Cristina Mavaracchio - "Oltre la forma"
- Pubblicato in Eventi & Fiere
Espinasse 31 festeggia il suo primo anno di attività, con una mostra collettiva in residenza, durante il Salone del Mobile. La creatività, il talento, l'innovazione e la passione per l'arte sono i principali leitmotiv che guideranno l'esposizione: “Espinasse 31 Celebration”.

Sicuramente una visione diversa del mondo dell’arte, molto interattiva e multidisciplinare, tra le diverse forme di espressione, le varie culture e le mode, quella di Antonio Castiglioni, proprietario e curatore della residenza. La prima novità riguarda infatti la preview: in occasione del MiArt, Espinasse ha deciso di dedicare ben tre giorni, a disposizione dei collezionisti ed esperti del settore, per poter ammirare il talento in mostra. Un'occasione irripetibile per poter apprezzare in un'unica location opere di pittura, scultura, fotografia e design.
Come il Salone del Mobile rappresenta un sistema di interconnessioni, capace di creare sinergie tra varie realtà, Espinasse 31 si dipinge come una fucina di idee, un percorso virtuoso dove poter condividere esperienze, culture, ma soprattutto le proprie creazioni.
Durante quest'anno sono stati molti i progetti e gli eventi che hanno visto gli artisti impegnarsi in prima linea con grandi nomi della moda, dello spettacolo e dell'architettura: l'artista cubana Jenny Perez ha collaborato con Armani per la presentazione della nuova capsule collection Armani Exchange AX, intitolata “St_Art”, https://www.youtube.com/watch?v=aCW-X2Wiz7k , presentata durante Basel Art Miami; Jotape annovera tra i suoi collezionisti la Fondazione Ayrton Senna, il pilota Emerson Fittipaldi ed il sindaco di San Paolo, Paolo Ciabattini ha lavorato con il famoso architetto Daniel Libeskind.
Recentemente, l’artista Flavio Rossi ha creato un murales a San Paolo con Ronnie Wood dei Rolling Stones e l'attivista americana, Leonor Anthony, ha donato la sua opera, realizzata in residenza, “Hope, Faith and Charity” all'Associazione culturale di Jo Squillo “Wall of Dolls”.
Anche nel campo fotografico, sono state molte le connessioni tra i fotografi e i maggiori esponenti del mondo del fashion: Antonio Guccione e Alex Korolkovas collaborano con le riviste di moda più in voga degli ultimi anni e la brasiliana Simone Monte è stata premiata dal National Geographic Competition per un suo scatto, in mostra al Museo di Fortalesa e presso Espinasse31.
In anteprima, durante la serata, ci sarà la presentazione di 2 nuovi street artists: Marco Mantovani, in arte KayOne, uno dei primi writer a Milano, rimasto sempre fedele, dal 1988, alla cultura del Graffiti Writing e Scott Marsi, molto attivo e conosciuto per i sui murales a Brooklyn e Miami.
Nelle sue opere su tela, KayOne ha sempre cercato di imprigionare l’energia della strada e l’amore per il colore, ispirandosi ai muri delle nostre città, grandi, colorati e pieni di parole non scritte. I suoi lavori sono piccoli “frame” rubati alle nostre strade, restituiti dal tempo, con superfici che fanno intuire la voglia di lasciare un segno indelebile di sè.
Per tutti coloro che desiderano acquistare alcune opere, Espinasse 31 omaggia i suoi collezionisti, ma anche i nuovi clienti con un regalo esclusivo: uno special sale su tutta la produzione in stock!
Un'occasione irrepetibile per tutti gli amanti dell'arte e del design.
E per chi si fosse perso i nostri ultimi eventi, durante questa mostra potrà ammirare i pezzi più rappresentativi di tutti i nostri artisti storici, come Adrian Avila, Rodrigo Branco, Carlos Alves, Claudia La Bianca, Leo Castaneda e Daniel Tumolillo.
Gran parte della produzione sarà visibile anche in Piazza Cavour, al civico 1, presso lo Studio Castiglioni & Partners. Vi invitiamo quindi a visitare il nostro spazio e a festeggiare con noi il primo anno di attività: il divertimento è assicurato!
