Triennali di Milano e di eventi internazionali come la mostra itinerante “Italy at Work. Her Renaissance in Design Today” tenutasi negli Stati Uniti tra il 1950 e il 1953, volta proprio a promuovere oltreoceano il “Made in Italy” presentando i massimi rappresentati del design e dell’alto artigianato artistico italiano.
Il rapporto con la ceramica di Gio Ponti inizia appena conseguita la laurea, tra il 1921 e il 1922 entra a far parte della Richard-Ginori e comincia il rinnovamento del repertorio storico della manifattura proiettandola verso il nascente gusto déco.

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La mostra di Faenza mette a fuoco il fondamentale contributo apportato dal nuovo direttore artistico nel corso di circa un decennio, proponendo anche confronti con designer e artisti attivi negli stessi anni presso altre manifatture italiane, evidenziando le ricadute che il modello pontiano ha avuto sul contesto contemporaneo.
Agli inizi degli anni trenta, Ponti si avvarrà della collaborazione del giovane Giovanni Gariboldi che diverrà prima il suo assistente, poi il suo successore in casa Richard-Ginori. Terminati i rapporti con la manifattura nel 1933, tornerà saltuariamente a collaborare con l’azienda proponendo idee di grande estro creativo e iniziando a stringere nel tempo rapporti con il mondo delle arti decorative e del design. In più di cinquant’anni di attività collaborera' con Pietro Melandri e il contesto faentino (famose le cartepeste realizzate con i Dalmonte), con le Ceramiche Pozzi, Gabbianelli, Venini, Fontana Arte e Sabattini, per citare le principali aziende con cui promuovera' percorsi e progetti unici e incredibilmente attuali.

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La cifra stilistica di Ponti è un segno senza tempo, contemporaneo, che ha stimolato dialoghi con artisti e designer della sua epoca, ma ha anche ispirato ceramisti del XXI secolo.
Il percorso espositivo si conclude, infatti, con una sezione dedicata all’eredità di questo grande Maestro e alle influenze che tale eredità ebbe su autori quali Alessandro Mendini ed Ettore Sottsass, per giungere ai contemporanei POL Polloniato, Diego Cibelli, Bertozzi&Casoni, Andrea Salvatori.
La mostra è corredata da un ponderoso e ricco catalogo, edito dalla Dario Cimorelli editore di Milano, che si avvale del supporto dell’Archivio Ponti e dei contributi critici del curatore, di Claudia Casali, Elena Dellapiana, Matteo Foches- sati, Fulvio Irace, Salvatore Licitra, Fiorella Mattio, Oliva Rucellai, Valerio Terraroli.
Documenta il ricco e vario percorso il film “Amare Gio Ponti”, per la regia di Francesca Molteni, prodotto da Muse Factory of Projects in collaborazione con Gio Ponti Archives, promosso da Molteni&C.
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I Tesori delle nostre città

MIC - Museo Internazionale delle
Ceramiche di Faenza
Un gioiello d'arte e bellezza che custodisce la più
importante raccolta al mondo di ceramiche
www.micfaenza.org
A cura dell'ufficio stampa e comunicazione del MIC


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Fondato nel 1908 da Gaetano Ballardini il MIC- Museo Internazionale delle ceramiche in Faenza è la più importante raccolta al mondo dedicata alla ceramica e un vero polo culturale dedicato a questa materia. Il suo patrimonio consiste in oltre 60 mila opere che vanno dai 4000 anni a.C. ai giorni nostri.

Una ricchissima collezione che attraversa i secoli e tutte le culture per approfondire la storia legata ad una materia antica quanto all’umanità.
Il percorso si sviluppa in sedici sezioni allestite all’interno dei locali del quattro- centesco monastero camaldolese di San Maglorio e nella nuova ala del museo che negli anni Duemila ha completamente rinnovato i locali della ex ebanisteria Casalini adiacenti al monastero.

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Al piano terra si possono ammirare le raffinate porcellane dell’Estremo Oriente giunte a noi attraverso la “Via della Porcellana” e che da Marco Polo in avanti hanno influenzato nei decori anche la produzione occidentale; la più importante collezione in Italia di ceramiche precolombiane con circa duecento oggetti del Messico, Centro e Sud America, di cui alcuni assai rari; le ceramiche del Vicino Oriente Antico e dell’antico Egitto e quelle Classiche (etrusche, romane e greche) oltre ad una panoramica sulla produzione del mondo islamico antico.

