Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Surreali espressioni


Mostra personale di Leonardo Niola

dal 29 settembre al 5 ottobre 2018

 

Inviti NiolaLeonardo Niola nasce a Roma il 26 maggio 1991. Fin da bambino manifesta una forte passione per il disegno. Inizia gli studi presso il liceo artistico, dove rimane affascinato dallo studio della prospettiva e delle ombre, dalle teorie del colore e della percezione visiva. Continua la sua sperimentazione da autodidatta, sviluppando un proprio stile personale surrealista influenzato dai maestri quali Ernst e Dalì. Approda infine giovanissimo alla pittura ad olio, affascinato dalla possibilità di raggiungere una maggiore profondità del colore, delle ombre, e delle luci, convinto che sia lo strumento migliore per dare forma alle proprie visioni. Da allora il suo percorso artistico lo ha portato a confrontarsi con molti artisti partecipando a numerose mostre interessando il pubblico e la critica e soprattutto ha preso coscienza della strada artistica da percorrere. L’indubbia serietà, caparbietà e precisione nello svolgere il proprio lavoro lo si vede in particolar modo nei dipinti dal gusto surreale, esteticamente avvincenti e convincenti, dove lo sguardo dell'osservatore riesce a “godere” della prospettiva di spaziose campiture in atmosfere forti, dal segno deciso, soprattutto nelle figure dove si potrebbe riscontare una accentuazione delle tonalità che sicuramente il pittore realizza di proposito. Anche se pur ancora molto giovane può aspirare a poter coabitare nel panorama artistico con i grandi Maestri e con questa mostra personale alla Galleria Ess&rrE al Porto turistico di Roma, Niola vuole proporre gli ultimi lavori da presentare ai collezionisti, ai suoi seguaci nonché ai semplici curiosi per confrontarsi direttamente e carpire nuovi stimoli per seguire la sua idea di pittura che siamo sicuri lo porterà a raggiungere traguardi importanti che fino a poco tempo fa lui stesso pensava irraggiungibili…

 

Galleria Ess&rrE – Porto turistico di Roma – Locale 876

00121 Ostia – Roma Tel. 06 42990191 – cell. 329 4681684

www.accainarte.it - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

La poesia nelle tele

La Galleria Ess&rrE dal 15 settembre alle ore 17 inaugura la mostra

“La poesia nelle tele”

Esposizione di arte contemporanea dedicata a tre artiste completamente diverse per tecniche e soggetti. Circa venti opere che evidenziano le peculiarità di ognuna nel proporre lavori che stanno riscuotendo un importante interesse nel panorama artistico nazionale.

Elena Cappelletto, trevigiana dove vive e lavora, dipinge utilizzando prevalentemente tecniche miste, con colori ad olio, acrilici e pastelli acquerellabili. Irriunciabile nelle sue opere l’utilizzo di applicazioni in foglia oro o argentea per la realizzazione di sfondi e dettagli ovvero inserite secondo forme irregolari e quasi casuali. Si dedica alla pittura ritraendo figure femminili con una spiccata ispirazione a Klimt, mentre nella sezione astratta ama contrapporre le sue “Butterfly” in una sintesi di figurativo ed informale.

Sabrina Golin, nata a Johannesburg da genitori italiani e vicentina d’adozione sperimenta varie tecniche entrando nel mondo professionistico artistico con colori vitrea su vetro, acciaio e plexiglas. L’unicità della tecnica pittorica trasmette in tutte le sue opere delle emozioni che racchiudono nella sua anima scenari da sogno. Intraprendente e dinamica ha partecipato a numerose importantissime mostre internazionali affiancando le sue creazioni a nomi del calibro di Dalì, Warhol, Picasso e Rodin.

Mirella Scotton, veneta doc dove vive e lavora proporrà alcune opere con lo sfondo della città eterna nella particolarità che la sua tecnica riesce a trasmettere con le magiche atmosfere soffuse.

Le sue opere imprimono immediatamente un particolare sentimento misto a suggestione, nostalgia e sentimento che con le innate capacità tecniche riesce a trasmettere portando il fruitore in un onirico viaggio nella pittura. Un’artista notevolmente apprezzata anche dai numerosi critici che hanno scritto di lei.

Dal 15 al 21 settembre  2018 in mostra alla Galleria Ess&rrE al Porto turistico di Roma – locale 876
00121 Roma – tel. 06 42990191 – 329 4681684 – galleria Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

CIRO PALUMBO La forza degli dei e degli eroi

Palumbo 2PAlumbo 3Tra Metafisica e Surrealismo si è sempre risolta la dicotomia estetica di Ciro Palumbo che è un solido pittore la cui tecnica e il cui virtuosismo risplendono manifesti in tele di algida compostezza formale e al contempo di raffinato lirismo. La sospensione del soggetto, quasi sempre una figura immersa in un paesaggio onirico, è data dal tema, spesso di natura mitologica, che ne esalta la natura archetipica allontanandolo dal presente stretto e riconducendolo nel tempo presente assoluto, una sorta di presente gnomico, di sentenziosa forza, che comprende passato e futuro.
Così i suoi lavori appaiono in una dimensione altra, al di là della fisica, una dimensione appunto metafisica che costringe lo spettatore ad interrogarsi, in una sorta di cortocircuito cognitivo, in uno spaesamento perenne aumentato dalla - in apparenza - tranquillizzante dimensione trasognante dei colori. Nell'ultima produzione Palumbo aggiunge l'elemento pop, con un'ironia quasi situazionista, spiazzante, che riattualizza nella contemporaneità dei ed eroi facendoli precipitare dall'Olimpo fin dentro la comunicazione di massa dove Achille può ben essere scambiato per Superman e viceversa.
Angelo Crespi

Sono ormai numerose le personali di rilievo di Ciro Palumbo, visitabili in Italia e all'estero e sono ancor più numerose le sue opere presenti sul mercato e in tante prestigiose collezioni. Questo è un dato di fatto ed è proprio con i dati che oggi si analizza l'andamento culturale di un artista. Più è presente sul mercato, nelle gallerie, nelle collezioni e tanto più vuoI dire PAlumbo 4che è riuscito a fare breccia nell'animo del pubblico. Un artista deve da sempre essere riconoscibile. Questo concetto ci porta a pensare che nell'arte, tutto possa essere definito secondo un'ideologia Pop e quindi popolare. Ecco che l'artista diventa icona o quanto meno lo diventano le sue opere, il suo linguaggio artistico. C'è una sorta di evoluzione nella pittura di Palumbo che, partendo dai suoi classici temi metafisici, che si accostano ora al mitologico e ora all'immaginario contemporaneo, arrivano oggi alle riconoscibilissime icone super Pop dai superPoteri.
È da qui che nasce l'idea di accostarsi al progetto StArt di Mondadori Retail che propone nuove icone Pop nei suoi Store della città di Milano, anche se solo per la preview e conferenza stampa prevista per il 23 ottobre. Il 27 ottobre invece, The strength of gods and heroes (la forza degli Dei e degli eroi), vede il suo opening allo Stadio di Domiziano che, quasi per atto dovuto, incornicia perfettamente i personaggi di Palumbo tra le antiche mura romane di 2000 anni fa. Ruffiana esibizione di romanitiche icone che facilmente colpiscono l'animo di chi guarda? No! Palumbo è un preciso mediatore di una realtà contemporanea, fatta di colore e simboli, bisognosa però di quegli angoli di sicuro rifugio della memoria che solo il Classico può darci. È il connubio a vincere.
Amedeo Demitry

Palumbo 55Ciro Palumbo
THE STRENGTH OF GODS AND HEROES
La forza degli dei e degli eroi
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MILANO
ST ART Mondadori Megastore Piazza Duomo 23 ottobre -11 novembre 2018


ROMA
Stadio di Domiziano Piazza Navona 27 ottobre - 25 novembre 2018

a cura di Angelo Crespi
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INFO
www.canovarte.it
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PICASSO Metamorfosi

Palazzo Reale, Milano Dal 18 ottobre 2018 al 17 febbraio 2019

“Se tutte le tappe della mia vita potessero essere rappresentate come punti su
una mappa e unite con una linea, il risultato sarebbe la figura del Minotauro”.
Pablo Picasso, Minotauromachia (1935)