Venerdì 20 Aprile ore 19,00-21,30
Preview: 13-16 Aprile
Apertura straordinaria durante Salone del Mobile: 17- 19 Aprile
Contatti www.espinasse31.com | Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Instagram: @espinasse31 | Facebook: Espinasse31 | Youtube: Espinasse31
Viale Carlo Espinasse 31, Milano, 20156, orari: Mar - Sab, 10:30 – 18,30

Per quanto un suo quadro (e per ora così lo definiamo) appaia piuttosto semplice e schematico alla prima osservazione, ad uno sguardo più attento o almeno più misurato, meno frettoloso intendo, non può sfuggire una certa forma di eleganza, priva di genio ma ricca di maestria che chiama lo spettatore a un piacere tutto particolare, perfino sospeso, affine all’osservare, sdraiati, lo scorrere delle nuvole in cielo. E’ un godimento sottilmente fisico generato dal puro disporsi della pittura nello spazio, dalla leggerezza delle sue movenze, dal mutare delle condizioni luminose, dal perseguimento compiaciuto e compiacente di un equilibrio che non è necessariamente, per Amadio, conseguenza della simmetria. E se il punto di arrivo è sempre una composizione geometrica, il punto di partenza è proprio il colore inteso come dato della percezione e come sensazione visiva e tattile. Nella sua apparente immediatezza, la percezione di un fatto coloristico, come lo definiva Argan, è un atto estremamente articolato e solo attraverso la profondità, la variazione, la durata, il movimento del colore si può rappresentare visivamente lo spazio. E, sempre prendendo a prestito alcune non scontate riflessioni arganiane - che si possono facilmente estendere al lavoro di Amadio -, posto che la qualità di un colore è sempre relativa al campo (inteso come zona di estensione), ne discende che lo stesso colore assumerà valori diversi quando risalti su campi diversi e che, anche quando il campo rimanga lo stesso, sarà diverso secondo che si tratti di zone giustapposte o di una zona isolata. Il valore dell’estensione è, infatti, assolutamente fondamentale nei casi in cui si voglia rendere un effetto di colore mediante l’impiego di
due sole gradazioni o due distinte tonalità. Inoltre se la superficie è piana, concava o convessa, continua o discontinua, in luce o in ombra, va da sé che la percezione finale del valore cromatico non è univoca e assoluta. La dilatazione spaziale di Amadio è un intervento che scompone la continuità del campo di azione in un numero finito di unità linguistiche elementari cambiando l’immagine percepita. L’azione del curvare la tela affida alla luce il compito di evidenziare le relazioni tra le parti risultanti e le eventuali disparità. Concretizza, di fatto, momenti di focalizzazione visiva, definendo o modificando lo spazio. Da qui l’idea dell’estroflessione come soglia, come nozione di limite che può essere assimilata a quella di un vuoto o un silenzio. Soglia intesa quindi come pausa, intervallo di un fare che potrebbe non avere un preciso termine. Un tempo di attesa, una disuguaglianza, uno slittamento che rimette in causa un nuovo principio, in un sottile gioco di rinvii in cui il rapporto di affinità e disparità costituisce il testo su cui esercitare lo sguardo. Ancora, una superficie piana, quando è sollecitata da una ondulazione, attiva uno sviluppo verso la tridimensionalità. Per questo la designazione “quadro” in riferimento al suo lavoro mi sembra riduttiva. Per Amadio non può esserci separazione tra pittura e scultura. La realizzazione plastica che ne consegue supera i limiti del supporto attraverso sollevamenti e ripiegamenti che generano risonanze spaziali, secondo una linea di pensiero che ha le sue radici nelle avanguardie storiche di segno astratto e, in particolare, nell’ambito del costruttivismo scultoreo e, più facilmente, nell’ambito della ricerca di oggettuale ascendenza tipica dei primi anni Sessanta. La componente programmata, la metodologia progettuale, la volontà di indagine dei fenomeni percettivi fanno afferire la ricerca del nostro autore alle poetiche allora dominanti. Bonalumi diceva “…fare l’opera con la tela e non sulla tela…” a significare “fare pittura superando la pittura”. I rapporti di proporzione, gli spessori, le distanze, l’alternanza dell’interno e dell’esterno, di un prima e di un dopo, le proiezioni di ombre come effetto derivato, sono perciò i caratteri che connotano il formarsi delle opere di Amadio e ne determinano le possibilità di incidenza spazio dinamica e spazio temporale.