Al piano superiore si entra nel vivo della collezione con le ceramiche faentine che sono esposte partendo dal periodo medioevale per arrivare al Barocco, passando dal Rinascimento, periodo cruciale della produzione faentina. Si pensi che a Faenza in quel periodo si registrano attive oltre 260 botteghe. Le maioliche faentine e in particolare i “Bianchi di Faenza” a partire dalla meta del 1500 e per oltre un secolo ebbero una tale diffusione e fama in Europa che il termine “Faience” venne identificato con maiolica.
Da non perdere è la sezione dedicata alle maioliche italiane del Rinascimento. Una meravigliosa collezione che espone ceramiche provenienti dai più importanti centri di produzione regionali d’Italia: dalle maioliche istoriate del Ducato di Urbino, ai lustri dorati e rosso di Gubbio e Deruta ai policromi vasellami di Venezia e alla produzione toscana dove spicca la coppa in porcellana medicea, rarissimo esempio di ricerca rinascimentale rivolto alla produzione della porcellana.
Si passa a un’ampia panoramica sulla ceramica dal 1600 al 1800 presentate con una suddivisione regionale, ma di grandissimo interesse è la collezione dedicata al Novecento italiano ed europeo, con ceramiche del periodo futurista, Liberty, Deco e opere di grandi maestri come Picasso, Chagall, Matisse, Arturo Martini, Fontana, Leoncillo, Burri o pezzi delle grandi manifatture italiane ed europee.
Il MIC di Faenza non è solo museo, ma è un vero e proprio centro di ricerca, studio e promozione della ceramica. Ospita un laboratorio di restauro, una biblioteca, archivi fotografici e documentari, un laboratorio didattico. Dal 1938, ogni due anni, organizza il Premio Faenza, un concorso dedicato all’espressioni d’arte contemporanee realizzate con la ceramica. Sempre ogni due anni coordina Argillà Italia, mostra mercato dell’artigianato artistico internazionale.


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Preraffaelliti. Rinascimento moderno

Forlì, Musei San Domenico
Una grande mostra di respiro internazionale dedicata al Movimento dei Preraffaeliti, ha inaugurato quest'anno la stagione espositiva dei Musei San Domenico di Forlì.
Di Marilena Spataro

Preraffeilliti580 Beato Angelico Compianto sul Cristo morto


















Dal 24 febbraio, fino al 30 giugno 2024, oltre 300 opere, di artisti italiani e stranieri, con importanti prestiti di prestigiosi musei nazionali, europei e americani, lungo un affascinante percorso espositivo testimonieranno la profonda influenza dell’arte italiana, dal Medioevo al Rinascimento, sul movimento artistico, quello, appunto, dei Preraffaeliti, che ha rivoluzionato l’Inghilterra vittoriana e influenzato in maniera determinante la stagione europea del simbolismo.
Tra gli anni Quaranta dell’Ottocento e gli anni Venti del Novecento, l’arte storica italiana, dal Medioevo al Rinascimento, ha un forte impatto sulla cultura visiva britannica, in particolare sui Preraffaelliti. Questo movimento artistico, nato nell’Inghilterra vittoriana di metà Ottocento a opera di alcuni artisti ribelli – William Holman Hunt, John Everett Millais e Dante Gabriel Rossetti - aveva lo scopo di rinnovare la pittura inglese, considerata in declino a causa delle norme eccessivamente formali e severe imposte dalla Royal Academy.

