Roberto Sparaci

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“due minuti di arte”

IN DUE MINUTI VI RACCONTO LA STORIA DI FRANCESCO HAYEZ E DEL SUO BACIO PIU’ FAMOSO
di Marco Lovisco
www.dueminutidiarte.com
Ottocento è stato un secolo di passioni e grandi ideali, di speranze e turbamenti che hanno fatto la storia, quella delle nazioni di sicuro, ma anche quella dell’arte. In I- talia l’Ottocento è il secolo del Risorgimento, di Mazzini e Garibaldi, ma non dimentichiamo che è stato anche il secolo di Francesco Hayez e Giovanni Segantini.
La mostra “Ottocento. L’arte dell’Italia tra Hayez e Segantini”, ai Musei San Domenico di Forlì dal 9 febbraio al 16 giugno 2019 rende merito proprio a due dei più grandi interpreti di quegli anni, così diversi tra loro ma complementari nel raccontare un secolo di grandi mutamenti. Oggi vi racconto la storia di Francesco Hayez, passato alla storia per un Bacio, tra i più belli della storia dell’arte, che non è solo un gesto di passione tra un uomo e una donna, ma è il rischioso pegno di amore di una nazione intera che aveva deciso di mettere da parte la paura per inseguire un’ideale.
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1. Il pittore Francesco Hayez (Venezia 1791 - Milano 1882) è uno dei principali esponenti del romanticismo storico, grazie ai suoi dipinti in cui gli ideali del Risorgimento legati al concetto di patria e libertà vengono rappresentati attraverso soggetti che appartengono ad un passato epico e lontano.
2. Francesco Hayez ha umili origini, tanto che i genitori, quando è ancora bambino decidono di affidarlo ad una sorella della madre, sposata con Francesco Binasco, antiquario e collezionista di opere d’arte.
3. Proprio lo zio, intuendo le capacità artistiche del giovane Francesco, lo impiega come restauratore per le proprie attività commerciali. Hayez però non seguirà la carriera da restauratore ma andrà a bottega dal pittore Francesco Magiotto e poi frequenterà tra il 1803 e il 1806 i corsi di pittura della Nuova Accademia di Belle Arti di Venezia.
4. A diciotto anni Hayez vince un concorso indetto dall’Accademia di Venezia e si trasferisce a Roma, dove conosce il celebre scultore Antonio Canova, che assume per il giovane Francesco il ruolo di guida e protettore. A Roma Hayez riesce a mettersi in mostra, collezionando premi e riconoscimenti. A ventidue anni dipinge l’opera “Atleta Trionfante” (1813), che gli consente di vincere l’ambito premio “Mecenate Anonimo” e nel 1814 realizza il dipinto “Rinaldo e Armida”, una delle opere più appezzate di questo periodo.
5. Negli anni romani Hayez si divide tra il lavoro e lo svago, tanto che lui stesso confessa: “Dirò che chi mi vedeva allo studio e poi in compagnia avrebbe trovato due uomini ben diversi”. Sarà proprio questa vita sregolata a fargli lasciare Roma per un po’: intreccia infatti una relazione con una donna sposata fin quando non viene aggredito dal marito della donna. Su consiglio di Canova decide di lasciare la città, per non destare scandalo.
6. Nonostante questa disavventura, Hayez nel 1815 è ormai un pittore affermato. Dipinge per Gioacchino Murat l’opera “Ulisse alla corte di Alcinoo” e, quando il generale francese viene fucilato e tornano al potere i Borbone, spedisce l’opera al re Ferdinando I a Napoli.
7. Saranno gli ambienti intellettuali di Milano a fare di Hayez un artista “impegnato”. Si trasferisce nella capitale lombarda nel 1818 e conosce Alessandro Manzoni, Tommaso Grossi ed Ermes Visconti, alfieri del romanticismo e ferventi patrioti. Hayez prende a cuore questi ideali e si mettere al lavoro per realizzare alcune delle sue opere più celebri: “I Vespri siciliani”, “Aiace d’Oileo” e “Il bacio”, opera considerata simbolo del romanticismo italiano.
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8. Esistono tre versioni de “Il bacio”, in ognuna delle quali a variare è il colore dell’abito della donna. La prima versione viene realizzata nel 1859, tre mesi dopo l’ingresso trionfale a Milano di Vittorio Emanuele II e Napoleone III. L’abito della donna è di colore azzurro per riprendere i toni della bandiera francese, mentre l’uomo indossa il verde e il rosso dell’Italia: l’opera è quindi un simbolico bacio tra le due nazioni, alleate per liberare il regno Lombardo Veneto dal giogo austriaco. Nella seconda versione (1861) l’abito della donna è bianco e, con il verde e il rosso dell’abito dell’uomo, riprende i toni del tricolore italiano. Probabilmente Hayez realizza quest’opera per contestare gli accordi intessuti tra il governo francese e quello austriaco, e per ribadire che l’Italia avrebbe riscattato la propria indipendenza senza l’a- iuto di altre nazioni. Nella terza versione, quella del 1867, ritorna l’azzurro nell’abito della donna, ma a fianco dei due amanti c’è in terra un velo bianco.
9. L’uso di personaggi mitologici e di scene ambientate in un passato lontano e indefinito è una tecnica a cui Hayez ricorre spesso per rappresentare e divulgare gli ideali del Risorgimento evitando la censura dell’oppressore “austriaco”. Del resto era un escamotage usato anche da molti altri artisti dell’epoca: celebre a questo proposito è l’opera Nabucco di Giuseppe Verdi, con il suo “Va, pensiero” considerato inno del Risorgimento. Gli italiani infatti assistendo all’opera che narrava la storia degli ebrei sottomessi al dominio babilonese, rivivevano il loro dramma di popolo sottomesso ad un dominatore straniero.
10. Oltre che per i dipinti con soggetti epici e mitologici, Francesco Hayez è celebre per aver ritratto gli uomini più famosi del suo tempo: tra tutti sono noti i ritratti di Alessandro Manzoni e di Camillo Benso conte di Cavour.
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Giorgio Celiberti - Affreschi e segni

Inaugurazione sabato 30 marzo alle ore 18
Galleria Cinquantasei
Via Mascarella 59/b - Bologna
in collaborazione con MAG Como
40 opere
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Giorgio Celiberti nasce a Udine nel 1929. Studia con Emilio Vedova e appena diciannovenne partecipa alla Biennale di Venezia del 1948. Nei primi anni cinquanta si trasferisce a Parigi poi a Bruxelles grazie ad una borsa di studio del Ministero italiano della Pubblica Istruzione per poi trasferirsi a Londra nel 1957 per un anno. Ritorna in Italia nei primi anni Sessanta.
Partecipa a molte collettive tra cui si ricordano la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1948 con l'opera Ferrovia, del 1950 con l'opera Composizione, del 1954, del 1956 e quella del 150º anniversario dell'Unità d'Italia del 2011 presentato da Bruno Mauresing con l'opera L'arte non è cosa nostra. Vanta ben 5 partecipazioni alla Quadriennale di Roma tra il 1952 (VI edizione) e il 1973 (X edizione), e nell'ambito di questa manifestazione è tra i premiati della VII edizione del 1955-1956, inoltre tra le varie mostre va ricordata quella della nuova pittura italiana al Museo Kumakura in Giappone nonché molte altre mostre all'estero.
Nel 1963 una sua opera viene esposta alla mostra Contemporary Italian Paintings, allestita in alcune città australiane. Nel 2003 vince il Premio Sulmona.
Molte sono le personali a lui dedicate in diverse istituzioni museali quali quella al Palazzo dei Diamanti a Ferrara del 1989, al Grand Palais di Parigi del 1989, l'antologica al museo Villa Breda a Padova del 2005, quella del 2009 - 2010 per gli ottant'anni del maestro al museo ebraico di Venezia, la mostra “La passione e il corpo della storia” realizzata tra il 2014 e il 2015 a Ravenna. Nel 2016 espone presso la Biblioteca di Philippe Daverio a Milano. Da aprile a giugno 2018 al Museo Marino Marini - Palazzo del Tau di Pistoia è stata allestita la mostra “Giorgio Celiberti. Il segno e la materia”.
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Emilio Vedova
Celiberti è un pittore diciannovenne che ho conosciuto nel 1946 e da quel tempo l'ho seguito costantemente.
