Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Art&Vip

Anthony Peth,
da pittore a conduttore tv.
28000609 10214787182220966 1233108932 n 1212Grande successo per la nuova stagione di Gustibus, in onda ogni domenica alle 10.45 su la 7 con il bel 32enne nelle vesti di “Ambasciatore del Gusto”, ma la sua vera passione è la pittura..
Grande successo di La7 per la trasmissione settimanale Gustibus, viaggi e sapori all’insegna delle tradizioni del bel paese. Anthony Peth, il noto anchorman televisivo, vincitore di due David, nel ruolo di inviato speciale ogni domenica ci racconta le storie che appassionano gli italiani, quelle dei piccoli imprenditori che con sacrificio e dedizione portano avanti la loro missione, ovvero quella di produrre quelle che sono le nostre eccellenze italiane. Roberta De Matthaeis ogni domenica dalle 10.45 con Anthony Peth portano i telespettatori alla scoperta delle vere icone del Made in Italy, fiore all’occhiello in tutto il mondo. Ogni settimana una storia nuova da raccontare in un viaggio che attraverserà tutta la penisola, un vero e proprio percorso enogastronomico, ricco di passione e originalità, essenza del programma “Gustibus”.
28236032 10214873323894454 1548747940 n 1212«Sono davvero felice – ci racconta Anthony Peth – quando ho ricevuto questa proposta da parte degli autori, ho accettato subito e non vedo l’ora di affrontare questa nuova edizione. Essere riconfermati per il secondo anno dimostra che qualcosa di buono l’ho portato ai telespettatori». Le storie che vengono raccontate sono quelle che piacciono al pubblico a casa e le aziende protagoniste dei servizi hanno in comune la passione per il proprio lavoro. «La tv generalista spesso riporta quello che già gli italiani conoscono, portare per la prima volta al grande pubblico dei microcosmi con storie di discendenza sono quelle che incuriosiscono sempre più il telespettatore, attraverso luoghi e sapori che la nostra bella Italia sa donarci».
Ma Anthony Peth nasce come pittore, ebbene si la sua prima passione è dipingere, e di mostre ne visita tante. «Ricordo addirittura di aver vinto un concorso .. Avevo circa 16 anni, periodo scolastico e spensierato in Sardegna. Un giorno il preside ci propose un concorso di pittura e scultura che il comune di Sassari proponeva, con la tematica dell’uguaglianza e della pace .. Beh vinsi il primo premio. Ricordo una grande gioia, il montepremi era di 1000 euro e con quei soldi ho fatto uno dei viaggi più divertenti della mia adolescenza ..».
28236115 10214875845557494 1050945222 n 1212In questo speciale di Arte & Arte parte questa rubrica dedicata ai personaggi del mondo dello spettacolo e del loro rapporto con l’arte… proprio lui, che segue e inaugura tante esposizioni non poteva che essere il primo intervistato dalla nostra redazione. Il bel presentatore sardo tanto amato al pubblico a casa che ogni Domenica appassiona i telespettatori su La7 con storie ricche di tradizione ha una grande passione, la pittura.
«L’arte ha sempre fatto parte di me, la pittura in particolar modo.. La casa dei miei genitori in Sardegna è invasa dei miei quadri… Ormai il tempo libero è poco, viaggio molto per lavoro come ben sapete.. però nel mio piccolo attico alle spalle del laghetto dell’Eur come posso, nel mio terrazzo dipingo, soprattutto nei periodi estivi, mi rilassa tanto e mi permette di creare.. amo l’arte in tutte le sue forme, ma d'altronde chi non la ama… Italia d’arte.. Italia più bella».
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LA COLLEZIONE CAVALLINI SGARBI - DA NICCOLÒ DELL'ARCA A GAETANO PREVIATI TESORI D'ARTE PER FERRARA

