Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Le Olearie di Urbano VIII

a Castel Sant’Angelo

…ora restaurate!

di Marina Novelli

Sono tornate alla luce, dopo un importante lavoro di restauro, le cosiddette Olearie, magazzini utilizzati per la conservazione dell’olio, riserva essenziale per l’illuminazione degli ambienti, per l’uso alimentare ed anche militare nel caso di assedi e che furono realizzate sfruttando le celle radiali del basamento del Mausoleo di Adriano, in occasione degli intensi lavori di ristrutturazione di Castel Sant’Angelo, avviati da Urbano VIII, appena salito al soglio pontificio nell’ambìto programma di ricostruzione delle piazzeforti a protezione dei domini Olearie 1della Chiesa. Documenti dell’epoca hanno riportato ai lavori di muratura, autorizzati nel maggio 1631… “sotto al torrione di San Giovanni in fare le vasche per tenerci l’olio”. L’accesso alle olearie, difeso da un portone e una grata lignei e mediante una scala in muratura con soglie in travertino, conduce all’interno e su un lungo corridoio senza uscita, si aprono le quattro celle con banconi laterali, dove all’interno dei quali sono state murate delle giare in terracotta che fungevano da contenitori per l’olio, e contrassegnate dall’incisione di numeri romani. Al fine di non disperdere il prezioso contenuto delle giare, il pavimento non è perfettamente piano, ma lievemente pendente e se ne possono scorgere dei vasi in terracotta inglobati nel pavimento stesso, studiati per raccogliere eventuali perdite di olio prezioso; tali punti di raccolta, sette in tutto, distribuiti a seconda della pendenza del massetto, sono a tutt’oggi in buono stato di conservazione. L’intervento di restauro ha visto anche lo svuotamento degli ambienti in cui erano state ammonticchiate casse di materiali e depositi indiscriminati e non pertinenti all’uso, mentre hanno visto una profonda pulizia e deciso consolidamento degli intonaci… bella infatti la scala in travertino che conduce alle Olearie! Uno scrupoloso lavoro di restauro quindi, curato da Giovanni Belardi e realizzato da Luca Pantone in cui nulla è stato trascurato e che ha visto nell’impianto elettrico, l’utilizzo delle più moderne lampade a LED, adeguando gli ambienti alle norme sul risparmio energetico. Ebbi modo di visitare le Olearie in fase di conferenza stampa e ne rimasi molto affascinata…” un’altra perla di inestimabile valore - pensai - … venuta alla luce e che ci ricorda il lavoro dell’uomo…alla sua creatività e pertinacia… nonché indiscusso spirito di abnegazione. Dalla conservazione dell’olio per illuminare e per sconfiggere il buio, fino all’ impiego delle più recenti lampade LED… abbracciando così un bell’arco…un arco temporale!”
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Art&Vip

Intervista a Pamela Camassa

Come è iniziata la tua
carriera artistica?
Fin da piccola sono sempre stata affascinata dal mondo della moda, infatti a 14 anni ho iniziato a lavorare come modella. Nel 2002, all’eta di 18 anni, vinco “Miss Mondo Italia”, ma il vero portone si apre quando nel 2005 mi classifico terza a Miss Italia, ed è proprio da li che è partito tutto. è un concorso di bellezza che ti da tanta visibilità, e per me anche se non ho vinto, è stata davvero una vetrina importante.
Ti sei sempre contraddistinta per la tua bellezza e la capacità di entrare nel cuore dei telespettatori con la tua solarità. passionaria, sanguigna, ma la vera Pamela, fuori dalle telecamere è una donna timida o estroversa?
Com’è Pamela fuori dalle telecamere?
Camassa 2Diciamo che come sono in televisione, lo sono anche nella vita. Mi ritengo una ragazza solare ed estroversa ma nello stesso tempo timida e riservata… una ragazza semplicissima che ama quello che fa…
In questi anni Abbiamo avuto modo di vederti affiancare grandi nomi della Tv, con grande talento e disinvoltura, quale tra questi ti porti nel cuore?
Nel mio “piccolo” percorso televisivo ho avuto l’onore ed il piacere di lavorare con grandi nomi della televisione, li porto tutti nel cuore, ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa… partendo dalla disciplina ed eleganza di Milly Carlucci, dalla simpatia, voglia di divertirsi e di improvvisare di Max Giusti e poi lui, il mio Pigmalione, Carlo Conti, una persona fantastica, piena di vita, divertente e allo stesso tempo molto professionale e perfezionista… al quale non smetterò mai di dire grazie per avermi fatto partecipare a molti suoi programmi.
Di ballo ne hai raffinato le tue qualità a “Ballando con le Stelle”, ma anche la tua voce lascia tutti senza fiato, si può dire che sei un’artista completa, ti piacerebbe condurre un format che ti veda alla prova in tutte le arti?
Ho sempre avuto la passione per la danza, pensate che da piccola spesso registravo tutte le sigle televisive, per poi riguardarmele e imparare le coreografie. Chi se lo sarebbe mai immaginato che proprio in quelle registrazioni un giorno ci sarei stata io. Partecipare a Ballando con le stelle è stato davvero bello e divertente, diciamo che si è realizzato un piccolo sogno! Poi c’è la passione per il canto, che grazie alla partecipazione a Tale e Quale show ho potuto raffinare… e come ammiravo i balletti in tv, non mi sono mai persa un’edizione del festival di SanRemo, insomma, Portatemi a vedere un musical e sono la persona più felice di questa terra.
Il mio sogno nel cassetto? Essere protagonista proprio di un Varietà…
Ma parliamo dell'arte visiva, di scultura, con la domanda di rito al personaggio di ogni numero di Art&trA. Chi è il tuo artista preferito?
Mi ha sempre incuriosito l’arte in generale… ma sono sempre stata attratta da un uomo in particolare, lui è un personaggio misterioso, pieno di lati oscuri… un pittore, un ingegnere… un genio… Leonardo Da Vinci.
Camassa 4Cosa ti emoziona di lui?
Leonardo Da Vinci mi emoziona e mi affascina per le sue scoperte, per le sue creazioni che nascondono tutt'ora mille significati e segreti… un uomo dai mille interessi, una mente che non smetteva mai di inventare, ma soprattutto, mi ha sempre incuriosito il suo lato esoterico… la sua scrittura criptica da destra verso sinistra, i rebus e le frasi in codice che si inventava… insomma era davvero un genio. A volte mi domando, chissà cosa penserebbe oggi Leonardo, a vedere l’evoluzione delle sue invenzioni, tra cui aerei, biciclette, armi da guerra, sottomarini, automobili ecc… ne sarei davvero curiosa.
Ma l'artista Pamela si è mai affacciata al mondo della pittura in prima linea?
Non mi sono mai affacciata al mondo della pittura in prima linea, ma fin dai tempi della scuola ho sempre amato disegnare, infatti ad educazione artistica avevo 10. Ero molto brava a copiare e a prendere spunti dalle altre creazioni, ma l’unica pecca che mi attribuiva la mia professoressa, era quella di avere poca inventiva… magari chissà, se avessi portato avanti questa passione, sarei potuta diventare una brava pittrice di falsi d’autore!
Nel tempo libero cosa ti piace fare? Sei una donna che ama andare ai musei, alle mostre?
Nel mio tempo libero amo cantare, andare al cinema e a teatro, fare shopping e, avendo la passione per la fotografia, molto spesso, mi diverto anche a fare la turista, quindi girovagare per la città, (p.s. Vivo in una delle città più belle del mondo, Roma!) e visitare mostre e musei…
Che ne pensi dell'arte contemporanea che oggi unisce sopratutto il digitale con opere sotto forma di video?
Io sono molto affascinata dall’evoluzione che ha la tecnologia anno dopo anno e che permette cosi all’arte contemporanea di diventare qualcosa di unico, di realistico, di surreale e spettacolare. Amo molto questo tipo di arte, perché molto spesso ti lascia a bocca aperta e perché è un’arte talmente innovativa che non smetterà mai di stupirti.
Un saluto speciale a te che stai leggendo Art&trA… perché significa che sei nato con un dono… quello della passione per l’arte...
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Miriam Ferrucci

