Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Elisabetta Rogai

inebriamoci di Arte!
di Valentina D'Ignazi
“E voi dove vi piace andate, acque turbamento del vino,
andate pure dagli astemi: qui c’è il fuoco di Bacco.”
Gaio Valerio Catullo
Rogai
Il Vino…anticamente definito “il nettare degli Dei”, amato e lodato dai più grandi pensatori, scrittori e poeti del passato è ancora oggi una delle bevande più privilegiate ed amate sulla nostra tavola italiana. E’ stato la fonte primordiale di ispirazione per molti artisti, che inebriandosi di esso, hanno dato vita ad opere uniche ed immortali che definirei “storia” del nostro grande patrimonio artistico. C’è chi il vino lo fa invecchiare in una botte di rovere e chi lo fa invecchiare su una tela… questo è il segreto e l’unicità di una grande artista: Elisabetta Rogai, che ubriaca i nostri sensi con una tecnica nuova, intensa, decisamente originale mirata ad usare straordinariamente ed esclusivamente il vino non a tavola, ma bensì nelle sue opere.
Elisabetta nasce a Firenze, nelle affascinanti e fertili terre toscane, patria per eccellenza delle più note e rinomate cantine italiane, cominciando a dipingere alla giovane età di nove anni. Il suo nome e le sue opere nel tempo acquistano fama e notorietà, entrando a far parte delle più grandi collezioni private mondiali. Nel 2005, il Comune di Firenze, la proclama come rappresentante del comune stesso per il quarantesimo anniversario di gemellaggio con Kyoto, dove espone le sue opere in una raccolta personale dal titolo “Oltre i confini”, cominciando a far volare i suoi sogni proprio oltre i confini nazionali.
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Nell’anno 2006, il suo dipinto Astrid, diventa l’etichetta del Chianti classico, vino ufficiale del primo semestre italiano di Presidenza per l’Unione Europea. Nell’anno 2008 arrivano due rilevanti commissioni che ci fanno capire quanto la sua arte avesse acquistato importanza nel tempo: un affresco celebrativo per i 70 anni della Scuola di Guerra Aerea di Firenze ed una “sintesi”, olio su tela, donata dal Capo di Stato Maggiore Aeronautico al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per gli 85 anni del Corpo.
La vera svolta arriva nel 2011, quando introduce il vino nelle sue opere, acquistando un marchio unico al mondo nel suo genere in una tecnica artistica decisamente bizzarra ed originale: l’EnoArte, ossia l‘innovazione di dipingere usando il vino come sostitutivo ai colori, dando vita a dipinti “wine-made” dove si permette volontariamente ai quadri di invecchiare su una tela.
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Queste creazioni artistiche, infatti, racchiudono una serie di dipinti che sono stati realizzati con del vino meticolosamente trattato in laboratorio e che con il passare del tempo sono in grado di cambiare colore seguendo la naturale evoluzione di esso. Questa novità artistica ha riscosso di anno in anno un forte interesse da parte della stampa mondiale portando la Rogai ad esporre ed effettuare performance live a Los Angeles, Hong Kong, Grecia, Cina e in diverse altre location italiane ed estere. Il vino può inebriare i sensi, liberare l’Anima e l’Arte… ma in Elisabetta Rogai, ha semplicemente sfumato su tela una poesia senza tempo che non ha paura di invecchiare.
“È ora di ubriacarsi!
Per non essere schiavi martirizzati dal Tempo, ubriacatevi, ubriacatevi sempre! Di vino, di poesia o di virtù, come vi pare...”
Charles Baudelaire
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Art&Vip - intervista doppia

Alice Rachele Arlanch (Miss Italia 2017) - Valeria Altobelli (Miss Italia nel mondo 2004)
a cura della redazione

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Una nuova avventura tv . Alice come ti senti in veste di conduttrice?
Questa opportunità è stata inaspettata: sono sempre stata affascinata dal mondo della conduzione, ma non avevo mai avuto esperienze prima di questa. Mi piace l’idea di parlare ed entrare in contatto con il pubblico, trasmettendo allo stesso tempo la mia personalità. Sono molto emozionata perché grazie a People ho l’occasione di apprendere una professione nuova, imparare e crescere in questo settore.
Vuoi raccontarci qualcosa su People?
People è un programma settimanale che si occupa di curiosità e nuove tendenza riguardo diversi settori: bellezza, design, moda, innovazione, salute, viaggi… In ogni puntata vengono affrontate rubriche diverse, attraverso interviste rivolte a protagonisti di settore, che ci permettono di rimanere sempre aggiornati e scoprire idee e novità utili per la nostra vita di tutti i giorni.
Quali sono le storie più belle che hai avuto il piacere di raccontare?
Credo che ogni storia abbia un suo fascino, ma ciò che più mi piace è poter raccontare le storie di personaggi che quotidianamente seguo - ad esempio sui social network - e di cui mi interesso, scoprendoli da un punto di vista diverso.
Che rapporto hai con il mondo dell’arte?
Ritengo sia un mondo in grado di stupire e affascinare continuamente, offrendo punti di vista diversi e permettendoci così di entrare in contatto con le emozioni più profonde, nostre e dell’artista.
Quale’è il tuo artista preferito?
Gustav Klimt, in particolare nel periodo aureo.
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L'ultima mostra che hai visto?
La mostra di Margherita Sarfatti che è stata esposta al MART di Rovereto, dove vivo.