A cura di Silvana Gatti

3. PICASSO Busto di donna1L'autunno milanese si apre con la mostra Picasso Metamorfosi in programma dal 18 ottobre a Palazzo Reale. Artista di fama mondiale, in questa rassegna il suo percorso artistico viene affrontato da una particolare prospettiva che analizza il suo rapporto con il mito e l’antichità.
Promossa e prodotta da Comune di Milano - Cultura, Palazzo Reale e MondoMostreSkira, la mostra è curata da Pascale Picard, direttrice dei Musei civici di Avignone. Il progetto, tappa milanese della grande rassegna europea triennale Picasso-Méditerranée, promossa dal Musée Picasso di Parigi con altre istituzioni internazionali, presenta circa 200 opere tra lavori di Picasso e opere d’arte antica cui il grande maestro si è ispirato, provenienti dal Musée National Picasso di Parigi e da altri importanti musei europei come, tra gli altri, il Musée du Louvre di Parigi, i Musei Vaticani di Roma, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Musée Picasso di Antibes, il Musée des Beaux-Arts di Lione, il Centre Pompidou di Parigi, il Musée de l’Orangerie di Parigi, il Museo Picasso di Barcellona. Il progetto continua il percorso di approfondimento sull’artista intrapreso da Palazzo Reale nei decenni, ciclo di eventi su Picasso che ha cementato il rapporto tra il maestro spagnolo e Milano sin dall’esposizione di “Guernica” nella Sala delle Cariatidi nel 1953; seguì, a distanza di un cinquantennio, una grande antologica nel settembre 2001, organizzata con la collaborazione degli eredi dell'artista; infine la rassegna monografica del 2012, che documentò l’ampio spettro di tecniche e mezzi espressivi che caratterizzano la produzione dell’artista spagnolo.
In questa rassegna sarà l’antichità nelle sue diverse espressioni artistiche ad essere reinventata nelle opere di Picasso. Nelle sei sezioni della mostra i visitatori vedranno le opere del grande artista accostate a quelle di arte antica - ceramiche, vasi, statue, placche votive, rilievi, idoli, stele - che lo hanno ispirato e profondamente influenzato. L’arte di Picasso parte dalla formazione classica, avendo incamerato gli archetipi della storia dell’arte, da cui la sua genialità estrapola forme idonee alla metamorfosi del linguaggio artistico verso nuove strade già aperte da Ingres e Rodin.
Il percorso della mostra si apre con il confronto dei tre artisti sul tema del bacio, con alcuni dipinti di Picasso affiancati a due opere emblematiche: “Il bacio” di Rodin e “Paolo e Francesca” di Ingres.
1. PICASSO Il bacio1“Il bacio” di Auguste Rodin nasconde una storia struggente. L’artista ha infatti immortalato Paolo e Francesca, gli amanti per eccellenza, citati nel canto V dell’Inferno di Dante. Amanti clandestini, furono sorpresi dal marito di lei che li uccise. Nell’episodio infernale è solo Francesca a parlare a Dante, mentre Paolo piange al termine del racconto della donna. Le due anime volano affiancate nella bufera che trascina i corpi dei lussuriosi in eterno. Nel 1887 Rodin espone per la prima volta a Parigi alla galleria Georges Petit, poi a Bruxelles, il gruppo del Bacio, commissionato dallo Stato nel 1888 in marmo, per l’Esposizione universale del 1889. Realizzato con la tecnica michelangiolesca del “non finito”, Rodin ha donato ai corpi, nudi e avvinghiati l’uno all’altra, una tale potenza che la materia sembra prendere vita. Il visitatore viene rapito dalla bramosia delle mani che affondano nella carne, braccia che cingono i corpi e bocche che si uniscono in un bacio appassionato. I volti non sono definiti e la loro individualità viene assorbita da questa fusione che li vede figli dello stesso blocco di marmo. Mentre Dante dà ai due innamorati un nome, Rodin li raffigura con il volto nascosto, affinché ognuno di noi possa immedesimarsi. Ingres dedica all’episodio dantesco di Paolo e Francesca diverse opere che contengono una nuova concezione del concetto di passione amorosa. Ingres segna, di fatto, nella storia del costume amoroso e dell’arte, il cambiamento dell’idea di passione e dell’etica sentimentale lungo il periodo ottocentesco, epoca nella qua-le la Divina Commedia fu al centro di un vasto recupero. è il concetto dell’amore illecito che viene messo in discussione, in quanto la pulsione erotica vince sulla ragione, ed il confronto con Picasso documenta come il suo stile sia profondamente innovativo pur trattando lo stesso tema. Le diverse versioni de “Il bacio” presenti in mostra sono unite da una forte tensione erotica che Picasso declinerà per tutta la sua carriera, dal 1899 sino al 1970. Questa pulsione evidenzia il suo rapporto con l’universo femminile.
11. PICASSO La donna in giardino1La ricerca estetica di Picasso sfocia in raffigurazioni di esseri fantastici presenti nel repertorio mitologico, con figure ibride lacerate tra umano e animale, bene e male, vita e morte. Il Minotauro, elemento mitologico nato a Creta dall’amore tra una donna e un toro, è la figura più simbolica di Picasso nelle opere realizzate negli anni Trenta, presente su molti disegni e stampe. La leggenda vuole il Minotauro prigioniero nel labirinto costruito da Dedalo e nutrito con giovani donne e uomini sacrificati. L’essere mostruoso rappresenta la dualità dell’essere umano. Eseguito durante uno dei periodi più difficili della sua vita, “Minotauromachia” è un’opera catartica che rappresenta il dolore e la sofferenza dell’artista. La fine del matrimonio con Olga, a causa della relazione con Marie-Thérèse, il cui viso ritroviamo nelle donne affacciate alla balconata, trova nella figura ambivalente dell’uomo-toro la metafora drammatica della vita di quegli anni. Il Minotauro diventa, nella produzione artistica di Picasso, un motivo ricorrente, presente anche nella celeberrima “Guernica”. Le scene di “Minotauromachia”, per la loro drammaticità, riportano alla mente le opere di Goya e preannunciano i tragici eventi spagnoli. Le opere di Picasso sono popolate da Fauni maschi e femmine - rappresentati nei disegni a penna e inchiostro “Fauno, cavallo e uccello” (1936) e “Fauno” (1937) e nel celebre olio “Testa di Fauno” (1938). La figura di Arianna, simbolo della bellezza che rappresenta il rinnovamento tra tradimento e idillio amoroso, suggerisce l’idea di una rinascita perpetua e ciclica. L’artista sviluppa temi che gli sono particolarmente cari: il Minotauro, l’arena, la guerra, la passione amorosa e la perpetua ebbrezza della vita. Il fascino di Arianna è presente in diverse opere rappresentando le varie sfaccettature dell’amore: dall’erotismo sereno alle cupe fantasie sul rapimento e lo stupro cui rimandano gli esseri ibridi che la affiancano. Esempi di questa trasposizione sono l’acquaforte “Ragazzo pensieroso che veglia su una donna dormiente al lume di candela”(1934); i disegni a matita “Due figure” (1933); “Donna con le braccia incrociate al di sopra della testa” (1939) e i vari nudi femminili: gli olii “Nudo sdraiato” (1932) e “Nudo con un bouquet di iris e uno specchio” (1934) e i disegni a penna e inchiostro “Lo scultore e la sua modella” (1931), “Nudo che si pettina” (1954), “Baccanale” (1955). Picasso visita regolarmente il Louvre dal 1901 e proseguirà le sue visite anche dopo la seconda guerra mondiale, lasciandosi ispirare dalle figure dei bassorilievi greci per il suo dipinto “Donna seduta” (1920), come per il “Nudo seduto su una sedia” (1963), per il suo bronzo “Uomo stante” (1942), l’olio su cartone Studio per “Il moscoforo” reinterpretato con un linguaggio innovativo lontano delle statue ellenistiche. “La fonte” (1921), si ispira a una personificazione del fiume Nilo conservata al Campidoglio a Roma ma il titolo rimanda anche a un dipinto di Ingres, e sfocerà - sempre nel 1921 - nei dipinti delle “Tre Donne alla fonte”, il cui soggetto è ispirato da una pittura di un vaso greco conservato al Louvre.
13. PICASSO Portafiori a forma di uccelloAl Louvre l’artista scopre i periodi arcaici e la pittura geometrica dei vasi greci d’epoca, la cui estrema stilizzazione lo affascina. Con le “Demoiselles d’Avignon” (1907), opera riconosciuta come il manifesto di una nuova estetica, Picasso si allontana dai dettami accademici. L’opera, conservata al MoMA, raffigura cinque prostitute e quando fu esposto per la prima volta nel 1916, il quadro fu tacciato di immoralità. Le figure osservate al Louvre sono contorniate da motivi che hanno un ruolo importante nel processo di elaborazione delle “Demoiselles d’Avignon” come dimostrano i vari studi di nudi a matita esposti in questa mostra, ma anche gli olii “Nudo seduto” (1906-1907), “Piccolo nudo seduto” (1907), le sculture in legno “Tre nudi” (1907), che evolvono poi nelle sculture filiformi in legno “Donna seduta”, “Donna stante” (1930) che annunciano i lavori di Giacometti, ma si ispirano ai bronzi dell’arte etrusca. L’arte greca cicladica pervade inoltre il magnifico dipinto “Nudo seduto su fondo verde” (1946) o ancora la serie in bronzo “I Bagnanti” (1956). Picasso si è inoltre ispirato alla sua collezione di oltre novanta pezzi di ex voto iberici in bronzo, di cui vari esempi sono esposti per la prima volta in questa mostra.
Il percorso della mostra comprende anche il Picasso grafico, creatore di “libri d’artista” che nella prima metà del ’900 arricchirono i più importanti editori dell’epoca. 90 tavole originali e litografie documentano questo lato di Picasso, illustratore di opere quali “Le metamorfosi” di Ovidio o “Il capolavoro sconosciuto” di Honoré de Balzac. In contatto con l’ambiente poetico e letterario del suo tempo, Picasso illustrò molti libri di scrittori suoi amici, quali Max Jacob, Tristan Tzara, Paul Eluard, Jean Cocteau, ma senza dimenticare i capisaldi della letteratura classica. Molte delle sue creazioni nacquero da scambi culturali con gli autori, dove letteratura e pittura si fondono inscindibilmente.
Le tavole rappresentano una panoramica delle tematiche predilette dell’artista spagnolo, dalla mitologia all’erotismo, dalla creazione artistica alla tauromachia, ed esprimono un’intensa forza emotiva. La raccolta mette in evidenza il Picasso grafico, inesauribile sperimentatore di varie tecniche quali l'acquatinta, la puntasecca, il bulino, la xilografia. Spesso l’artista stampava autonomamente le sue opere, producendo nella sua vita più di 2500 incisioni, affermandosi come il maggiore incisore del XX secolo.
La bellissima scultura “La donna in giardino” (1932), in ferro saldato utilizzato come materiale di riciclo e volutamente dipinta di bianco come un marmo, introduce le “Metamorfosi” di Ovidio, di cui Picasso illustra nel 1931 una celebre edizione pubblicata da Albert Skira e di cui Skira, in occasione della mostra, riediterà la copia anastatica. L’importanza dell’acquaforte nell’opera di Picasso, applicata all’edizione a stampa, permette qui di approdare al libro d’artista. La bassa tiratura delle opere e il modo in cui Picasso incide la lastra di rame con un semplice segno risulta concorrenziale al disegno. Le scene immaginate da Picasso accompagnano il testo e sottolineano l’importanza della fonte letteraria nell’interpretazione che ne propone l’artista. Ambroise Vollard, noto mercante d'arte a cavallo tra il XIX e il XX secolo, nel 1900 inizia la sua attività di editore di libri illustrati e opere stampate in cartelle, e pubblica un lavoro di Picasso, noto come Suite Vollard, di cui saranno esposti alcuni fogli. Qui l’artista veste il ruolo dello scultore al lavoro con la modella evocando il mito di Pigmalione, scultore dell’isola di Cipro, che plasma una statua di donna di bellezza ideale di cui si innamora, soggetto amato da Picasso. La mostra si chiude con la sezione sulla ceramica, scoperta da Picasso nel dopoguerra, che inaugura un nuovo capitolo dei suoi collegamenti all’arte antica che lo porta a scoprire il potenziale artistico della terracotta dipinta, trasformando oggetti d’uso comune in vere e proprie opere d’arte in cui il ceramista e il pittore creano insieme in studio. è la ceramista Suzanne Ramier a spingere Picasso alla ricerca di nuovi profili di vasi, stimolando la consultazio- ne dei reperti archeologici, evocando in Picasso il ricordo di Pompei e rivelando il suo gusto per tutte le forme artistiche provenienti dall’ambiente romano. Picasso ricicla in studio vari materiali come frammenti di contenitori culinari e di piastrelle per arrivare a esiti straordinari come nelle terrecotte: “Vaso, donna con la mantella” (1949), “Frammento di pignatta decorato con un viso” (1950), “Musico seduto” (1956), “Suonatore di flauto doppio seduto” (1958); o nelle bellissime ceramiche “Vaso tripode con viso di donna” (1950), “Portafiori a forma di uccello” (1950-1951), “Brocca con toro” (1957). Una mostra da non perdere, Picasso Metamorfosi, che documenta un artista mondiale alla luce delle fonti antiche che ne hanno ispirato l’opera, svelando il filo rosso che lega l’Antichità all’arte del XX secolo.
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Marco Lodola – Giovanna Fra