di Silvana Gatti


1.Cicognara1212È stata inaugurata sabato 3 febbraio, nel Castello Estense di Ferrara, la mostra “La collezione Cavallini Sgarbi. Da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati. Tesori d’arte per Ferrara.”
L’esposizione è dedicata alla Collezione Cavallini Sgarbi, 130 opere tra dipinti e sculture raccolte in circa quarant’anni di collezionismo appassionato da Vittorio Sgarbi con la madre Caterina “Rina” Cavallini e con la presenza silenziosa di Giuseppe Sgarbi. Elisabetta Sgarbi, per il tra- mite della propria Fondazione, ha voluto che questa mostra raccontasse, nel luogo più rappresentativo della città di Ferrara, non solo la storia di una straordinaria impresa culturale, ma anche quella della sua famiglia che ha dedicato all’arte tutte le energie.
La mostra è ideata e promossa dalla Fondazione Elisabetta Sgarbi in collaborazione con la Fondazione Cavallini Sgarbi, con il Comune di Ferrara e sotto il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e della Regione Emilia-Romagna. Le ricche sale dell’appartamento di rappresentanza al piano nobile del Castello Estense ed i “Camerini del principe” ospitano opere che vanno dalla fine del Quattrocento a metà Novecento, da Niccolò dell’Arca a Niccolò Pisano, dal Garofalo a Gaetano Previati, da Giovanni Boldini a Giuseppe Mentessi.
L’amore di Vittorio Sgarbi per il collezionismo è partito inizialmente dai libri. Dopo aver acquisito, a partire dal 1976, 2800 titoli delle 3500 fonti, trattati, guide e storie locali, databili dal 1503 al 1898, elencati da Julius von Schlosser nella sua “Letteratura artistica”, cuore di una biblioteca con oltre 200.000 volumi, Vittorio Sgarbi ha cambiato registro scoprendo il piacere di collezionare quadri e sculture. Inizia così una lunga avventura, a partire dal 1984, anno in cui il noto critico si trova dinanzi al San Domenico di Niccolò dell’Arca. Sgarbi, per la sua collezione, non acquista le opere inflazionate del mercato dell’arte, ma le opere “introvabili e incercabili”, dando o- rigine ad una collezione che rappresenta una vera e propria panoramica dell’arte italiana, tra pittura e scultura, dal XV secolo ai giorni nostri.
La collezione comprende preziosi manufatti creati in antiche botteghe delle quali si hanno ancora poche notizie, basti citare la fucina degli Embriachi, organizzata da un certo Baldassarre fiorentino, al quale è sta-to riconosciuto un ruolo di gestione imprenditoriale, acquisito grazie a frequenti viaggi in Inghilterra, Francia e Catalogna. Il compito di dirigere la bottega degli Embriachi fu sicuramente affidato da Baldassarre allo scultore concittadino Giovanni di Jacopo, entrambi scomparsi nell’anno 1406. La cifra stilistica dei lavori di questa bottega ricorda lo stile di un altro laboratorio impegnato nella realizzazione di cofanetti in osso e corno, la cosiddetta “Bottega a figure inchiodate”, che prende il nome dalla tecnica che permetteva di fissare le lamelle con i rilievi figurativi al supporto ligneo mediante l’uso di piccoli chiodi. Gli Embriachi, inizialmente attivi a Firenze fra il 1370 e il 1380, operarono dal 1395 a Venezia. La loro attività tramontò verso il 1430, ma alcuni imitatori continuarono per decenni la produzione di questi oggetti. Di questa produzione sono importante testimonianza le quattro opere presentate in mostra. La prima di queste è una Cornice di specchio da parete di forma ottagonale e dal coronamento cuspidato, nel quale campeggia una figura alata che posa la mano destra su una colonna e stringe nella sinistra uno scudo, al cospetto di due angeli, La parte centrale con lo specchio circolare è racchiusa entro la cornice composita, dove due minute fasce intarsiate – realizzate con pezzetti di legno e osso – inquadrano le lamelle con le raffigurazioni di creature angeliche su di uno sfondo a foglie di rosa stilizzate. In questo tipo di oggetti e nei Cofanetti, elaborati per celebrare le nozze di due coniugi, sono spesso raffigurati una coppia di scudi, ad indicare le casate dei committenti. Gli altri tre testimoni della produzione embriacesca in mostra sono dei Cofanetti intarsiati con coppie di figure, concepiti come 2.Dellarca SanDomenico 1212portagioielli e nel contempo per celebrare i matrimoni. Due dei cofanetti esposti sono riferibili a una bottega dell’Italia settentrionale attiva nel primo trentennio del Quattrocento, prossima a quella degli Embriachi. Il terzo manufatto svela la matrice fiorentina, in quanto nelle lamelle si può notare la tipica raffigurazione dei pini a ombrello (su fondo nero), mentre agli angoli sono raffigurate delle figure maschili con la clava e scudo, e lo sfondo naturalistico è caratterizzato da ciuffi d’erba pitturati a tempera, elementi presenti anche nel Cofanetto con la Storia di Giasone attribuito alla Bottega di Baldassarre degli Embriachi, datato alla fine del XIV secolo e custodito al Louvre.
Importante elemento della mostra è un capolavoro del Rinascimento italiano, il San Domenico in terracotta modellato nel 1474 da Niccolò dell’Arca e posto inizialmente sopra la porta “della vestiaria” nel convento della chiesa di San Domenico a Bologna, dove tra il 1469 e il 1473 l’artista attese all’Arca del santo da cui deriva il suo pseudonimo. Immagine forte e vigorosa, documenta la capacità del maestro pugliese di rendere vitali le sue figure. Si può ben dire che Niccolò dell’Arca fu un grande scultore del Quattrocento italiano, nonostante non sia famoso come Donatello o Michelangelo. Le fonti storiche sottolineano le sue capacità nella riproduzione degli animali: “Fe’ mosche che pareano vive, e altri animaliti tute chose mirabele” (dalla Tuata 1494, ed. 2005, p. 368), “fece anco una gabbia con un augelletto dentro di grandezza quanto e una oncia di piede, et molti altri simili capricci”(in Ghirardacci ante 1598, ed. 1933, p. 285). Vittorio Sgarbi ha incluso nella sua collezione anche un’altra opera di Niccolò dell’Arca, un’Aquila in terracotta che appare un primo studio per quella posta sul portale d’ingresso della facciata della chiesa di San Giovanni in Monte a Bologna. Le due sculture di Niccolò furono trovate da Sgarbi in coincidenza con la scomparsa delle persone a lui più care: lo zio Bruno, nel 1984, e la madre Rina, nel 2015.
Seguono i notevoli capitelli con sibille eseguiti nel 1484 dal celebre scultore ticinese Domenico Gagini per la confraternita di Santa Maria dell’Annunziata di Palermo, le terrecotte di Matteo Civitali e Agostino de Fundulis, e una straordinaria raccolta di preziosi dipinti, prevalentemente su tavola, eseguiti tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento. Ai pittori nati o attivi a Ferrara – Antonio Cicognara, Giovanni Battista Benvenuti detto l’Ortolano, Nicolò Pisano, Benvenuto Tisi detto il Garofalo – si affiancano autori rari come Liberale da Verona, Jacopo da Valenza, Antonio da Crevalcore, Giovanni Agostino da Lodi, Nicola Filotesio detto Cola dell’Amatrice, Johannes Hispanus, Bernardino da Tossignano, Francesco Zaganelli, Bartolomeo di David, Lambert Sustris.
Tra i numerosi quadri a soggetto religioso, colpisce lo sguardo il grande trono marmoreo con semicupola decorata a conchiglia della “Madonna del latte tra sant’Agnese e santa Caterina d’Alessandria”, con ai lati dell’opera le imponenti figure delle due sante, contraddistinte dalla palma del martirio e dai rispettivi attributi, l’agnello e la ruota, quasi occultati: l’uno ai piedi della santa e di proporzioni ridotte, l’altro si nota solo se si osserva il lembo della veste sorretto dalla santa. Questa pala ripropone l’iconografia antica della Vergine allattante, dove l’erculeo Bambino Gesù, nudo e con girocollo di corallo, volge la testa verso lo spettatore, distraendosi dalle attenzioni materne. Il punto focale della composizione è il trono tridimensionale, a nicchia con calotta a valva di conchiglia, che rimanda chiaramente alla Pala di Brera di Piero della Francesca ed all’altare Roverella di Cosmé Tura, fino all’Incisione Previdari del 1481 per l’architettura. La pala, datata e firmata, è da attribuire ad Antonio Cicognara – pittore e miniatore di origini forse cremonesi.
3.Dellarca Aquila 1212Il focus sulla “scuola ferrarese” prosegue agli inizi del XVII secolo con i dipinti di Sebastiano Filippi detto il Bastianino, Gaspare Venturini, Ippolito Scarsella detto lo Scarsellino, Camillo Ricci, Giuseppe Caletti e Carlo Bononi. Contestualmente si possono ammirare diversi capolavori della pittura italiana del Seicento, tra i quali la Cleopatra di Artemisia Gentileschi, insieme ai soggetti femminili che spiccano vistosamente fra i dipinti della raccolta. La prima notizia sulla Cleopatra di Artemisia risale al 1945, quando Antonio Baldini (Roma, 1889-1962) la pubblicò sul settimanale “L’Europeo” registrandone l’intervento di restauro con il quale fu rimosso dalla tela il velo che copriva la figura. Sgarbi individuò l’opera in una casa romana nei primi anni novanta. Offuscata da vernici ingiallite, sembrò attribuibile a Cagnacci, finché la pulitura non la riportò ai caratteri originari di energia e di realismo tipici di Artemisia. La donna, dalle forme abbondanti, è elegantemente avvolta da un drappeggio rosso contrastante con la figura, che risulta appesantita ed abbandonata, anche nel volto languido e lascivo. Solitamente il corpo nudo e lascivo è, in Caravaggio, maschile, come nell’Amore vincitore e nel San Giovanni Battista. Artemisia traspone quell’ispirazione al femminile, ribaltando i canoni tradizionali con un realismo assoluto che non ha alcuna concessione lirica o intimistica. Le forme eccedenti del braccio e della pancia sottolineano come Cleopatra sia in quest’opera semplicemente una don-na, corpo prima che anima, esistenza prima che essenza. Artemisia dipinge il suo manifesto di libertà del corpo, libertà anche di perdere l’armonia quando il pensiero è pesante, in quanto la morte è prossima, i sensi si abbandonano, la coscienza si attenua e la donna non ha tempo di pensare all’eleganza del suo corpo, a mostrarsi in ordine. Il dolore è fisico, c’è forse una trasposizione autobiografica in questo volto che ne richiama altri nella pittura di Artemisia. La bellezza di quel volto cede alla smorfia, la lussuria del corpo all’abbandono della carne. Non c’è incertezza, non c’è esitazione nel gesto di questa Cleopatra determinata, senza languori e coraggiosa. Proprio in questa attribuzione a una donna di nobili attitudini, solitamente riferite al mondo maschile, consiste l’elemento più nuovo del dipinto, un quadro particolarmente libero di Artemisia Gentileschi, una Cleopatra non priva di quella forza fisica a cui Artemisia sembra abituata essendo quasi sempre aggressiva. La sua protagonista è qui ridotta all’essenziale, remissiva, e senza l’aiuto retorico di vesti roboanti. Anche Giusto Fiammingo si muove sui personaggi interpretati da Arthemisia, ed è notevole la sua Cleopatra, comparsa nel 1994 in asta (Pandolfini, Firenze, 19 ottobre 1994, n. 624) e attribuita inizialmente alla scuola di Guido Reni, ricondotta da Gianni Papi a Giusto Fiammingo sulla base della fotografia pubblicata nel catalogo di tale vendita (Papi 2014a, pp. 60-67).
La mostra prosegue con la Maddalena assistita dagli angeli di Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, il San Girolamo di Jusepe Ribera, la Vita umana di Guido Cagnacci e il Ritratto di Francesco Righetti di Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino. Quest’ultimo dipinto – “rientrato a casa” nel 2004 dopo essere stato esposto per anni al Kimbell Art Museum di Fort Worth, in Texas – è il primo di una eccezionale galleria di ritratti che compendia lo sviluppo del genere dall’inizio del Cinquecento alla fine dell’Ottocento, tra pittura e scultura, da Lorenzo Lotto a Francesco Hayez, con specialisti quali Bartolomeo Passerotti, Nicolas Régnier, Philippe de Champaigne, Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio, Enrico Merengo, Ferdinand Voet, Giovanni Antonio Cybei, Pietro Labruzzi, Lorenzo Bartolini, Raimondo Trentanove e Vincenzo Vela. Altrettanto avvincente è il percorso tra dipinti di tema sacro, allegorico e mitologico del Sei e del Settecento: una selezione di sorprendente varietà, e di alta qualità, che riflette gli interessi sconfinati e la frenesia di ricerca del collezionista, con maestri della scuola veneta (Marcantonio Bassetti, Pietro Damini, Pietro Vecchia, Johann Carl Loth, Giovanni Antonio Fumiani), emiliana (Simone Cantarini, Matteo Loves, Marcantonio Franceschini, Ignaz Stern detto Ignazio Stella),4.Pisano 1212 lombarda (Paolo Pagani, Agostino Santagostino), romana (Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, Angelo Caroselli, Pseudo Caroselli, Giusto Fiammingo, Antonio Cavallucci), toscana (Giacinto Gimignani, Livio Mehus, Alessandro Rosi, Pietro Paolini, Giovanni Domenico Lombardi).
Colpisce, di Pseudo Caroselli, Giuditta con la testa di Oloferne qui esposta, per la sua espressività che rimanda all’ambiente del teatro con trucchi e costumi, inscenando episodi storici, biblici o mitologici. Tra le opere a tema mitologico, è catartico il dipinto di Agostino Santagostino (Milano, 1633 – 1699) ”Polifemo scaglia un macigno contro Aci”, un Olio su tela del 1669. L’episodio si riferisce alla tradizione ovidiana (Metamorfosi, XIII, 750-897) dell’amore del ciclope Polifemo per la nereide Galatea, promessa sposa del pastore Aci, figlio di Pan. Il dipinto raffigura la tragica fine del mito, quando Polifemo, sorpresi gli amanti abbracciati in riva al mare, si vendica uccidendo il giovane rivale con un masso, mentre la ninfa fugge. Firmato e datato 1669, il dipinto rappresenta una delle prove più antiche del pittore milanese Agostino Santagostino, conosciuto per dipinti di tema sacro distribuiti nelle chiese della sua città.
Non mancano le sculture, tra cui le delicate creazioni di Giuseppe Mazza, Cesare Tiazzi, Petronio Tadolini e Giovanni Putti che documentano la fortuna della plastica in terracotta a Bologna e in Emilia. Il periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento è documentato dagli artisti ferraresi: Gaetano Previati, con un bellissimo Cristo crocefisso del 1881, Giovanni Boldini, con alcuni disegni che rivelano una quotidianità distante dallo sfarzo della Belle Epoque, Filippo de Pisis, Giuseppe Mentessi, Adolfo Magrini, Giovanni Battista Crema, Ugo Martelli, Augusto Tagliaferri, Carlo Parmeggiani, Arrigo Minerbi, Ulderico Fabbri, tutti presenti con testimonianze fondamentali. Molto bella la scultura in maiolica di Andrea Parini(Caltagirone, 1906 – Gorizia, 1975), Ritratto della figlia del 1941, che riporta in basso la scritta “Figlia, ti vorrei casalinga e scrittrice. Un omaggio all’arte italiana, alla città di Ferrara e alla sua storia attraverso i tesori d’arte custoditi nell’importante collezione ferrarese. Il catalogo della mostra, a cura di Pietro Di Natale, è pubblicato da La nave di Teseo editore. Vittorio Sgarbi e Elisabetta Sgarbi, fondatori della Fondazione Cavallini Sgarbi e, rispettivamente, Presidente della Fondazione Cavallini Sgarbi e della Fondazione Elisabetta Sgarbi dedicano la mostra a Giuseppe Sgarbi e Caterina Cavallini.
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“ARTE ED ESOTERISMO IX: RAFFAELE ROSSI”