Distacco 2018 olio su tela 80x120cmfoto 009 copiaUn insieme, spesso contrastante, di emozioni caratterizza i dipinti di Miriam Ferrucci, opere realizzate partendo dalla tecnica del fotorealismo. Un’immagine fotografica, che Miriam stessa realizza “obbligando” il soggetto a una posa da lei suggerita, viene poi, riprodotta sulla tela, elaborando con perizia e lunghe ore di lavoro con il pennello, ciò che l’obiettivo ha carpito: non siamo, come ad un primo e superficiale sguardo sembrerebbe, di fronte a delle opere iperrealiste, produzioni virtuosistiche della fotografia, di ben altra carica emotiva vivono protagonisti ritratti dalla Ferrucci. Alcuni dettagli dei corpi e dei volti vengono così messi a fuoco attraverso espressioni o gestualità esasperati, per esaltare emozioni nascoste, ciò che l’obiettivo fotografico non avrebbe mai rivelato, la mano talentuosa dell’artista fa emergere, per poi narrare una rabbia incontenibile, un segreto da tutelare, una malinconia che lascia trapelare il rammarico per l’ineluttabile passare del tempo o una consapevolezza interiore conquistata.
Donne e uomini che sfidano la tela e fanno emergere la loro vitalità, che diventa tangibile e reale, le emozioni forti e potenti si trasmettono come in un transfert dalla persona rappresentata a chi guarda i dipinti. Un gioco di complicità coinvolge l’osservatore richiamato in un dialogo intimo ed interiore. Si veda l’opera Maieutica che già dal titolo si ispira alle dottrine dei grandi filosofi, ad evocare il confronto come stimolo creativo tra persone consapevoli. Se il linguaggio pittorico è quasi cinematografico e moderno molteplici sono i richiami alla grande pittura da Lotto e Vermeer fino ad arrivare a Lucian Freud, gesti pacati e sguardi enigmatici sembrano mettere in discussione l’unicità e l’identità panoramica galleriadi ognuno dei personaggi rappresentati. Alcuni ritratti maschili esprimono rabbia e angoscia e la sensazione che nessuno possa essere in pace con sé stesso. La rappresentazione del femminile suggerisce all’artista una riuscita carrellata di personaggi, e così Rosa, Ophelia e le altre evocano altre storie e altre narrazioni. Via via questi volti femminili ci inoltrano in abissi interiori e ombre ora visibili dell’anima: la sfida nello sguardo impenetrabile degli occhi, contornati a suggerire una mascherina, del ritratto Anima, l’evanescenza dell’essere che ci suggerisce Ophelia. Figura femminile simbolo di innocenza violata, icona e musa immortale nella rappresentazione letteraria e iconografica, viene riproposta dalla Ferrucci in forma di ritratto contemporaneo al quale difficilmente lo spettatore riesce a sottrarsi come ipnotizzato, anche, dalla componente simbolica dell’acqua prefigurazione della follia e della caduta nell’abisso, in un intreccio indissolubile tra la vita e la morte.
Anima 2014 tecnica mista su tela 50x70cmOphelia 2015 tecnica mista su tela 40x40cmUna maturità anche stilistica contraddistingue gli ultimi lavori: il doppio ritratto Ritiro, viaggio simbolico e percorso identificativo dove si evidenzia la duplice rappresentazione di uno stesso soggetto, ancora il gioco del moltiplicarsi, il motivo archetipo del doppio che evoca l’incessante ricerca della propria identità, identificazione e alienazione, il confrontarsi con la propria Ombra (Jung) e infine la raggiunta armonia tra inconscio e coscienza. Tutto questo ci suggerisce la giovane donna dai lunghi capelli rossi che si disgiunge da sé stessa, libera, immersa nella calma contemplativa nella piena consapevolezza del sé. Nel grande ritratto il Distacco è una gestualità pacata delle mani che si attestano quasi in posizione difensiva, che domina il dipinto pervaso dal profondo messaggio allegorico. Un nuovo ordine simbolico sembra aver sovvertito il senso stesso del ritratto e di chi è rappresentato, lo sguardo della donna si perde e non senza timore trasferisce al linguaggio alchemico delle mani la comunicazione della propria distanza, la separazione dal tutto, il distacco.
Silvana Bonfili
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Carsten Paulsen:

“Il mio cuore è nel lago”