Tempus – Time

a cura di Luca Beatrice
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Unione tra passato e contemporaneo è la mostra “Marco Lodola – Giovanna Fra. Tempus – Time” a cura di Luca Beatrice, esposta presso la Reggia di Caserta dal 14 giugno al 15 settembre.
L’esposizione, organizzata da Mary Farina, anche ideatrice del progetto, e da Augusto Ozzella, con la collaborazione della galleria Deodato Arte, gode del patrocinio del Comune di Caserta, del Madre – fondazione donnaregina per le arti contemporanee e di Confindustria Caserta.
Il titolo della mostra è un voluto riferimento al trait d’union che Marco Lodola e Giovanna Fra, grazie alle loro opere, creano fra il Tempus, la dimensione temporale legata all’antichità, al classico, alla storica sede espositiva e il Time, sintesi del mondo contemporaneo. Sottolinea Mauro Felicori, direttore della Reggia di Caserta: “La mostra si inserisce nell’importante storia del rapporto della Reggia con l’arte contemporanea e con la variegata polifonia dei suoi linguaggi, un dialogo lungo e intenso che si è rinnovato costantemente nel corso degli anni nel confronto continuo e forte, sentito tra epoche e stili, che rende sempre attiva e feconda la vita di uno spazio museale così significativo”.
Il percorso espositivo si compone di una selezione di opere dei due artisti, che dall’ingresso si snoda negli spazi interni, nel parco reale, fino ad arrivare agli appartamenti del piano nobile. L’immenso parco della sontuosa villa, nel raggio di un chilometro, è punteggiato da oltre venti monumentali sculture luminose di Marco Lodola che rappresentano alcuni dei Lodola Reggiasuoi soggetti tipici, uomini e donne, ballerini, danzatrici, animali, figure reali e immaginarie, che metaforicamente partecipano a una festa di corte. Questi lavori, oltre al forte impatto creato grazie alla loro imponenza e alla vivacità dei colori, si caratterizzano per la loro peculiarità: l’emanare luce, che genera dinamismo, potenza, vitalità; qualità che non riguardano solamente le opere in sé, ma che vengono trasmesse anche all’ambiente circostante.
Le installazioni di Lodola appaiono in grande sintonia con le tele di Giovanna Fra che accolgono il visitatore negli appartamenti reali e, caratterizzate da un forte cromatismo, incarnano perfettamente quell’arte contemporanea in cui la contaminazione di tecniche e la sperimentazione sono elementi imprescindibili. L’artista si misura con lo spazio interno e l’architettura vanvitelliana, reinterpretando nelle sue opere i motivi decorativi settecenteschi, arazzi, carte da parati, arredi Barocchi e Neoclassici, attraverso il linguaggio segnico, costituito da tracce di colore dalle forme imprevedibili e uniche, da textures astratte che si intrecciano con le trame del supporto digitale. I suoi lavori di matrice informale abbandonano infatti i mezzi tradizionali e, partendo da frame fotografici stampati su tela, Giovanna Fra arriva al risultato finale, percorrendo un cammino a ritroso, che la conduce a terminare l’opera con delle pennellate tradizionali, un’ulteriore dimostrazione del legame fra tempus e time e nel caso specifico del “passaggio da time a tempus”.
Seppure provenienti da formazioni diverse i lavori di Marco Lodola e Giovanna Fra creano un profondo dialogo e si completano vicendevolmente, ma soprattutto instaurano un forte legame con il luogo che li ospita, come afferma Luca Beatrice nel testo dedicato alla mostra: “Dialogare con stucchi, decorazioni, pitture di genere e, soprattutto, con un’architettura di inestimabile pregio può costituire infatti una sfida ardua eppure affascinante per gli artisti contemporanei, a partire dall’utilizzo di materiali anomali che solo da poco sono entrati nel IMG 6183novero appunto dell’artisticità. Senza contare volumi, cubature e l’immensità di un parco che farebbe spaventare chiunque. […] Realizzare un cortocircuito visivo tra il tempus e il time, ovvero il passato e il presente, è rischio che l’arte di oggi sente di correre con sempre maggior frequenza. Ora, in particolare, tra pittura, elaborazione digitale, plastica e luce”.
La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Skira, con un vasto repertorio di immagini,
il testo del curatore Luca Beatrice e numerosi interventi fra cui quelli di Renzo Arbore, Aldo Busi, Lorenzo “Jovanotti” Cherubini, Piero Chiambretti, Roberto D’Agostino, Salvatore Esposito, Ciro Ferrara, Antonio Stash Fiordispino, Enzo Iacchetti, Max Pezzali, Andrea Pezzi, Red Ronnie e di critici illustri quali Achille Bonito Oliva, Philippe Daverio, Gillo Dorfles, Martina Corgnati, Vittorio Sgarbi.
Cenni biografici.
Marco Lodola nasce a Dorno (Pavia), frequenta l'Accademia di Belle Arti di Firenze e di Milano. Successivamente, all'inizio degli anni '80, si affianca al nuovo futurismo. Si avvicina presto all'uso di materiali plastici che sagoma e colora con una tecnica personale, l’evoluzione della sua ricerca lo porta ad inserire fisicamente la luce nei suoi lavori: nascono le sculture luminose, che caratterizzeranno tutta la produzione artistica. Le sue opere sono presenti in vari musei, ha inoltre realizzato scenografie per film, trasmissioni, concerti ed eventi. In particolare è stato attivo nella moda e nel teatro. Fra le numerose mostre, si ricorda la sua presenza al Padiglione Italia della 53ª Biennale di Venezia con un'installazione luminosa e alla 54ª Biennale di Venezia con il progetto a cura di Vittorio Sgarbi “Cà Lodola”.
IMG 6156Giovanna Fra nasce a Pavia, si diploma in pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera, con una tesi su John Cage ed il rapporto tra arte e musica. La sua visione creativa ha privilegiato la fisicità dinamica del colore in relazione alle diverse consistenze della materia, fissando nell’immediatezza del gesto attimi di vibrante musicalità.
Recentemente è stata invitata ad esporre al Friendschip project nel Padiglione della Repubblica di San Marino per la 57° edizione della Biennale di Venezia.