Questa volta ’7’ vuole trasportarvi nel mondo di un artista contemporaneo, dopo i suoi numerosi personaggi del passato che hanno caratterizzato il nostro viaggio fra arte ed esoterismo.
Se mai si possa parlare di tempo, teogonia orfica di Chronos, quando si ha a che fare con l’irreale stato dell’arte.

nuovo6 1212Raffaele Rossi nasce ad Alba il 20 Maggio 1956. Dopo aver frequentato il Liceo artistico di Novara, affascinato dalla Pittura antica Veneziana soggiorna per alcuni anni a Mogliano Veneto dove tiene la sua prima mostra personale: è il 1978. Segue i corsi di calcografia alla Scuola Internazionale di Grafica e la Scuola Libera del Nudo. Attratto da tecniche pittoriche avite, si avvicina alla “bottega” di due Pittori veneziani: Valeria Rambelli e Ottone Marabini. Da loro impara a macinare e mesticare i colori con la tempera all’uovo e l’olio, apprende la preparazione di tavole e tele e si appassiona alla ricerca e al riuso delle materie antiche. Sperimentando l’affresco e gli intonaci prendono vita superfici materiche che lo contraddistinguono ancora oggi. Vive e lavora a S. Ambrogio di Trebaseleghe, in provincia di Padova. Sue opere sono conservate in permanenza presso: Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Sarcinelli, Conegliano (TV); Italy. Museo dello Splendore, Giulianova (TE); Italy. Credit Suisse, Hong Kong. Bank Julius Baer, Hong Kong. Bank Sarasin&Cie Ag, Hong Kong. Hotel Sheraton, Hong Kong. Sala affrescata a “Son Apau”, Azahar Jardineria y Riegos, Palma DE Mallorca; Spain.
E’ un artista riservato, potente, fortemente evocativo. Un iniziato. Avendo noi a cuore il rapporto fra arte ed esoterismo, è gioco forza lasciarci trasportare dalla sua pittura, magari su una delle sue immaginifiche imbarcazioni apparse da un remoto passato, da un’epoca in cui l’uomo navigava tra i flutti del mare e gli spazi siderali. Quando il microcosmo era il macrocosmo. Nello stesso istante. Un mondo fatto di continenti perduti, patria dimenticata del nostro attimo di incarnazione qui sulla madre Terra.
Cavalieri, Vincitori, Eroi, Apparizioni: Esseri ed Entità di altre dimensioni da lui evocate e rese manifeste nelle sue opere sono da sempre sua fonte di ispirazione.
Ci ha confessato che “nei lavori più recenti si è trovato a Evocare e Trascrivere Segni e Simboli di un Idioma a lui sconosciuto”. Spetta agli Spettatori interpretarli ed affrontare un’ermeneutica complessa benché istintuale e, forse, alla portata di chiunque sappia ascoltare con il cuore.
“È come se qualcuno mi indicasse la via da percorrere verso un mondo superiore di pace. Un viaggio da percorrere in noi stessi come con la barca, poiché la nostra anima è la barca che intraprende questo viaggio introspettivo.”
Attraverso il mare, forse quello di Cervo ligure dove hanno vissuto alcuni dei suoi avi materni, eredi dei preistorici Ingauni, pirati fieri di solcare le acque e solo nel 180 a.C. sottomessi dagli invasori Romani di Lucio Emilio Paolo console. Suggestioni e ricordi che si inalberano arrampicandosi alla struttura elicoidale del DNA, memoria in mutamento di ogni essere umano.
“Sono messaggi con segni e forme archetipiche, come le aperture che sono dei luoghi di uscita, dei fori, delle cavità di comunicazione che ci conducono ad un altro spazio, a un altro mondo. Ascolto quanto urge manifestarsi tramite me, segni di idiomi o forme misteriose a cui dare un ordine. L'uso dell'affresco mi permette di ottenere graffi, segni, texture e di intervenire con le dita e le mani nell'intonaco fresco quasi ad essere un tutt'uno con l'opera. Le forme sono individuate con colori che in parte preparo personalmente con pigmenti e
nuovo5 1212 olio di lino o a tempera. Inserisco molte parti in piombo, metallo docile e ubbidiente a prendere varie forme.”
Una primordiale s
acralità attraversa il lavoro di Raffaele Rossi, in questo senso un iniziato alle dimensioni superiori dello Spirito.
Voglio citare Marco Goldin (curatore di uno dei suoi cataloghi) quando afferma che “la tavola sopra cui la pittura si posa non ha da essere semplicemente il supporto della pittura stessa, ma molto di più: la sua casa, il suo luogo, lo spazio in cui essa abita. E abitando quello spazio possa replicare il miracolo dell’eternità del tempo primo, possa ricongiungersi a quanto, nella contemplazione, la pittura che pensa se stessa aveva intuito appartenere all’origine.”
Nascita e trasformazione sono legate da un filo invisibile, ma così forte nella pittura di Raffaele Rossi da lasciarci immobili, implicitamente connessi ad una rete neurale che definirei orgonica, in cui la una forza invisibile guida il tratto del pittore, solo apparentemente libero: veicolo, in realtà, di una Sostanza che proviene da altrove. Un oracolo che attraverso la materia viva ed i contrasti del colore e dei pigmenti visualizza per mezzo delle mani dell’artista messaggi inconosciuti, forme misteriose, archetipali. “Astronavi per viaggiare nel cosmo, navicelle di abitazione”, citando lo stesso Rossi. Un altrove che è al contempo dentro di noi, nel profondo della nostra anima, creatore di emozioni.
Terra, aria, acqua e fuoco sottendono all’opera del pittore, emergendo con la commozione della Natura, musa ispiratrice e nel contempo viatico sacro per il pellegrino della vita, trascinato da una mistica trasmutazione che attraversa la materia per condurre l’osservatore ad un ambiente in qualche modo familiare. Il trasporto, quando prende Forma, manifesta un ciclo stigmatizzato da Simboli ultraterreni: una croce, un altare, una nicchia, una cappella, un reliquiario. Presenza fisica che si fa sentire, toccare. La tela, dal suo canto, si plasma talvolta con la forma di un calice, talvolta con quella di un equide cavalcato dal suo Parsifal, talvolta con l’iconografia forte e maestosa di uomini ieratici. I graffi, precisi, chirurgici, assumono la vitalità di un atto magico primitivo. L’artista però, sa controllare le proprie emozioni, è suo compito trasferirle compiendo un rituale basato sì sull’istinto, ma che è solo apparentemente anarchico.
Le opere di Rossi sono estremamente coinvolgenti e denotano una grande tecnica da cui traspare un sapiente uso di materiali come la calce, la polvere di marmo, il cocciopesto, le sabbie naturali. L’ossidazione dei metalli, la stratificazione, le scrostature ci portano ad un’Alchimia dimenticata, ordinata dalle leggi dell’Universo: dopotutto l'arte e l'alchimia configurano entrambe due aspetti dello stesso procedimento di trasformazione simbolica della materia. Non è forse questo un Ordine superiore?
nuovo3 1212Ci riportano parimenti a suggestioni canalizzate nel nostro mondo dall’artista stesso, memore inconsapevole (o forse consapevole) di migrazioni dimenticate de l’umanità, foriere di verità preservate dalle alte caste sacerdotali di un Egitto atlantideo, prima del diluvio universale attraverso il quale le imbarcazioni superstiti ci hanno trasportato reminiscenze di una sapienza perduta. Tra i Faraoni, eredi di quell’era, il blu era considerato una sorta di passaporto per il regno dell’oltretomba E non è forse la barca uno degli elementi rituali che contraddistingue questo viaggio così importante? Allora gli uomini erano veicolo di energie pure e a noi sconosciute guidate da una ghiandola pineale ancora attiva, esseri dotati di poteri soprannaturali e paranormali, provenienti da centri di potere e sincronizzati a corpi di potere che conferivano consapevolezza e fratellanza.
I segni delle tele di Rossi, sussurrati come delle antiche iscrizioni runiche, schiudono porte verso questi mondi lontani dominati dalla condivisione, mondi in cui l’anima ritrova se stessa.
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“due minuti di arte” - In due minuti vi racconto la storia di Umberto Boccioni, l’artista che ha catturato il movimento, per trasformarlo in capolavoro.