Ad inizio marzo, preannunciando la primavera, si apre a Milano, nella splendida location del Palazzo Reale, una mostra con opere che arrivano d’oltreoceano, precisamente dal Museo d’Arte di Philadelphia. Cinquanta opere fruibili per ben 180 giorni, un’occasione unica per ammirare capolavori dei più grandi pittori a cavallo tra Otto e Novecento nel loro periodo di massima espressione artistica. L’esposizione è promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e MondoMostreSkira.
I primi dipinti impressionisti entrarono nella collezione del Philadelphia Museum of Art nel 1921, quando il W.P. Wilstach Fund approvò l’acquisto di dieci opere dagli eredi di Alexander Cassatt. Tra gli altri collezionisti che contribuirono ad accrescere la collezione del museo figura anche Samuel Stockton White III, famoso culturista che nel 1901 fece da modello a Rodin, come documenta la bellissima scultura “L’atleta” esposta in mostra, visivamente legata al “Pensatore”, che documenta l’originalità di un artista le cui sculture, che sembravano non terminate, rivoluzionarono completamente gli standard dell’epoca. I visitatori della mostra milanese potranno constatare che è stata proprio quell’indefinitezza a rendere le opere di Rodin così particolari, in grado di trasmettere al fruitore realismo, tensione e dinamismo. White acquistò diversi dipinti impressionisti, che la moglie Vera lasciò al museo nel 1967. Altre donazioni furono il frutto della filantropia di Henry P. McIlhenny e della sorella Berenice McIlhenny Wintersteen, che acquistarono e poi donarono dipinti di Delacroix, Degas, Renoir, Matisse e Picasso.
In mostra sarà possibile confrontare, accanto al “Ritratto di Madame Cézanne” (1885-1887) di Cézanne, i diversi linguaggi pittorici tra Van Gogh, con “Ritratto di Madame Augustine Roulin e la piccola Marcelle” (1888) e “Ritratto di Camille Roulin” (1888) e Picasso, dallo stile cubista riconoscibile in “Nudo femminile seduto” (1908- 1909), “Uomo con violino” (1911-1912), “Donna e bambine” (1961).
Dipingere fa parte della poesia, e la felicità è data dallo scoprire gradualmente il mistero che costituisce il simbolo,offrendoci la possibilità di sognare”. Questo pensiero appartiene a Stéphane Mallarmé, poeta simbolista, innamorato di questa nuova tendenza artistica che possedeva un proprio stile ed un particolare gusto, capace di affermarsi e diffondersi in ogni nazione d’Europa sul finire dell’ottocento. Il Simbolismo rappresentò una visione poetica e sognatrice che si pose in antagonismo alla spettacolare narrativa della pittura accademica, ma anche alle tendenze naturalistiche degli artisti realisti ed impressionisti. I simbolisti intesero superare le mere apparenze del reale per creare opere che fossero in grado di toccare le corde più profonde dell’animo umano, attraverso l’unione della pittura e della poesia. “Il poeta greco Esiodo, nella sua Teogonia,racconta che mentre era intento a pascolare le sue greggi nelle campagne di Ascra, un borgo della Beozia, gli apparvero le muse che gli infusero il dono della poesia”. Forse le vide attraverso un sogno; il sogno che rappresenterà un punto cardine nella pittura simbolista, insieme alla fugacità del tempo, la riflessione ed il mistero dei grandi miti. Sfogliando le pagine della storia, sembra che i simbolisti abbiano letto ed assimilato le teorie di Tommaso Moro, che nella sua opera:”L’Utopia”, propone la visione di un mondo diverso e fa sognare all’uomo una società migliore. Allo stesso modo ,Shakespeare è vicino ai simbolisti nel suo capolavoro “La Tempesta”, qui il Bardo lascia un messaggio universale :”Il sogno è l’elemento costante che ci accompagna nella tempesta della vita”. Analizzando gli artisti si scopre che Gustav Klimt , nella sua op
era “il Fregio”, di alto contenuto simbolico, dipinge una scena ove il bene e il male si contrappongono evidenziando un desiderio di liberazione attraverso l’estasi che solo l’amore può donare.
Nella sua opera “L’Apparizione” egli riesce a rievocare ed interpretare con originalità la storia biblica di Salomè, la principessa che aveva ammaliato il Re Erode eseguendo per lui la danza de sette veli in cambio della testa di Giovanni il Battista.