di Valentina D’Ignazi

Paulsen 4Semplicità, linee, fantasia… queste sono le tre parole chiave dell’Arte di Carsten Paulsen nato il 12 aprile del 1947 ad Aarhus in Danimarca, un uomo che ha fatto dell’Arte semplicemente la sua continuità nella vita.
Inizia il suo approccio in questo mondo a soli sette anni fino a diventare un rinomato professore universitario e membro di alcuni gruppi e associazioni di artisti.
Si definisce un artista che segue l’e-spressivismo ed il naturalismo, un uomo che rappresenta su tela le opere già integre nella sua immaginazione. Trova ispirazione nella lettura, nei luoghi che ha visitato con sua moglie Karin, nella sua vita scandita tra i doveri in Danimarca ed i piaceri Italiani. Proprio in Italia Carsten, in un piccolo paesino della provincia di Rieti (Paganico Sabino) crea da un rudere abbandonato una dolcissima dimora artistica, uno studio, finalizzato ad essere il suo piccolo rifugio dal mondo, dove il silenzio e la pace inebriano i sensi e rendono libera la fantasia.
“Dalle piccole realtà nascono grandi sogni”
In questa piccola realtà che si culla sul lago del Turano infatti, nella quiete della notte ed accanto ad un calice di buon vino, nascono le sue opere più belle e significative che verranno Paulsen 6poi esposte in moltissimi musei nazionali ed internazionali facendogli acquistare una rilevante notorietà. E’ attratto dalle linee, dalla schematicità instabile di scorci che sente il bisogno di rappresentare non appena si ritrova solo nel suo studio. 
“La storia è superficie, linea… come se la città chiede una cosa ed io le rispondo”. 
Venezia è la città che più di tutte ha contribuito ad ispirare la sua fantasia per la realizzazione di diverse opere. Usa l’olio su tela, con colori semplici ed allo stesso tempo decisi che sfumano in immagini senza tempo e ricche di racconti e poesia.
“Ogni volta che dipingo ho la convinzione che la mia creazione deve essere un capolavoro” .
Riesce a creare anche più opere nello stesso tempo, con la determinazione di rispondere a tutte le sue ispirazioni cercando di collocarle l’immagine che nasce nella sua mente nella storia. Carsten Paulsen vive ed opera in Danimarca con la sua famiglia, che lo ha sempre sostenuto ed incoraggiato nel suo lungo percorso artistico. E proprio in Italia, fra quelle montagne silenziose che fermano il tempo, fra Paulsencielo e acqua dolce, c’è il Sogno di un uomo che sfuma nella tela i suoi sogni, il suo mondo… l’immagine astratta della sua anima pura e senza età.
“ESISTONO LUOGHI CHE CI CHIAMANO, MAGARI ANCHE DA MOLTO LONTANO. NON NE CONOSCIAMO LA RAGIONE, MA, ANCORA PRIMA DI AVERLI VISTI, SAPPIAMO CHE SEGUENDO IL LORO RICHIAMO RITROVEREMO UN PEZZO DELLA NOSTRA ANIMA”
(Silvia Montemurro)
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Theodore Gèricault:

la zattera della Medusa

di Francesco Buttarelli

Intorno alla metà del 1816 si verificò una tragedia di mare; la fregata “La Meduse”, in viaggio verso il Senegal, si arenò al largo di Capobianco. Come fosse potuto accadere questo incidente resta ancora oggi un mistero per gli storici in quanto lo specchio di mare ove avvenne il naufragio risultava del tutto calmo. Avvenuta la tragedia, constatato che la nave era perduta, gli ufficiali (privi di ogni concetto di umanità) si salvarono utilizzando le scialuppe di salvataggio, abbandonando al loro destino marinai e passeggeri. I centocinquanta naufraghi sopravvissuti si ingegnarono a costruire una zattera. In poco tempo realizzarono una piattaforma di venti Theodore gericault la zattera della medusa 1819 10metri per sette su cui presero posto tutti i superstiti. Purtroppo dopo aver vagato in mare per tredici giorni, soltanto quindici tra marinai e passeggeri riuscirono a sopravvivere, dopo aver sperimentato forme di cannibalismo sui cadaveri degli sventurati. L’intervento del vascello militare “Argus” permise la messa in salvo di pochissimi scampati. Gèricault fu talmente impressionato da questo episodio da dipingere una tela, ove viene raffigurato il momento del salvataggio dei naufraghi. Lo stupendo dipinto ci mostra la zattera, carica di corpi, alcuni dei quali senza vita, mentre attraversa le acque di un mare buio e tempestoso. All’orizzonte si scorge il profilo di una piccola nave: la salvezza. Con una pittura forte, unita ad un cromatismo significativo, Gèricault fa emergere dai volti dei personaggi la follia, il terrore della morte attraverso una rappresentazione verista di chiara lettura.
Con una tela larga oltre sette metri e lata quasi cinque il pittore riesce a testimoniare la condizione dell’uomo che su una zattera o in un qualsiasi altro luogo è destinato ad essere vinto negli ideali e nelle speranze. Gèricault aveva vissuto attraverso scenari grandiosi ed inquietanti, dalla grandezza degli ideali napoleonici uniti con l’eredità della rivoluzione francese, sino alla conseguente restaurazione e reazione dell’antica nobiltà. Le figure sono disposte lungo una linea diagonale che attraversa il quadro da sinistra verso destra; obliqua risulta anche la zattera che sembra accompagnare i gesti e la posizione dei corpi. Tutto tende e sale verso l’alto sino a culminare nella figura di un uomo che cerca di sventolare un lembo di camicia verso l’orizzonte illuminato da bagliori funesti, ove si intravvede una piccola nave; ma l’orizzonte non è rassicurante, sulla sinistra del dipinto compare un’onda scura, alta come un muro, che sta per respingere il relitto mentre il vento gonfia la vela in direzione opposta. I protagonisti della tTheodore gericault la zattera della medusa primo schizzo 1818 02ragedia sono figure di corpi forti, perfetti. Anche il vecchio posizionato sulla sinistra vicino ad un giovane morto, mostra una figura vigorosa. Geniale risulta la capacità dell’artista nel modellare l’anatomia in forme scultoree e nel rappresentare con cruda realtà la morte. Volti lividi, braccia cadenti dimostrano un’attenta osservazione ed una conoscenza fisica di corpi senza vita. (L’artista per realizzare l’opera frequento gli obitori per ritrarre dal vero le membra contratte). Nei diciotto mesi impiegati per realizzare “La zattera della Medusa”, Gèricault studiò ogni minimo particolare. La grande forza rappresentativa scaturisce interamente dagli ideali dell’autore che riesce ad evidenziare nella tela i naufraghi in pose classiche, quasi eroiche, provocando una tensione ideale che accompagnerebbe gli sventurati nel paradiso degli eroi di Ossian. I protagonisti sono gli uomini, il resto del dipinto è circoscritto in uno spazio limitato. L’opera venne acquistata nel 1819 dal Louvre. I moralisti mostrarono scetticismo poiché avevano letto nel quadro una critica alla società dell’epoca ed un rimpianto dell’epopea napoleonica. L’opera era un capolavoro e proiettò Gèricault tra gli immortali dell’arte di ogni tempo.
ammutinamento sulla zattera pen
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“due minuti di arte”

In due minuti vi racconto la storia della pop art: tra fumetti, barattoli di zuppa e dive del cinema
di Marco Lovisco
www.dueminutidiarte.com