Un dipinto che rappresenta la tua vita...
Giuditta I, di Klimt. È l’emblema della Femme Fatale, sensuale e seduttrice, ma allo stesso tempo della donna-eroina, in grado di salvare se stessa e il suo popolo dalla violenza maschile.
Un saluto ai lettori di Art&trA
Un grandissimo saluto a tutti i lettori! Alla prossima!
 
Valeria Altobelli (Miss Italia nel mondo 2004)
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Come e quando nasce la tua passione per l’arte, la musica e il teatro?
Nasce prestissimo, da bambina, a 6 anni, età in cui iniziai a studiare tastiera elettrica e solfeggio. A 11 anni la tastiera lasciò spazio al pianoforte e, a 13, inizia a studiare canto lirico e chitarra da autodidatta. Durante le scuole medie ed il liceo mi accostai alle arti sceniche, prendendo parte a diverse compagnie teatrali itineranti che portavano in scena dalla tragedia classica a pièces teatrali più moderne...
I concorsi di bellezza cosa ti hanno portato?
I concorsi di bellezza mi hanno dato l'opportunità di conoscere ragazze provenienti da tutto il globo terrestre... proprio con loro ho fondato MISSION, onlus internazionale che si occupa di donne e bambini vittime di violenza. Abbiamo progetti straordinari che abbracciano di solidarietà tutto il pianeta! Posso dire che, difficilmente, una bellezza pura ed autentica non sia corrispondente ad una equipollente bellezza d'animo. Le mie ragazze, dislocate in 150 nazioni, sono il mio ORGOGLIO! Tutte profondamente impegnate a rendere al prossimo quanto loro è stato donato in questa vita.
Qual è la tua prima passione artistica?
Sicuramente il primo amore resta il canto! In realtà, a mio modesto avviso, l'arte è un concetto onnicomprensivo e non scindibile. Il "sacro fuoco" si catalizza, nel mio caso, in diverse forme espressive. Ma la musica resta sempre il linguaggio che mi dà più emozione..
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Come riesci a gestire il tuo lavoro professionale con quello di mamma?
Gioele, il mio bambino, ha 7 anni. Sono fortunata ad avere genitori molto giovani che mi aiutano nel ménage quotidiano e non fanno mancare la loro presenza durante le mie assenze. Ma cerco di esserci il più possibile.. Preparo Gioele presto e corro a prendere il primo aereo.. o entro in macchina e corro a lavoro per farmi trovare a casa al suo rientro! La qualità del tempo trascorso insieme ai propri figli, soprattutto in tenera età, è fondamentale! Ed io riesco ad essere presente, anche a distanza, durante i suoi compiti e le sue tappe importanti... in questo la tecnologia ci agevola molto oggigiorno!
Qual è il tuo artista preferito?
Tra tutti gli artisti che maggiormente ho amato durante i miei studi liceali di storia dell'arte, spiccano Mirò e Kandinsky. Espressività pura, concettuale, senza alcuna forma di costruzione in canoni e schemi prestabiliti. Ogni quadro è un guizzo d'anima e di sentimento, uno spunto che lascia spazio all'interpretazione di ciascun osservatore. LIBERTÀ assoluta... per me condicio sine qua non affinché vi sia ARTE! Ho una memoria molto bella della mostra di Alberto Burri: una compenetrazione di materiali e forme, un' arte che si trova anche nella semplice plastica o in un sacco di iuta.. Burri, genio del polimaterico, ci insegna che l'arte è nelle cose più semplici, nei materiali di scarto che possono essere combinati tra loro dando vita ad un "altro da sé". Poi lo scenario di una vecchia fabbrica dismessa direi che ha reso il tutto ancora più suggestivo..
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Qual è il quadro che dipinge la tua vita?
Senza dubbio la Danza di Matisse. Un abbraccio universale tra i popoli, nella gioia e nel rispetto. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia internazionale, in cui i fratelli dei miei nonni erano tutti emigrati: Canada, Inghilterra, Stati Uniti, Francia.. Da sempre ho capito quanta ricchezza sia riposta nella "diversità" e quanto sia importante conoscere le altre culture e le altre tradizioni per rispettarle a pieno. Il mio lavoro mi ha portata a viaggiare tantissimo: Cina, Emirati, Turchia, Brasile, Egitto, Balcani... Un aneddoto? Ho appena prenotato un corso di russo ed uno di cinese che saranno, rispettivamente, la mia sesta e settima lingua parlata dopo italiano, inglese, francese, spagnolo e portoghese. Dopo la mia laurea in legge ho deciso di frequentare un master di secondo livello in relazioni internazionali proprio per studiare, in maniera più approfondita, la storia delle nazioni nel mondo... fondamentale per chi, come me, si relaziona, quotidianamente, con centinaia di nazioni diverse...
Progetti imminenti?
Il progetto imminente che mi sta più a cuore è il tour che, a Luglio, farò in Italia con un coro/orchestra di 500 elementi proveniente dal Texas. Ho cantato con loro a Febbraio a Tyler, negli Stati Uniti d'America ed ora li seguirò nel loro tour italiano come special guest! Sono stata premiata con la bandiera statunitense come eccellenza italiana negli Strates a Febbraio grazie all'iniziativa di un senatore texano.. È un riconoscimento più unico che raro che mi è stato conferito per il mio percorso professionale ed umano. Pazzesco! Inoltre mi aspettano tanti festival del cinema in tutta la penisola italiana. Ed ho un grandissimo progetto per la mia associazione, Mission Onlus, che si sta realizzando tra Los Angeles e Londra grazie a Premi Oscar di tutto rispetto: ho i brividi solo a pensarlo!