Preraffeilliti559 Frederic Leighton Greek girls picking up pebbles by the sea



























Preraffaelliti. Rinascimento moderno – diretta da Gianfranco Brunelli con la prestigiosa curatela di esperti di fama internazionale: Elizabeth Prettejohn, Peter Trippi, Francesco Parisi e Cristina Acidini con la consulenza di Tim Barringer, Stephen Calloway, Charlotte Gere, Véronique Gerard Powell e Paola Refice – propone una ponderosa carrellata di opere tra dipinti, sculture, disegni, stampe, fotografie, mobili, ceramiche, opere in vetro e metallo, tessuti, medaglie, libri illustrati, manoscritti e gioielli, che raccontano la storia del movimento dei Preraffaeliti, affiancando per la prima volta una consistente rappresentanza di modelli italiani, tra cui opere di antichi maestri, alle opere britanniche; ma anche opere di artisti italiani di fine Ottocento ispirate ai precursori britannici. Oltre ai padri fondatori del Movimento, saranno esplorati in modo approfondito altri esponenti chiave, quali Edward Burne-Jones, Ford Madox Brown e Frederic Leighton, mentre altri talenti saranno rappresentati da una selezione di opere che evidenzino punti di connessione specifici.

Prerafffelliti230 Frederic Leighton Greek girls picking up pebbles by the sea


















Il Preraffaellismo – la cui data di inizio può essere fissata con certezza al 1848, ma la cui conclusione non è facile da individuare perché sfuma nei movimenti decadente e simbolista – non fu un ritorno reazionario agli stili del passato ma un progetto visionario capace sia di rendere le opere che ne nacquero qualcosa di decisamente moderno, sia di restituire forza e presenza alla tradizione italiana. I Preraffaelliti attinsero infatti a un’ampia gamma di influenze ed elementi storici, in momenti diversi si ispirarono all’arte e all’architettura gotica veneziana, a Cimabue, a Giotto, oltre che a maestri del Rinascimento, come Botticelli e Michelangelo, rivolgendosi infine con altrettanto entusiasmo all’arte veneziana del XVI secolo di Veronese e Tiziano.

PreRaffelliti1 Burne Jones Arming and Departure of the Knights















La mostra si articola in sezioni che hanno come filo conduttore il concetto di re-invenzione nelle sue varie declinazioni. Esse sono documentate da opere di artisti britannici, non sempre noti al grande pubblico, tuttavia, in grado di restituire, con inedita chiarezza, i tratti maggiormente peculiari.
La mostra é organizzata dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì in collaborazione con il Comune di Forlì, ed è accompagnata da un catalogo di Dario Cimorelli Editore, con saggi e articoli dei curatori e contributi dei co-curatori ospiti.
Il percorso espositivo si articola all’interno della Chiesa di San Giacomo e melle grandi sale che costituirono la biblioteca del Convento di San Domenico.

Info:
www.mostremuseisandomenico.it
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Consigli di lettura

Il libro d'Isaia
Traduzione di Gian Ruggero Manzoni
A cura di Marilena Spataro

Spatarocopertina ISAIA 1




























Scrittore, poeta, teorico dell'arte, pittore. Tra le decine di libri scritti in ambito artistico, culturale e letterario, a partire da inizi anni '80, Gian Ruggero Manzoni, ha, anche, tradotto e pubblicato ben tre testi biblici: Esodo nel 2010, Genesi nel 2022, infine, quest'anno, Isaia per le Edizioni De Piante, probabilmente, il più impegnativo tra i tre libri tradotti.

A parlarci di questa sua ultima fatica letteraria e' lo stesso autore attraverso una sintetica presentazione scritta (riportata sotto) del testo biblico unitamente a un incisivo e avvincente excursus storico, nei tempi attuali illuminante, sul pensiero, i costumi e la civiltà del popolo ebraico.


Tra il Tutto e il Nulla

Per una nuova traduzione del Libro di Isaia

Innanzitutto necessita dire che ormai tutti gli studiosi considerano questo importantissimo e interessantissimo libro (sia dal punto di vista letterario, sia dal punto di vista filosofico, sia dal punto di vista teologico, sia come ricca fonte di informazioni storiche inerenti il popolo ebraico) un’opera composita (quindi una scrittura a più mani), pervenuta alla forma attuale poco prima del 140 a.C. (ultima data indicata a livello accademico), quando gli Ebrei, dopo vari conflitti, anche “civili”, cioè consumati fra loro, finalmente si riunirono, di nuovo, in un unico regno. Il libro consta di tre parti distinte che vengono rispettivamente attribuite: a) all’Isaia storico (o Primo-Proto Isaia, operante circa a metà dell’VIII secolo a.C., e questo dal capitolo 1 al 39, ma, più probabilmente, dall’1 al 31); b) al cosiddetto Deuto o Deutero-Isaia (o Secondo Isaia, operante a metà del VI secolo a.C., e questo dal capitolo 40 – o 32 che sia – al capitolo 55); c) al Trito-Isaia (o Terzo Isaia, operante nell’ultimo quarto del VI secolo a.C., e questo dal capitolo 56 al capitolo 66). Per chi non lo sapesse Isaia, il cui nome significa “Dio o il Signore (mi) salva” (nato forse nel 780 a.C. – alcuni dicono nel 770 a.C., altri nel 765 a.C. – e morto, circa, nel 645 o 648 a.C., quindi comunque molto vecchio se non vecchissimo!), era un Levita, cioè apparteneva alla tribù di Levi.