Se un tempo gli artisti rappresentavano santi, imperatori e paesaggi di campagna, e poi, di improvviso hanno cominciato a trarre ispirazione da attori, fumetti e prodotti da supermercato, significa che qualcosa nel frattempo è cambiata. La portata innovativa e rivoluzionaria della pop art va ricercata proprio in questo, nella sua capacità di urlare al mondo “Il re è nudo!” (come il bambino della celebre fiaba di Andersen).
Nella società statunitense degli anni Sessanta, in pieno boom economico e ascesa del consumismo sfrenato, gli idoli da venerare non si trovavano più nelle chiese, ma negli schermi dei televisori e sui cartelloni pubblicitari. Al mondo in bianco e nero della prima metà del secolo si contrapponeva quello sgargiante, colorato ed eccessivo del benessere che sembrava essere alla portata di tutti. Cambiavano i valori, cambiava la visione del mondo, cambiava la società.
rosenquist pop art 3Warhol, Lichtenstein e gli altri artisti della pop art hanno raccontato questa rivoluzione, e lo hanno fatto usando le stesse “armi” usate dalla società dei consumi, al punto da rendere difficile la distinzione tra la provocazione pura e il business calcolato. Ma forse sta proprio in questo la forza del consumismo: non puoi met-terlo in discussione senza finire col farne parte, come una cornice dalla quale è impossibile uscire.
1. La pop art è una corrente artistica nata nella seconda metà degli anni Cinquanta negli Stati Uniti per poi diffondersi con successo anche in Europa negli anni Ses-santa. I principali esponenti di questa corrente furono Andy Warhol, Roy Lichtenstein, James Rosenquist e Claes Thure Oldenburg.
2. Il nome pop art è l’abbreviazione di “popular art”, per sottolineare come questa nuova corrente artistica traesse ispirazione da soggetti “popolari”, ispirati cioè dalla cultura di massa. Pubblicità, televisione, cinema, ma anche scaffali dei supermercati diventano i soggetti delle opere d’arte, come le celebri scatole di barattoli di salsa Campbell di Warhol, gli eroi del cinema e dello spettacolo o le immagini colorate dei fumetti.
Warhol pop art 13. Non a caso la pop art nasce proprio come reazione all’espressionismo astratto, corrente artistica nata negli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale, basata sull’esternalizzazione del sentire individuale dell’artista attraverso l’arte (es. Jackson Pollock, Mark Rothko). Gli artisti della pop arte invece, cercano ispirazione nella società del loro tempo e nella cultura di massa. Semplificando: se gli artisti espressionisti, attraverso l’arte raccontano se stessi e il proprio universo spirituale, gli artisti della pop art raccontano ciò che li circonda.
4. Come ogni corrente artistica, anche la pop art è figlia del suo tempo. Negli anni Cinquanta, sulle macerie lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale, stava nascendo una società che vedeva nella produzione di massa di beni di consumo e nelle moderne tecnologie domestiche (lavatrici, frigoriferi ecc.) un evidente segnale di progresso. La pop art sfrutta proprio le modalità di comunicazione e la filosofia della società dei consumi, trasformandole in arte, con un chiaro intento ironico e provocatorio.
5. Il re della pop art è sicuramente Andy Warhol, l’artista che più di tutti è riuscito a cogliere il cuore dell’America degli anni Sessanta, con i suoi miti e i suoi punti di riferimento. Le sue serigrafie prodotte in serie, che rappresentano attrici come Marilyn Monroe o prodotti industriali come i barattoli della zuppa Campbell sono un’ironica dimostrazione di come l’arte sia un prodotto “da consumare”. Come se fosse uscito da una fabbrica per entrare nelle case delle persone che hanno i mezzi per acquistarlo.
6. Altro grande esponente della pop art fu l’americano Roy Lichtenstein, che prendeva ispirazione dal mondo della pubblicità e dei fumetti. Le sue opere più famose si basano sull’ingrandimento di oggetti comuni tratti da pubblicità e fumetti fino a rilevarne la retinatura con i punti delle tinte primarie. I testi che spesso accompagnano le opere, uniti all’uso di colori decisi o del bianco e nero, rendono le sue opere semplici ma incisive.
7. Altri esponenti di spicco della pop art furono l’americano James Rosenquist che indaga il mondo della pubblicità, del cinema e della televisione con colori vivaci e decisi; George Seagal, famoso per i suoi candidi calchi in gesso e Claes Thure Oldenburg, che realizzò enormi sculture in gesso dipinto raffiguranti gelati, hot-dog o oggetti della vita quotidiana, per evidenziare la voracità del consumismo che sembra muoversi nella società con la forza devastante di un inesorabile gigante.
8. Se Warhol, Lichtenstein e Rosenquist furono i principali esponenti della pop art, probabilmente colui che fece da ponte tra l’espressionismo astratto e la pop art fu l’artista americano Robert Rauschenberg. Nei suoi celebri “combine paintings” (anni Cinquanta) Rauschenberg univa oggetti della quotidianità, frammenti di giornale e materiali urbani, trasformando le sue opere in chiavi di lettura della società.
9. Tornando indietro di qualche anno potremmo annoverare, tra i padri della pop art, anche l’artista americano Edward Hopper, capace di raccontare nei suoi dipinti il lato più autentico e pop della cultura americana di inizio Novecento.
10. Tra i “figli” della pop art ci sono sicuramente gli artisti di strada Keith Haring e Jean-Michel Basquiat, quest’ultimo scoperto proprio da Andy Warhol. Entrambi, con i loro graffiti, hanno raccontato la cultura popolare della New York anni Ottanta, fatta di asfalto bollente, consumismo esasperato e un’irrefrenabile energia che consumava tutto, come se non esistessero né passato, né futuro, ma solo un fugace presente da addentare come una mela matura.

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Il mondo enigmatico di GIOVANNI MASUNO