Cosa vuoi dire ai nostri lettori?
Cari lettori di Art&trA, posso solo dirvi che siete molto fortunati! In primis perché avete scoperto il nettare degli dei che ci dà ancora la gioia di vivere: l'arte! In secundis, perché ave- te una rivista da consultare che risponde a tutte le vostre domande e alle vostre curiosità! Vi pare poco?
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Buon Compleanno Palazzo Merulana!

Venerdì 31 maggio 2019
…un Rapporto di Sostenibilità
di Marina Novelli
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"...una perla all’Esquilino”, è proprio così che titolai su questa stessa testata, in occasione dell’apertura del Museo, un anno fa. Un anno estremamente ricco di eventi culturali, tale da aumentare la preziosità della “perla”… sempre più splendente nella sua ubicazione in Via Merulana, crocevia non solo del frenetico traffico cittadino, ma soprattutto, situata nel Quartiere Esquilino, punto nevralgico di turisti, lingue, costumi, attitudini…culture! Ed il 31 maggio si è celebrata una grande festa a Palazzo, dando luogo ad un vero e proprio open day per il quartiere e per tutti i cittadini che, specialmente nelle ore pomeridiane, si sono accalcati all’ingresso, al fine di non perdere l’occasione di essere presenti a questo importante evento, ammirandone le opere d’arte esposte e non disdegnando peraltro, uno “spuntino” delle squisite “opere culinarie”… opere gastronomiche, gentilmente offerte ai visitatori. <>. Ma la data del 31 maggio ha, per Palazzo Merulana, rappresentato anche un’occasione per tracciare il bilancio di una struttura culturale, una sorta di vero e proprio hub…un fulcro culturale permanente quindi, senza precedenti! È il caso di ricordare infatti l’intelligente recupero di un edificio storico andato in rovina e appartenente al Comune, ma che grazie ad un progetto di project financing, ha riqualificato l’area di una città “culla dell’arte” come Roma, arricchendola come abbiamo già detto della straordinaria collezione della Fondazione Elena e Claudio Cerasi. Una collezione incentrata soprattutto nella produzione artistica tra gli anni Venti e la metà del Novecento e profondamente legata all’esperienza della Scuola Romana… gestione questa affidata a CoopCulture che ha rappresentato, con successo, il volto di una grande cooperativa specializzata nella cultura e nei servizi museali e preposta a lanciare un qualificato progetto, sempre più ampio, per animare il Palazzo con iniziative ed eventi sempre più ricchi di interesse ed attrazione. <>. Si può quindi affermare che quello rappresentato è il primo Rapporto di Sostenibilità, in grado di raccontare un anno di successi… una sorta di risultati straordinariamente positivi! Il rapporto ha tenuto conto di quattro dimensioni di sostenibilità, quali quella culturale, sociale, organizzativa ed economica; la possibilità di una valutazione non solo numerica, consente di mettere in evidenza i valori di un’operazione davvero innovativa, sottolineando pertanto il fatto che la presentazione del Rapporto di Sostenibilità sia avvenuta mentre in Palazzo Merulana, e fino al prossimo 21 giugno vede ancora in corso la mostra su Giacomo Balla e last but not least si annuncia per il prossimo autunno - assieme a numerose altre attività ed iniziative - la mostra di Jan Fabre; due esposizioni, quelle di Balla e di Fabre, che possiamo ritenere infatti, strettamente correlate con la collezione Cerasi e che sembrano fare da anello di congiunzione tra moderno e contemporaneo. Un appuntamento straordinario quindi che potremo ammirare a partire dal prossimo ottobre fino al 23 febbraio 2020. La sua straordinaria opera “Direttore delle stelle” già alloggia al centro del Salone del Palazzo e che sembra davvero dirigere, oltre alle stel- le, le splendide opere da cui è attorniato! La mostra che prenderà il nome di “The rhytm of the brain”, sarà curata da Achille Bonito Oliva e Melania Rossi e dallo stesso Jan Fabre.