Cresciuta con la pittura astratta, guadagnando esperienza attraverso un'intensa attività di restauratrice, conoscendo e sperimentando materiali sempre diversi, Giovanna Fra ha radicalmente modifìcato il suo lavoro negli ultimi anni, quando ha superato quella ricerca segnico-gestuale, durata a lungo, che l'ha posizionata nell'eredità culturale dell'informale. Come molti artisti delle generazioni più recenti si è posta serie domande sul destino della pittura o, meglio, su come la pittura oggi possa rivendicare il diritto di cittadinanza a confronto con tecniche e linguaggi imposti dall'avanguardia. Non esiste una ricetta particolare né una sola condizione applicabile, eppure è certo che la pittura del terzo millennio non possa più fare a meno del confronto con i nuovi media e il dominio della tecnologia liquida. Inventare non basta, attardarsi sulla soglia del dipingere come reazione passatista non è più possibile. Per restare in piedi la pittura si deve contaminare, abbandonare i mezzi tradizionali per entrare senza paura nell'immenso archivio digitale a disposizione di tutti. Il pittore è oggi, più che altro, un ricercatore di frame, un intellettuale armato di talento che compie una duplice operazione rabdomantica e di selezione. Solo allora potrà piegare il risultato della propria indagine alle coordinate dello stile. Fra ha mentalità e metodo del contemporaneo e tali caratteristiche le va affinando sempre più. Un'occasione espositiva muove comunque il pretesto per documentarsi sui caratteri del luogo che la ospita: ricerca di colori, forme, immagini (forse meglio dire frammenti di immagini) assemblate, modifìcate, distorte attraverso il virtuale che inventa una realtà che non c'è.
Eppure, mai dimenticandosi di essere un pittore, Giovanna ottiene il risultato fìnale soltanto attraverso la manipolazione manuale delle proprie pennellate in un percorso a ritroso, dunque sorprendente, perché dal time ritorna al tempus. In ciò sta la contemporaneità della sua pittura: conoscere il presente, farsene affascinare senza diventare vittima del contingente e della cronaca.
Luca Beatrice

lodola catLa mostra di Marco Lodola e Giovanna Fra si inserisce nel- l'importante storia del rapporto della Reggia di Caserta con l'arte contemporanea e con la variegata polifonia dei suoi linguaggi, un dialogo lungo e intenso che si è rinnovato costantemente nel corso degli anni nel confronto continuo e forte, sentito tra epoche e stili, che rende sempre attiva e feconda la vita di uno spazio museale così significativo. In questo contesto, le o- pere degli artisti hanno il potere di rendere ancora più affascinante la visita alla Reg- gia, aumentando l'emozione del percorso attraverso i suoi tanti capolavori e amplificando il senso di mistero e di stupore che nasce grazie all'intreccio dei suoi splendidi spazi architettonici, delle sue decorazioni e delle sue collezioni. Siamo dunque felici di collaborare a questa mostra organizzata con Mary Farina e Augusto Ozzella, un evento che rappresenta senza dubbio uno dei momenti più importanti della nostra programmazione espositiva di ques- t'anno e un'occasione di sicura rilevanza per una fruttuosa collaborazione tra il pubblico e il privato nel campo dell'arte contemporanea.
In questo modo gli antichi e magnifici ambienti della Reggia di Caserta diventano lo scenario perfetto per queste opere multicolor, creando un contrasto armonico tra la magnificenza dell'architettura e la contemporaneità delle opere.
Mauro Felicori
Direttore della Reggia di Caserta
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Canaletto a Palazzo Braschi a Roma

…la bellezza del “ricongiungimento”!