Credo sarà palese a tutti la sua forza di pittore. Si potrà discutere più o meno, se volete, sulla impostazione del quadro od altro.
È evidente che Celiberti si è mosso e non nel gusto standardizzato dei più che fanno la pittura “alla maniera di” Non parleremo di punti d’arrivo, anche perché questi punti d’arrivo in un giovane diciannovenne significherebbero arrivi d’altri.
Tuttavia il caso Celiberti va seguito, inoltre, per quell'impegno e quel vigore che rivelano un giovane fortemente nato alla pittura, estraneo alla superficialità arrivistica dei troppi giovani improvvisati senza destino.
In: Giorgio Celiberti, catalogo della mostra, Galleria Sandri, Venezia, 1949
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Renato Guttuso
Il pittore Celiberti si è fatto subito notare come un temperamento di raro impeto sin dalle sue prime esposizioni. Alla Biennale del 1954, che fu un’esposizione oscura, nel senso che i valori erano confusi e mal piazzati, l’aggressiva chiarezza dei quadri di Celiberti colpiva il visitatore.
Celiberti, come in genere i veneti, e particolarmente i Friulani, possiede la facoltà innata del dipingere.
[…] Se in Celiberti si ha a volte l'impressione che la foga lo trascini o la materia viva di un bollore uniforme, resta tuttavia con efficace insistenza l'autentica presenza dell'ispirazione. Resta il mondo fondamentalmente originale attraverso cui Celiberti si accosta alla realtà, resta un piglio sempre sicuro nel cogliere l'accento giusto; e ilcoraggio della propria fantasia.
[…] Non è difficile prevedere per Celiberti un lungo cammino; tocca a lui discernere il vero e il meno vero nella sua foga, a lui saper alternare l'audacia alla temperanza, saper correggere ogni convinzione con qualche cosa del suo contrario; secondo quel procedere appassionato e ostinato che mi pare gli sia proprio, verso un'arte più complessa e più matura.
In: Celiberti, pieghevole della mostra. Galleria II Pincio, Roma, 1955
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Italo Calvino
Caro Celiberti, la tua pittura mi piace perché è robusta e raffinata allo stesso tempo; perché c'è dentro un senso di solitudine delle cose, una soddisfazione della fisicità, un piacere nella fatica di esistere, e insieme una continua ricerca della musica che scorre tra le cose, ritmo e canto. Il mondo ha per te tutto il suo peso doloroso, la sua opaca difficoltà ma è soprattutto attraverso a tutto questo che tu raggiungi la tua colorata esultanza e salute.
In:Celiberti, catalogo della mostra, Galleria dell'Obelisco, Roma, .1961
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Biografie d'artista

Talenti del XXI secolo
a cura di Marilena Spataro
Giuseppe Bedeschi
La magia di una pittura che racconta la poesia
delle Valli del Delta del Po
Bedeschi
Giuseppe Bedeschi è nato a Lugo di Romagna nel 1958. Inizia la sua attività artistica nel 1978 attraverso la poesia visiva e la Mail Art. Successivamente si dedica alla pittura, manifestando una forte tensione per l'espressionismo astratto e per l'informale, il cui linguaggio sa tradurre visivamente gli avvertimenti interiori e le risposte indefinite agli interrogativi sullo scorrere del tempo, sulla vita e sulla morte.
In questi ultimi anni, lo sguardo di Giuseppe Bedeschi ha rivolto la sua attenzione all'ambiente naturale, in specie al fascino incontaminato delle antiche terre emerse del Delta del Po, a quell'area valliva che dalla Bassa Romagna si spinge verso le valli comacchiesi,
Dal 1980, Bedeschi, opera attivamente a numerose iniziative culturali ed espone in svariate mostre collettive e personali, sia in Italia che all'estero. Di particolare rilievo sono le mostre: 1980 16esima Biennale de San Paulo (Brasil), Consolato italiano, South Perth, Australia, spring Festival; 1982 Galleria la Bottega, Lugo, (RA); Berlino (Germania) action for peace; 1987 personale Sala polivalente Il Granaio, Fusignano (RA); Art today II, Budapest (Ungheria);1988 Arte Personale, Amadora (Portogallo); Transumanze, Massa Lombarda (RA); 1990 Artefiera, Bologna, Lugo Crea, Lugo (RA), Galleria la Bottega, Lugo (RA), 1991 Lugo Crea II, Lugo (RA); 1995 San Paulo (Brasile); 2010 collettiva Artepiù, Lugo (RA), 2013 personale Pescherie della Rocca di Lugo (RA), Sala polivalente Il Granaio, Fusignano, 2017 collettiva, Logos Hotel, Forte dei Marmi, Galleria Spazio Dinamico Arte, Firenze 2018, Galleria Ess&rrE di Roma 2018 collettiva, Magazzini del Sale Darsena di Cervia 2018, personale, Galleria Spazio 98, Lugo, collettiva, Pinacoteca Civica A. Ricci di Monte San Martino, collettiva.
Hanno commentato la sua arte: Gian Ruggero Manzoni, Alberto Gross, Cristina Dal Fiume, Angela Maria Golfarelli, Aldo Savini, Laura Medici, Mario Zanoni, Marilena Spataro.
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OTTOCENTO

Grandi mostre
Forlì, Musei San Domenico
L’arte dell’Italia tra Hayez e Segantini
Dal 9 Febbraio al 16 Giugno 2019
di Marilena Spataro
Ottocento
<<OTTOCENTO. L’arte dell’Italia tra Hayez e Segantini è una mostra di grande impatto e con quadri di grande formato, una mostra di bellezza immediata e nello stesso tempo di pensiero e che, vorremmo, fosse di pensiero sufficientemente sofisticato» afferma con orgoglio Gianfranco Brunelli, coordinatore della mostra, in corso fino al 16 Giugno ai Musei San Domenico di Forlì, e direttore generale di questi Musei. A cura di Fernando Mazzocca e Francesco Leone, l'evento espositivo vede come presidente del Comitato Scientifico, Antonio Paolucci, storico e critico dell'arte di fama internazionale. La rassegna si ricollega, per le ambizioni e l’impegno nel riconsiderare sotto un nuovo punto di vista un periodo particolarmente significativo della nostra storia dell’arte, con altre grandi mostre organizzate dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì. In special modo a quelle dedicate nel 2007 a Silvestro Lega, nel 2013 al Novecento, nel 2014 al Liberty e nel 2015 a Boldini, alternando così approfondite ricognizioni monografiche alla esplorazione dei movimenti che hanno caratterizzato l’avvincente confronto tra la tradizione e la modernità, il dialogo tra il passato e il presente. Questo vale soprattutto per il mezzo secolo preso in considerazione da questa mostra che va dall’Unità d’Italia alla Grande Guerra, evento che conclude definitivamente l’Ottocento.
Oggetto d'indagine mai tentata prima sono gli anni esaltanti e tormentati proprio di questo periodo, anni che hanno visto gli intellettuali e gli artisti impegnarsi sul fronte comune della nascita di una nuova coscienza unitaria, di un’identità nazionale che rispecchiasse l’avvenuta unificazione politica del paese. Attraverso una selezione di opere diventate iconiche, soprattutto quelle presentate, premiate, acquistate dallo Stato e dagli enti pubblici, ma anche oggetto di dibattito e di scandalo, alle grandi Esposizioni Nazionali, da quella di Firenze del 1861 a quelle che tra Roma, Torino e Firenze (le tre città che erano state capitali) hanno celebrato il cinquantenario dell'Unità, le dieci sezioni della mostra ricostruiscono i percorsi dei diversi generi, da quello storico, alla rappresentazione della vita moderna, dall'arte di denuncia sociale, al ritratto, al paesaggio. In un emozionante racconto epico affidato soprattutto alle opere di grande formato, mai movimentate prima, ci vengono incontro temi di impatto popolare e dal significato universale risolti nel cortocircuito visivo di capolavori indimenticabili.