INCOMPIUTO 200X200
a cura di Svjetlana Lipanovic

La magnifica mostra personale di Giovanni Masuno intitolata “Leonardo scientifico” è stata inaugurata il 17 luglio 2018 presso lo spazio espositivo della Banca Fideuram San Paolo Invest in Via Cicerone, 54 a Roma. Rimarrà aperta fino il 20 settembre offrendo la possibilità unica di poter ammirare le 39 opere ispirate ai codici di Leonardo da Vinci. Il prof. Giammarco Puntelli ha presentato le splendide tele che racchiudono una ricerca minuziosa della storia effettuata dal pittore, per riuscire a rappresentare con le immagini visionarie le scoperte del genio fiorentino. Ogni quadro creato dal Maestro dove i simboli si intrecciano, racconta una storia magica ed affascinante immortalata con il sapiente uso dell’arte pittorica. Giovanni Masuno è un formidabile narratore, un instancabile ricercatore delle verità celate nel passato e nella mente umana. La sua formazione artistica si è perfezionata con Rinaldo Turati presso LA.BA di Brescia, mentre si è diplomato in modellato e scultura con Cesare Monaco e in disegno e pittura con Davide Castelverde presso la Scuola di Arti e Mestieri Ricchino di Rovato (BS). Negli anni successivi, da uomo curioso e colto si è appassionato alla psicologia e alle scienze umane che ha approfondito inserendo le sue esperienze e i risultati raggiunti nelle opere d’arte. Il Realismo spontaneo caratterizza i suoi dipinti eseguiti con la leggerezza dell’acquarello o con i colori più densi dell’acrilico. Alla mostra romana, oltre i quadri dedicati a Leonardo, sono visibili altre opere ispirate a personaggi eccezionali del passato ed inserite nel progetto “Genius”, con cui ha esposto nel 2018 a Firenze, Anghiari e fra poco a Vinci. L’artista residente nelle vicinanze dell’incantevole Lago di Garda ha esteso la sua ricerca artistica creando le sculture in ceramica raku, gran-fuoco e bronzo. Per il suo nuovo percorso nell’arte, è stato decisivo l’incontro con Mario Pavesi pittore e scultore, allievo del grande scultore Henry Moore. Il lavoro creativo del Maestro è accompagnato anche con l’insegnamento della Leonardo Machiavellico 100x80pittura ed acquerello negli spazi dell’Associazione Culturale Larice di Brescia di cui è uno dei soci fondatori. L’anno 2017 è stato particolarmente significativo per le diverse mostre organizzate dal prof. Puntelli con un nome comune “Master Class di Infinity”, che hanno visto la partecipazione di Masuno al Palazzo Ducale di Sabbioneta, alla Galleria Pall Mall di Londra, alla Galleria Naive e Sebastian Art Gallery a Dubrovik in Croazia.
Per capire meglio il suo universo pittorico avvolto nelle atmosfere misteriose sono significative le afferma- zioni del Maestro: “Sono da sempre grande appassionato di storia, simbologia, culture dei popoli e discipline psicologiche, riguardanti le scienze umane; da qui nasce la mia profonda esigenza di esprimere in arte l’attuale degrado morale e la perdita d’identità dell’essere umano. Convinto che solo la cultura possa “salvare l’umanità”, ho iniziato un percorso artistico dapprima portando alla luce grandi personalità del passato fino ad arrivare alla rappresentazione del decadimento dei valori dell’attuale società. Ho scelto la pittura perché è il linguaggio artistico che più mi rappresenta; nelle mie opere fondo i vari stili, partendo dalla figurazione classica fino ad arrivare all’espressionismo astratto, e uso il colore per dare un forte impatto emozionale. L’obbiettivo finale della mia ricerca artistica è arrivare all’“essenza” per rappresentare concetti filosofici complessi. Il mio lavoro artistico è per me una “necessità esistenziale”.
05 NIKOLA TESLA 120x100Il prossimo appuntamento con il mondo enigmatico di Giovanni Ma- suno è previsto per il 29 settembre 2018 presso la grande Moschea di Roma, dove sarà organizzata la mostra collettiva che parlerà della pace e della fratellanza tra i popoli.
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Eternal City

…uno scrigno di bellezze!

Roma nella collezione fotografica del RIBA… Royal Institute of British Architects.
Eternal Novelli
Nel Monumento a Vittorio Emanuele II, meglio conosciuto con il nome de Il Vittoriano, nella Sala Zanardelli, è tutt’oggi in corso e fino al 28 ottobre p.v., la suggestiva mostra che espone duecento fotografie che ritraggono Roma tra la metà dell’Ottocento e l’età contemporanea; foto appartenenti alla collezione del Royal Institute of British Architects di Londra. Curatori della mostra sono Gabriella Musto che è anche direttrice del Vittoriano, e Marco Iuliano, in collaborazione con Valeria Carullo, e a sua volta per il RIBA, quella della Robert Elwall Photografs Collection da cui provengono tutte le opere. La mostra ha lo scopo di ricostruire l’immagine della città eterna e attraverso una immaginaria lente del Grand Tour, il visitatore può osservare la spettacolare città con gli occhi del mondo anglosassone condividendone gli sguardi iconici ma anche desueti e profondamente evocativi. Roma da sempre ha stimolato l’immaginazione collettiva, specie tra gli stranieri, creando suggestioni indimenticabili; possiamo affermare con eternal 4certezza che, da sempre, la città di Roma, vestita del suo fascino per antonomasia, ha stimolato l’immaginazione collettiva, è stata infatti soggetto ideale per pittori e incisori fin dal Rinascimento, mentre la fotografia ha avuto il suo sviluppo quando “si fa l’Italia”, contribuendo con la sua tecnica ad alimentare quell’aura da cui Roma è avvolta già dai secoli precedenti. In mostra sono esposte immagini principalmente di pittori/fotografi che, nelle prime uscite di gruppo, sistemavano le loro macchine fotografiche negli stessi luoghi, rendendo pertanto complessa l’attribuzione. Vediamo infatti che l’iconica scalinata di Trinità dei Monti ripresa da Via Condotti, o caso ancor più ricorrente il Foro, sono ripetutamente ripresi da punti di vista condivisi da tutti i primi fotografi, con delle varianti davvero minime, quasi indistinguibili. eternal 5Ricorrente, in questo viaggio romano che abbraccia un arco temporale che va dal romanticismo al neorealismo, è il Monumento a Vittorio Emanuele II, con il suo aspetto architettonico di grande impatto… e non solo visivo ma anche simbolico e politico della città eterna. Il RIBA, ovvero il Royal Institute of British Architects fondato nel 1834, oltre ad assere un importante ordine professionale, ambisce anche a promuovere l’educazione alla qualità dell’architettura, sia dentro che fuori la Gran Bretagna ed annovera nella sua collezione fotografica 1,7 milioni di immagini. Le foto selezionate ed esposte in mostra sono accumunate da uno sguardo ampio, molto attento sia al dettaglio archeologico che al paesaggio, passando per la scala intermedia dell’architettura. Fatta eccezione per alcune immagini dei fondi dell’Architectural Press Archive, sono stati proposti esclusivamente scatti fotografici Eternal 1britannici, fino ai giorni nostri: James Anderson, Tim Benton, Richard Bryant, Ralph Deakin, Ivy and Ivor de Wolfe, Richard Pare, Monica Pidgeon, Edwin Smith. Questa interessantissima esposizione, promossa ed organizzata dal Polo Museale del Lazio, di cui Edith Gabrielli è direttrice, è anche inserita nella ricca kermesse artistica di ArtCity 2018… grandi emozioni da osservare, da vivere… da ricordare!