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Numerosi altri appuntamenti sono però nell’agenda di Palazzo Merulana, come ad esempio, andando in ordine cronologico, dall’8 al 24 giugno prossimi, vedremo uno dei più singolari ed eclettici artisti contemporanei italiani che siamo soliti incontrare nei suoi improvvisati allestimenti quotidiani, nell’effimero Museo all’Aria Aperta in Piazza Augusto Imperatore; stiamo parlando infatti di Fausto Delle Chiaie, che porterà la sua esposizione All’ombra del Bambù in quel di Palazzo Merulana. Anche la fotografia tornerà ad essere in scena dal 28 giugno al 26 agosto prossimi con “Picasso e la fotografia: gli anni della sua maturità. Le fotografie di Edward Quinn e André Villers, 1951-1973”. Tanto Villers quanto Quinn diventarono amici, collaboratori e confidenti di Pablo Picasso, cosa che consentì loro di realizzare una serie di fotografie trasgressive in cui Picasso esprime le sue innate capacità per il travestimento, lo scherzo, la caricatura e la parodia. Il confronto tra l’opera dei due fotografi si sviluppa attraverso 34 foto di André Villers e 94 foto di Edward Quinn che rappresentano il fondo di proprietà del collezionista lussemburghese Guy Ludovissy, gestito dal Reial Cercle Artístic de Barcelona. Anche il frate brasiliano Sidival Fila, artista intenso e spirituale, attualmente impegnato al Padiglione Venezia della 58° edizione della Biennale di Venezia tornerà a Palazzo Merulana a partire dal prossimo 6 settembre. Ma la programmazione estiva di Palazzo Merulana sarà impegnata anche tra scienza e cinema, all’insegna della multidisciplinarietà e all’allargamento con tanti cicli e appuntamenti, molti dei quali legati al cinquantenario dello sbarco sulla luna. Vale la pena concludere questa intensa kermesse di attività culturali, con le parole che, dulcis in fundo, il Sindaco di Roma Virginia Raggi, ha pronunciato in fase di Conferenza Stampa: << Il mio ringraziamento al Presidente Claudio Cerasi che ha voluto donare con questo atto di amore estremo nei confronti della città, questa collezione per arricchire tutti noi e per darci anche uno spazio nel quale poterci incontrare, ragionare e sviluppare cultura, nelle sue più svariate forme. Quindi il mio più sentito ringraziamento a chi ha avuto l’idea… a chi ha in qualche modo, originato la “scintilla”. Che ci vuole? Dobbiamo moltiplicare queste scintille in città! Saluto e ringrazio il Direttore Generale di CoopCulture Letizia Casuccio, che si sta prendendo cura in maniera egregia di questo spazio, la Presidente di CoopCulture Giovanna Barni, il Professore di Roma Tre Marco Causi, il Fondatore di Edizioni dell’Asino Giulio Marconi, il Professore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Pietro Petraroia e il Dott. Roberto Roscani. È trascorso un anno, e i numeri illustrati sono impressionanti per quanto riguarda i visitatori e le iniziative che, quest’anno, qui sono nate e si sono moltiplicate.
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Ho fatto un ragionamento: questo è sicuramente un modello vincente, di sviluppo di progetti pubblico-privati. Quindi noi stiamo andando nella direzione di moltiplicare davvero queste esperienze e queste iniziative, augurandoci ovviamente che possano avere lo stesso successo, ma il “primato” è qui! Stiamo rimettendo a disposizione di iniziative private, tutta una serie di complessi che nella nostra città, sono abbandonati da anni, da decenni… complessi che possono essere sicuramente pubblici, o anche privati, affinché possa esserci davvero un rapporto virtuoso tra il pubblico che, in qualche modo, deve erogare funzioni non tipiche, ma non per questo secondarie come quello di creare luoghi di incontro… creare luoghi dove sinergie e laboratori, possano nascere spontaneamente e in privato, che è naturalmente un “acceleratore” in tutto questo… un moltiplicatore! Sono assolutamente contenta di aver partecipato, anche se in minima parte, all’inaugurazione, un anno fa, di questo spazio e di essere di nuovo qui e di poter portare questo modello a “replicarsi”. Il successo di questa iniziativa che viene testimoniata oggi, con la vostra presenza e con la presenza delle decine di migliaia di visitatori, ci fa capire quanto sia stata una scelta vincente. Cercheremo quindi di “replicare” il più possibile, perché credo che le buone pratiche, i buoni modelli, vadano diffusi in modo assolutamente democratico in tutta la nostra città… e ci auguriamo che questo sia il primo di tante altre future esperienze!>> Una “perla” quindi, quella di Palazzo Merulana, di inestimabile valore che non smette mai di sorprenderci, incuriosirci, stupirci, meravigliarci, affascinarci e… appassionarci!
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“due minuti di arte” - viaggio nell’arte attraverso 4 opere

di Marco Lovisco
www.dueminutidiarte.com
Si viaggia per provare il brivido dell’avventura, il fascino del mistero o spinti dal desiderio di evadere per scoprire luoghi nuovi. Ma ci sono anche viag-gi fatti per raggiungere un obiettivo, come ci insegna la storia, o viaggi intrapresi per riscoprire le proprie radici. Qualunque possa essere il motivo, viaggiare è un atto in cui si riconoscono molti esseri viventi, perché se abbiamo cuore, gambe e testa, proprio non riusciamo a stare fermi nello stesso luogo per tutta la vita. Per fortuna.
Artisti di tutte le epoche si sono confrontati con il tema del viaggio, ognuno col suo stile, come una storia raccontata da diverse prospettive. In questo articolo ho scelto quattro artisti e quattro opere sul tema del viaggio, per evidenziare cinque diversi lati di questo tema affascinante, che ci conduce alla scoperta del mondo e di noi stessi.
1. Quando il viaggio è storia
William Turner, Bufera di neve: Annibale e il suo esercito attraversano le Alpi, 1835
Turner è passato alla storia come “il pittore della luce”. Nessuno come lui è stato capace di cogliere le infinite sfumature del cielo e riportarle sulla tela, creando effetti di sublime potenza. In quest’opera Turner dipinge un evento storico: il viaggio attraverso le Alpi del generale cartaginese Annibale e del suo esercito. Quello raccontato da Turner è un viaggio drammatico, in cui l’uomo si trova costretto a combattere contro una natura ostile e minacciosa. Del resto, Turner è stato sempre affascinato dal potere maestoso della natura che nelle sue opere prende vita come una creatura spietata e sublime di fronte al quale l’uomo appare piccolo e insignificante.