L'intervista è stata rilasciata da Emre Yusufi alla giornalista Tulay Oktay Demir che lavora per il più importante quotidiano turco, Hurriyet, per il quale cura la pagina della cultura e spettacolo su cui è stata pubblicata l'intervista il 19 dicembre 2017.
Che dire di quest'anno? Quest'anno volevo continuare con lo sviluppo dell'idea. Ma bisognerebbe evitare di ripetersi, naturalmente. Cos'altro posso aggiungere, quando ho pensato a come avrei potuto andare oltre, ho deciso questa volta di eseguire una scultura di Ercole, che l'anno scorso avevo mostrato come immagine.
collezionisti e gallerie all'estero che sono interessati all'arte. E sii certo che queste persone sicuramente apprezzeranno quando si trovano davanti ad una buona idea.
I bambini trovano idee originali per giocare. Produrre idee originali, per Emre Yusufi, portando alla luce opere non testate è quasi un gioco da ragazzi. Perché il potenziale è basato interamente sul sogno e sulla realizzazione dell'idea iniziale del suo sogno. D'altra parte, la più grande distinzione tra Emre Yusufi e gli altri è la capacità di marketing. Immagina, realizzalo, rendilo concreto e continua a commercializzarlo. Se puoi immaginare un'a- pertura al mercato quando sogni, così puoi prevedere come andrà la tua attività alla fine.
Fino a che punto tua madre ti ha guidato? Come ho detto, quando sei sempre connesso alle arti, giochi costantemente con la carta. E quindi mia madre me lo diceva. “Se continui così, andrai avanti in questa direzione”, mi diceva. Me lo ha detto, me lo ha detto, e ...
Hokusai […] i suoi disegni; le onde sono come artigli che si aggrappano alla nave e riesco quasi a sentirli…”
Ma vediamo chi è Hokusai!
ho un po’ intuito l’essenza della struttura della natura, uccelli, pesci, animali, insetti, alberi, erbe. A ottant’anni avrò sviluppato questa capacità ancora oltre mentre a novanta riuscirò a raggiungere il segreto della pittura. A cento anni avrò forse veramente raggiunto la dimensione del divino. Quando ne avrò centodieci, anche solo un punto o una linea saranno dotati di vita propria. Prego quelli tra lor signori che godranno di lunga vita di controllare se quanto sostengo si rivelerà infondato. Scrivo questo in tarda età. Usavo chiamarmi Hokusai, ma oggi mi firmo “Manji il vecchio pazzo per la pittura”. Manji il vecchio pazzo per la pittura – 1834
Di notevole interesse ho trovato, ed è una delle cose che più di ogni altra mi ha emozionata in questa mostra, è stato notare come, nel 1830 a seguito dell’introduzione del blù di Prussia (uno dei miei colori preferiti!), Eisen abbia orientato la sua produzione pittorica verso la realizzazione di stampe monocromatiche…con solo inchiostro blu (aizurie), notevoli per l’eccellenza delle gradazioni tonali, realizzate nel formato del trittico e del ventaglio rotondo.
seconda dalla collezione Kawasaki Isago no Sato Museum, così come tante altre importanti silografie, riguardanti il Monte Fuji confrontabili in doppia versione.
I Manga – manuali per imparare – hanno rappresentato la quinta ed ultima sezione. Attraverso la serie completa dei 15 volumi di Manga di Hokusai che ci hanno rimandato ai tratti ed alla forza che il maestro ha dato ad ogni creatura che abbia deciso di rappresentare, ma anche alla sua volontà di insegnare le regole della pittura ad artisti ed appassionati. Affiancato ai volumi di Hokusai è stato possibile vedere un album dell’allievo Shotei che ha ripercorso i soggetti e le forme del maestro, proponendo pagine fitte di disegni e schizzi.
capillarmente in questo mondo di “immagini del Mondo Fluttuante”, tra paesaggi, cascate, scorci del Monte Fuji e tanto altro ancora, il tutto espresso e descritto con i suoi delicati equilibri cromatici, portandoci spesso ed inavvertitamente tra i “flutti”…sulla sommità delle sue famosissime “Onde”!