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La varietà dei linguaggi con cui sono stati rappresentati consentono di ripercorrere un periodo di grandi trasformazioni della visione, dallo splendido tramonto del Romanticismo all'affermazione del Purismo e del Realismo, dall'Eclettismo storicista al Simbolismo, dalla rivoluzione dei Macchiaioli alle speri- mentazioni estreme dei Divisionisti. Emergono con i loro capolavori i protagonisti di quei tormentati decenni, pittori come Hayez, Domenico e Gerolamo Induno, Pompeo Molmenti, Faruffini, Cesare Maccari, Muzzioli, Costa, Fattori, Signorini, Lega, Lojacono, Patini, De Nittis, Boldini, Zandomenenghi, Corcos, Tito, Mancini, Previati, Morbelli, Pellizza da Volpedo, Michetti, Segantini, Sartorio, Balla, Boccioni, e scultori come Vela, Cecioni, Bazzaro, Butti, Monteverde, Gemito, Troubetzkoy, Bistolfi, Canonica. La mostra è inoltre una straordinaria occasione di far finalmente co- noscere al grande pubblico tanti altri artisti sorprendenti, oggi ingiustamente trascurati o dimenticati.
Come evidenziato dallo stesso titolo, le due personalità artistiche ed emblematiche della parabola che con la mostra OTTOCENTO si vuol ripercor- rere, sono Francesco Hayez e Giovanni Segantini. Spiega al riguardo il direttore dei Musei San Domenico, Gianfranco Brunelli: «Hayez che è stato uno dei principali protagonisti del romanticismo storico e in un certo qual modo pure l'ultimo, è in mostra con ben 13 capolavori, tra le 10 sezioni del percorso espositivo alla pittura di storia è dedicata una impor- tante sezione, attraverso di essa è possibile cogliere vari aspetti dell'arte del tempo come ad esempio il superamento delle accademie e di ciò che queste avevano proposto a cavallo tra il '700 e primi dell''800. C'è un recupero dell'arte realista, del simbolismo, in sintesi dei diversi linguaggi con cui, in quel lasso di tempo tanto breve e pure tanto lungo in cui l'Italia doveva dire di se stessa chi era e raccontare agli italiani chi fossero, l'esperienza e la sperimentazione degli artisti, la pittura, soprattutto, ma anche la scultura, hanno ricondotto per certi versi a dignità un'arte italiana. Un'arte dell'Italia, non solo italiana perchè prodotta da italiani, ma italiana perchè consegnava allora ai contemporanei, e ci riconsegna oggi, l'identità di un Paese e l'arte dell'Italia in un dialogo tra il passato e il presente di allora. E come si sa: ogni presente sceglie sempre il proprio passato anche come giustificazione di se stesso».
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Proseguendo nell'illustrare il percorso espositivo di OTTOCENTO, Brunelli commenta: «La pittura di storia non fu solo una rappresentazione retorica di grandi Esposizioni Nazionali tenutesi tra il '59 e '61 che dettavano ai pittori le grandi battaglie risorgimentali, e non fu solo una rappresentazione di carattere celebrativo, che pure non si nega ci sia stata, i pittori, davano, infatti, una lettura in chiave più vera. Ad esempio Giovanni Fattori non si limita a inscenare il movimento vorticoso della battaglia, nello Staffato, presente in mostra, evidenzia come la guerra è morte, è tribolazione, è sofferenza, lo stesso fanno molti altri di quel periodo. Attraverso la pittura di storia c'è tutto un recupero di quello che era stato l'anelito alla libertà di quella che era stata la rilettura della Roma antica repubblicana o del Comune medievale, nello stesso tempo però quella storia passata si innesta sul presente, sull'attualità». E ancora il direttore sottolinea «all'indomani di un'Italia unificata in modo complicato, rocambolesco per certi versi, le grandi contraddizioni sociali presenti nel nostro Paese sono ancora tante ed irrisolte. In tal senso in Italia c'è una pittura di realtà, che fa eco al verismo letterario e al realismo della scuola francese, che mette in scena gli immigrati, i poveri, i minatori, i contadini, in qualche modo i miserabili. Si tratta di una pittura che pone all'attenzione quell'Italia che non è stata ancora sanata rispetto alle contraddizioni sociali, e che in OTTOCENTO proponiamo con un'ampia rassegna di importanti opere messe in primo piano. Poi, con altrettante importanti opere, diamo conto dell'Italia della bellezza del paesaggio, il che evidenzia ulteriormente tutta la contraddizione di cui si diceva prima. Una contraddizione, percepita da Carducci e da tanti letterati del tempo, tra una modernizzazione, un processo di industrializzazione, anche forzato e in parte faticoso, sebbene in alcune aree del Paese di più e in altre meno, e un paesaggio che rimane intatto, quasi incontaminato e memore delle attrattive del Grand Tour». «In questi stessi anni, nella parte finale della Macchia, si assiste al superamento stesso della tecnica macchiaiola da parte di artisti come Vincenzo Cabianca, Telemaco Signorini, che vediamo in mostra. Ed è in questo superamento della stessa Macchia, che la pittura, la letteratura e l'arte in genere, mettono in scena i valori della borghesia, una borghesia fatta di caffè, di teatri, di moda, fatta da illusioni legate alle grandi città e ai centri delle grandi città proiettati in una fantasia mimetica verso Parigi, ma si dimentica spesso che accanto alle grandi città, l'Italia ha avuto piccoli borghi e campagne povere e anche di questo diamo conto con dei lavori che presentiamo. C'è poi il tema della donna che affrontiamo e che diventa quasi un file rouge nel racconto dell'etica borghese perchè la donna non riesce a liberare se stessa, ad essere conosciuta e riconosciuta fino in fondo in questo suo anelito, lo è stata durante le necessità delle guerre risorgimentali poi nella Prima Guerra mondiale e nei momenti drammatici, ma infine il suo posto torna a essere un posto quotidiano più dimesso, salvo la mondanità per la grande borghesia, che è un po' la fuga in cui al soggetto femminile è concessa la trasgressione, una fuga consentita in qualche modo in una invenzione che l'Italia del divismo in quegli anni, attraverso le attrici del teatro, le cantanti liriche, fa di una figura femminile portata come modello irragiungibile per la maggioranza della popolazione». Di questo femminile mondano e alto borghese, OTTOCENTO propone una serie di famosi dipinti.
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Particolarmente incisivi e rappresentativi sono in tal senso i dipinti in mostra di Vittorio Corcos, uno dei massimi maestri di questo genere pittorico. «Abbiamo altre due sezioni molto significative rispetto al nostro intento espositivo che mi piace ricordare» afferma il direttore Brunelli «abbiamo la ripresa della grande Esposizione Nazionale fiorentina del 1911, curata da Ugo Ojetti, dove si mise in scena una lunga litania di ritratti, ben 740, di personaggi famosi e personaggi sconosciuti che avevano in comune quasi una appartenenza di civiltà, appunto la civiltà italiana. Ed è proprio una grande celebrazione della imponente tradizione pittorica che noi portiamo in mostra qui a Forlì, portiamo Guido Reni, Tiepolo e nomi di questo calibro, e li confrontiamo, al di là di una citazione facile di quella mostra, con la ritrattistica sperimentale che alla vigilia del Futurismo, Balla, Boccioni e altri stavano mettendo in atto. A chiusura abbiamo lavori che ci consentono di giocare con la luce e con la trascendenza dei monti di Segantini come richiamo all'idealismo a una descrizione della natura che è mistero, il mistero della natura e richiamo dell'arte». Concludendo il suo intervento su OTTOCENTO, il coordinatore pone l'accento su un aspetto di grande novità che riguarda una parte di opere in esposizione. Dice Gianfranco Brunelli: «La bellezza immediata, il linguaggio popolare di quegli artisti che lo hanno messo in scena, e i cui lavori possiamo ammirare in questa nostra mostra, lo abbiamo ritrovato nel cinema del '900, come se l'800 italiano avesse inventato un pò Hollywood, così in certe inquadrature, in quei campi lunghi di una pittura che sembra stia passando dal teatro al cinema. Non è solo la cinematografia del '900 che rilegge l''800 ma è lo stesso '800 che a livello di linguaggio visivo ha anticipato la cinematografia». «Parafrasando D'Azeglio – chiosa infine Brunelli - “se l'Italia è fatta bisogna fare gli italiani”. Anche se fortunatamente l'Italia di oggi è democratica, certamente sviluppata e incomparabilmente colta rispetto a quell'epoca, reputo che ogni tanto, e questo la mostra lo consente, quindi anche nel presente, è bene chiedersi chi siamo».
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Considerando il rilevo nazionale e internazionale dell'evento, la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì ha deciso di donare una parte del biglietto della mostra alla raccolta fondi che Mediafriends - attraverso l'iniziativa Fabbrica del Sorriso - dedica anche quest'anno al sostegno dei bambini.