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2. Quando il viaggio è mistero
Arnold Böcklin, L’isola dei morti, 1880-1886
L’opera nella foto, del pittore svizzero Arnold Böcklin è considerato uno dei capolavori del Simbolismo, corrente artistica venata di misticismo e mistero, in cui il confine tra realtà e sogno appare labile e sfocato. L’artista non ha mai fornito informazioni precise sul senso dell’opera, lo stesso titolo “L’isola dei morti” fu attribuito al dipinto dal mercante d’arte Fritz Gurlitt. Alcuni hanno riconosciuto nella figura seduta a poppa il traghettatore Caronte, che conduce i defunti nell’aldilà. Del resto, l’intera isola è ricoperta di tombe e adornata con cipressi, alberi associati al lutto. Ciò che colpisce lo spettatore è di sicuro il senso di mistero e silenzio che circonda la scena, unito all’impressione di osservare la rappresentazione di un viaggio verso una meta ignota. Una curiosità: Esistono cinque versioni del dipinto, una delle quali fu acquistata dal dittatore tedesco Adolf Hitler, fervente ammiratore dell’artista elvetico.
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3. Quando il viaggio è tradizione
Marc Chagall, Su Vitebsk, 1984
In quest’opera compare uno dei personaggi che ricorre più spesso nei dipinti di Chagall: la figura dell’ebreo errante, immagine tipica della tradizione ebraica. Come sempre, il vecchio è rappresentato con il bastone che lo guida lungo il viaggio e il sacco in cui ha raccolto ciò che possiede. Nel dipinto di Chagall l’ebreo errante viaggia per fuggire da Vitebsk, paese natale dell’artista, luogo in cui gli ebrei erano sottoposti e discriminazioni e vere e proprie persecuzioni da parte dello zar di Russia.
Chagall in questo dipinto racconta con il suo tocco dolce e onirico uno dei drammi del suo popolo, costretto a viaggiare per andare alla ricerca di una patria.
4. Quando il viaggio è avventura
Paul Gauguin, Arearea 1892
Nessuno come il pittore francese Paul Gauguin riesce a farci viaggiare lontano con la fantasia, in terre esotiche baciate dal sole, dove il tempo non esiste e l’uomo pare vivere in simbiosi con la natura. L’opera fa parte di una serie di tre dipinti che Gauguin realizzò durante il suo viaggio a Tahiti, dove si ritirò nel 1891 deciso a non tornare mai più, sdegnato con la società francese che sembrava non apprezzare la sua arte. Il suo viaggio in realtà durò solo due anni, dopodiché l’artista fu costretto a tornare in Francia senza un soldo e oppresso dai debiti, facendosi inviare dalla moglie i soldi per tornare a casa. La sua permanenza sulla terraferma non durò a lungo. Un uomo avventuroso come Gauguin non poteva restare “ancorato” per sempre nello stesso luogo. Nel 1985 vendette tutte le sue opere e partì per la Polinesia. Non fece mai più ritorno in Europa, avendo finalmente trovato in quelle piccole isole l’anima primitiva che aveva sempre cercato senza successo nei suoi numerosi viaggi.
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Pier Toffoletti "Fearless"

PAN - Palazzo delle Arti di Napoli
a cura di Marina Guida
Tutto ciò che vuoi è dall’altra parte della paura.
Jack Canfield
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Pier Toffoletti nasce nel 1957 in provincia di Udine. La sua pittura ama il corpo e lo sguardo e dalle sue tele dinamiche ed espressive, emerge la presenza viva delle persone ritratte. Fondendo il figurativo e l’informale - la pittura gestuale e le sapienti sgocciolature di colore, il controllo e l’indeterminatezza - le opere di Toffoletti si presentano come delle istantanee pittoriche. La relazione tra pittura e fotografia è il filo rosso che si dipana in queste tele, che nella vivacità vibrante di certi improvvisi tocchi di colore e nelle libere ed avvolgenti pennellate, lanciano una sfida a certa pittura di maniera. La gamma cromatica, è prevalentemente caliginosa, in certi tratti il colore è quasi steso di piatto, puro, privo di velature e sfumature. Nero. Marrone. Qualche tocco di bianco assoluto. Il movimento delle pennellate sulla superficie della tela è vigoroso. Ampio. Trasgredisce così, la leziosità e rifugge il decorativismo più lezioso.
In questo progetto, dal titolo “Fearless”, senza paura, Toffoletti dà prova di questa sua capacità ritrattistica ed omaggia delle donne impavide e le loro storie particolari e difficili. Nove tele di grandi dimensioni dedicate a figure femminili, alcune finite sotto la luce dei riflettori delle cronache, altre no, ma tutte accomunate dall’essere delle donne fuori dal comune che hanno contribuito con le loro azioni alla lotta all’emarginazione, alla discriminazione, alla negazione dei diritti. Sono donne e ragazze che si sono spese in favore dell’evoluzione e dell’avanzamento sociale. Nelle loro storie, troviamo gesti eclatanti, ma anche piccole, sebbene significative, sfide quotidiane; in qualche caso, invece, siamo di fronte a casi di vero e proprio attivismo.