Eternal 3
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Nel segno della Musa - "Sergio Monari"

Le interviste di Marilena Spataro

“Ritratti d’artista”
Maestri del ‘900

Sergio Monari
Una poetica proustiana. E una ricerca artistica che partendo dalla forma si fa elemento rivelatore del segreto della materia, in una illuminazione epifanica e armoniosa dell'esistenza

Affabulatore2015carbonioPittore, scultore, docente all'Accademia di Belle Arti. Un profilo d'artista articolato e di lungo corso. Quanto é importante e che posto occupa l'arte nella vita di Sergio Monari?
«Ho sempre pensato che l'arte fosse un modo, forse il più nobile, di raccontarmi. Dare forma a quella parte di me che non conosco fa parte del segreto materico. Il corpo esce dall'ombra. Epifania e stupore si rinnovano e mi conducono ad un'armoniosa comprensione dell'esistere».
Come ricorda gli anni del suo esordio artistico. Quali erano al tempo le figure di riferimento nell'ambito delle arti visive?
«Non esistevano figure, ma idee. Dopo le avanguardie, l'artista viveva senza referenti, senza sociale, senza tempo geografico e spazio lineare. Era un periodo di grandi fermenti e sperimentazioni, si trattava di costruire su queste incertezze. Gli artisti più avvertiti opponevano un sapere della sopravvivenza, individuando uno spazio di trasformazione in quelle che saranno le neo avanguardie».
Oggi come vive e come si pone con il suo lavoro rispetto al mondo dell'arte contemporanea?
«Oggi ognuno di noi si sente un “altro”, un disguido temporale rispetto agli eventi, che ci circondano e ci sorpassano. Sentiamo di essere una combinazione provvisoria di elementi eterogenei, un'espressione dei modelli della pluralità della nostra esistenza politeista. Non ci sentiamo mai a casa: qualcosa di noi non lo è più, qualcosa non lo è ancora».
Antidoto al tempo2008resinaLe sue sculture presentano un fascino antico, non di rado enigmatico e contengono citazioni colte il cui senso poetico ed estetico sembra arrivare da un tempo e da luoghi remoti. Quali le matrici culturali e formali della sua opera scultorea?
«Il mio operare non si pone più in nessuno dei luoghi dove prima la scultura soleva darci appuntamento. La ricerca diventa dunque esclusiva, radicale, siamo obbligati ad apprendere il segreto delle sue origini: il punto vivo, pulsante, dove è dapprima l'evento mentale, che segna l'inizio della creazione, poi la multi temporalità della psiche che viene ricondotta ad immagine tridimensionale, si riconosce un sopra di storia che si plasma, e un sotto di stratificazioni dell'inconscio».
Qual è il fil rouge che lega il suo lavoro in pittura e in scultura e che consente di coglierne al meglio l'essenza?
«Non esistono differenze nell'operare, tutto il mio lavoro nasce, al di là della tecnica, dall'esigenza di dare forma a ciò che conosciamo e ciò che è inconoscibile, forme che si esprimono e si nascondono in eguale misura ed entriamo in contatto con i misteri irrisolti della nostra stessa esistenza».
Quali le sensazioni che l'accompagnano quando comincia a creare l'opera?
«L'insormontabile rapporto col tempo, nell'individuarne l'origine si costituisce come lo sforzo di ritrovare l'identità, forse la storia dell'essere in ciò che esso è. Nel centro più silenzioso delle parole, nel ripetersi di forme più vecchie di ogni memoria, è possibile trovare l'appiglio per ripercorrere il racconto e riappropriarsi di cronologie dimenticate».
In questo momento qual’é il linguaggio artistico che meglio le consente di rappresentare la sua poetica e la sua visione del mondo?
«L'uomo è il reale protagonista della mia poetica, come il grande tema del tempo, inteso tuttavia come tempo piegato a cerchio attorno all'uomo e alla sua esistenza. Un tempo che non conosce interruzioni, fratture, cesure, ma soltanto passaggi, attraversamento significa cambiamento e accettazione».
Come vede il futuro delle arti figurative tradizionali in un'epoca in cui l'arte digitale si va imponendo sempre più prepotentemente?
«Il mercato dell'arte ha creato un bisogno che ha modificato il tempo, più si produce più si vende, l'arte digitale corrisponde a questo. Più che puntare su una qualche forma di autenticità, sembra il frutto scontato degli stessi meccanismi dei cosiddetti beni di consumo; oppure nel migliore dei casi, rischia di essere il risultato di un ambiente altamente autoreferenziale. Omaggio alla lentezza del fare, questa vive fuori dall'accelerazione storica che è una specie di fuga dalle idee».
Quale il suo giudizio da artista e da docente su questi nuovi linguaggi espressivi e sulla tendenza a utilizzare tout court le tecnologie nel campo delle arti visive?
«Una ricerca che non può radicare se stessa da nessun luogo, giusto per questa sua necessità di rinnovarsi, necessità questa che sarebbe anche sacrosanta, se non arrivasse a sostituire l'artista con qualcosa di molto simile all'art director, come se il sistema dell'arte fosse diventato un'agenzia pubblicitaria».
Orante abito orti2012carbonioQuali gli appuntamenti artistici e culturali che più la coinvolgono in questo periodo e quali i progetti futuri su cui sta lavorando?
«Il disincanto nei confronti del mondo dell'arte fa parte ormai del mio essere, partecipo a mostre senza ansie, senza aspettative che non siano quelle gradite dei complimenti di chi stimo e di coloro coi quali ho rapporti di vera amicizia. Stare ai margini del sistema significa in definitiva non esserci immersi, e perciò avere il tempo, il distacco e la lucidità per la scelta».
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Il fascino delle asimmetrie congruenti