L'Italia, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento è stata la culla di pulsioni artistiche e tendenze utopistiche e innovative che hanno dato vita a fenomeni fondamentali come il divi-sionismo, il simbolismo e il futurismo. Dal 3 marzo al 10 giugno 2018 è possibile ripercorrere questi anni grazie alla mostra “Stati d'animo - Arte e psiche tra Previati e Boccioni”. In mostra opere di Giovanni Segantini, Gaetano Previati, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Angelo Morbelli, Medardo Rosso, Giacomo Balla, Giorgio de Chirico, Carlo Carrà e Umberto Boccioni. È di quest’ultimo che parlerò nel mio articolo, interprete onesto delle pulsioni e delle tensioni che daranno vita al futurismo, uno dei movimenti artistici che ha portato l’Italia nel gotha dell’arte mondiale. Vi racconterò la storia di un artista passionale, impulsivo, incapace di star fermo, che ha cercato di catturare il movimento per trasformarlo in arte. E forse, ci è riuscito.
1. Umberto Boccioni (Reggio Calabria 1882 – Verona 1916) è stato uno dei più importanti pittori e scultori italiani del Novecento. Viene considerato il più autorevole esponente del Futurismo, per quanto riguarda le arti visive. I suoi studi sul “dinamismo plastico” influenzeranno per lungo tempo l’arte del XX secolo.
2. Boccioni nasce a Reggio umberto boccioni rissa in galleria1212Calabria ma, a causa del lavoro del padre (usciere di prefettura) è costretto a spostarsi in molte città diverse nel corso dell’infanzia: Forlì, Genova, Padova, Catania. Non saranno le uniche mete nella vita di questo “artista viaggiatore”. Sarà proprio questo suo intenso girovagare ad aiutarlo a sviluppare quell’apertura mentale che renderà rivoluzionaria la sua ricerca artistica.
3. La prima forma d’arte a cui Boccioni si avvicina è però la letteratura: a diciotto anni (1900) pubblica infatti il suo primo romanzo, Pene dell’anima. Si avvicinerà alla pittura a vent’anni, dopo essersi trasferito a Roma nel 1901. Nella capitale conosce infatti gli artisti Gino Severini, Giacomo Balla (artista già affermato all’epoca) e Mario Sironi, con cui stringerà una decennale amicizia.
4. Neanche a Roma Boccioni riesce a stare fermo. Grazie al sostegno della famiglia intraprende un viaggio attraverso l’Europa, per conoscere le Avanguardie artistiche. Si reca a Parigi (1906), in Russia e a Monaco di Baviera. Tra un viaggio e l’atro, nel 1907 trova anche il tempo per iscriversi alla Scuola libera del Nudo del Regio Istituto di Belle Arti di Venezia.
5. Sarà Milano la città che trasmetterà a Boccioni quell’energia e quel dinamismo che condurrà alla nascita di uno dei movimenti artistici più importanti nella storia dell’arte italiana. Nel capoluogo lombardo comincia a frequentare il pittore Previati, che lo avvicinerà all’arte simbolista, ma conoscerà soprattutto Filippo Tommaso Marinetti e Carlo Carrà.
6. Con loro (e con gli artisti Luigi Russolo, Giacomo Balla e Gino Severini) Boccioni darà vita al Futurismo nelle arti figurative, grazie alla pubblicazione del Manifesto dei pittori futuristi nel 1909 a cui farà seguito il Manifesto tecnico del movimento futurista (1910).
7. Del resto la poetica artistica di Boccioni trova nel Futurismo e nei suoi ideali il naturale sbocco. La capacità di cogliere il movimento e il dinamismo nel dipinto e nella scultura è una delle chiavi di lettura principali per comprendere la tecnica dell’artista italiano. A Boccioni è attribuita infatti la paternità del “dinamismo plastico”, tecnica basata sulla rappresentazione della simultaneità del movimento nelle arti figurative. Ne è un magnifico esempio l’opera scultorea Forme uniche della con- tinuità nello spazio (1913). La trovate raffigurata sulla moneta da venti centesimi!
8. Oltre che artista di talento, Umberto Boccioni era anche un attento teorico dell’arte, a lui si devono due testi fondamentali per la comprensione dell’arte futurista: Pittura Scultura Futuriste e Dinamismo Plastico. Entrambe pubblicate nel 1914.
umberto boccioni forme uniche della continuita nello spazio12129. Nel 1915 l’Italia prende parte alla Prima Guerra Mondiale. I futuristi sono favorevoli all’intervento militare e Boccioni si arruola volontario assieme ad un gruppo di artisti nel Corpo nazionale volontari ciclisti automobilisti. Durante i mesi in trincea tuttavia l’artista si ricrederà circa l’eroismo guerriero e l’onore di poter combattere per la propria patria. Scriverà infatti all’amico Marinetti: la guerra “quando si attende di battersi, non è che questo: insetti + noia = eroismo oscuro….”.
10. Boccioni perderà la vita pochi anni dopo cadendo da cavallo nel 1916, a soli trentatré anni. La dinamica dell’incidente, banale nella sua tragicità, segna un netto distacco tra l’eroismo guerriero e le casualità dell’esistenza. Il 17 agosto del 1916 la cavalla su cui montava nel corso di un’esercitazione militare, si imbizzarrisce a causa del passaggio di un autocarro e disarciona l’artista che cade al suolo rovinosamente. L’impatto col terreno sarà fatale. Nel luogo dell’incidente, nella campagna di Chievo, frazione di Verona, una targa commemora ancora oggi l’accaduto.
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Gigino Falconi

di Rossana Bassaglia


Matrici filosofiche in un linguaggio di seduzione
Gigino Falconi nasce a Giulianova (Teramo) e inizia a dipingere a sedici anni, frequentando contemporaneamente l’Istituto Tecnico per ragionieri, dove si diploma nel 1952. Nel 1954 ottiene la maturità presso il Liceo Artistico di Pescara. L’anno successivo, vincitore di concorso per la Cattedra di Disegno, assume l’incarico della docenza presso una scuola media di Giulianova, attività che abbandona definitivamente nel 1975, per dedicarsi interamente alla pittura. Alla sua prima mostra personale tenuta alla Galleria Il Polittico di Teramo nel 1961, ne sono seguite numerosissime sia in Italia che all’estero, presso accreditate gallerie e prestigiose sedi pubbliche. Le sue opere sono conservate in autorevoli collezioni museali pubbliche e private.
Il suo metodo di lavoro si è sviluppato per cicli pittorici così distribuiti nel corso degli anni.
Non è facile ricapitolare l’ormai lungo, e soprattutto intenso, percorso di Gigino Falconi, quando si voglia darne una visione panoramica, che unisca la varietà e sfaccettatura delle formule espressive all’ininterrotto filo delle sue tematiche. E non è facile anche perché la sua produzione è stata via via commentata da testi critici di grande sottigliezza, che ne hanno dato interpretazioni insieme chiare e profonde. Come dire che, essendo Falconi un artista dalla forte matrice intellettuale, resa evidente dai soggetti stessi dei suoi quadri, e poiché questa matrice non ha prodotto opere sofisticate e cerebrali, ma, al contrario di sensuale prepotenza, egli ha stimolato a farsene interpreti commentatori di ricca e complessa cultura, insieme coinvolti dalle immagini e coinvolti nelle loro ragioni di pensiero.
Tenterò dunque di riassumere, sottolineandone gli aspetti più significativi e coinvolgenti, le matrici ed i caratteri fondamentali nel percorso di Falconi; che tra l’altro si riconoscono fin dagli esordi della sua attività, ma si fanno via via più evidenti. Intanto, un sottofondo Gigino FALCONI Nostalgia di Caravaggio 2012 acrilico su tela cm 40 x 50 IMG 5777 1212romantico, nel senso storico del termine, cioè un’imagerie ispirata alle suggestioni paesistiche degli artisti tedeschi nel cuore dell’Ottocento, ma via via spostate in un’atmosfera che non tanto si ispira all’infinitezza misteriosa dello spazio, quanto alle ambiguità delle presenze poste nello spazio medesimo: dove non esiste immediatezza di immagini, ma ogni atteggiamento e gesto, sia pure di esseri giovani e di intatta bellezza, ci proietta verso il remoto.
Questo filone iconografico di forte caratterizzazione simbolica è quello dove la personalità creativa di Falconi si è manifestata con maggiore pienezza, e per il quale si è fatto riferimento al clima interpretativo dei preraffaelliti o, più estesamente, della scuola inglese fine Ottocento, corrispettivo della contemporanea letteratura. È un tipo di cultura dove s’innesta l’erotismo lesbico, tema dominante dell’ultima produzione dell’artista: i corpi nudi delle giovani donne, limpidi e intatti, posti sullo sfondo di distese marine o lacustri, paiono simboli di un’equivoca purezza; non contaminati dal dolore, ma appena dalla malinconia; non estranei a riflessioni religiose, ma estranei al pieno coinvolgimento nella passione; e il tema della musica, rappresentato in particolare dalla presenza dei violini, isola e insieme accompagna queste immagini.
Che dietro la produzione pittorica fin dagli esordi fosse presente con intensità in Falconi una riflessione filosofica pessimistica, o meglio, amara e desolata, sul senso della vita, appare evidente. Ma negli anni Cinquanta, o poco oltre, la sua formula espressiva presentava tagli di tipo astratto, talora con immagini convulse di matrice espressionista, e qualche inclinazione al surreale. A poco a poco il suo linguaggio si estrapola dalle suggestioni avanguardiste e si orienta verso quello che, per intenderci, definiremo il figurativo.
Ma ecco a questo punto l’impegno di rappresentare con puntiglio la realtà fisica dei personaggi, ripresi da modelli vivi, si stacca da qualunque intonazione veristica; anzi, punta su una trasfigurazione da definirsi edonistica sia per la bellezza fisica delle giovani persone rese con una splendida padronanza pittorica, sia per l’intonazione aulica dell’insieme, con evidente ricorso a matrici seicentesche o comunque antiche, ma rivissute attraverso le formule tardo-ottocentesche. I tratti malinconici o, per meglio dire, percorsi da amarezza esistenziale, si coniugano con una tale forbitezza di linguaggio e con un’esplicita seduzione delle immagini, sia sotto il profilo fisionomico, sia sotto quello stilistico, da divenire una ritmica trasfigurazione.
Potremmo concludere che Falconi traduce il suo pessimismo filosofico in una coinvolgente bellezza espressiva. L’arte non nega il male del mondo; lo rende sogno.