Sarà Bologna a ospitare, nelle suggestive sale di Palazzo Fava affrescate dai Caracci, la più importante antologica italiana dedicata a Zhang Dali, uno dei più rappresentativi artisti cinesi contemporanei sulla scena internazionale. Intitolata Meta-Morphosis, la grande esposizione, che inaugura il 23 Marzo e si conclude il 24 Giugno 2018, vedrà in mostra ben 220 opere, raggruppate in nove sezioni, tra sculture, dipinti, fotografie e installazioni, dell’imponente produzione artistica di Zhang Dali. L'evento desidera essere un omaggio da parte di Fondazione Carisbo e Genus Bononiae - Musei nella Città, all’artista che nella città felsinea arrivò nel 1989, dopo i drammatici fatti di Piazza Tienanmen, rimanendovi fino al 1995. Il percorso espositivo si apre con la serie di dipinti Human World, che Zhang Dali dipinge negli anni Ottanta, sul finire del periodo di studi all’Accademia Centrale di Arte e Design di Pechino: dipinti ad olio su carta in rosso, nero e bianco in cui dettagli figurativi si mescolano a una rappresentazione onirica, frutto del desidero di sperimentazione dell’artista in un’ottica di contaminazione tra arte orientale ed occidentale. La rapidità dei cambiamenti urbanistici della Cina contemporanea, le macerie che fanno spazio alla modernità cancellando il passato sono al centro del ciclo di fotografie Dialogue and Demolition: sulle rovine delle costruzioni abbattute dalla furia della crescita urbana Zhang Dali traccia per anni, a partire dal 1995, il profilo del suo volto, utilizzando l’arma clandestina dei graffiti appresa a Bologna: un tracciato che, demolito, diventa finestra, rivelando il disturbante contrasto tra la Cina tradizionale e l’epoca contemporanea, e i costi della modernizzazione sul patrimonio storico e culturale. In mostra anche il ciclo One Hundred Chinese, realizzato tra il 2001 e il 2002, documentario veritiero sulla condizione del popolo cinese nel
nuovo millennio, con la rapida globalizzazione del paese: le sculture, calchi di persone reali, diventano specchio di esistenze solo apparentemente ricche e privilegiate, in realtà stritolate dai ritmi della modernizzazione. E ancora i grandi dipinti della serie AK-47e Slogan: nei primi la sigla del kalashnikov, simbolo universale di guerra e sopraffazione, compone i ritratti di uomini e donne, svelando impietosamente la violenza elemento integrante e tessuto connettivodelle esistenze. Nei secondi gli ideogrammi che compongono gli slogan della Repubblica Popolare rivelano, grazie alle variazioni di scale cromatiche, le fotosegnaletiche di uomini e donne dai volti impassibili, privi di qualsiasi segno di gioia o dolore. Volti anonimi quanto gli slogan, appiattiti in una massa umana indistinta.
I lavori di Zhang Dali, esposti nelle più importanti gallerie e musei di tutto il mondo – dal MoMa di New York alla Saatchi Gallery di Londra allo Smart Museum di Chicago - sono il frutto di uno sguardo profondamente umano e partecipe sulla Cina contemporanea e le sue drammatiche contraddizioni, sui rapidissimi cambiamenti che la crescita esplosiva del capitalismo ha portato con sé negli ultimi trent’anni, dalle drammatiche condizioni di vita dei lavoratori ridotti alla serialità, all’urbanizzazione selvaggia che cementifica e cancella la tradizione.
Ci sono esposizioni che fanno storia, intessute di valori umani e pregnanti di esistenza, che lasciano un segno indelebile e non vanno dimenticate neppure quando finiscono. “Goodbye Perestrojka” è una di queste, una porta dischiusa che si è affacciata come inedito nel panorama nazionale e non solo, e che si auspica possa essere un impulso a continuare a diffondere un’arte dai contenuti non soltanto estetici ma vibrante di pulsazioni emotive ed estremamente significante.