Figlio di un certo Amoz, visse tutta la sua esistenza a Gerusalemme e pare avesse origini nobili (quindi farisee), inoltre sembra fosse sposato con una sorta di “veggente”; si crede, altresì, che da tale unione avesse avuto due figli, e si reputa che fosse attivo, a corte, quale consigliere, e ciò dal regno di Ozia (781-740 a.C.) fino a quello di Manasse (689-642 a.C.), attraverso i regni di Iotam (740-736 a.C.), Acaz (736-716 a.C.) ed Ezechia (716-689 a.C.); inoltre, secondo la tradizione, pare che Isaia sia stato ucciso quale martire (fatto a pezzi con una sega di legno) durante la sovranità del crudele, sanguinario, blasfemo e idolatra Manasse, il quale mai sopportò quello che l’incorruttibile Isaia diceva riguardo la possibile venuta di un messia e la sua “moralistica”, seppur equa ed elevata, pre- senza entro la reggia. Inutile dilungarsi sulla storia degli Ebrei comprendente quel lungo periodo (in parte ne parlerò in uno scritto successivo a questo), basti sapere che il libro tratta di eventi che partono dalla morte di re Salomone, quindi dalla divisione delle dodici tribù ebraiche in due regni posti, all’incirca, dove ora si ha lo Stato di Israele (Regno d’Israele a nord e Regno di Giuda a sud), fino all’Impero Persiano di Ciro il Grande (nato nel 590 a.C., morto nel 530 a.C.). Testo oltremodo simbolico, metaforico, “ossimorico”, psicologico, a volte criptico, il Libro di Isaia, che ci presenta un Dio spietato ma, parimenti, indulgente, violento ma misericordioso, sanguinario ma benevolo, geloso ma amoroso, offensivo ma consolatorio, politico ma santo, seminatore di peste ma taumaturgo, pubblico ministero, oltremodo severo ma, nel contempo, anche pietistico avvocato difensore, collerico ma paterno e, perché no, anche materno, e questo sia nei confronti dei nemici sia nei confronti dei popoli stranieri sia, soprattutto, nei confronti del “suo popolo”, purché in lui si credesse… purché in lui si avesse fede… purché lo si riconoscesse quale “unico” e, dopo essersi convertiti, lo si venerasse, lo si “coccolasse”, tramite i sacrifici indicati, e sottostando ai suoi comandamenti e alle sue regole… dicevo, il Libro di Isaia non è facile da tradursi – dal greco antico della Septuaginta (III secolo a.C.), poi guardando il latino delle Vulgata (IV secolo d.C.), e infine, per concludere, parametrando il tutto con l’ebraico di quei tempi, cioè quello usato per redigere il Tanakh o Bibbia Ebraica (XIII secolo a.C.) – in particolare perché più volte (se non sempre) la voce di Isaia si mischia con quella dell’Onnipotente, e viceversa, così che non si comprende chi l’uno o chi l’altro, e reputo che ciò sia stato più che voluto, considerato che era un profeta divino (quindi “profeta” nell’accezione di “colui che par- la per conto di un altro”), il quale narrava, descriveva e sentenziava, e inoltre perché, come si è detto in precedenza, molte sono state le mani che hanno rivisto il tutto, 8 ritoccandolo qui e là, al fine di adattarlo alla propria visione religiosa, e questo sia prima che dopo la venuta di Gesù di Nazareth.