Si è voluto abbinare la bellezza di una esposizione d'arte di grande prestigio alla salvaguardia del futuro dei più piccoli, sapendo che un importante evento come la mostra forlivese possiede tutte le qualità per sensibilizzare l'opinione pubblica oltre che su un tema culturale di indubbio valore anche su quello della solidarietà sociale.>>
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Nel segno della Musa

Le interviste di Marilena Spataro
“Ritratti d’artista”
Maestri del ‘900
Ivo Sassi: quando la scultura incontra l'arte
ceramica in una magica fusione tra colore e materia che genera bellezza assoluta
Come ricorda gli anni del suo esordio artistico, Maestro Sassi. Quali erano al tempo le figure di riferimento nell'ambito delle arti visive a Faenza e in Italia?
«Ho avuto la fortuna di conoscere fin da giovane un artista di grande valore, parlo di Francesco Nonni. Per me fu più che un maestro, fu quasi un padre che mi ha dato moltissimo in termini di formazione artistica e umana. Lui veniva dal cenacolo “baccariniano” il cui punto di riferimento era stato appunto quel grande artista faentino che fu Baccarini, figura di spicco nazionale che aveva portato a Faenza il dibattito che al tempo animava il mondo dell'arte italiana ed europea, specie a opera dei futuristi Balla e Boccioni, e con cui Baccarini fu a stretto contatto durante i suoi lunghi soggiorni fuori Faenza. È di questo clima artistico di grande respiro culturale che attraverso Nonni si è nutrita fin dall'inizio della mia carriera la mia anima di ragazzo inquieto e di paese, sono nato, infatti, a Brisighella, un bellissimo borgo dell'Appennino romagnolo. Ed è da qui, finite le elementari, che mi sono trasferito a Faenza per frequentare la Scuola di Disegno, dove riuscii a entrare grazie all'intervento del mio maestro elementare, Giuseppe Parini, su suo figlio Pino, che li' insegnava. In questa scuola avvenne il mio incontro con Francesco Nonni. I miei esordi artistici sono stati da pittore, provai a frequentare l'istituto ceramico Ballardini, ma con scarsi risultati a causa del mio carattere ribelle, che lo stesso scultore Biancini, che lì era docente, mi ha sempre affettuosamente rimproverato di avere. Al Ballardini insegnava pure Bucci un altro maestro della scultura ceramica. Aver conosciuto questi personaggi fin da ragazzo mi ha aiutato molto nella mia formazione.
Successivamente, una volta calmati i miei bollenti spiriti giovanili, mi diplomai al Ballardini e vi insegnai pure per qualche primavera. Sempre a Faenza ebbi la fortuna di conoscere, oltre Nonni e alcuni bravi maestri, quel grandissimo ceramista che fu Pietro Melandri. Queste conoscenze e frequentazioni mi portarono spontaneamente ad abbandonare la pittura per abbracciare l'arte della scultura ceramica. Nel ‘56 entrai nello studio ceramico di Carlo Zauli dove lavorai fino al ‘59, anno in cui decisi di mettermi in proprio aprendo una mia bottega d'arte a Faenza. E ancora oggi sono qui».
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Qual era allora il rapporto tra il mondo dell'artigianato ceramico e il mondo dell'arte a Faenza?
«A Faenza avevamo dei grandissimi artigiani ceramisti, ma pur sempre artigiani, quasi tutti legati alla tradizione ceramica, quindi alla ceramica di imitazione. A livello creativo a mio avviso abbiamo a- vuto il maestro Pietro Melandri che è stato capace di elevarsi su tutti gli altri, dando vita a opere innovative e di grande spessore artistico. Per me è stato un modello e un maestro cui guardare. Quanto al rapporto tra il mondo dell'arte e l'artigianato artistico della ceramica non esistevano dei veri rapporti. Al tempo era la bottega di Carlo Zauli a essere il punto di riferimento per gli artisti faentini, specie sul fronte della scultura. Da Zauli si respirava un'aria culturale di livello internazionale, era facile incontrare personaggi come Jo e Arnaldo Pomodoro o anche Lucio Fontana. Quel periodo e quelle frequentazioni furono determinanti per le mie scelte stilistiche e formali nel fare arte. In un clima così, dove si dibatteva accesamente sui nuovi linguaggi dell'arte e sopratutto sulla sperimentazione del linguaggio informale, ebbi l'opportunità e la fortuna di aprire i miei orizzonti e la mia mente a un mondo artistico a connotazione internazionale e del tutto innovativo. La mia scultura come la conosciamo oggi viene da lì e da quella importante esperienza culturale».
Lei si sente più ceramista o scultore?
«Io sono uno scultore dell'arte ceramica. Ho sperimentato materiali diversi, tra cui anche il bronzo. Tuttora combino spesso tecniche e materie di vario genere, ad esempio di recente ho realizzato lavori in ceramica con innesti in mosaico, con ottimi risultati. Ma per sentire, mi sento ceramista. Credo di conoscere profondamente la materia ceramica in tutti i suoi meandri più nascosti. Con il mio lavoro punto a conferire vita e corpo alle mie sculture. Penso che la ceramica abbia una importanza determinante nel combinare la forma con il colore dando espressività e conferendo un impatto visivo straordinario alle opere scultoree specie a quelle di grandi dimensioni».
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Oggi, lei, è un artista affermato e molto apprezzato a livello internazionale. Quale il segreto di questo suo successo ?
«La mia formazione come già detto, risale agli anni '50, un periodo in cui nascevano informale e astrattismo, noi giovani eravamo portati ad abbracciare queste novità, a metterci in discussione, sperimentando sempre nuove strade e soluzioni formali. Personalmente mi ci buttai anima e corpo in tal senso. Da quando ho aperto il mio studio a oggi posso affermare di aver ottenuto grandi soddisfazioni. Sono andato sempre avanti, certo la fortuna mi ha aiutato, ma la costanza, la voglia di andare oltre, di sperimentare continuamente e, soprattutto, l'amore per il mio lavoro, sono stati i miei migliori alleati, quel segreto che mi ha consentito di affermarmi ottenendo una lunga serie di prestigiosi riconoscimenti e premi anche di carattere internazionale, nonché di avere in esposizione miei lavori, tra cui molti a carattere monumentale, sia in Italia che all'estero, in strutture pubbliche e private. Tuttavia l'esposizione di miei lavori che più mi emoziona é quella presente in permanenza nel Giardino della scultura, un parco costellato di mie opere di grande formato che circondano la mia casa di campagna. É un qualcosa di personale, con un suo carattere intimo e familiare cui non rinuncerei per nessuna cosa al mondo. É la testimonianza tangibile di una vita spesa per l'arte, come è stata e come continua a essere ancora oggi la mia».
Quali i moventi artistici ed esistenziali del suo lavoro, quale la sua visione del mondo?
«Sinceramente io amo più il fare che il dire. Sulla base della mia esperienza, ribadisco che per un artista ciò che maggiormente conta è lavorare, dedicandosi alla propria attività con costanza e serietà, il che porta immancabilmente a una maturazione delle idee e questo a sua volta contribuisce a una continua evoluzione del proprio lavoro e della propria visione, a una voglia di sperimentazione che aiuta a trovare la propria identità artistica. Questo lo dico soprattutto ai giovani artisti di oggi. Quanto alla mia visione artistica, la si coglie guardando più al mio lavoro che ad altro. La mia prima esperienza è stata da pittore figurativo, specie di paesaggio, perciò ho studiato a fondo e con grande attenzione la natura cercando di cogliere il più possibile il suo significato più intimo e profondo e tutti quegli elementi di bellezza capaci di dialogare con l'animo umano. Un'impronta questa che è rimasta viva e presente nel mio lavoro scultoreo successivo pur avendo adottato il linguaggio astratto e informale. Gli elementi naturali sono presenti evocativamente in tutti i miei lavori sia nella forma che nel colore. Il mondo al quale mi rifaccio e che mi porto dentro fin dall'infanzia trascorsa tra luoghi boschivi e insieme rocciosi, spesso impervi, ma carichi di suggestioni e sollecitazioni estetiche, del mio paese della collina appenninica, è un mondo che si nutre di archetipi dove, boschi, alberi, tronchi e rami contorti, rocce, terra, cielo, fuoco, vento e ogni altro elemento naturale, nel mio ricordo, trasfigurati dalla fantasia, si animano e diventano fonte di ispirazione. Da qui alcune delle mie lunghe, robuste steli, decorate di foglie e fronde sbattute dal vento, che come alberi si innalzano verso il sole infiammandosi di rosso sanguigno, e ancora lingue di fuoco rosse e metalliche che mi- nacciose avanzano alte verso il cielo. Poi gli enormi dischi rossi e dorati come i soli incandescenti dei nostri tramonti collinari o i grandi dischi azzurri argentei come le algide stelle dei cieli nelle nostre fredde notti invernali. Tutte immagini queste, come tante altre, che mi giungono da mondi ancestrali, carichi di emozionanti misteri e che, attraversati dalla mia vena artistica, si materializzano diventando sculture».