di Marina NovelliCAnaletto Novelli

Uno degli aspetti di maggiore interesse e suggestione di questa spettacolare mostra del Canaletto che ha avuto luogo nelle sale di Palazzo Braschi, a Roma, è stato il “ricongiungimento artistico”, senza precedenti, della meravigliosa opera che fu tagliata (come sembra!) dal Canaletto stesso e di cui è stata custodita una parte in Inghilterra ed un’altra nell’Avana. Un “riavvicinamento” delle sue due parti, che originariamente erano una sola grande opera e di dimensioni non indifferenti e forse è questo il motivo per cui il Canaletto non riusciva, secondo alcune voci, a vendere, e che dopo circa 250 anni si sono ritrovate l’una accanto all’altra, sotto gli occhi dei numerosi visitatori che hanno potuto ammirarle. L’opera che porta il titolo di “Chelsea da Battersea Reach”, appartiene al periodo londinese del pittore, cioè intorno al 1751. La parte sinistra, di provenienza anglosassone, appartiene al Blickling Hall, National Trust del Regno Unito; mentre la Canaletto 1 2CAnaletto 1 3parte destra proviene dal Museo Nacional De Belles Artes dell’Avana e di Cuba. Nell’ opera sono raffigurati dei barcaroli e ben riconoscibile, dall’altra sponda del fiume, la Greenhouse dei Physic Garden nonché il Royal Hospital di Chelsea. Ma cerchiamo di ricostruire le ragioni che forse indussero il nostro artista a tagliare una opera così importante e descrittiva; sembra infatti che il 30 luglio 1751, ingannato da alcune maldicenze che mettevano in dubbio l’autenticità della sua opera, egli, previo annuncio sul giornale, invitò tutti nel suo studio, affermando con determinazione che “ho appena dipinto questa veduta del Tamigi da Chelsea”. Inspiegabilmente dell’opera però non si seppe poi più nulla. Nel 1802, la parte destra del dipinto (cm.95x127,5), ovvero quella che oggi proviene da Cuba, andò in asta da Christie’s. L’opera venne poi attestata a Londra nel 1921 sebbene non se ne siano mai conosciuti i proprietari, ma solo nel 1951 venne acquistata da un ricco cubano, proprietario di ferrovie e commercio di zucchero, dal nome Cintas Rodriguez e che morendo nel 1957 lasciò la sua collezione al Museo Nazionale di Cuba da cui l’opera è stata prestata per la prima volta in assoluto per questa importante esposizione romana. Un diverso destino ha avuto invece la parte sinistra (cm.85x105,5) che nel 1931 risultò in Scozia, proprietà di Philip Henry Kerr - XI marchese di Lothian - che successivamente acquistò Blickling Hall sul Norfolk, dove attualmente il dipinto si trova ancora, custodito dal National Trust. C’è da considerare inoltre che questa opera venne restaurata nel 2006 ed è il motivo per cui i colori ci appaiono di gran lunga più vividi rispetto all’altra. La mostra del Canaletto, inaugurata l’11 aprile e che si è protratta fino al 23 settembre 2018, rappresenta un evento straordinario per Roma dato che non si Canaletto1presentava una mostra di tale rilevanza e bellezza da più di dieci anni… mostra in cui sono stati esposti dipinti, incisioni e disegni del più famoso dei vedutisti settecenteschi oltre che esportatore del mito di Venezia in tutta Europa… ed è impressionante notare quanto Roma fu visceralmente importante per il Canaletto che seppe, nei suoi soggiorni romani, coniugare non solo il grande mondo classico ma anche il grande mondo rinascimentale, diventando esploratore della realtà quo- tidiana, nonché degli effetti atmosferici e della luce nelle sue variazioni. La suggestiva opera che ritrae il Campidoglio a quei tempi, risale al periodo degli inizi della sua carriera e pieni di suggestione narrativa sono infatti i panni stesi che vediamo asciugarsi al sole! Palazzo Braschi da due anni ha aperto le porte a grandi mostre, possiamo infatti annoverare quella di Artemisia Gentileschi, di Piranesi, oltre ai Grandi Artisti del Teatro dell’Opera ed ora…Palazzo Braschi è riuscito ad incantare tutti con questa splendida celebrazione del 250° anniversario della morte del grande pittore veneziano, presentando il più grande nucleo di opere di sua mano, mai esposte in Italia: 42 dipinti, inclusi celebri capolavori, 9 disegni e 16 libri e documenti d’archivio. “Un progetto questo” - ci ha illustrato Pietro Folena in fase di conferenza stampa - “nato più di due anni or sono… due anni di intenso lavoro! È stato un percorso molto complesso, ma che abbiamo voluto tenacemente si espletasse in questo luogo, in quanto questo palazzo, questo spazio espositivo, parla proprio di questa epoca…il ‘700! Solo qualche mese fa era stata dedicata una mostra a Piranesi… quindi un discorso continuo su questo periodo così importante, su questo secolo, che è stato il secolo dei lumi, ma anche il secolo del teatro dei lumi, il secolo della musica, il secolo dell’avvio delle grandi rivoluzioni industriali, il secolo dell’affermazione delle borghesie e… dedicare una mostra a Canaletto vuol dire semplicemente esporre le opere conosciute o celebrate... o celebrate ma con l’ausilio di un grande e scrupoloso discorso scientifico che è stato quello della curatrice Bożena Anna Kowalczyk. Nella mostra, suddivisa in ben 9 sezioni, è stato Canaletto Sgarbicontrassegnato un percorso cronologico che ci ha guidati alla scoperta di come questo straordinario artista, cominciando dall’arte e dall’arte artigiana del teatro e degli scenari teatrali appreso dal padre ed approdato poi a Roma… se ne sia innamorato! Ma sempre dipendente però da Venezia… e per approdare poi successivamente, a Londra… dando così inizio alla passione inglese ed europea, ma le “tendenze” italiane furono sempre di vitale importanza per lui, sebbene stesse facendo un percorso in una direzione europea, e diventando così, fino in fondo, un artista europeo internazionale. Ed è davvero singolare che proprio in questa cornice e con questi presupposti sia avvenuto il “ricongiungimento”… ricongiugimento artistico, senza precedenti come quello della descrittiva opera che fu separata, illustrata dalla curatrice Bożena Anna Kowalczyk, che con il suo linguaggio semplice ma forbito e circostanziato, ha descritto di come il Canaletto, come quasi tutti i geni, morì povero, lasciando un misero inventario dei suoi beni in cui si legge che lasciava “due stramazzi, pagliazzo, tavole e cavalletti d’albeo, due coperte, una imbottita, altra filada, tutto vecchio”.
Struggente, aggiungiamo noi ripetendo che come molti geni morì in assoluta povertà… assoluta miseria! “Disegnando le immagini davanti ai suoi occhi con l’ausilio della camera ottica che sapeva usare molto bene e correggere i difetti, o schizzando a mano libera in un taccuino - affermava la curatrice Bożena - Canaletto si è dimostrato un artista moderno, uomo del- l’illuminismo, dotato di una creatività spontanea, naturale e poetica, ma basata su un lavoro costante e meticoloso”. È stata questa mostra una operazione estremamente complessa, da- to che le opere di Canaletto sono sparse in tutto il mondo, e purtroppo, pochissime in Italia… i Canaletto più belli e più convincenti sono infatti nei musei più lontani o disparati del mondo. Sono state messe insieme opere provenienti dagli Stati Uniti, dall’Avana, da Cuba, dall’Inghilterra, dalla Russia… dal suo capolavoro di grandezza del Puskin, quindi sono state esposte opere che raccontano il suo successo internazionale… e globale, ma che evidentemente, hanno richiesto un lavoro organizzativo di dimensioni enormi. Solo di trasporti - ha puntualizzato Pietro Folena - la voce dei trasporti, solo dei trasporti, incide del 55/70%... è stata una grande CAnaletto Curatriceimpresa!” È stato ottenuto inoltre un grande risultato da parte del pubblico, un vero successo… una vera sfida alla sorte!!! C’è una considerazione a cui, io che scrivo non voglio né posso rinunciare in conclusione e mi riallaccerò pertanto ad una frase di Pietro Folena… “e non ultimo questa straordinaria vista che abbiamo!” Una facciata di Palazzo Braschi aggetta infatti su una ineguagliabile prospettiva di Piazza Navona e, se i numerosi gruppi di visitatori, turisti, studiosi ed estimatori erano intenti ad osservare le sue opere straordinariamente prospettiche, la descrizione pittorica dei personaggi intenti nel loro fare quotidiano, immortalati nelle loro movenze dinamiche, pose e gesti ricche di storia… stupore che per molti di noi è stata una “profonda commozione”, ma…mi domando, cosa guardavano i quadri? Sì, le opere esposte del Canaletto, intendo, se non la spettacolare e suggestiva prospettiva di Piazza Navona che si domina da alcune delle finestre di Palazzo Braschi?Canaletto Museo di Roma FOTO 1 Mimmo Frassineti
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Liu Bolin… l’uomo invisibile