Per l'anniversario di Gabriele D'Annunzio
Non è un tema d’occasione, questo scelto da Gigino Falconi: nel cuore di ogni abruzzese respira la memoria di D’Annunzio. Caso mai, il problema è vedere in che modo l’occasione si sposa con il passato interiore, con quello che l’artista si portava dietro dalla nascita. Quasi si trattasse di riprendere un discorso messo da parte tanto tempo fa e alla fine dimenticato. Qui sta il punto vero: non si può dimenticare, soprattutto quando ciascuno dalla propria parte, l’ispiratore e il traduttore, ha lavorato per le stesse intenzioni. Così dal confronto no
Gigino FALCONI Eva 2017 acrilico su tela cm 200 x 100 ABD9820 2 1212n voluto ma imposto dalla più profonda coscienza salta fuori una risposta che non è mai illustrativa o riassuntiva, ma legata a quanto c’era di più vero nell’ispirazione del Falconi. Potremmo dire anche che si tratta di un discorso doppio o, meglio ancora, di un confronto sostenuto fra l’immaginazione di ieri e ormai codificata e l’immaginazione dello spettatore che è stato sollecitato verso questo tipo di ricognizione. In effetti c’è un filo conduttore che passa attraverso queste immagini ripetute nella più assoluta libertà, quasi si fosse trattato di riscrivere ciò che il D’Annunzio aveva detto e fissato per sempre. Non per nulla un’opera vive oltre i suoi confini naturali e riesce a passare dal particolare al generale, dal temporale all’eterno. Di qui la scelta del Falconi: restare nel suo tempo e insieme ripetere le parole magiche del poeta. Lo spettatore chiamato a dire le sue impressioni non può fare altro che cedere a un sentimento immediato di ammirazione, alla giustificazione dell’operazione così ben risolta. C’è poi da mettere nel conto tutto quanto il Falconi è riuscito a sottrarre alla speculazione triviale della commemorazione. Né dobbiamo considerare questo capitolo nell’ambito della facilità e della semplicità e questo perché lo scartare, l’eliminare e l’evitare suppongono una disposizione critica di alto livello. Possiamo fare la prova per contrari, immaginando il Falconi disposto alla pura dilettazione fondata sul già detto, sul già noto: non gli sarebbe mai riuscito di restare al palo della pura illustrazione. In realtà ha lavorato in senso opposto, mettendo nei margini tutto quanto sarebbe stato naturale e spontaneo per lo spettatore l’idea della restituzione dannunziana (un tipo di operazione offerto a tutti) e privilegiando quello che restava chiuso e nascosto agli occhi di tutti. Ecco dove l’allievo è riuscito a mettersi in Gigino FALCONI Preludi 2011 acrilico su tela cm 35 x 40 1212rapporto d’arte con il poeta, a entrare in competizione. Falconi a questo punto ha inseguito le sue chimere e le sue ipotesi di vita e in tal modo ha vinto la partita, diventando non già uno dei tanti illustratori dell’opera del D’Annunzio ma - e qui stava veramente il grande salto - un lettore, meglio ancora un’«anima» in grado di accogliere la verità poetica. Per servirci di un’immagine, un pittore che ha saputo raccogliere il «testimone» dalle mani prodigiose del poeta, senza corromperne la voce, senza alterarne i toni e gli echi.




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Nel segno della Musa -“Ritratti d’artista” Maestri del ‘900 Marco Bravura: quando l'arte musiva incontra la scultura. E l'opera diventa un inno alla bellezza

di Marilena Spataro


Ardea Beirut1212Marco Bravura, artista affermato a livello internazionale. Ravennate, classe 1949, ormai da 10 anni vive e lavora, "ospite" graditissimo, in Russia, dove risiede in una cittadina vicino Mosca.
Maestro, ci parla di questa sua esperienza moscovita. Come e quando è iniziata?
«Nel 2004 stavo realizzando con i miei allievi di allora la fontana Ardea Purpurea per Ravenna quando nel laboratorio ricevetti la visita dell’imprenditore russo Ismail Akhmetov. Per lui una “rivelazione” (parole sue ): gli piaceva il modo in cui il laboratorio era condotto e come si stava procedendo col lavoro, dopodiché fu un continuo invito a raggiungerlo in Russia. I primi anni andavo e venivo frequentemente in occasione di mostre, brevi esperienze di lavoro, poi Akhmetov mi chiese di organizzare un laboratorio e gli spazi dove artisti e studenti da tutto il mondo potessero venire in residenza. Pian piano i tempi di permanenza in Russia si allungavano, c’erano sempre nuovi progetti e collaborazioni. Abbiamo portato il mosaico e il suo linguaggio sulle rive del Baikal, ad Ulan Ude, ad Almaty in Kazakhistan, in Tatarstan, a Kazan, a San Pietroburgo, a Sochi, a Minsk in Bielorussia e ovviamente a Mosca, sempre in eventi di alto livello, quali partecipazioni alla Biennale d’Arte Contemporanea di Mosca e in Musei. Ora la Fondazione Akhmetov si è trasferita nella cittadina di Tarusa, in spazi realizzati con grande cura, immersi nella natura, siamo in un bosco che si perde a vista d’occhio e lungo le rive del fiume Oka. Sono trascorsi più di dieci anni e l’energia, la voglia di fare, mia e di Akhmetov non si sono esaurite, anzi…».
Prima di approdare in Russia ha girato il mondo: lei stesso si definisce da sempre uno spirito libero e nomade, un cittadino del mondo. Da cosa nasce questa sua esigenza e cosa ne deriva artisticamente parlando dal suo “nomadismo”?
«Proprio così: mi riconosco completamente nella frase di Kipling “al mondo ci sono solo due tipi di uomini, quelli che stanno a casa e quelli che non ci stanno” ovviamente sono quello che non sta a casa. Non so darne una motivazione, è così, è sempre stato così: adolescente frequentai la Francia ( i primi gemellaggi tra città europee) e dai 18 anni in poi, quando mi trasferii a Venezia per studiare all’Accademia di Belle Arti, non sono più tornato in famiglia a Ravenna. Anche perchè a 20 anni avevo già la mia famiglia e due figli. Con loro ho viaggiato molto: gli inverni alle Canarie, poi l’India, gli Stati Uniti. L’influenza di tutto questo vedere, osservare, assorbire si è poi manifestata spontaneamente nelle opere che andavo creando, ne è un esempio la serie degli Arazzi, mutuati dai “poveri” arazzi rajasthani, nella cui composizione patch-work ho rivisto le tessere dei miei anni all’Istituto d’Arte. Ma la valenza più importante del viaggiare rimane a mio avviso il percorso, che allarga gli orizzonti fuori e dentro».
A un certo punto della sua carriera decide di dedicarsi soprattutto all'arte del mosaico, iniziando pionieristicamente ad applicare questa antichissima tecnica alla dimensione plastica. Perchè una simile scelta?
«Il mosaico è un pò la mia “pace dei sensi”. Una volta esaurito il dilemma “avanguardia sì avanguardia no, l’arte è morta…l’impeto dell’ego giovanile intellettual-puzzolente”, mi è stato congeniale riconsiderare una tecnica antica per creare qualcosa di contemporaneo (sono vivo, sono per forza contemporaneo). La tecnica musiva mi permetteva di riconsiderare il colore nella scultura, come sappiamo fosse nell’antichità o come avevo visto nell’arte orientale. Poi ci sono stati incontri fortunati, come quello con Tonino Guerra e la progettazione di alcune fontane, appunto, piene di colore e realizzabili solo a mosaico».
Quanto la decisione di esprimersi attraverso il mosaico è stata influenzata dall'essere lei nato e vissuto a Ravenna, notoriamente fin dai Romani una delle maggiori capitali mondiali dell'arte musiva?
Fontana Farfalle part1212«Beh, certamente il privilegio di frequentare fin dall’infanzia basiliche e battisteri che ti inondano di bellezza, ha avuto una innegabile influenza. In seguito l’imprinting della scuola ravennate è stato certo e forte: ho avuto insegnanti straordinari, quali Antonio Rocchi, Francesco Verlicchi, Isotta Fiorentini Roncuzzi, Sergio Cicognani, Giuseppe Ventura».
Quali le tappe salienti del suo percorso artistico che l'hanno condotta alla fama di oggi?
«Ringrazio la sua considerazione, personalmente mi ritengo semplicemente fortunato, perchè ho sempre potuto lavorare e continuo a lavorare, anche 10 / 12 ore al giorno, sempre. Comunque alcune tappe salienti sono certamente le opere pubbliche iniziate dapprima collaborando con Guerra e proseguite su progetti e ideazioni miei. Famoso non so, conosciuto da istituzioni quali banche, Comuni e privati che ti vengono a cercare, questo sì, ed è stato così che ogni lavoro aggiungeva credibilità e fiducia. Poi c’è stata l’esperienza negli Stati Uniti, in seguito in Libano. Akhmetov e la sua fondazione per il sostegno all’istruzione e alla cultura sono per ora la tappa ultima».
Lei ha realizzato sia in Italia che all'estero alcune opere musive monumentali che hanno contribuito alla sua fama. Ci racconta come è andata?
«Creare Ardea Purpurea per Beirut, primo monumento pubblico dopo la distruzione di 17 anni di guerra, ha rappresentato davvero molto per me. Il Ravenna Festival aveva portato a Beirut il concerto “Le vie dell’Amicizia” nel 1998. Grande entusiasmo per il Maestro Muti e il meraviglioso momento che la musica aveva regalato. Come dicevo prima, mi ero conquistato la fiducia di alcune istituzioni e così fui contattato per creare un’opera pubblica a ricordo di quell’evento. Feci una maquette di 40 cm, preparai il progetto. Cristina Muti con la sua generosità fu tra i primi a coglierne il potenziale, ci fu un primo viaggio a Beirut per la presentazione del progetto al Ministro della Cultura e all’Associazione presieduta da Raymond Nahas, che lo avrebbe finanziato. Un anno di lavori e all’inaugurazione erano presenti ambasciatori di 4 nazioni, il clima era di festa, si credeva tanto nella pace appena riconquistata. La soddisfazione era così grande che mi chiesero di tornare e fondare una scuola di mosaico che ancora oggi opera. Il Libano e il popolo libanese sono meravigliosi, ho tutt’ora amicizie che mi sono molto care. Dopo il successo a Beirut, è stata la volta delle istituzioni ravennati a permettermi di realizzare Ardea Purpurea per Ravenna, che nelle parole della signora Muti, rappresenta “il secondo pilastro di quell’ideale ponte di amicizia tra le due sponde del Mediterraneo”».
Come s’inseriscono queste opere scultoree nel più ampio discorso dell’organizzazione dello spazio?
«Per alcune opere lo spazio era stabilito, progettato in collaborazione con architetti e la sfida era portare innovazione nel rispetto di un contesto. Una esperienza molto positiva. In altri casi si è cercato lo spazio giusto per l’opera già realizzata, operazione alquanto difficile, lo scontento è dietro l’angolo, anzi, dietro la rotonda».
Quale è la sua visione del mondo e cosa di essa desidera farci arrivare con i suoi lavori?
Ardea Ravenna1212«La mia natura è di vedere in positivo. Attraverso la bellezza cerco di raccontare il presente con lo spirito di speranza che solo la bellezza può far arrivare. Se fin qui si è creduto che la bellezza avrebbe potuto salvare il mondo, penso sia tempo che debba essere il mondo, cioè noi, a salvare la bellezza rimasta».
Quale il ruolo che una forma espressiva come il mosaico, in buona parte incentrata su tecniche artigianali, può giocare in futuro nell'ambito dell'arte contemporanea, a sua volta sempre più incentrata sulla sperimentazione di nuove tecnologie, quali, ad esempio, arte digitale e videoarte?
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Dimitra Milan: “L’arte di sognare”