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Oggi come vive e come si pone con il suo lavoro rispetto al mondo dell'arte contemporanea?
«Io ci sono dentro all'arte contemporanea, quella però fatta con serietà con profondità di sentimenti e con il cuore, non quella fatta di trovate, come spesso oggi avviene nell'arte contemporanea. Le trovate o le provocazioni lasciano il tempo che trovano, muoiono in breve così come sono nate. Un lavoro serio e studiato riesce, invece, a resistere nel tempo. Reputo che oggi, più che mai, l'arte debba connotarsi attraverso valenze culturali e sociali e non solo estetiche, se manca una base culturale non é possibile affrontare con serietà alcun discorso artistico né estetico. Ad esempio per fare l'informale e l'astratto, non ci si può improvvisare artisti come molti hanno pensato si potesse fare, tutt'altro! Occorre, invece, possedere una base solida nel campo del disegno e della pittura, se non si è capaci di dipingere un paesaggio difficilmente si riesce a fare arte astratta. Spesso si pensa che l'astratto sia facile, non è così: il rischio è di cadere nel ridicolo con opere improvvisate e non maturate intellettualmente. Io ho conosciuto artisti importanti del passato del mondo informale, a partire da Lucio Fontana, un personaggio di una cultura mostruosa, cultura che di certo ha contribuito a farlo diventare uno dei maggiori maestri che il '900 abbia conosciuto. Un artista se non ha una base culturale importante non riesce a decifrare il mondo di oggi. Per quel che mi riguarda, cerco di esprimere nelle mie opere proprio il mondo di oggi sia dal punto di vista emozionale che delle componenti culturali e sociali».
In un'epoca come la nostra incentrata sulla tecnologica, come vede il futuro delle arti figurative tradizionali, in particolare della scultura ceramica, e del relativo mercato?
«Sono ormai un ottantenne e come artista e uomo ne ho viste di tutti i colori. Ho, dunque, la fortuna di avere un'età rispettabile e nonostante ciò posso affermare che il mercato continua a guardare con simpatia ai miei lavori. Credo tuttavia che il mercato preso così come è oggi presenti delle negatività, specie in relazione ai giovani, che, spesso, realizzano i loro lavori con l'obiettivo di entrare a tutti i costi nel mondo del mercato dell'arte, credendo molte volte che per entrarvi sia sufficiente la trovata, ovvero fare scalpore, ma, in genere le cose non vanno così: quando si vuole stare a tutti i costi nel mercato, il lavoro rischia di non essere più genuino, non è più spontaneo. Un vero artista deve fare innanzitutto quello che sente di fare, poi, se si è bravi, prima o poi si arriva pure ad entrare nel mercato».
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Quali, Maestro Sassi, gli appuntamenti artistici e culturali che più la coinvolgono in questo periodo e quali i progetti futuri su cui sta lavorando?
«Vorrei riuscire a un progetto che ho già iniziato a portare avanti. É una grande stele di 30 metri, ad oggi ne ho realizzate fino a 20 metri al massimo, dovrebbe essere una stele gigantesca che si libra verso il cielo, che vola in un anelito di assoluta libertà e di gioia verso lo spazio e oltre il tempo. Come vede a 82 anni la mia visione continua a essere ottimista. Spero che i giovani colgano questo mio messaggio, oltre al mio appello di non aver fretta di bruciare le tappe».
Quali gli artisti di oggi che sente più vicino?
«Gli artisti della mia generazione: li guardo e mi interesso a quello che fanno e alle loro opere. Delle volte se riesco a cogliere delle intuizioni che mi consentono di fare un salto di qualità nel mio lavoro, ne tengo conto. Ben venga tutto ciò che ci può arricchire nell'arte come nella vita!».
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I Tesori del Borgo

Belforte del Chienti: il fascino antico della fortezza medievale. Tra imponenti architetture del passato e capolavori assoluti del rinascimento marchigiano
di Giulia Sancricca
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Nel suo nome, Belforte del Chienti, racchiude tutte le sue caratteristiche. Quelle di una bella fortezza che sorge lungo il fiume Chienti e che, a non molta distanza dal mare e dalla montagna, permette di poter godere di tutta la bellezza dell’entroterra maceratese.
Di grande interesse ambientale e paesaggistico, l’antico borgo di Belforte sorge arroccato su una ripida altura che domina la sottostante valle del Chienti, mentre all’interno dell’antica cinta muraria risalente al XIV secolo e ristrutturata di recente, vede snodarsi un caratteristico dedalo di strade strette, ripide e tortuose, tra le quali sorge la parrocchiale che ospita una spettacolare testimonianza del rinascimento marchigiano.
Nella parte alta del paese, sorge il palazzo comunale che era il luogo dove avvenivano le assemblee cittadine costituite dal Consiglio Generale e dal Consiglio di Credenza. Ubicato in una piccola piazza conserva, della struttura antica, la torre civica, risalente al XVII secolo e tuttora fornita di campana, e le arcate ottocentesche.
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Nella stessa piazza si trova anche la chiesa di Sant’Eustachio, ricordata almeno dal 1218, ma le sue forme attuali risalgono al XVII-XVIII secolo, dopo il terremoto del 1741. Se all’esterno non presenta strutture particolarmente notevoli, all’interno l’edificio custodisce alcune opere di grande interesse: tra cui una statua lignea cinquecentesca di San Sebastiano (un tempo nella chiesa omonima), due tele cinquecentesche, una delle quali firmata e datata da Durante Nobili da Caldarola, allievo di Lorenzo Lotto, una Santa Lucia del pittore ginesino Domenico Malpiedi e il luminoso e grandioso polittico del 1468, firmato e datato da Giovanni Boccati.
Il polittico fu eseguito nel 1468 dal pittore di Camerino Giovanni Boccati. L'opera, racchiusa in un'elaborata e preziosa cornice in legno dorato, misura quasi cinque metri di altezza per una larghezza di oltre tre metri. Si compone di dodici pannelli di cui cinque costituiscono il registro inferiore e sette quello superiore; da diciotto specchi di cui sei sono inseriti nei pilastri laterali e dodici nella predella, e da cinque medaglioni. Complessivamente le tavole figurate ammontano a trentacinque; ad esse si aggiungono i due cartigli laterali con le iscrizioni nelle quali compaiono i nomi dei committenti e l'anno di esecuzione. La firma del pittore si trova nel gradino alla base del trono della Vergine.
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Sempre nel capoluogo, fuori dall’ abitato, quasi a ridosso delle mura cittadine, si pone la restaurata e, nei secoli, allargata chiesa di San Sebastiano, eretta dalla comunità a protezione della peste, dietro autorizzazione rilasciata dal vicario Vescovo di Camerino nel 1479.
Nel cuore del centro storico, poi, anche Palazzo Bonfranceschi, elegante dimora storica, che prende il nome dall’ultima famiglia che lo ha posseduto. Si tratta di una costruzione risalente al XVII-XVIII secolo, l’edificio, destinato a palazzo nobiliare, si sviluppa su tre piani e comprende una meravigliosa cappellina abbellita da stucchi.