di Marina NovelliBonin marina


Si è conclusa a Roma, al Complesso del Vittoriano, Ala Brasini, la mostra di Liu Bolin che ha ripercorso la sua carriera artistica, sempre sorprendentemente cosparsa dai suoi celebri “camouflage”. Nel 2005, l’amministrazione di Pechino ordina di abbattere il quartiere in cui risiedono molti artisti… il quartiere Swojia Village; artisti che esprimevano un comportamento non in linea con gli stilemi governativi. Liu Bolin, con l’entusiasmo e l’energia tipici di chi è all’inizio della sua attività artistica, si fa fotografare mimetizzandosi con le macerie del suo studio… foto che divulgherà successivamente, e che segneranno l’incipit della sua carriera successiva, contrassegnata da un crescente successo. Liu Bolin nasce nel 1973 nella provincia settentrionale dello Shandong, per fornarsi poi nella prestigiosa Accademia Centrale d’Arte Applicata ed appartenente alla generazione che divenne più matura nei primi anni Novanta, quando la Cina risorse dalle ceneri della Rivoluzione Culturale, ed era agli esordi di una rapida crescita economica ed una stabilità politica. Egli esercita la sua attitudine artistica come scultore, fotografo nonché performer e gli venne dato l’appellativo di “the invisible man” data la sua tendenza a mimetizzarsi nell’ambiente circostante. Nella mostra al Vittoriano, curata da Raffaele Gavarro, sono state esposte ben oltre 70 opere… davvero una grande mostra antologica! Opere, talvolta, di dimensioni imponenti attraverso le quali Bolin ha espresso il suo obiettivo principale che è sempre stato quello di comunicare immagini, spesso contraddistinte da colori molto vividi e sgarcianti, dei suoi messaggi sociali BONIN 1spesso dissacranti… se non estremamente ironici! Un modo questo, attraverso il quale, critica gli aspetti politici, denunciando fermamente la censura. Conscio della sua grande creatività non fa economia di mezzi, egli infatti si esprime brillantemente, come abbiamo già detto, attraverso la pittura, l’installazione nonché la fotografia sempre con grande padronanza dei mezzi. Osservando le sue opere in mostra, ci si è trovati difronte a importanti e famosi monumenti, opere d’arte, enormi scaffali da supermercato stracolmi di generi alimentari nonché bevande di ogni tipo, imponenti librerie, interni di teatri visti dal palcoscenico dove le poltrone vuote giocano un ruolo da protagoniste, oppure immagini che ritraevano orde di immigrati dall’aspetto “sfidato e dimesso”, e non ultimo… immense montagne di rifiuti!!!... ma sempre, e soltanto con la sua immagine posta al centro… quasi “mimetizzata”!!! In virtù di queste originali trovate, la sua fama cresce sempre più! Le sue immagini - … a volte stucchevoli! - diventano anche una sorta di icona per i grandi brand. Lo troviamo quindi come icona di Monclear, che lo utilizzerà per diverse stagioni, Tod’s, Ferrari e numerosi altri. Un camouflage di grande effetto visivo e cromatico… sempre smaglianti sono infatti i suoi colori…ma a volte anche “tetri e uggiosi”da cui trasuda un senso di angoscia, e che hanno visto sempre il suo corpo e la sua figura fondersi sapientemente con l’ambiente circostante. Queste opere sono state in grado di far trasparire non solo una forma di “autoprotezione”, come si è visto nel “mimetismo” animale, ma quasi un grido… un urlo che dichiara la perdita di identità dell’uomo contemporaneo, affrontando con determinazione il tema della “libertà dell’arte”. Di grande interesse il commento del curatore della mostra Raffaele Gavarro… “Essere tra le cose”, egli dichiara: “...quante volte ci è capitato di pensare che un oggetto, un luogo, una casa o una moto avessero un’anima? Che le cose fossero cioè dotate di una vita legata alla nostra o a quella di chi le aveva possedute? Senza saperlo, ma forse anche sì, questa attribuzione di vita e di anima delle cose è riconducibile al pensiero platonico e soprattutto a quel filosofo domenicano condannato al rogo come eretico in Campo de’Fiori a Roma, quel Giordano Bruno da Nola (1548-1600) che è ancora oggi tra le figure storiche più amate dai romani probabilmente, oltre che per l’ingiusta e crudele morte patita, anche per l’adesione istintiva ad un pensiero profondamente panteista che considera l’uni- verso infinito e senza un centro e nel quale l’uomo è dotato di una conseguente infinita libertà. E come è noto quest’ultima è considerata dai romani un sommo bene, un precetto di vita BONIN 6da seguire, nel bene e nel male. Liu Bolin, dalla Cina sempre più vicina, sembra aderire perfettamente al pensiero del nostro Bruno: “sia l’universo sia le singole cose possiedono tutto l’essere”; assimilando esso stesso, il proprio essere, nell’essere delle cose che lo circondano”.… “La conoscenza della cosa nella quale Liu Bolin si immerge, egli prosegue - rendendosi invisibile in essa, è dunque alla fine una conoscenza di sé. Come per molti artisti cinesi è però l’approdo in Occidente a confermare la sua forza uni- versale del linguaggio e dei contenuti della ricerca del nostro Liu Bolin. Il suo Grand Tour il Italia assume infatti il tono di una legittimazione attraverso una delle tradizioni artistiche più significative della storia occidentale”. Possiamo affermare che la storia artistica di Liu Bolin sia lo specchio delle modalità di affermazione dell’arte cinese nel mondo… e non solo, ricalca infatti in grandi linee, l’aspetto di questi nostri anni estremamente complessi…nel senso più l a t o del termine. “Gli esseri umani sono animali?” – si domanda il nostro artista - “Il camaleonte ha la straordinaria prerogativa di cambiare colore per uniformarsi al colore dello sfondo come forma di auto-protezione” scrive Liu Bolin su “Quando mimetizzarsi è una strategia” (Pechino 2008) - “Il serpente a sonagli può seppellire la maggior parte del proprio corpo nella sabbia. Non solo per proteggere sé stesso, ma anche per procurarsi il cibo… Gli esseri umani non sono animali perché non sanno proteggere sé stessi - egli afferma -. Due cose sono emerse chiaramente durante gli ultimi tremila anni di storia umana: primo, la specie umana progredisce distruggendo l’ambiente circostante; secondo, lo sviluppo degli esseri umani è costellato di orribili sfruttamenti. Il prezzo di questa brillante civilizzazione umana è che l’uomo di- mentica quasi di essere un animale, dimentica di avere degli istinti. Gli esseri umani sembrano aver scordato di dover ancora pensare a come sopravvivere. Mentre l’umanità si gode i frutti del proprio progresso, BONIN 4scava la tomba con la sua ingordigia. Nella società umana non è sufficiente mimetizzarsi per sopravvivere. Il concetto di umanità stessa è messo a repentaglio. Invece di affermare che la specie umana gioca un ruolo dominante, sarebbe meglio dire che gli uomini si stanno lentamente rovinando con le proprie mani. Lo sviluppo economico ha complicato il significato della parola u m a n i t à. Con la morte sparisce il corpo ma i cambiamenti economici stanno indebolendo lo spirito degli esseri umani”. Possiamo sintetizzare affermando che la conoscenza delle cose nelle quali Liu Bolin si immerge, rendendosi altresì invisibile in esse, non è altri che una “conoscenza di sé”. L’approdo in Occidente ha confermato la forza universale del suo linguaggio e dei suoi contenuti, ed il suo Gran Tour in Italia ha assunto il tono di una leggittimazione attraverso una delle tradizioni artistiche e culturali della storia occidentale. Liu Bolin è conosciuto soprattutto per la sua serie di fotografie di performance “Hiding in the City”. “Prima di optare per una location - egli afferma inoltre - prendo in considerazione i temi sociali che quel luogo racchiude in sé, medito in sostanza sui messaggi che tramite esso potrei trasmettere per avere un impatto sulla società. Individuare lo spazio giusto è fondamentale per comunicare il mio messaggio”… e noi non possiamo far altro che condividere questa sua tendenza che ci ha fornito l’opportunità di scoprire il suo indiscusso talento in una mostra sorprendente ma anche un pò controversa… una sorta di stimolo e di mirata provocazione.
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Il doppio Ritratto del Giorgione

Palazzo di Venezia
...nei “Labirinti del cuore”!
di Marina NovelliNovelli Labirinti