“Desidero che la mia Arte sia una finestra su un altro regno che porta il paradiso sulla terra. L’Arte cambia tutto, ci trasforma dal profondo…”
Milan 2
Il silenzio… l’anima che si abbandona alla notte, il Sogno: nasce così una affascinante realtà che si trasforma in un’arte libera dagli schemi quotidiani, viva nella selvaggia libertà dei sensi. Queste sono le opere di Dimitra Milan, figlia di una famiglia di artisti affermati, Elli e John Millan, fondatori di un noto istituto di arte in Arizona dove lei sviluppa il suo stile e le sue capacità artistiche fin da bambina. Inizia a dipingere all’età di dodici anni e proprio in quella scuola la giovane artista inizia ad imparare le tecniche ad olio classiche, il disegno, l’astrazione ed il collage, mettendo in pratica tutta quella curiosità che la porta a studiare costantemente quel mondo che le scorre nelle vene, figlio di una passione condivisa dai suoi genitori.

“Pìù dipingevo, più miglioravo… mi divertivo da impazzire. Non posso dire di ricordare esattamente il momento in cui ho pensato che sarei stata un artista. Credo che la passione si sia sviluppata sempre più nel tempo e più vendevo opere, più mi sentivo sicura del mio stile”.
Attraverso un intenso programma di studi Dimitra si diploma con due anni di anticipo e questo le permetterà poi di dedicarsi con maggiore dedizione alla sua passione per la pittura. Nonostante la sua giovane età di appena diciassette anni, Dimitra è già nota nel mondo dell’arte ed i suoi dipinti si trovano in collezioni private in tutta Europa e negli Stati Uniti,partecipando attivamente anche nel sociale con donazioni di beneficenza no profit che contrastano il traffico di esseri umani e con associazioni che si occupano di assistenza alle famiglie di bambini malati di cancro. Le sue opere trovano ispirazione dai sogni della notte e proprio da quei sogni genera mondi inesplorati, facendo percepire soprattutto l’amore per la madre terra e per il mondo animale. Le sue opere raffigurano Milan 3affascinanti figure femminili in contatto con la natura, con gli animali, che sono generalmente predatori ritratti in un momento di pace…il tutto circoscritto in un paradisiaco vortice di colori e spensieratezza che esalta quel periodo incantato che definiamo “Adolescenza”.
I sogni acquistano così concretezza, diventano vivi ed anche la più astratta fantasia si trasforma in una meravigliosa realtà. Tutto diventa materiale, nulla è più impossibile e questo è il messaggio che Dimitra vuole regalare al mondo.
“Desidero che i miei lavori ispirino le persone per far sentire loro che tutto né possibile. Desidero che le persone comprendano quale è la loro vera identità e che credano nel loro destino”
La ragazza attualmente vive in Arizona con la sua famiglia, e viaggia spesso per conoscere il mondo e trarre da esso nuove ispirazioni. Infatti tutti i paesaggi rappresentati nelle sue opere sono una combinazione di posti in cui è stata o in cui ha sognato di andare. In alcune delle sue opere è forte il contatto con l’acqua mirato all’esplorazione dei fondali, soprattutto quelli del mare della Grecia,posto a lei molto caro, oppure la rappresentazione delle maestose onde delle Hawaii.
Dimitra usa per le sue creazioni i colori ad olio a tecnica mista, dove sovrappone direttamente sulla tela diversi tipi di carta volti a contornare dei soggetti realistici predefiniti, dando vita ad una specie di collage, alimentando il tutto con vernice spray ed elementi acrilici che generano quel senso magico di astrazione dell’inconscio.
Osservando le sue opere si rimane incantati dalla sua magica fantasia che ci fa tornare, anche solo per pochi istanti,in quell’età dove la vita è un respiro leggero... in quella parte di cuore che conserva la spensieratezza dei nostri anni più belli.
Milan 4

“Or che i sogni e le speranze
si fan veri come fiori,
sulla Luna e sulla Terra
fate largo ai sognatori!”
Gianni Rodari
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IVAN MEŠTROVIĆ - L’armonia delle forme tra realismo ed espressionismo 1883 – 1962