Casa Bonfranceschi è un interessante esempio di architettura di palazzo nobiliare che si sviluppa su tre piani: al primo piano si apre un' ampia sala con soffitto a cassettoni e l' adiacente cappellina abbellita da stucchi. Prima dell' 800 l'immobile apparteneva alla famiglia Farroni Silvestro e poi attraverso l' asse ereditario alla famiglia Valentini e quindi alla Bonfranceschi. Oggi è di proprietà del Comune che lo ha sottoposto a interventi di restauro terminati nel 2003: il Palazzo si apre, come Residenza d’epoca, grazie all’impegno e all’entusiasmo dei componenti di TDA Universal s.a.s., società attiva nella promozione dell’arte e della cultura. Con laboratori d’arte, sale per ricevimenti, per presentazione di libri e per ogni tipo di evento culturale, spazi espositivi, visite guidate, Palazzo Bonfranceschi si propone come un’oasi di relax, senza per questo rinunciare all’opportunità di fare una vacanza ricca di emozioni. Scendendo dalla parte alta del paese si trovano i borghi e le frazioni.
La chiesa di San Giovanni si trova nel borgo che prende il nome dello stesso santo. è semplice nella chiusura a timpano della facciata, ma suggestiva e severa nella pietra scura con cui è edificata, apparteneva al Monastero Benedettino, poi domenicano ed in seguito a ciò fu chiamata San Domenico, mentre in precedenza era chiamata de tribio. All’interno interessanti affreschi raffiguranti la Natività e la Madonna del Rosario di Andrea De Magistris del 1558.
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A Villa Pianiglioli è molto suggestiva la piccolissima chiesa di Santa. L’edificio risale al XVI secolo ed era dedicato a San Giovanni Evangelista. All’esterno presenta bassorilievi in arenaria, mentre all’interno sono conservate tre tele raffiguranti: San Venanzio; Sant’Eustachio che regge sulla mano sinistra il paese di Belforte; la Sacra Conversazione.
All’Antegiano, un’altra zona del paese, si trova appunto la chiesa della Madonna dell’Antegiano. Le prime notizie relative a questa chiesa risalgono al 1476, in quanto altre fonti del 1421 non fanno menzione della sua fabbrica. La chiesa fu tenuta come luogo dei Clareni secondo quanto si legge in un atto di permuta del 1540. All’ interno presenta due lastre in marmo, un confessionale e un altare, inoltre vi si conservava una tela con riferimenti stilistici che riconducono al De Magistris. Un borgo antico, custode di tante bellezze e tradizioni che oggi si fondono perfettamente con la modernità delle nuove costruzioni e vedono partecipi tanti giovani che hanno saputo cogliere la preziosità del paese lasciato dai loro avi.
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Daniela Rebuzzi

L’universo colorato dell’arte informale
a cura di Svjetlana Lipanovic
La pittrice Daniela Rebuzzi si presenta al pubblico con il suo orginale universo colorato in cui infinite dimensioni raccontano la stessa essenza dell'essere e della vita. L'amore incondizionato per le diverse espressioni artistiche che spazziano dalla pittura e il disegno, fino alla scultura e al mosaico, l'hanno portata ad intraprendere i corsi di perfezionamento dell'arte pittorica. La sua ricerca incessante si è concentrata sulla pittura ad olio e anche, sulle sculture in bronzo che inaspettatamente, cerca di unire armoniosamente. Nell'incantevole cornice del lago di Lugano, la pittrice crea le sue opere risultato di una ricerca minuziosa in cui la poesia, e le scritture hanno un ruolo fondamentale come la fonte inesauribile dell'ispirazione.
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Le poetiche, delicate immagini simili ai mosaici colorati, piene di simboli, tutti da decifrare, sono i messaggi misteriosi, con cui la pittrice comunica con l'esterno e, rivolti alle anime sensibili e ricettive. Si nota immediamente, l'importanza predominante dei colori che sono il fondamento su cui poggia la costruzione delle composizioni.
Davanti agli amanti d'arte, come per l'incanto si apre la visione di un mondo fantastico dalle mille sfumature rubate all'arcobaleno in cui ognu-no può entrare per trovare la sua perfetta dimensione. Nelle opere, con i titoli fantasiosi, niente è fatto per caso dato che una lunga progettazione precede alle ulteriori metamorfosi dei soggetti per ottenere risultati sorprendenti ed innovativi.
Le varie tecniche come il collage, oppure l'intaglio e, la pittura ad olio sono d'aiuto alla pittrice per raggiungere il risultato desiderato, rappresentato dalle sue sculture pittoriche. La varietà e la bellezza dei colori adoperati è un eccelente mezzo , secondo la pittrice, per stimolare la nostra energia vitale, i sensi e le nostre emozioni.
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Negli anni passati Daniela Rebuzzi ha esposto nelle mostre personali e colletive, presso le Fiere d'arte in Svizzera e all'estero, (Artenergia - Generazioni a confronto, Dioscuri al Quirinale, Roma 2016, critico Mara Ferloni, International Contemporary Art, Jesolo 2017, critico Vittorio Sgarbi, Biennale di Milano, ottobre 2017, critico Vittorio Sgarbi, Spoleto Pavilion, Venezia critico Vittorio Sgarbi, Art Fair Shopping, Parigi ottobre 2017, La signora delle Stelle Margherita Hack, Art Gallery, Milano, gennaio 2018, IV. premio, Miami meets Milano Art Exhibition, Miami dicembre 2018, Biennale Lake Como, Gravedona 2018, critico Giammarco Puntelli, Arthill Gallery, London giugno 2018, Pace e Amore, Moschea di Roma, settembre 2018, critico Giammarco Puntelli, Biennale Arte Contemporanea di Salerno, ottobre 2018, III. premio «arte informale, Espace Thorigny, Parigi, dicembre 2018, ed altri), riscuotendo notevole succeso tra il pubblico e i critici d'arte. Inoltre, le sue opere sono state pubblicate dalle prestigiose riviste edite dalla Casa Editrice Giorgio Mondadori e dalle riviste pubblicate a Lugano, e sono state inserite nelle Agende degli artisti e, nei cataloghi relativi alle innumerevoli mostre a cui ha partecipato. La sua produzione pittorica si distingue sulla scena artistica contemporanea per la forte creatività che la caraterizza e, con cui è illuminato il suo universo colorato dell'arte informale.
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CalifArte a Parma

Il successo dell’ evento e le novità in arrivo.
a cura della redazione di Art&trA
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Che la Città Ducale potesse accogliere con entusiasmo la mostra delle opere dedicate alla produzione artistica di Franco Califano era nell’aria. Lo diceva la immediata concessione del patrocinio del Comune di Parma, lo diceva la partecipazione degli sponsor locali e del partner storico Otto Ettari - Tenute Riposo, lo annunciava la organizzazione della UCAI, che tiene con cura e competenza la chiesa di S. Andrea favorendo la diffusione dell’ Arte in una città che è ricca d’arte da sempre. Segnali inequivocabili che hanno messo lo staff di CalifArte nelle migliori condizioni per preparare un evento di tutto rispetto. Dalla primissima edizione è passato poco tempo, eppure gli artisti partecipanti, che erano una decina, oggi superano quota 30 e a Parma sono state esposte le opere dei 24 partecipanti di questa fortunata edizione.
Pittori, scultori e performer hanno interpretato nel loro stile le canzoni o i monologhi che Califano ha lasciato, dopo una carriera punteggiata di successi e disavventure quasi in parti uguali. Califano e Parma sono legati da molti tratti. A Parma il Maestro andava sempre volentieri, si è esibito più volte nei bei locali della città e della provincia e ha collaborato con alcuni musicisti parmigiani. Occasione ghiotta per cercare (e trovare) quelli che alla fine degli anni 70 hanno suonato accompagnandolo nelle gloriose serate vissute in giro per l’Italia. Così, complice il giornalista Matteo Scipioni della Gazzetta di Parma, al vernissage dello scorso 2 febbraio erano in sala, oltre a tanta, tantissima gente, Franz Dondi, Beppe Ugolotti ed Elio Baldi Cantù, tre della band del Califfo di quei tempi. Nello scenario suggestivo della chiesa tardo medievale, le opere degli artisti di CalifArte alle pareti rendevano colorata una giornata buia e freddissima, che non ha dissuaso i visitatori accorsi in gran numero.
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Paolo Silvestrini, scrittore e pittore amico di Califano, lo stesso Scipioni e Roberto Sparaci (manager di CalifArte e titolare della galleria Ess&rrE) hanno presentato il progetto e le attività di CalifArte, toccando aspetti della vita del Maestro e le delicate connessioni tra il suo lavoro e quello degli artisti. Raccontando, come nei loro scritti sul catalogo della mostra, emozioni e storia con la stessa intensità. Coadiuvato dall’ottimo chitarrista Paolo Martignon, Giorgio Barassi ha condotto l’esordio della manifestazione a Parma e non sono mancati i bei momenti toccanti dedicati alla canzone, l’arma più potente di cui Califano disponeva per far parlare la sua arte.