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Sono tanti e diversi, i loro volti e i loro sguardi. Balkissa Chaibou è una ragazza del Niger che si è rifiutata di sposarsi a 12 anni e che ha dovuto combattere per anni per evitare che la famiglia decidesse per lei e le imponesse il cugino come marito. Secondo un rapporto Unicef, il numero di matrimoni combinati tra minorenni nelle zone più retrograde del mondo, è ancora altissimo. Le ragazze musiciste dell'Orchestra di Zohra, un’orchestra tutta al femminile, rischiano la vita in Afghanistan per portare avanti il loro sogno: suonare. In un Paese, in cui le donne devono lottare tutti i giorni per l’affermazione anche dei più elementari diritti, questo sembrava un sogno quasi impossibile da realizzare e invece grazie alla tenacia e alla forza di Negin Khpalwak, questo progetto che nasce come un piccolo gruppo di musica da camera, nel giro di pochi anni è cresciuto fino a coinvolgere più di trenta musiciste. Oggi La Zhora Orchestra diretta da Negin Khpalwak è un ensamble sinfonico di trentacinque elementi, tutto al femminile, che fonde musica occidentale e tradizionale. Nel 2013 Negin si è esibita al Carnegie Hall di New York e al Kennedy Center di Washinton, questa giovane donna rappresenta, la vittoria della cultura, sulla barbarie. Tess Asplund, una 42enne di origini africane, di adozione svedese, è la protagonista nel 2016 di un gesto coraggioso, che ha fatto il giro del mondo, quando ha marciato da sola e silenziosamente con il pugno chiuso alzato ad un raduno di estrema destra in Svezia, tra le vie della cittadina svedese Borlange, bloccando la strada a 300 neonazisti, per dire no all’intolleranza e alla violenza. “Ho agito d’istinto - ha, poi raccontato - Ero così arrabbiata che sono scesa in strada e mi sono messa di fronte a loro. Pensavo: no, il neonazismo non può marciare qui, non va bene, non è giusto. Volevo fermare il corteo”. Oggi ricopre la carica di vicepresidente dell'associazione Fokus Afrofobi, vicina alla causa degli immigrati. Yusra Mardini, è nata in Siria a Damasco, il suo sogno è sempre stato quello di diventare una nuotatrice , sport che pratica da quando aveva tre anni insieme a sua sorella Sarah e a suo padre. Prima dello scoppio della guerra civile in Siria, Yusra aveva rappresentato la Siria ai Campionati mondiali di nuoto in vasca corte 2012 in Turchia.
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Dopo lo scoppio della guerra civile, diventa impossibile continuare ad allenarsi anche la piscina dove si allenava viene bombardata, il suo paese viene devastato dai bombardamenti, è costretta a fuggire insieme alla sua famiglia. Dopo circa un mese di cammino che la conduce in Libano, una notte con la sua famiglia, s’imbarca su un gommone diretto verso l’isola di Lesbo. Per l’eccesso di sovraffollamento il natante incomincia ad imbarcare acqua. Lei e sua sorella, si tuffano in acqua e trainano a nuoto il gommone verso la riva. Il loro sforzo, durato tre ore e trenta minuti, permette al gruppo di profughi di salvarsi da un naufragio e raggiungere le coste greche. Nessuno sapeva nuotare, tranne loro. Oggi vive a Berlino, dove dal 2016 ho ottenuto lo status di rifugiato. Nel settembre del 2016 davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Yusra, ha invocato il diritto dei rifugiati ad avere accesso a una sistemazione sicura, all’istruzione, a mezzi di sussistenza e a opportunità di formazione. Ha partecipato, - grazie all'iniziativa del Comitato Olimpico Internazionale - alle Olimpiadi di Rio de Janeiro nel 2016 nella squadra degli atleti rifugiati. La quindicenne svedese Greta Thunberg nel 2018 è rimasta seduta per settimane davanti al parlamento di Stoccolma per protestare contro l’inattivismo della classe politica rispetto alla grave questione del riscaldamento globale. In una sua famosa intervista dichiara: “Se i politici non fanno niente, è mia responsabilità morale fare qualcosa. E poi perché dovrei andare a scuola? I fatti non contano più. Se i politici non ascoltano gli scienziati, perché mai dovrei studiare?”
La giovanissima attivista svedese (sedici anni) ha tenuto un discorso alla sessione plenaria della Conferenza sul Clima delle Nazioni Unite di Katowice, accusando i governi di non prendere decisioni adeguate alla gravità dei cambiamenti climatici. La scacchista ucraina Anna Muzy- chuk, campionessa mondiale in carica, nel 2017 ha annunciato tramite i suoi canali social, di non voler più difendere i suoi titoli nei Mondiali in Arabia Saudita - “Perdo i miei due titoli mondiali solo perché ho deciso di non andare in Arabia Saudita, di non giocare con le regole di altri, di non mettermi l’abaya, di non dover andare per strada accompagnata con qualcuno, per, in sintesi, non sentirmi una persona secondaria. Sono preparata a lottare per i miei principi e saltare questo mondiale, in cui avrei potuto guadagnare più che in una dozzina di competizioni messe assieme. Tutto ciò è assai molesto, ma la cosa più terribile è che a nessuno interessi” - boicottando di fatto la manifestazione, perché si rifiuta di portare l’abaya (la tunica d’ordinanza in alcuni paesi musulmani) perchè vuole sentirsi una creatura di seconda categoria. Lidia Vivoli, invece, è una delle ventimila donne che ogni anno denunciano violenze da parte dei loro compagni. Lidia è sopravvissuta all’aggressione del suo uomo che l’ha ridotta in fin di vita. Va ricordato che l’Italia è il paese europeo che detiene il triste primato di femminicidi. In Italia, una donna viene uccisa ogni due giorni. Nel 2018 Lidia ha deciso di diramare le fotografie dei segni della violenza subita, denunciando la paura e la solitudine delle vittime, esprimendo vicinanza e solidarietà a chi non ha il coraggio della denuncia. Gessica Notaro, ex finalista del concorso di Miss Italia, fu aggredita con l’acido dal suo ex-fidanzato e nonostante i molteplici interventi al viso purtroppo non potrà recuperare l’occhio. Impavida, con le sue presenze nei media dà un esempio di forza e di positività alle donne che si trovano nella sua condizione. Beatrice Vio, detta Bebè, all’età di undici anni le vengono amputate gambe e gli avambracci, in seguito ad una meningite fulminante. La sua grande ed esemplare voglia di vivere e di riscatto la portano un anno dopo, grazie a particolari protesi, a riprendere l’attività di schermitrice ed a conquistare molteplici campionati italiani ed europei. Nel 2016 corona il sogno di ogni atleta e vince ai XV Giochi Paraolimpici di Rio De Janeiro la medaglia d’oro nella prova individuale.