di Svjetlana Lipanovic


svjetlana2Lo scultore Ivan Meštrović si distingue con la sua potente creatività nella storia dell’arte croata. Nasce nell’ agosto del 1883 a Vrpolje in Croazia da cui la famiglia si trasferì presto all’originario villaggio di Otavice, nell’entroterra dalmata. Fin da bambino scoprì la vocazione per la scultura. Iniziò a modellare diverse forme nel legno e nella pietra dimostrando un innato talento artistico. Il straordinario percorso esistenziale del giovane Meštrović ebbe l’inizio a Spalato dove seguì, sotto la guida di illustri insegnanti i corsi per apprendere l’arte della scultura e del disegno. Dal 1900 a Vienna frequentò l’Accademia di Belle Arti e La scuola pubblica della scultura. In seguito alla laurea si iscrisse alla Facoltà di Architettura. L’incontro con lo scultore francese Auguste Rodin durante la sua mostra nella capitale austriaca fu una folgorazione che lasciò le tracce indelebili nelle future opere / La testa del bambino 1905, La bambina canta 1906, La famiglia Katunarić 1906, ecc./. Vicino alla Secessione viennese realizzò vari capolavori dove ricercò simbolica intensità di espressionismo / Cura materna, Ultimo bacio, Il giovane, ecc./. I suoi temi prediletti del periodo sono i ritratti dei bambini o delle persone anziane che rappresentano la contrapposizione fra la giovinezza e la vecchiaia. Spesso le figure femminili sono vestite con gli abiti tradizionali croati e le sculture maestose degli eroi sono ispirate dai racconti popolari slavi. Nelle sue originali opere realizzate in bronzo, marmo, pietra, gesso, legno si intravvedono le influenze arcaiche, egizie ed elleniche che sono armoniosamente intrecciate dal suo individualismo fortemente espressivo e dal suo immenso senso creativo dimostrato nei vari settori d’arte. Nel 1902 lo scultore espone alla Mostra annuale della Secessione a Vienna e continuò a partecipare fino al 1910. Sotto l’influenza di Franz Metzner e di Lederer si orientò verso le forme più astratte che sostituiscono la realtà /Timor Dei, La fontana della vita, Il sorgente della vita/. Accompagnato dalla moglie l’artista Ruža Klein, si stabilì nel 1908 a Parigi. Incontrò di nuovo Rodin e, comincio a lavorare all’Epopea di Kosovo per il Tempio di Vidovdan, creando le sculture monumentali dedicate agli eroi descritti nei canti popolari serbi. La sua incessante attività si svolse a Parigi, Vienna, Zagabria, Roma, Spalato, Belgrado. Dopo il primo premio per la scultura alla Mostra internazionale a Roma del 1911 si fermò i successivi due anni nella Città Eterna dove frequentò gli artisti nonché vari personaggi importanti d’epoca. All’inizio della Grande Guerra nel 1914 lo scultore modificò il suo percorso creativo sentendo la tragedia immane che stava per travolgere l’umanità. Le creazioni assumono una nuova espressione altamente spirituale con i motivi sacrali oppure dedicati alla musica. Mentre la guerra infuriava il maestro cominciò ad impegnarsi sempre di più nell’attività politica. Abbracciò l’idea molto in voga, dell’unità tra il popolo croato e il popolo serbo e, partecipò alla costituzione del Comitato jugoslavo. I viaggi, una costante presenza nella sua vita lo portarono a Ginevra e, nella città elvetica vide la luce un ciclo importante dei bassorilievi in legno dedicati alla vita di Gesù. Seguono le sculture come: Madonna con bambino nel 1917 ed altre 23 opere sacre, create a Roma nel 1918. La fine della guerra coincide con le prime sculture Art Decò. I nudi femminili di una bellezza assoluta sono un altro grande tema che caratterizza il periodo dal 1920 in poi. Divenne sempre più conosciuto a livello internazionale e le sue innumerevoli mostre nelle capitali europee sono applaudite dal pubblico e dai critici. Ancora una volta, la sua vita cambiò la direzione in seguito al ritorno a Zagabria nel 1919 , dove visse per i successivi vent’ anni. Si dedicò all’insegnamento e, ai suoi studenti presso l’Accademia di Belle Arti fece capire l’importanza dell’ invenzione ma anche, della padronanza necessaria del mestiere. Il vento del cambiamento scosse la sua vita sentimentale nel 1921 quando conobbe a Dubrovnik, la farmacista Olga Kesterčanek la sua svjetlana3seconda moglie con quale ebbe i quattro figli. Durante la sua permanenza a Dubrovnik progettò un monumentale Mausoleo della famiglia Račić, ultimato nel 1922, a Cavtat. Nel capolavoro l’architettura e la scultura diventano una combinazione dei simboli e delle forme astratte. A Dubrovnik, come la testimonianza del suo soggiorno lasciò: La strada dei signori, il bassorilievo dedicato al Re Petar I e la statua di San Vlaho il patrono della città. Manifestò la sua generosità quando, eletto il Rettore presso l’Accademia d’arte e dell’artigianato artistico, a Zagabria diede il suo compenso ai giovani, studenti bisognosi. Nel periodo estremamente creativo realizzò Il monumento al poeta Marko Marulić nel 1924, progettò il monumento di Josip Juraj Strossmayer e, il Mausoleo di Petar Petrović Njegoš a Lovćen in Monte Negro che sarà terminato appena nel 1974. Negli anni 1924-1926 spesso soggiornò negli Stati Uniti allestendo le mostre e realizzando Il Monumento agli Indiani, eretto a Grant Park a Chicago ed altre magnifiche opere. La visita in Egitto nel 1927 gli diede una nuova visione dell’arte che si nota nelle successive creazioni. Dal 1929 si può ammirare a Spalato una maestosa scultura di Grgur Ninski sita attualmente, nelle vicinanze della Porta d’oro, del Palazzo di Diocleziano. Alla fine degli anni 20, la situazione politica peggiorò notevolmente in seguito all’uccisione da parte dei Serbi del politico croato Stjepan Radić nel 1928. Il sogno dell’unità tra i popoli slavi si infrange definitivamente. Sono significative le parole di Meštrović che affermò “di considerare quel proiettile sparato non solo contro Radić ma, contro tutto il popolo croato”. Il seguente passo del re Aleksandar Karađorđević fu la proclamazione della dittatura il 26 gennaio 1929, con tutte le conseguenze immaginabili. Anche se il suo lavoro portò Meštrović dappertutto, egli non ha mai dimenticato le sue radici ed a Otavice aveva costruito prima, la casa famigliare e dal 1926 al 1931 la Chiesa del Santissimo Redentore insieme con il Mausoleo. La stupenda costruzione fu danneggiata dalle forze armate serbe nella guerra 1991-1995 e in seguito ristrutturata. Con un altro atto di generosità lo scultore nel 1952 donò tutte le sue opere, il Mausoleo, l’atelier a Zagabria, la villa a Spalato ed altro, allo Stato croato. Fu costituita la Fondazione Ivan Meštrović che raccoglie la sua enorme, preziosa eredità. La villa a Spalato costruita dal 1931, immersa nel parco con una vista mozzafiato sul mare e le isole è la sede odierna della Galleria di Ivan Meštrović inaugurata il 9 settembre 1952, dove si custodisce la più grande collezione delle sue opere compresi i disegni, mentre un'altra grande raccolta è visibile nell’atelier dello scultore a Zagabria, diventato un spazio espositivo nel 1966 ed intitolato I Musei di Ivan Meštrović. Tornando indietro nel tempo, troviamo il maestro a Zagabria nel 1932 impegnato a realizzare La Pietà, La storia dei Croati, il monumento di Andrija Medulić ed altri capolavori. Spesso nelle sue opere si riconosce il viso austero della madre tanto amata, mentre una delle caratteristiche evidenti delle sculture sono le dita delle mani con la loro espressiva bellezza. Il monumento al Milite Ignoto sito sulla collina di Avala vicino a Belgrado fu collocato nel 1938. Meštrović divenne il membro dell’Accademia jugoslava delle Scienze e delle Arti, a Zagabria. Dal 1937 progettò: La casa delle Arti figurative nella capitale croata, il Svjetlana4monumento a Ruđer Bošković, la chiesa dedicata al re Zvonimir, la Chiesa della Nostra Signora, ed altro. Restaurò le ville rinascimentali acquistate a Spalato dove ora si trova l’atrio e la Cappella di Santa Croce chiamata anche Kaštelet-Crikvine. La Cappella fu scelta per custodire i bassorilievi con le scene della vita di Gesù realizzati dal 1917 al 1954, in legno. La Seconda Guerra mondiale segnò l’inizio del periodo drammatico per la famiglia Meštrović. Accusato di collaborare con le forze straniere e nemiche, lo scultore finì l’11 novembre 1941 nelle prigioni di ustascia a Zagabria. Si salvò miracolosamente dall’esecuzione e fu rilasciato il 13 gennaio 1942. In seguito, riuscì ad arrivare a Venezia per partecipare alla XXIII Biennale. Trovò l’ospitalità presso il Pontificio Collegio Croato di San Girolamo a Roma. Con le sue opere abbellì il Collegio lavorando nell’atelier sito nell’edificio. Nel Collegio sono conservate le preziose opere d’arte: La Pietà, i bassorilievi di Sisto V e di San Girolamo patrono dei Croati, il busto di Pio XII, lo schizzo per il bassorilievo della Madonna mediatrice di tutte le grazie, insieme con le lettere dell’artista. Con la famiglia lasciò Roma nel 1943 per stabilirsi in Svizzera fino al 1946. Il difficile periodo coincide con la grave malattia del maestro che non riuscì a spegnere la sua creatività. Dipinse le tele a olio con i motivi sacri, ultimò i bassorilievi in legno ispirati alla vita di Gesù, scrisse il libro” Le conversazioni natalizie” Il presidente della Jugoslavia Josip Broz Tito lo invitò varie volte a tornare in Patria ma, lo scultore sempre rifiutò perché contrario ai metodi repressivi del regime al potere. Nel 1947 Meštrović prese la decisione di trasferirsi negli Stati Uniti a Syracusa, New York, dove insegnò l’arte della scultura presso l’Università. Le sue esposizioni si inaugurano nelle città americane con grande successo. L’Istituto per l’arte e la letteratura dell’Accademia americana lo accetta, tra i suoi membri. A Vienna fu eletto come il membro onorario dell’Accademia di Arte. Il romanzo autobiografico “ Il fuoco e le ustioni” è stato pubblicato nel 1953. Negli Stati Uniti realizzò innumerevoli opere site sul suolo americano oppure riportate in Patria. Il presidente Dwight David Eisenhower gli conferì personalmente la cittadinanza americana nel 1954. La sua ultima dimora fu dal 1955 a South Bend, Indiana.. Negli anni successivi insegnò la scultura religiosa presso l’Università Notre Dame. Le onorificenze come la Medaglia dell’Istituto americano degli architetti, la Medaglia d’oro per la scultura dell’ American Accademy of Arts and Literature, il dottorato onorario presso la Columbia University a New York, consegnate all’artista sono un meritato omaggio alla sua invidiabile carriera. Nei mesi estivi del 1959 visitò la Croazia accompagnato dalla moglie Olga. Incontrò il Maresciallo Tito a Brijuni e anche, nella prigione il cardinale Alojzije Stepinac prigioniero politico, in seguito proclamato Beato dalla Chiesa cattolica. Un altro capolavoro, la statua di Juraj Dalmatinac, che costruì la cattedrale a Sebenico fu eretta nel 1960 nella stessa città. La vita di Meštrović lentamente ed inesorabilmente si avviò verso la fine che giunse il 16 gennaio 1962 a South Bend. Nonostante i problemi con la salute, il maestro rimasse sempre attivo pubblicando anche un altro libro “ Le memorie su uomini e avvenimenti politici”. Ivan Meštrović riposa nel Mausoleo della famiglia, ad Otavice Il cerchio della sua eccezionale vita, dopo tanto peregrinare si è chiuso nel punto di partenza, un piccolo villaggio che ha visto crescere un grande, geniale scultore. Le sue splendide opere scultoree continuano a vivere, ammirate nelle mostre sparse nel mondo per non far dimenticare il loro creatore che ha regalato ad esse la vita eterna nel magico mondo d’arte.svjetlana5
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MUG Museo Ugo Guidi dal 4 al 27 Marzo 2018 in mostra Nan Yar e dall’8 aprile al 3 maggio Dimitri Kuzmin