La mostra ha esaltato le doti già note di alcuni dei partecipanti e confermato le capacità degli esordienti nel progetto. Tutti hanno interpretato con un coinvolgimento davvero ammirevole alcune delle canzoni scritte dal Califfo. Apprezzato lo spazio dedicato agli artisti parmigiani (Lalla Luciano, Giorgio Gost e Paola Boni) che hanno sposato questo progetto destinato ad altre strade di conferma del successo già ottenuto ed altrettanto apprezzate le opere di quegli artisti che hanno solo sottolineato la loro fama con opere di grande qualità. Luca Dall’Olio (che era presente al vernissage), Marco Lodola, Alberto Lanteri, Cinzia Pellin, Alberto Gallingani, Giancarlo Montuschi sono già noti al grande pubblico ed hanno proposto opere che per la durata della mostra hanno riscosso molti sinceri consensi proprio perché dedicate direttamente ad una produzione autorale di tutto rispetto, fornendo una nuova fonte di ispirazione che darà ancora molto nel proseguo del cammino di CalifArte. Gli emiliani Luigi Colombi “Conte” ed Elisabetta Manghi hanno consolidato le loro posizioni di rilievo, conseguendo una affermazione comu- ne a quanti si sono avvicinati al progetto creato da Giorgio Barassi, che teneva molto alla uscita parmigiana, avendo una predilezione per la città per aver trascorso nella Città Ducale gli anni della giovinezza e per una frequentazione mai dismessa.
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Tutti, anche quelli qui non citati, sono stati bravi interpreti di canzoni come “La musica è finita”, “Minuetto”, “E la chiamano estate”, “Tutto il resto è noia” lavorando non con la voce ma coi pennelli ed i colori. Colorando quindi le note e le parole dense e malinconiche del poeta-Maestro. Non si esagera se si dichiara che CalifArte a Parma è stato un autentico successo.
La serata di inaugurazione, atipica ed apprezzata come nelle abitudini dello staff di CalifArte, ha avuto una continuazione con gli “Anolini del Maestro”, una delle specialità parmigiane (gli anolini in brodo) consumata nei bei locali della storica Trattoria Sorelle Picchi di via Farini ed ha avuto una degna conclusione nell’esclusivo party al Cuorematto di Poviglio (R.E.), con Martignon alla chitarra e Barassi alla voce per ricordare i grandi successi di Califano davanti ad un pubblico attento ed allegro. Uno spettacolo nello spettacolo, a sottolineare i punti di contatto fra Pittura, Musica e Poesia. La mostra, durata fino al 14 febbraio, ha contato molti visitatori nonostante il tempo inclemente del febbraio parmigiano ed ha compreso anche una affollata estemporanea di pittura sabato 9 febbraio. Califano fa parlare di se attraverso le canzoni che diventano quadri, sculture, installazioni.
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Il futuro di CalifArte ha come tappa naturale quella del Porto Turistico di Roma. Sparaci e il direttore artistico del progetto, Sabrina Tomei, hanno ufficializzato a Parma le date romane: si comincia l’ otto giugno con l’inaugurazione. Si prosegue fino al 21 e in queste ore si susseguono le voci sulle novità, per ora segretissime, che saranno rese note al più presto. Alla Ess&rrE del Porto Turistico di Roma va in scena dunque la versione estiva della rassegna con grandi ospiti e nuovi artisti pronti a dipingere le canzoni del Califfo.

Parma ha dunque reso un omaggio sentito al Maestro Califano ed agli artisti che hanno condiviso la diffusa opinione sul suo operato: un paroliere capace e potente, che è stato un poeta ed un cantante, tracciando la strada del rimanere a schiena dritta anche nelle più aspre difficoltà che per disavventura gli sono capitate addosso. Nella vita degli artisti accade di tutto, ma alla fine il ricordo che di loro serbiamo è legato e deve essere legato a quello che hanno fatto, e bene, nella loro arte. Le opere degli artisti di CalifArte si fanno notare non solo per la loro unicità, ma per un’aria di passione e coinvolgimento che le rende ancora più leggibili e gradevoli. Il pubblico lo ha notato e dimostrato. E non è un
caso se durante la mostra, diversi artisti hanno mostrato la loro attenzione al progetto ed intendono partecipare alle prossime edizioni. Vedremo.
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Tutte le informazioni su CalifArte, la disponibilità delle opere e le sue attese prossime avventure sulla pagina Facebook “CalifArte” ed al 329 4681684. Appuntamento al Porto Turistico di Roma il prossimo 8 giugno. “Il catalogo della mostra? Esaurito”. Lo dice Roberto Sparaci senza nascondere una giusta soddisfazione. è stato davvero un successo di cui quelli dello staff di CalifArte possono vantarsi.
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Ante Milas e Željo Perković

Le due visioni del mondo
a cura di Svjetlana Lipanovic
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La presenza dei pittori croati Ante Milas e Željo Perković con le loro tele esposte a Roma nello scorso dicembre, ha fatto vedere le due differenti visioni del mondo, che affascinano per i temi rappresentati, quanto mai diversi tra loro.

Ante Milas, pittore eclettico che spazia dal sacro al profano ha scelto per il pubblico romano le due opere con temi opposti. “Arcadia” un quadro dove regna l’armonia, rappresenta un paesaggio perfetto, incantato che invita a immergersi mentalmente nella natura incontaminata. L’immagine dipinta è quasi un inno al creato che emana un senso di pace e di bellezza assoluta in cui, quasi per caso si intravedono le figure umane, sovrastate da maestosa vegetazione. Al contrario, l’altra opera “Riflesso” fissa un momento drammatico, una caduta reale o irreale di una figura umana misteriosa simile a Icaro, oppure anche a Lucifero che precipita negli abissi, illuminata da una luce soffusa. Il significato del dipinto si presta a diverse interpretazioni tra cui vi sono certamente le innumerevoli cadute umane, vere o immaginarie che si susseguono nel corso della vita ed altre, legate a figure mitologiche. Altri personaggi visibili nel dipinto mantengono sempre un doppio significato.
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Il viso della donna può ritenersi davanti o dietro lo specchio, il serpente potrebbe essere appena fuggito dall’Eden mentre con la figura dell’uomo, il pittore intende richiamare alla mente Giuda o Bruto. Il pittore nei suoi quadri predilige, come già visto temi simbolici, religiosi, o legati alla vita quotidiana delle metropoli. Per realizzarli usa vari materiali come olio su tela, le tavole di legno, il carboncino, l’acquarello, la matita, l’inchiostro di china ed altro. Un senso della solitudine esistenziale e di una certa, dolce malinconia avvolge le scene delle sue creazioni come un velo trasparente dalle ombre perlacee. Milas ha sempre cercato di conciliare l’arte tradizionale e l’arte moderna e questo tentativo si riscontra nelle sue opere. Dopo la riuscita mostra avvenuta presso San Salvatore in Lauro nel luglio del 2018 a Roma, recentemente ha riproposto le sue creazioni nella mostra “Segni in movimento” in artis locis, dal 15 dicembre 2018 al 06 gennaio 2019 nella quale gli amanti dell’arte hanno potuto apprezzare le sue enigmatiche opere collocate in uno spazio indefinito tra il sogno e la realtà e, eseguite con rara perfezione.
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Alla stessa mostra ha esposto anche Željo Perković, pittore raguseo dalla fervida immaginazione che si dedica con passione alla rappresentazione dei velieri antichi. Il mare, la sua grande ispirazione lo porta a creare delle immagini stupende, in cui le navi solcano le distese azzurre, oppure sono adagiate sul fondo marino. Questi velieri sommersi simili alle ombre nere sono illuminati con i raggi di luce che rischiarano dall’alto gli abissi. C’è qualcosa di antico nei dipinti, un senso di nostalgia per i tempi passati quando la voglia di scoprire le nuove terre, portava i marinai a imbarcarsi in cerca di avventure. Il mondo marino continuamente presente nelle sue opere è sovente accompagnato con ritratti femminili molto realistici disegnati con tratti leggeri e nello stesso tempo incisivi. Per ottenere gli effetti innovativi realizza le sue immagini con svariati materiali tra cui: i pastelli secchi, la matita, olio su tela, il carboncino sulla carta. Amante del realismo e grande estimatore dell’arte medievale, il pittore spesso crea quadri nati dal suo mondo immaginario. Perković ha esposto già nell’ ottobre del 2017 a Roma presso la Galleria della Biblioteca Angelica ed ora si è ripresentato presso lo spazio espositivo della “Galleria Consorti” nella prestigiosa Via Margutta e negli spazi della Galleria Roman Holiday.