Trepidante come un’adolescente al primo appuntamento, lo scorso anno (23 giugno 2017), mi recai alla Conferenza Stampa di una delle tante meraviglie di ArtCity il cui titolo era “Labirinti del cuore. Giorgione e le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma”… veniva esposto un capolavoro del Gior- gione, “I due amici” organizzato dal Polo Museale del Lazio di cui era ed è ancora direttrice l’inarrestabile Edith Gabrielli e vedeva come curatore della mostra Enrico Maria Dal Pozzolo. La mostra aveva un punto di partenza ben preciso, un dipinto delle Collezioni Permanenti di Palazzo Venezia… e, per chi è intenzionato ad andarlo ancora ad ammirare, l’opera è esposta nella Sala Altoviti… opera che continua ad attrarre una moltitudine di visitatori, data la sua splendida bellezza… nonché sottile ironia! È indispensabile pertanto, ricostruire brevemente la storia di Palazzo Giorgione 1Venezia, grande punto di riferimento per romani e non. Il Palazzo venne fatto edificare nella seconda metà del ‘400 da Pietro Barbo, Cardinale veneziano che divenne poi Papa nel 1464 con il nome di Paolo II e, nel momento in cui diventò Papa decise di ampliare il proprio palazzo fino a renderlo degno, in tutto e per tutto, al proprio ruolo di “erede del soglio pontificio” di Pietro. Le vicende del palazzo proseguirono nei secoli successivi e, nel 1564 il Papa Pio IV Medici cedette parte del palazzo alla Repubblica di Venezia da cui prese il nome rimasto fino ai nostri giorni, allo scopo di stanziare la propria ambasciata. Vale la pena precisare quindi che non è il nome della piazza a dare il nome al palazzo (come erroneamente molti pensano!) ma… viceversa, è la piazza a prendere il nome da questo maestoso palazzo. Successivamente, alla fine del ‘700, passò all’Austria che ne fece anch’essa la sede della propria rappresentanza diplomatica, fino a quan- do nel 1916, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, lo Stato Italiano ne rivendicò la proprietà decidendo di destinarlo a Museo di Arte Medievale e del Primo Rinascimento. Nel 1919, arrivarono un serie di donazioni, tra cui appunto quella di cui fa parte il “Doppio Ritratto”. Erano quelli anni molto complessi per quel dipinto, anche sotto il punto di vista attributivo, si discusse molto infatti anche sul nome dell’autore. Ma, come per magia, di lì a poco la vicenda accelererà perché uno storico dell’arte, molto giovane ma già di grande talento ed indiscussa celebrità come Roberto Longhi, vira decisamente per l’attribuzione a Giorgione, aprendo una discussione che, al giorno d’oggi, non è ancora conclusa, come del resto, tutto quello che riguarda il Giorgione… uno dei pittori più difficili da mettere a fuoco nella Storia dell’Arte Italiana. La mostra, come abbiamo già visto, prendeva le mosse da un quadro preciso, “Il doppio ritratto” del Giorgione, conservato in quel di Palazzo Venezia e che fu una scelta più che consapevole, ben sapendo che era un problema aperto… una mostra che mirasse ad uscire dal binario oramai ritenuto obsoleto: “Giorgione sì, Giorgione no!”. La meta ambiziosa della mostra era quella di usare questo dipinto, comunque straordinario, per affrontare un tema, un tema raffinato ed ancora del tutto da indagare ed approfondire e che era quello della rappresentazione dei sentimenti nel Rinascimento Italiano. Una mostra che tenne impegnato il curatore per più di due anni e che intendeva aprire un dibattito, a cui fa seguito una seconda ambizione, ancora più forte della prima, che era quella di “parlare a tutti”! Una mostra straordinaria quindi, Senza titolo 1nata ed espressa con “sentimento” e che trattava il “sentimento” stesso… ed il tutto nel magico cuore pulsante della “città eterna”: Roma! Il dipinto “I due amici”, quindi il doppio ritratto rappresenta due giovani di bell’aspetto, di cui uno in primo piano, elegantemente abbigliato e dall’espressione estatica, trasognata, che appare imprigionato in un sentimento che lo induce alla sofferenza e all’estasi, provocate dalla malinconia e con la testa soavemente appoggiata alla sua mano, sostenuta dal braccio, mentre il personaggio in secondo piano compare come amico compartecipe degli effetti dell’altro, ma anche in contrasto, non essendo stato colpito dalla freccia di Cupido… e che non è visibilmente coinvolto nel suo romantico e sognante abbandono. Questa opera è strettamente legata al clima culturale che a Venezia era segnato da un rinnovato interesse per la poesia del Petrarca, nonché della sua incantevole attrazione verso la natura dell’amore sia sul piano filosofico-letterario e sia nelle arti pittoriche e musicali. Fu infatti questa una mostra di ricerca, come ci illustrava il professor Enrico Maria Dal Pozzolo, con il suo dolce e suadente accento marcatamente padovano (musica per le mie orecchie!), e l’operazione era stata quella di cercare di capire che esisteva una dimensione ritrattistica “privata”, in cui i personaggi chiamavano i pittori non per farsi ritrarre nel normale esercizio delle proprie funzioni pubbliche, non per lasciare ai posteri la loro immagine, ma per essere “colti” nel momento paradigmatico di una profonda “diluizione esistenziale”, e che molto spesso coincideva con i passaggi fondamentali della esperienza sentimentale…e proprio a questo proposito alla mostra venne dato il nome di “Labirinti del cuore”… ognuno di noi ha un labirinto nel proprio animo! Giorgione infatti, data la sua indiscussa natura di pittore e musicista, ci mostra uno spaccato del contesto culturale di allora; ci mostra infatti la gioventù patrizia lagunare all’apice del suo “edonismo” di espansione politica, proprio nella fase precedente al radicale ridimensionamento della Serenissima. Il “Doppio ritratto” è stato attestato a Roma fin dall’inizio del Seicento ed è la testimonianza tangibile dei legami storici che legavano il Giorgione a Roma, ed in un contesto molto più ampio tra Venezia e Roma, che ebbero luogo proprio in “Palazzo di Venezia” (… è così che si dovrebbe chiamare!), dimora romana di Domenico Grimani, collezionista e committente di Giorgione di cui, il suo “Doppio ritratto” è, come abbiamo già detto in esposizione permanente nella Sala Altoviti, in tutto il suo splendore… ed ironia!
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Maurizio Romà

Orizzonti di senso tra bianco e nero e teorema di vita
Testo critico di Paola Simona Tesio

Ogni uomo crea senza saperlo, quando respira - sosteneva Paul Valéry - Ma l’artista sente di creare. Il suo atto coinvolge tutto il suo essere».
L’arte è una combinazione di istanti, di sequenze di vita, di attimi pulsanti che sottendono alla natura umana del dare vita a qualcosa. Impulso indecifrabile, che rimane talvolta inaccessibile, intraducibile, ma che è spinta, propulsione, agire.
A CORDE INTERROTTE 50cmMaurizio Romà coglie attraverso i contrasti, definibili come “non colori”, le luminescenze del vero. Si muove sul filone dell’Optical Art, districandosi tra il bianco (non colore/insieme di tutti i possibili cromatismi) ed il nero (assorbimento di tutte le parvenze coloristiche). In questo “universo in bilico” delinea opere che smuovono il visivo.
Vasilij Kandinskij nel saggio “Lo spirituale dell’arte” definiva l’essenza del bianco in questi termini: «In particolare il bianco, che spesso è considerato un non colore (soprattutto grazie agli Impressionisti che non vedono “nessun bianco in natura”) è quasi il simbolo di un mondo in cui tutti i colori, come princìpi e sostanze fisiche, sono scomparsi. È un mondo così alto rispetto a noi, che non ne avvertiamo il suono. Sentiamo solo un immenso silenzio che, tradotto in immagine fisica, ci appare come un muro freddo, invalicabile, indistruttibile, infinito. Per questo il bianco ci colpisce come un grande silenzio che ci sembra assoluto. Interiormente lo sentiamo come un non suono, molto simile alle pause musicali che interrompono brevemente lo sviluppo di una frase o di un tema, senza concluderlo definitivamente. È un silenzio che non è morto, ma è ricco di potenzialità. Il bianco ha il suono di un silenzio che improvvisamente riusciamo a comprendere. E la giovinezza del nulla, o meglio un nulla prima dell'origine, prima della nascita. Forse la terra risuonava così, nel tempo bianco dell'Era glaciale». Il nero invece rappresenta l’assoluta mancanza di resistenza e di possibilità.
Bianco come la luce, silenzio positivo di nascita o ri-nascita, nero come la quiete immobile. Genesi e declino, poli dell’esistenza, tensioni, propulsioni, è quanto emerge dalle opere di Romà, che simboleggiano l’equilibrio nonostante la precarietà racchiudendo la metafora dell’esistere che si modifica costantemen-te, ad ogni istante, virando come le modulazioni dei suoni, dall’ardire al silenzio. Onde sinuose di contrasti e materia che si rincorrono costantemente in infinite variazioni, come la luce e l’ombra. Ambiziosi cromatismi in eterna opposizione che paiono sottendere lo scorrere del tempo, incarnano il moto perpetuo del divenire, in cui tutto evolve e si trasforma. Opere in grado di destare nel riguardante complessi movimenti interiori che, quasi articolandosi come suoni, si svelano grazie ad una pura geometria estatica e vibrante. Le sue creazioni ottiche sono inoltre caratterizzate dalla straordinaria tridimensionalità resa possibile dall’incursione dei materiali.
OPTICAL II 40cm FRONTRomà è un artista che ha saputo cogliere dal bianco e nero tutte le sue potenzialità scolpendole e plasmandole. Il suo percorso creativo all’insegna dei contrasti inizia attraverso il disegno e la fotografia in bianco e nero per evolversi in quella che potrebbe definirsi, coniando un nuovo termine, “GeOptical Art” o muoversi nell’ambito della “Pitto-Scultura” attraverso l’incursione dei materiali recuperati, objet trouvé, che dinamizzano e rendono tattile il substrato della sua estetica.
Il cammino di Romà tra i sentieri dei contrasti non è abitato soltanto dalla dualità del bianco e nero ma si snoda un altro interessante filone nella serie denominata “Teorema di vita”, che si potrebbe ascrivere al movimento del Neoplasticismo, corrente artistica ispirata ai principi teorici della “plastica pura” formulati da Mondrian e divulgati dalla figura chiave di Theo van Doesburg attraverso la rivista De Stijl. Nelle opere di Romà ascrivibili a tale contesto, riemergono assonanze con Mondrian, connotate però da innovazioni espressive degne di nota. I preludi del movimento neoplastico traevano le radici dal cubismo e dall’astrattismo caratterizzandosi in un nuovo linguaggio espressivo che ricercava l’armonia attraverso le configurazioni geometriche nascenti da incroci di linee, colori primari e “non colori” e in grado di conformarsi in rettangoli campiti da contrasti e cromatismi, quasi fossero finestre che si aprivano su di un mondo nuovo, alla ricerca di un preciso equilibrio tra uomo, ambiente e paesaggio. Nei “teoremi di vita” di Romà l’operato geometrico si fa tuttavia esistenziale, concretizzandosi ulteriormente mediante le incursioni di graffi o di lacerazioni, talvolta evidenziati da colate di colore, quasi fossero percorsi, segni, tracce di esistenza. Fluttuazioni incisive di quel mondo umano così complesso ed articolato, dominato da vittorie e sconfitte, da gioie e sofferenze, da urla e silenzi, il cui eco rimane scolpito oltre ogni configurazione geometrica, sfuggendo a qualsiasi connotazione statica. Perché la vita vera è vivida come un graffio sulla tela.