L'attività culturale ed espositiva al Museo Ugo Guidi di Forte dei Marmi continua nella primavera 2018 con due importanti mostre e l’appuntamento del FAI per le Giornate di Primavera.
Dal 4 al 27 marzo 2018 sarà allestita nelle sale del museo e al Logos Hotel la mostra della pittrice belga Nan Yar.
Camino Salone Foto G. MozziLa mostra sarà curata da Massimo Pasqualone e Vittorio Guidi con la direzione artistica di Rosaria Piccione. Successivamente le opere di Nan Yar saranno esposte in un tour italiano già calendarizzato comprendente Roma, Taranto e Civitella del Tronto, con il patrocinio del MUG. Un breve stralcio della presentazione del Prof. Massimo Pasqualone evidenzia che: “La cifra stilistica di Nan Yar risiede nella capacità che l’artista belga ha di tirare fuori dall’anima le emozioni e di trasformarle in visioni, contemplazioni, da un lato, lo scontro cromatico che produce immagini finanche oniriche, dall’altro un’attenzione alla figura femminile che diventa simbolo, si fa a volte bellezza, a volte storia, a volte eternità, mai dimentica dell’approccio gnoseologico e filosofico che ogni opera d’arte deve avere.” Questo anno Il FAI – Fondo Ambiente Italiano – tramite la sezione della Versilia invita alla visita guidata del Museo Ugo Guidi di Forte dei Marmi, casa della memoria della Regione Toscana e inserita nelle Case Museo in Italia. Il FAI per le Province di Lucca e Massa-Carrara, promuovendo la figura del letterato Mario Tobino, ha invitato il MUG a trovare un riferimento artistico, culturale e letterario tra Viareggio e Forte dei Marmi a testimonianza del periodo del secondo '900 nel quale Mario Tobino (1910-91) e Ugo Guidi (1912-77), coevi, hanno vissuto. Nello spirito della promozione espositiva di opere d’arte portata avanti dal 2007 nel Museo per l’occasione una sala è stata dedicata all’artista fotografo Sergio Fortuna che ha reinterpretato con la sua arte gli ambienti dell’Ospedale psichiatrico di Maggiano e per l’evento specifico del FAI ha creato anche un rapporto fotografico immaginifico tra Mario Tobino e Ugo Guidi. Nella sala si produce un duplice effetto sia letterario, perché una vetrina testimonia l’ambiente letterario del periodo, che artistico in quanto pur non essendoci collegamenti diretti tra le sofferenze dei malati dell’Ospedale dei Pazzi e le drammatiche opere dell’ultimo periodo di Guidi si può osservare quale trasformazione la sofferenza psichica e fisica può generare in un uomo. Pertanto l’esposizione favorisce la comprensione di un periodo culturale e letterario della costa viareggina e versiliese, nella quale i due protagonisti delle Giornate di Primavera FAI pur viaggiando su linee parallele non hanno avuto modo di conoscersi e apprezzarsi reciprocamente ma restano entrambi testimoni di quel periodo artistico. Contemporaneamente nelle sale di Maggiano saranno esposte alcune tempere di Guidi in un drammatico muto rapporto tra “Il Grido”, sue opere dell’ultimo periodo, testimoni della sue sofferenza fisica, e l’ambiente dell’Ospedale Psichiatrico in cui avevano riecheggiato gli strazianti lamenti dei malati psichici: due a-spetti delle sofferenze umane. La visita guidata sarà effettuata sabato 24 marzo con orario 14:30 - 19 e domenica 25 marzo dalle 11 alle 19 con spiegazione della sala Tobino/Guidi/ Fortuna e del Museo con la delegazione FAI di Lucca e Massa - Carrara unitamente all’Istituto Chini di Lido di Camaiore e Liceo Michelangelo di Forte dei Marmi sotto la direzione dei volontari del FAI. Dall’8 aprile al 3 maggio 2018 il MUG presenterà la 137a mostra dell’artista russo Dimitri Kuzmin, pittore, decoratore, argentiere e restauratore. La mostra sarà introdotta da Vittorio Guidi, curatore del Museo e presentazione di Giuseppe Joh Capozzolo del quale si riporta un estratto:
“L'arte di Dimitri Kuzmin è diretta espressione di un profondo senso di spiritualità che permea l’attività creativa come ogni altro aspetto della sua quotidianità. Anche il modo di essere, discreto, misurato, votato alla serafica accettazione della Vita e del suo destino, costituiscono indizio di una dimensione mistica che riesce a sovrastare persino la fisicità possente di Dimitri. E’ una spiritualità che si e-sprime sicuramente con le raffigurazioni di Particolare Corridoio Foto G. MozziArte Sacra, in particolare le icone di cui Dimitri Kuzmin è maestro iconografo, ma anche con le diverse rappresentazioni figurative che l’artista affronta con un approccio che, ricordando a tratti il Canaletto per la resa atmosferica e per la scelta delle particolari condizioni di luce delle vedute veneziane, tende ad esaltare cromie parimenti presenti nell’arte religiosa orientale come in quella medievale occidentale le quali svelano simbologie direttamente riferite ai colori dei pigmenti variamente impiegati.”
MUSEO UGO GUIDI - MUG
Via M. Civitali 33
Forte dei Marmi
tel. 348-3020538
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.ugoguidi.it
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Le suggestive statuine Lenci al MIC di Faenza

4 Ai monti DSC 8438okUn tuffo nel passato. In quell'Italia del primo Dopoguerra che amava sognare all'insegna della bellezza e del buongusto. Una mostra, quella in corso dallo scorso 4 Marzo al MIC di Faenza, sulle 7 al caffasculture ceramiche della famosa azienda Lenci di Torino, dove la moda e il costume di un tempo si coniugano a un sapiente design e a una gradevole estetica della forma.
Realizzata a cura di Valerio Terraroli e di Claudia Casali, con la collaborazione di Stefania Cretella e Maria Grazia Gargiulo, la rassegna faentina mette in mostra ben 150 opere provenienti dalla Collezione Giuseppe e Gabriella Ferrero, la più importante e ricca collezione dedicata alla gloriosa manifattura torinese, a cui si aggiungono, per un confronto, alcuni esemplari della Manifattura Essevi (che ne imitava lo stile, fondata nel 1934 da Sandro Vacchetti, fuoriuscito dalla Lenci).
La Manifattura Lenci nacque su iniziativa di Enrico Scavini e della moglie Elena König Scavini nel 1919 per produrre bambole e "giocattoli in genere, mobili, arredi e corredi per bambino", ma anche un particolare tessuto per arredi, arazzi, bambole conosciuto, appunto, come “pannolenci”.
Nel 1927 l’azienda decise di aggiungere a quella produzione una linea di piccole figure e oggetti in ceramica smaltata, dando vita, a partire dal 1928, ad un ricchissimo catalogo di sculture d'arredo e oggetti, quali vasi, scatole e soprammobili in terraglia fatta a stampo e dipinte che divennero immediatamente di moda tra la piccola e media borghesia italiana. Per raggiungere lo scopo e conquistare un largo mercato, la manifattura Lenci si avvalse della collaborazione creativa di importanti artisti torinesi come Sandro Vacchetti, Gigi Chessa, Mario Sturani, Abele Jacopi, Ines e Giovanni Grande, Felice Tosalli, ma anche la stessa proprietaria, Elena König Scavini, alla quale si deve la fortunata 18 Vaso concerto DSC 8021okserie delle “Signorine”: fotografia al femminile della piccola borghesia torinese dei pieni anni Trenta.
Le sculture ceramiche di Lenci traevano ispirazione dalle contemporanee riviste di moda, tra scene di costume e figure di giovani donne accattivanti e maliziose, raccontando il gusto di un’epoca23 Bimba e mastello DSC 8124ok e di una società. Donne sportive, attrici, ma anche scene galanti, balli di coppia, temi rurali e mitologici, favole, grotteschi e buffi bambini, nudi femminili al limite del lezioso e donne giocosamente provocanti, accanto a Madonne con Bambino, delicate e rassicuranti, sono il repertorio visivo di una collettività in bilico tra le alterne vicende storiche del Ventennio, status symbol immancabili nei salotti della borghesia italiana. Allo stesso tempo Lenci è stata un'importante realtà industriale ed economica e una straordinaria avventura artistica capace di guardare ad esempi europei, come le Wiener Werkstätte di Vienna e le porcellane tedesche e danesi, e di competere a livello internazionale con le maggiori manifatture ceramiche.
La mostra è realizzata con il contributo della Regione Emilia Romagna e con il patrocinio del Comune di Faenza.
Il catalogo è edito da Silvana editoriale in italiano e in inglese.
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