Comunque l’entrare in questo libro attanaglia colui che cerca di sviscerarne la pura essenza fideistica e, in particolare, etico-poetica. Infatti Isaia fu anche uno degli ispiratori della grande riforma religiosa avviata da re Ezechia, quella che mise al bando le usanze idolatre e animiste (che gli Ebrei avevano adottato imitando i popoli vicini) nonché ogni sovvertimento inerente i comandamenti introdotti da Mosè, per quindi scagliarsi contro i sacrifici umani (prevalentemente di neonati o bambini), contro i simboli sessuali, gli idoli di ogni forma e materiale, nonché contro i “facili costumi” che avevano “appestato” il popolo giudaico. Altro bersaglio della riforma furono le usanze culturali puramente edonistico-esteriori e quelle pratiche religiose, di vario genere e grado, che non erano sostenute da una condotta di vita corretta e dal rispetto verso Dio e verso il prossimo. Importante è anche come il concetto di Nulla – parola che, nel testo, ho riportato sempre con la maiuscola quale entità, quale componente a tutti gli effetti, come fosse la sola alternativa a Dio o il suo contrasto, nonché quale “personaggio” – in questo scritto si faccia strada. Secondo gli insegnamenti della Cabala ebraica, prima che l’Universo, di cui facciamo parte, fosse creato, esisteva solo Ayin (il Nulla, o meglio, Nulla, senza l’articolo). Ciò fu ribadito nell’importante testo Sefer Yetzirah (il Libro della Creazione o della Formazione, 9 scritto da anonimo, si crede in Babilonia, nel III secolo d.C.) e dal rabbino Sa’adya ben Yōssef, da noi conosciuto come Saadya Gaon, nato in Egitto nell’882 d.C. e morto a Baghdad nel 942 d.C., il quale sostenne, con sommo coraggio, che (il) Nulla era alla base di (del) Tutto (quindi Tutto era = “yesh me-Ayin” = “un qualcosa da Nulla”), e che Tutto sarebbe tornato prima o poi a Nulla, andando ovviamente contro ciò che invece sostenevano ad esempio gli aristotelici, cioè che il cosmo avesse avuto inizio da un nucleo di materia primordiale e risultasse eterno. Il filosofo e rabbino Moshe ben Maimon, da noi conosciuto come Mosè Maimonide, nato a Cordova nel 1135 d.C. e morto a Il Cairo nel 1204 d.C., “aumentò la do- se”. Dopo aver accettato sia le teorie presenti nel Sefer Yetzirah sia quelle di Gaon, disse e poi scisse, riferendosi a Dio e tenendo presente il Capitolo 2 della Mishnah 6: “Vero che Egli fece Ayin, Yesh” = “Vero che Egli fece ciò che non era in ciò che è”, oppure “Vero che Egli fece Nulla in qualcosa”, o anche “Vero che Egli trasformò il suo anche essere Nulla in qualcosa”, quindi attribuendo a Dio, fra le tante, “anche la sostanza di Nulla”, dando l’avvio a quella che viene definita la Teologia Negativa, per cui non essendoci parole per indicare con certezza il chi sia o il “cosa” sia la divinità, si può solo descrivere ciò che la stessa non è, e in quel “non essere” ecco il massimo castigo anche per gli umani, vale a dire “il tornare Nulla – ahinoi – assieme a Dio”. Quindi Dio è perché non uomo, ma Dio è anche perché esistono gli uomini, sue creazioni da Nulla… sue “affermazioni”… sue “testimonianze”… e mi fermo qui… già questa è “carne molto dura” da digerirsi… “carne che lascio ai teologi”, come avrebbero potuto dire i filosofi tedeschi Friedrich Heinrich Jacobi e Johann Gottlieb Fichte. Innegabilmente questo di Isaia è libro che ha aiutato gli Evangelisti a dare vita al Nuovo Testamento; è libro che ha anticipato l’Apocalisse di Giovanni; è, in primo luogo, un libro sempre attuale perché riflette in pieno quella che è la natura umana, in tutte le sue componenti, fino alle sfumature. Sì, questo è un libro che castiga la mente (la mia compresa, nell’affrontarlo per tradurlo), ma che infine purifica e incrementa, non poco, la voglia di combattere in nome di certi valori e per certi vessilli.

Gian Ruggero Manzoni
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