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CELL. + 39 338 7510116
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ArtCity 18

Artcity Novellidi Marina Novelli


Vediano quest’anno cosa tirerà fuori dal suo ‘capello magico’ - pensavo mentre mi recavo alla conferenza stampa di ArtCity 2018 del 22 giugno u.s. -” la curatrice Edith Gabrielli non smette mai di sorprenderci!” Memore infatti delle interessanti iniziative dello scorso anno 2017, pensavo tra me e me: “… come dimenticare il doppio ritratto “I due amici” del Giorgione in Labirinti del Cuore, il restauro delle Sette Fatiche di Ercole o il Giardino Ritrovato di Palazzo Venezia, una vera e propria oasi nel traffico frenetico della Capitale, nonché l’indimenticabile presenza di Giuliano Montaldo ed Ernesto Assante, senza dimenticare le spettacolari esposizioni in Castel Sant’Angelo che hanno ridonato vita e interesse a sale oramai cadute nel dimenticatoio, come ad esempio le cosiddette Sale Cambellotti, ora splendenti di luce, con le loro evocative decorazioni in Stile Liberty, oppure ridonando una nuova dignità alle prestigiose sale di Palazzo Venezia, superando vecchi, arcani ed obsoleti ricordi. Le attività da me citate sono solo una modestissima parte dell’imponente attività culturale svolta dal Polo Museale del Lazio, di cui Edith Gabrielli, prestigiosissima storica dell’arte del ‘Artcity2017400, è direttrice. Attività di enorme rilievo artistico che hanno avuto luogo in tutto il Lazio, spaziando nelle più disparate e molteplici espressioni dell’arte, siano esse relative ad arti visive o legate alla musica e allo spettacolo. Anche quest’anno ha confermato la sua valenza artistica... ArtCity è stato ed è infatti un progetto organico di iniziative culturali, nato per i musei e per i musei, in grado di unire sotto un immaginario ombrello comune oltre centocinquanta iniziative di arte, architettura, letteratura, musica, teatro, danza e… last but not least... audiovisivo, coprendo un periodo partito lo scorso giugno fino al prossimo novembre. ArtCity è giunta quest’anno alla sua seconda edizione, ed è stata realizzata, dal Polo Museale del Lazio, l’istituto del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che gestiscono ben quaranta musei e luoghi di cultura di Roma e del Lazio. Creare occasioni di visita, questa è stata da sempre la grande intuizione di ArtCity, attraverso attività pensate su misura, sfruttando l’attitudine a vivere nuove esperienze, e soprattutto in estate quando la curiosità dei visitatori è favorita anche dal sublime aspetto meteorologico di Roma… e del Lazio, conservando come costante centrale la tutela e il decoro dei luoghi, nonché il rigore scentifico e la qualità artistica, mantenendo però, come obiettivo centrale, un processo di fidelizzazione capace di trasformare il Museo in una mostra di crescita culturale e di coesione sociale. Il quadro metodologico di riferimento è rimasto simile all’edizione del 2017, così come identico è stato anche l’impegno del recupero e valorizzazione delle collezioni permanenti; vale la pena citare a questo proposito il restauro degli strumenti musicali conservati a Castel Sant’Angelo, come ad esempio la spinetta cinquecentesca che Maurizio Croci ha suonato il 13 settembre u.s. all’interno della Sala Paolina, sala di rappresentanza fatta decorare da Paolo III Farnese. Vediamo attraverso una rapida “carrellata”, quali sono state le sezioni di ArtCity 2018: Il Museo come non l’hai mai visto ha aperto le porte di giorno e di notte a percorsi “segreti” in alcuni dei monumenti più Artcity2celebri di Roma e del Lazio, quali le prigioni, la stufetta di Clemente VII ed appena restaurate e visitate per la prima volta le Olearie di Urbano VII a Castel Sant’Angelo, le marciaronda, i sottotetti e il Belvedere di Palazzo Venezia, i sotterranei del Vittoriano e il Santuario della Fortuna a Palestrina. L’arte e l’architettura sono protagoniste nelle mostre di respiro internazionale come Armi e potere nell’Europa del Rinascimento, che è stata allestita nella doppia sede di Palazzo Venezia e Castel Sant’Angelo, nonché la suggestiva e sorprendente Eternal City, una collezione fotografica appartenente al Royal of British Architects esposta nella Sala Zanardelli del Vittoriano. I Bambini e ArtCity è stato un progetto interamente dedicato ai bambini che ha proposto una modalità innovativa facendo vivere il patrimonio culturale attraverso l’incontro con le arti sceniche. Un confronto tra museo e teatro… una serie di spettacoli che hanno avuto luogo in tutto il Lazio, dal Palazzo Farnese di Caprarola all’Abazzia greca di San Nilo a Grottaferrata, fino a Villa Lante a Bagnaia. Le Arti performative - musica antica e moderna, teatro e danza, hanno dominato invece le rassegne del Giardino Ritrovato a Palazzo Venezia, Sere d’Arte a Castel Sant’Angelo, Musica al Vittoriano curata da Ernesto Assante, ed ancora all’insegna della qualità e della sperimentazione In musica, In scena e Luci su Fortuna in tutti i quarantasei luoghi del Polo Museale del Lazio; tre anni sono trascorsi da quando, nel marzo 2015, questi è divenuto operativo, con lo scopo di gestire musei e luoghi di cultura fra i più importanti sia della nostra capitale e sia della nostra regione… tre anni durante i quali il Polo ha trovato una identità facendosi altresì strada nel complesso mondo della gestione dei beni culturali. Si può inoltre annoverare, fra le proprie missioni istituzionali del Polo, la costituzione del sistema museale regionale, vale a dire la messa in rete dei soggetti pubblici e privati che si occupano di beni culturali nel Lazio ed ArtCity 2018, nata nei musei per i musei, “I labirinti del Artcity 3cuore” ha costituito un altro passo importante in quella direzione. La parola chiave dell’edizione dell’anno in corso è stata continuità in quanto già nel 2017, ArtCity aveva fatto registrare un rimarchevole successo di critica (ben tre volumi di Rassegna Stampa!) e soprattutto di pubblico in quanto è stato sfiorato un numero di 600.000 persone presenti nelle varie iniziative. La mostra di Giorgione “I labirinti del cuore”, che lo scorso anno mi aveva profondamente commossa, oltre alle altre mostre d’arte, ha toccato il top delle presenze, collocandosi tra le mostre più in vista in Italia nel 2017, ed è stato notato che anche persone che non erano mai entrate in un museo, grazie ad ArtCity hanno potuto compiere questo primo importante passo! Vale la pena pertanto riportare quanto il dottor Antonio Lampis che ha la gestione di tutti i Musei Statali, e da cui il Polo Museale dipende, affermò in sede di conferenza stampa: “È questa una iniziativa emblematica per quello che sta succedendo nella riforma dei musei ed in particolare per i Poli Museali. Ho recentemente scritto sul ruolo sociale che oggi hanno i musei - egli asseriva - “musei invisibili”, come li chiamarono nel 2004, quando vennero presi d’assalto. Oggi stiamo lavorando intensamente sull’intera rete museale. Non dobbiamo dimenticare però che come avviene in tutta Europa, ed anche in Italia, c’è una frattura fra le grandi città ed i piccoli paesi, le grandi aree rurali e le popolazioni che li vivono… ed ecco che un programma di rete di questo genere, una istituzione come il Polo Museale ha un ruolo importantissimo per poter saldare questa frattura. È un ruolo realmente importante su cui nei prossimi anni, saranno investite tante energie… molte di più rispetto agli anni passati. La parola “Musei” è entrata nella testa di tante persone, come mai nella storia, ed è importante avere queste iniziative private che confermino la meravigliosa realtà interna italiana. Fin dal primo giorno del mio incarico, avvenuto nel settembre 2017, ho raccomandato ai musei di qualunque tipo, anche quelli archeologici e quelli d’arte antica, di avere un costante rapporto con l’artista vivente, affinchè il nostro patrimonio meraviglioso sia costantemente alimentato di numerose opere Artcity 4d’arte. I musei hanno anche un ruolo sociale e qui con ArtCity, vedo un programma che coinvolge centinaia di artisti di altissimo livello. Il mio complimento nei confronti della dottoressa Edith Gabrielli non è un complimento di circostanza ma è davvero un complimento molto sentito. Il Polo del Lazio sta diventando - aggiungeva - un polo esemplare in questo momento di cambiamento di governance del sistema museale ed in particolare dei Poli.”
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