Jean-Paul Sartre nella prefazione al saggio “Ragione e Violenza” di Laing e Cooper scrisse che la malattia mentale poteva essere: «Una via d’uscita che il libero organismo, nella sua unità totale, inventa per potere vivere una situazione invivibile»; un pensiero calzante che descrive appieno il sentimento di sopravvivenza a cui si aggrappavano Vladislav Shabalin e molti altri artisti reclusi e torturati negli ospedali psichiatrici e che malgrado le barbarie riuscivano a trovare nell’arte quella via d’uscita che l’uomo libero inventa per vivere una situazione invivibile. Tra le opere esposte molte rivelano nella loro espressività questa forza oltre la sofferenza che si libra aldilà dei soprusi e rimane irriducibile nonostante le privazioni, perché l’arte è, per sua natura, libera, in grado di descrivere ciò che nessuna parola potrai mai raccontare e capace di anticipare gli eventi. C’è un’opera di Tatiana Lysenko trasudante di umanità, che esprime appieno la frustrazione ed il dolore di chi rimase imprigionato tra le mura dei manicomi dopo aver subito “cure” forzate. È intitolata “Boy”, il ragazzo. Ritrae un uomo ripiegato su se stesso, con lo sguardo rivolto verso un orizzonte oramai lontano, istituzionalizzato, alienato dai farmaci, sofferente: la parte inferiore del corpo è nuda, ad evidenziare la spoliazione fisica e morale a cui le persone vennero sottoposte in quelle che Erving Goffman aveva definito “Istituzioni Totali”; luoghi segreganti che vennero eretti circondati da mura concrete e immateriali, non solo nei regimi ma in ogni dove in cui viene messa a tacere la libertà. Innumerevoli persone subirono la violazione della propria dignità umana, e chi non riuscì a sopportare le atrocità vi trovò la morte. Un passato non lontano che riecheggia ancor oggi, basti pensare che proprio in tempi recenti, nella moderna Russia di Putin, la psichiatria per i dissidenti è stata “riabilitata” sottoponendo a cure forzate coloro che manifestano idee diverse rispetto al governo, una pratica che sembrava scomparsa dagli anni della Perestrojka di Gorbaciov e con la fine dell’Urss. Il quadro di Tatiana Lysenko, estremamente attuale, racchiude nel soggetto rappresentato le ferite laceranti che non solo quell’uomo ma un’intera umanità ha subito e subisce tuttora nei contesti di restrizione qualsiasi essi siano.
Vladimir Kharakoz sorprende per la “dinamicità sovrappositiva” simile, per potenza espressiva, a quella di Francis Bacon. Dinamismo che si evince altresì nelle opere Ludmila Etenko, in cui permangono aneliti del futurismo. L’ermetica pittura di Genadij Olimpiuk si lascia interpretare tramite l’empatia, permea l’inconscio e rimane velata, straordinariamente misteriosa: occorre cercare le figure celate nella potenza espressiva inglobante dei colori. “Apparition” (“Apparizione”), di Vladimir Veltman, rievoca, nella poetica del volto, l’enigmaticità della Gioconda, che si staglia oltre la fissità della cornice in una contemporaneità frammentata e acquisisce tridimensionalità e attualità grazie alle incursioni materiche. La “metamorfosi ancestrale” dei corpi in Oleg Chernykh trasmette una narrazione emozionale istintiva che si dipana nel vissuto umano in cui albergano inquietudini ed emozioni. La “pitto-scrittura” di Sergej Barannik è data da un incatenarsi di segni a grafite che rimandano ad infinite significazioni, in cui ogni singolo tratto, quasi fosse un pittogramma, veicola una realtà espressiva che da singola diviene molteplice nella preziosa totalità compositiva. Il suggestivo “sur- realismo simbolico” di Vladislav Shabalin si configura come una metafora esistenziale che, tra contrasti e visioni, si fa leggere nel silenzio interiore dell’anima. È in questa sospensione, scevra da assordanti rumori, che occorre soffermarsi per riguardare ogni infinitesimale rimando a qualcosa di altro in un continuum di linee tracciate con elaborazione e perizia che si susseguono senza quasi mai separarsi, stagliandosi su campiture monocrome, spesso dominate dal rosso o dal nero, e narrano un universo reale ed al contempo immaginifico che nonostante tutto è ancora proteso ad un sentimento di speranza, di attesa. Vladislav Shabalin racchiude in sé “l’essenza della vita di artista”, esteta, curatore ed intellettuale, sempre in viaggio, non solo tra i luoghi che ha fisicamente attraversato, ma anche per quella sua straordinaria capacità di proiettarsi verso l’altrove, mantenendo, come frame di ricordi vissuti che scorrono tra le pieghe del pensiero, il legame indissolubile con l’esperienza del trascorso, portando con sè i volti e le persone che hanno fatto parte di quel profondo cammino umano ed esistenziale.
Orari:
Dal Lunedì al Venerdì
dalle 09.00 alle 17.00
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