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I visitatori hanno potuto scoprire la bellezza maestosa dei suoi velieri che sono una inedita personificazione della libertà e un omaggio al mare. Sotto il cielo invernale di una Roma, addobbata per le Feste di fine d’anno, le due esposizioni hanno mostrato mondi differenti, tutti da scoprire come sono anche da scoprire i loro autori che li hanno ideati, con la forza creativa della loro immaginazione.
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Art&Events

N&M Management a
Napoli porta la comicità
È successo
per il tour dei comici di Made in Sud targato N&M Management che, nella succursale di Napoli capitanata da Diego Mele e Tiziana Di Pede, ogni appuntamento regala divertimento al pubblico partenopeo, portando in scena un vero e proprio galà dinner all’insegna del divertimento. Ogni tappa, presentata dal conduttore Tv Anthony Peth, vede protagonisti proprio loro, i comici noti di Made in Sud che si alternano sul palco con le loro gag e mettono in risalto le storie della quotidianità viste con un occhio diverso, attraverso la risata vengono lanciati veri messaggi sulla realtà di oggi. Soddisfatti anche Maria Raffaella Napolitano e Fabio Lauricella della sede centrale della N&M, avvalendosi di collaborazioni a carattere nazionale, portano per ogni provincia appuntamenti attesi dal grande pubblico. La forte collaborazione con Fabio Mele e Tiziana Di Pede li vede ogni mese protagonisti per la sezione comedy, che ogni tappa registra un sold out di presenze. La formula integrata dalla buona cucina e dalla musica ha visto alternarsi nelle prime due tappe Simone Schettino e Paolo Caiazzo, due comici di successo che hanno saputo intrattenere il pubblico; In attesa del prossimo appuntamento, la N&M è in continua evoluzione di nuovi eventi e format Tv.
Al Teatro degli Audaci
“Quando tutti dormono”
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Un comico spesso è anche un sognatore. E chi meglio di un sognatore può raccontare la notte e il mondo dei sogni?». Marco Capretti presenta così il suo nuovo spettacolo, “Quando tutti dormono” in scena al teatro degli Audaci di Roma. Un one man show all’insegna del divertimento, che offre anche momenti di emozione e di riflessione. Il copione, scritto dal popolarissimo comico di Made in Sud con la collaborazione di Gianluca Irti e Fabrizio Nardi (che firma anche la regia), affronta il momento in cui ci spogliamo dei nostri abiti, ma anche delle nostre difese.
«Possiamo definirla un’analisi comica del momento più intimo e rilassante del nostro vivere, che è la notte», che racconta di come lo spunto per il suo esilarante one man show sia arrivato con la paternità.
Successo per
“Musica a mano armata”
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Omaggio a Franco Micalizzi alla Casa del Cinema di Ro-ma. L'evento, a cu- ra del CSC Cineteca Nazionale in collaborazione con la stessa Casa del Cinema, è stato un emozionante Amarcord per tutti i numerosi presenti in sala. Preceduto dalla proiezione di Italia a mano armata di Marino Girolami, film cult del 1976 reso famoso anche dalle sue musiche, l'incontro pubblico con il Maestro si è inaugurato con un esaustivo filmato preparato per l'occasione dall'autore tv Luca Rea (Stracult) e dall'appassionato collezionista di colonne sonore Enrico Mangini. Tra i tanti amici intervenuti: Amedeo Minghi, Enzo Castellari, Stefano Mainetti, Claudio Simonetti, Mirella D'Angelo, Giuseppe Pedersoli con la consorte Lupita, Carlotta Bolognini, Olga Bisera, Vassili Karis; ed ancora: Marco Tullio Barboni, Alessandra Lenzi, Maurizio Ferrini, Giovanni Brusatori, Mr. Zed, Doggie Meakin, Elisa Pepè Sciarria, Anthony Peth, Maria Lucia De Sica e tantissimi altri. L'incontro è stato moderato impeccabilmente dal critico Pierpaolo De Sanctis, con numerosi applausi a scena aperta per gran parte dell'intervista pubblica.
Vitalico Bulimico
successo al Parioli Theatre
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Il primo che ha scagliato verso il nemico una parola ingiuriosa piuttosto che una freccia è stato il fondatore della civilt”. Prendendo in prestito le parole di John Hughlings Jackson, Andrea De Rosa porta in scena per la prima volta lo spettacolo “Vitalico Bulimico - 15 anni di schizofrenia comica”.
Al Parioli Theatre Club di Roma, l'esilarante attore romano coinvolge il suo pubblico con un'arringa tragicomica in cui verranno raccolti il meglio (e il peggio) dei suoi primi quindici anni di pazzia comica, un ironizzare su sé stesso e ciò che lo circonda, dagli anni della scuola agli atti impuri, dai cartoni “porno” animati alla televisione dei buoni sentimenti... arrivando ad oggi, in un'ora di auto-terapia.
Una ragazza per il cinema
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A Febbraio grande successo a Roma per la 2° selezione regionale del Lazio dell'ambito Concorso Nazionale di bellezza e talento “Una Ragazza per il Cinema” giunto alla sua 31° edizione. Presidente di una nutrita giuria , il notissimo attore e produttore cinematografico Karim Capuano che, insieme a Giovanna D'Urso, ha presentato in serata il film in lavorazione “Riscatto d’Onore“, che avrà protagonista femminile la giovane e bella Elisa Pepè Sciarria.
“PAPÀ”, quando il passato torna
per far ridere al Teatro Marzoni
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Al Teatro Manzoni di Roma debutta la commedia brillante di Pierre Chesnot, per l'adattamento e la regia di Carlo Alighiero, che è anche il protagonista. Con lui in scena la moglie Elena Cotta e Sergio Ammirata, Cinzia Berni, Luca Negroni, Andrea Carpiceci e Valentina Marziali. La commedia, una delle più riuscite del prolifico autore francese, si snoda in un susseguirsi irrefrenabile di ilarità, malintesi irresistibili e battute gustose, mai volgari, capaci di incollare gli spettatori alla poltrona, che mette in risalto i valori dell'amicizia e della famiglia.
“Quelli di Franco Fontana”
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Il Mese della Fotografia a Roma: un grande evento gratuito con 250 iniziative in tutta la città, che si svolgera' nel mese di Marzo.
All'interno del lungo e prestigioso programma, ad esporre nell'Urbe sappiamo che ci sarà anche Franco Fontana, il celebre Maestro Internazionale sul Colore, accompagnato per l'occasione da alcuni suoi Allievi del gruppo “Quelli di Franco Fontana”; tra i prescelti per l'occasione, anche Lisa Bernardini, nota PR e direttore artistico, che con il suo amato Maestro espone spesso in giro per l'Italia all'interno di questo gruppo. L'inaugurazione a Palazzo Merulana. In esposizione, sempre insieme a Fontana, anche i fotografi Dario Apostoli, Fausto Corsini, Massimo De Gennaro, Francesca Della Toffola, Tea Giobbio, Giuliana Mariniello, Alex Mezzenga, Roberto Mirulla e Franco Sortini.
L'ambasciatore del gusto Anthony Peth all'Istituto Fortunato
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È stata una delle nuove tappe in tour per l’Italia presso gli Istituti Alberghieri per l’ambasciatore del gusto, accolto dal Dirigente scolastico dell’I.S.I.S. Giustino Fortunato di Angri, professor Giuseppe Santangelo, dalla prof.ssa Ada Senatore e da tutto il corpo docenti. Una mattinata, che ha permesso ai discenti dell’alberghiero della provincia di Salerno di poter vedere da vicino e colloquiare de visu con il loro idolo televisivo, il noto presentatore Anthony Peth, de La7, che con le squadre operative della trasmissione “Gustibus” spostandosi da Nord a Sud della bellissima ed interessantissima Italia, porta in evidenza quelle che sono le tante eccellenze che il nostro Stivale possiede e può vantare con orgoglio.
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