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In questo progetto, l’artista seleziona attentamente, il suo personale Olimpo di Muse straordinarie, sia nel senso che sono fuori dal comune, dall’ordinario, sia perchè sono prove di eccezionale coraggio e forza. Toffoletti compone così un mosaico di rara bellezza, umana e sociale, intessendo un fil rouge che costituisce un valore aggiunto che va ben oltre la gradevolezza estetica delle singole opere e dei singoli ritratti delle protagoniste, e anche oltre la sua stessa abilità ritrattistica.
Fearless, è perciò, un evento speciale, perché è un atto di civiltà, prima ancora che un gesto artistico.
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Il Mito di Galatea

di Francesco Buttarelli
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Tornare con l'immaginazione nel mondo greco vuol dire calarsi nel pensiero mitologico che vedeva in Galatea il prototipo della donna ideale. Nata come statua, frutto di un desiderio, Galatea riuscì a prendere vita grazie all'amore del suo creatore. Nel corso del tempo la fantasia degli artisti si è lasciata trasportare dall'idea di dare vita a una donna perfetta, riflesso fedele dei canoni estetici della bellezza e dei desideri degli uomini. Questa aspirazione si riflette nel mito greco di Pigmalione, raccontato da Ovidio nelle sue metamorfosi. La leggenda parla di uno scultore che avendo eseguito una figura femminile in avorio, si innamora della sua creazione a cui dà il nome di Galatea; la statua, a differenza delle creature umane che ha precedentemente incontrato, rappresenta il suo ideale di donna sempre sognato che mai aveva incontrato tra le mortali. In un passaggio estremamente significativo del racconto, Ovidio sottolinea infatti come Pigmalione fosse attratto dal concetto di donna ideale, spirituale e non corrotta. Egli contempla la sua Galatea e si innamora. L’accudisce nella speranza che lei prenda vita, dorme accanto a lei e le dedica poesie! L'Olimpo non resta insensibile a questo grido d'amore, così Afrodite, commossa da tanto amore, compie il miracolo. Pigmalione, incredulo e stupito, vede Galatea aprire gli occhi e lentamente iniziare a muoversi, poi, un bacio intenso li unisce fondendo un amore più forte del tempo e della realtà. Tra gli artisti che si cimentarono nel raffigurare Galatea e Pigmalione spicca Jean Léon Gérome. Fedele al racconto di Ovidio, l'autore sceglie il momento in cui la statua si anima e si trasforma in creatura vivente. L'elemento cen- trale della scena è l'intenso bacio tra Pigmalione e Galatea, tra colui che ha ideato e colei che è stata creata. Lei incarna il sogno e il mito dell'amore e nell'opera c'è tutto Ovidio, che la descrive bella ed incantevole come solo gli occhi di un innamorato possono descrivere. Qualche volta i sogni si materializzano ed il poco può diventare immenso ed eterno. Non è un caso che Shakespeare commosso dall'amore di Pigmalione scrivesse: “Non importa cosa hai trovato alla fine della corsa; quello che importa è ciò che hai provato mentre correvi”.
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Biografie d’Artista

Talenti del XXI secolo
a cura di Marilena Spataro
Lucio Russo
Biografia dartista1
La leggiadria e semplicità della forma per una scultura intensa che racconta il sogno romantico di terre lontane.
Nato a Grottolella nel marzo del 1952, Lucio Russo è irpino di nascita e ravennate d'adozione. Nel suo DNA c'è il culto della bellezza. Le sue sculture denunciano un amore profondo per la materia, sentimento questo che ha le sue radici nell'infanzia trascorsa nella sua terra d'origine. Ha frequentato prima l'Istituto d'Arte di Avellino, trasferitosi in giovane età a Ravenna, ha poi proseguito con gli studi presso l'Istituto Arte Mosaico di Ravenna. Ha esposto in spazi pubblici e privati. Tra le sue mostre si ricordano: Biblioteca Comunale di Grottolella, Galleria Ess&rrE Porto Turistico di Roma, Pinacoteca A. Ricci di Monte San Martino, Galleria Ronchini Faenza. Di recente una sua scultura è entrata a far parte delle prestigiose collezioni permanenti della Pinacoteca A. Ricci di Monte San Martino. L'opera, in legno e bianco di Carrara, dal titolo eloquente “Resurrezione”, è stata donata dall'artista a Monte San Martino, colpito dal sisma del 2016, in omaggio al coraggio e alla voglia di riscatto dimostrati in questi anni dalla comunità della bella cittadina marchigiana.