Verso una nuova teoria estetica

di Roberto Grandicelli

Il saggio – Ripercorrendo la teoria estetica e la diversa accezione che viene attribuita al concetto di simmetria nel corso dei secoli per le diverse discipline, viene formulato il concetto di «asimmetria congruente» individuando nel codice estetico coniato da Marie-Jeanne Bècu, contessa Du Barry (Fig. 1), la chiave attraverso la quale rivisitare le leggi della buona forma.
La teoria estetica – Che la bellezza sia stata associata, nel corso dei secoli, al concetto di simmetria è un fatto. Il tentativo dell’uomo di divenire a leggi della buona forma trova riscontro già nel 450 a.C. quando lo scultore Policleto, nel trattato “Il Canone” (considerato il primo trattato che provò a fissare i parametri estetici della bellezza e dell'armonia), asseriva che “La bellezza è intimamente legata alla simmetria”. Nel seguito (15 a.C.), anche Vitruvio, Grandicelli 5nel trattato “De Architettura” (Fig.2), Grandicelli 4attribuisce al concetto di bellezza la medesima accezione: “[…] l'aspetto dell'opera sarà piacevole per l'armoniosa proporzione delle parti che si ottiene con l'avveduto calcolo delle simmetrie”. Nel 1933 il matematico statunitense George David Birkhoff (Fig. 3) teorizzò addirittura la Mathematical approach to aesthetics, mettendo direttamente in correlazione l’ordine di simmetria, in rapporto alla complessità dell’insieme. L'esercizio di affrontare l'aspetto dal punto di vista deterministico risultò ovviamente labile in relazione alla soggettività nel definire la complessità di un'opera. Per molti secoli un assoluto esempio di perfetta proporzionalità della figura umana è stato rappresentato proprio dal Doriforo di Policleto (Fig. 4,5) nel quale lo scultore greco, per primo, impose addirittura un secondo asse di simmetria, introducendo la figura del chiasmo (Fig. 6). Ben più tardi, nel Rinascimento, così come l'uomo di Vitruvio verrà adottato da Leonardo da Vinci (Fig. 7), quale simbolo di armonica proporzione, il chiasmo policleteo verrà riscoperto e ripreso da Michelangelo per la realizzazione del David (Fig. 8). In una visione del tutto antropocentrica, la proporzione della figura umana è stata dunque assunta ad archetipo del concetto di buona forma. Nel 1948 l'architetto svizzero Le Corbusier, padre del movimento moderno, pubblicò “le Modulor” (Fig. 9), un riferimento dimensionale ottenuto dalla scomposizione scalare della figura umana al quale poter ricondurre qualsivoglia oggetto o costruzione, coniugando efficacemente funzionalità ed armonia estetica. La simmetria, intesa come sinonimo di proporzione. Questa accezione in effetti la ritroviamo nell'etimologia stessa del termine “simmetria”:
Grandicelli 6Grandicelli 7Nell'associare al termine “simmetria” il concetto di ordine e proporzione, possiamo però notare come, già nella definizione, si richiami, non solo la relazione biunivoca fra le singole parti, bensì anche la relazione che esiste fra le singole parti e l'insieme. Questa duplice correlazione affonda le sue radici già nel terzo secolo d.C. laddove Plotino così ne implicava la relazione: “Tutti affermano che la bellezza visibile nasce dalla simmetria delle parti, l'una in rapporto all'altra, e ciascuna in rapporto all'insieme; dunque la bellezza di tutti gli esseri è la loro simmetria e la loro misura”. In questa locuzione potremmo leggervi, con straordinaria anticipazione, quanto scoperto da Fibonacci (Fig.10) nel XIII Secolo (ci riferiamo, in particolar modo, al concetto di autosomiglianza di cui tratteremo più avanti) allorquando, cercando di trovare una legge matematica che descrivesse le casistiche di crescita di una popolazione di conigli, si accorse che la sequenza numerica derivante era quanto mai particolare (Fig.11).
I numeri di questa serie infatti (1,1,2,-3,5,8,13,21…) (Fig.12), singolarmente o in quell’esatta sequenza, erano spesso riscontrabili in natura in relazione ad altri fenomeni, ad esempio: la disposizione delle foglie lungo uno stelo, il numero di petali di un fiore o il numero di spire di una pigna o di un ananas, il numero di semi di un frutto, ma anche i cristalli di un fiocco di neve, le ramificazioni di un fulmine, le punte di una stella marina, un nido d’ape o semplicemente le spirali di una conchiglia (Fig.13). Anche nell’arte, così come nella musica, possiamo riconoscervi la serie di Fibonacci proprio in ragione del concetto di proporzionalità. In architettura la ritroviamo, ad esempio: nella realizzazione delle piramidi di Giza, nel Partenone, nel Grandicelli 8Fig 7Colosseo, a Castel del Monte e Piazza San Pietro, nel Taj Mahal, e, più recentemente, nella torre Eiffel, nel Pentagono, e nei grattacieli del World Trade Center (Fig.14). Il rapporto che lega ciascun numero della serie al precedente è un numero irrazionale (1,618033…) noto nel XV Secolo con l’appellativo di “Divina Proportione” (“Summa de Arithmetica, Geometria, Proportioni e Proportionalità”, Luca Pacioli); un rapporto particolare che permette di realizzare il rettangolo aureo, ovvero quel rettangolo le cui proporzioni lo rendono il rettangolo perfetto (Fig.15). La relazione che lega la base all’altezza del rettangolo aureo, porta in seno il concetto di autosomiglianza. Questo fa sì che, come per un frattale, si creino figure dotate di omotetia interna: ovvero che si ripetono nella medesima forma su scale diverse per cui, ingrandendo una qualunque sua parte, si ottiene sempre la figura originale (Fig.16). Viceversa, da una singola parte (e qui ci ricolleghiamo all’affermazione di Plotino) è possibile determinare il tutto, ovvero l’insieme.
La simmetria – Ma simmetria, per come la conosciamo noi oggi, non è unicamente sinonimo di proporzione bensì, ergo soprattutto, di uguaglianza. Nicoletta Sala, nel saggio “Matematica e Arte: Simmetria e rottura di simmetria” ci dice che “[…] alla nozione “antica” di simmetria si sovrappose una visione “moderna”, fondata non più su rapporti di proporzione, ma su un rapporto di uguaglianza tra le parti di una figura.” In realtà (e questa è la ragione del virgolettato) la simmetria la ritroviamo addirittura in tempi preistorici nei Dolmen (Fig.17) (non foss’altro per la simmetrica ripartizione del carico) e, in maniera ancor più evidente, la possiamo riconoscere nella “porta dei leoni” di Micene (Fig.18). Ma la nozione “moderna” di simmetria, nasce nei primi decenni del XIX Secolo quando il matematico francese Evariste Galois introdusse un nuovo strumento matematico che riguardava la classificazione delle equazioni algebriche e che consentì di “misurare” il grado di simmetria delle soluzioni di un’equazione algebrica. Romanticamente, l’anello di congiunzione fra casuale e scientifico, possiamo forse individuarlo nel palazzo dell’Alhambra a Granada (Fig.19). I diversi fregi ornamentali che vanno a comporre i mosaici, sono esattamente le sette tipologie scientificamente possibili (Fig.20) e sono disposti nei 17 gruppi di simmetria che scientificamente è possibile realizzare (Fig.21a/b). Se, nel corso dei secoli, la simmetria ha dimostrato di rappresentare, a giusto titolo, uno dei principali canoni di bellezza, vediamo ora di indagare il perché di questa ancestrale associazione. Il filosofo Karl Popper, nel testo “Conoscenza oggettiva”, (Armando Editore, 1975) sostiene quanto segue: “Prima negli animali e nei bambini, ma più tardi anche negli adulti, ebbi a osservare la potenza immensa del bisogno di regolarità: quel bisogno in forza del quale essi ricercano le regolarità”. Anche Ian Stewart e Martin Golubitsky, nel testo “Fearful Symmetry. Is God a Geometer?” (Bollati Boringhieri editore, 1995), affermano che “l’uomo ricerca istintivamente la regolarità”. La risposta dunque è che l’uomo cerca di ascrivere la realtà a leggi note che gli consentano di comprendere induttivamente il contesto nel quale si muove. Questa confidenza restituisce sicurezza e tranquillità ma non solo: gli permette di prevedere, per associazione di idee e mediante approccio deduttivo, ciò che ancora direttamente non conosce. “Ripetizione e mol- tiplicazione, due parole semplicissime. Tuttavia la totalità del mondo che è possibile percepire attraverso i nostri sensi conoscerebbe una disintegrazione caotica se non potessimo riferirci a queste nozioni [...]”, sostiene lo storico dell'arte, Ernest Gombrich, nel testo “The Sense of Order” (Phaidon editore, 1995). Comprese le ragioni per cui la simmetria è un canone di bellezza, quale ruolo gioca la non-simmetria?
fig 22 cFig. 22L’asimmetria - Lo storico dell'arte Dagobert Frey sostiene che: “Simmetria significa riposo e vincolo, asimmetria movimento e rilassamento, una ordine e diritto, l'altra arbitrarietà ed incidente, una rigidità formale e vincolo, l'altra vita, gioco e libertà.” Anche lo psicologo Rudolf Arnheim asseconda la medesima dicotomia: “Simmetria significa riposo e collegamento, asimmetria significa movimento e distacco. Ordine e legge da una parte, arbitrarietà e possibilità dall'altra [...]”, ed ancora: “Ad un estremo... la rigidità del blocco totale; all'altro... la mancanza di forma altrettanto terrificante del caos”. In queste locuzioni la non-simmetria è fig. 22 dFig. 22 bsistematicamente posta in antitesi. Ma non è sempre letta in contrapposizione. Il filosofo Theodor Adorno, sostiene che “In campo artistico, l'asim- metria può essere colta solo in relazione alla simmetria” e così anche il compositore Roman Vlad afferma che “l’intuito ha bisogno della ragione per sprigionarsi, un po’ come l’asimmetria ha bisogno della simmetria per la sua ragion d’essere”. Coniugando le due anime, conveniamo che, in assenza di assi di simmetria, è spurio parlare di non simmetria (ne consegue che il caos è assenza di simmetria o, se vogliamo, eccesso di asimmetria, per cui non è più possibile scorgere la simmetria al quale riferirsi). Ecco allora che la non-simmetria non è da intendersi come negazione della simmetria bensì come dimostrazione della sua stessa esistenza, pur rappresentandone l’antitesi. Nella ricerca del bello, è dunque preferibile l’assoluta simmetria oppure la non simmetria gioca comunque una parte attiva? Chris McManus, professore di Psicologia presso l’University College di Londra, nel saggio “Simmetria e Asimmetria in Estetica e nell'Arte”, sottolinea come “la simmetria pura sia in qualche modo troppo dura, troppo rigida e diversa dalla natura delle persone”. Immanuel Kant, ha commentato come: “Tutte le regolarità rigide (come le trame matematiche) sono intrinsecamente ripugnanti al gusto, in quanto la loro contemplazione non ci offre piaceri durevoli... e ci stanca quasi subito”. Anche Ernest Gombrich era dello stesso avviso, vedendo la banalità all'interno della simmetria: “Una volta che abbiamo colto il principio di ordine, siamo in grado di imparare le cose a memoria [...] Abbiamo facilmente visto abbastanza, perché non sorprende più, in modo che, simmetria e asimmetria sono visti come, una lotta tra due avversari di pari potenza, il caos informe, su cui abbiamo le nostre idee, e la forma troppo monotona, che illuminiamo di nuovo accenti”. Condividiamo allora la conclusionale del saggio “La simmetria” di Vilma Torselli quando asserisce che “L'asimmetria è una forma di trasgressione alla norma che tiene desta l'attenzione dell'osservatore, è un continuo attentato ai nessi logici tradizionali, è sollecitazione ad andare oltre, è destrutturazione della banalità, è il modo per vedere con occhi nuovi verità scontate, ma è anche, per quanto paradossale possa sembrare, ricerca di equilibrio nell’irregolarità”. Nella ricerca del bello, la simmetria è condizione necessaria ma non sufficiente: il bello deve essere esaltato, sublimato, reso compiuto dal conferimento di fascino. Per questa ragione si deve ricorrere all’introduzione della non simmetria. In quale misura? Il lavoro condotto dal fotografo Alex John Beck dal titolo “Both Side Of”, ripropone la simmetria nel portrait, dimostrando l’artificiosità della perfezione (Fig.22a/b/c/d). I volti rappresentati nelle figure 22a/b/c/d, altro non sono che l’unione delle singole metà di ciascun viso (la parte sinistra con la parte sinistra e la parte destra con la parte destra). Questo singolare esercizio ci porta a concludere che la perfetta simmetria da sola non paga ma anche che, le fisiologiche asimmetrie che ciascun viso presenta, in via generale non costituiscono, di per se, elemento di fascino. Le asimmetrie congruenti - Qual è la teoria estetica che pone in giustapposizione il bello conferito dalla simmetria ed il fascino esercitato dalla non simmetria? Ernest Gombrich, sempre nel testo “The Sense of Order”, afferma che “Il disturbo della regolarità, come una crepa in una compagine levigata, agisce per l'occhio come un magnete e così può fare una regolarità inaspettata in un ambiente casuale”. Dunque un’asimmetria desta inte-resse e fascino allorché capace di sposta- re il peso visivo dall’asse di simmetria. Parlando di fascino, la letteratura ci impone di prendere a riferimento il codice estetico coniato da Marie-Jeanne Bècu, contessa Du Barry, la quale procedette alla normazione dei diversi “modi di fascino” conferiti alla persona in relazione alla posizione dei nei nel viso, producendone una didascalica, ancorché precisa, mappatura (Fig. 23). Il conferimento del fascino è ottenuto mediante la presenza, ol’introduzione (un neo posticcio), di un elemento di puntuale distonia in un contesto di perfetta simmetria ed assolverà alla funzione di spostare il peso visivo dell’immagine percepita dall’osservatore, dall’asse di simmetria. Possiamo allora definire un’asimmetria “congruente” (ovvero in piena coerenza con la propria definizione) allorché generata da un elemento di puntuale distonia, in un contesto di perfetta simmetria. Ed allora trova suffragio il teorema “fascino = asimmetria congruente”, per cui l’equazione “bellezza = simmetria”, non sarà più il fine bensì il mezzo, laddove il bello vorrà esaltato è reso compiuto.

Bibliografia
Alice Mortali, Guida alla Parigi di Maria Antonietta, Mursia Editore, 2015
Karl Popper, “Conoscenza oggettiva”, Armando Editore, 1975
Ian Stewart, Martin Golubitsky, “Fearful Symmetry. Is God a Geometer?”, Bollati Boringhieri Editore, 1995
E. H.Gombrich, “The Sense of Order”, Phaidon, 2010

Nicoletta Sala, “Matematica e Arte: Simmetria e rottura di simmetria”
D. Frey, “Zum Problem der Symmetrie in der bildenden Kunst, Studium Generale”
R. Arnheim , “New essays on the psychology of art”
Chris McManus, “Simmetria e Asimmetria in Estetica e nell'Arte”
Vilma Torselli, “La simmetria”
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