“Lucio Russo trova la sua peculiarità nella levigatezza delle forme del legno, curve sintetiche ed esplosive seguendo le quali potere attraversare i battiti di polso dell'universo”.
(Alberto Gross)
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IL Codex Purpureus Rossanensis

del Museo Diocesano di Rossano Calabro
Un antichissimo tesoro dell'arte miniata rivive nelle copie facsimilari della Franco Cosimo Panini Editore di Modena.
di Marilena Spataro
Codex 3
Nel 2018 la Diocesi di Rossano ha fatto realizzare dalla Franco Cosimo Panini Editore di Modena l'edizione facsimilare in sole 5 copie del prezioso Codex Purpureus Rossanensis, evangeliario del VI secolo, tra i più antichi codici del mondo custodito da secoli a Rossano, oggi esposto presso il Museo Diocesano e del Codex della bella cittadina calabrese.
Il progetto è nato su ispirazione dell’Arcivescovo della Diocesi di Rossano-Cariati Monsignor Giuseppe Satriano, che ha commissionato alla casa editrice Franco Cosimo Panini il lavoro in virtù della sua consolidata esperienza nell'ambito dell'editoria facsimilare, iniziata nel 1996 con la riproduzione in facsimile della Bibbia di Borso d'Este, capolavoro assoluto della miniatura italiana del Rinascimento.
La realizzazione delle cinque copie in facsimile del Codex Purpureus rappresenta una importante operazione culturale, scientifica e di tutela intrapresa in stretta collaborazione con il Museo Diocesano e del Codex per consentire la visione e l’esposizione fuori sede dell’importante manoscritto, anche e soprattutto dopo l’impegnativo restauro conservativo presso l’ICRCPAL di Roma che lo ha riportato al suo antico splendore.
Il Codex Purpureus Rossanensis, che nel 2015 è stato riconosciuto Patrimonio dell'Umanità, è un evangeliario greco miniato che risale al VI secolo e comprende i testi di Matteo e di Marco e una parte della lettera di Eusebio a Carpiano sulla concordanza dei Vangeli. Le 15 miniature, che illustrano alcuni dei momenti più significativi della vita e della predicazione di Gesù, arricchiscono questo straordinario manoscritto giunto fino a noi in un eccezionale stato di conservazione.
Il pregio del Codex Rossanensis è dato anche dalla raffinata pergamena purpurea delle sue pagine, accuratamente riprodotta anche nella nuova edizione in facsimile.
Codex 4
Preziosa la collaborazione dell’Associazione “Insieme per Camminare”, ente gestore del Museo Diocesano e del Codex, sia nella fase preparatoria del lavoro sia per la promozione del Codex attraverso l’esposizione dei facsimile sui palcoscenici culturali internazionali.
Date le peculiarità di questo magnifico codice, sono stati necessari studi approfonditi e oltre un anno di lavoro per raggiungere il risultato di maggiore fedeltà possibile nella riproduzione. Sono state messe a punto tecniche di stampa digitali estremamente avanzate e complesse perfezionate durante il periodo di lavorazione dell'opera. Grazie a questa nuova procedura è stato possibile realizzare una vera e propria edizione facsimilare, ma di sole cinque copie.
Come spiega lo stesso Vescovo, Giuseppe Satriano «Questo codice è un bene che viene da lontano e che ci è stato consegnato come un dono e, come tutti i doni, va custodito con un particolare senso di responsabilità». «Una custodia che però – sottolinea l'alto prelato - non deve essere solo preservazione, ma deve rientrare in una dinamica che porti a una sempre maggiore conoscenza di questo bene nelle varie realtà del mondo. Oggi il Codice, che poi in realtà è un evangeliario, è custodito in un tabernacolo nel nostro rinnovato Museo diocesano, dove è visibile, ma non più consultabile, proprio per essere preservato al meglio, consultabile e sfogliabile, tanto da consentire di conoscerne la bellezza pure dal punto di vista tattile, è, invece, una delle 5 copie realizzate di recente, copie che più che facsmili sono dei facs idem, “clonate” in modo così perfetto da rendere l'idea della consultazione delle pagine dell'originale». Le visite al Codice rientrano in un più ampio percorso turistico culturale che coinvolge tutta l'area di Rossano «un vasto territorio ricco di bellezze artistiche, architettoniche, culturali e naturalistiche, che merita di essere conosciuto e valorizzato» commenta Monsignor Satriano. Codex 5
Che conclude «Per gestire tali percorsi ci siamo affidati ai giovani dell’Associazione “Insieme per Camminare”, che lavorano con grande professionalità e competenza. Altro obiettivo importante che perseguiamo è di inserire il Codex nell'ambito di percorsi similari che si realizzano a livello internazionale e che ci consentano di far conoscere internazionalmente questo prezioso e raro prodotto dell'antica arte miniata: una meravigliosa opera d'arte e importante testimonianza della cultura e della dottrina cristiana. Ad assolvere questo compito abbiamo destinato due delle cinque copie realizzate e che, auspichiamo, vadano per il mondo, delle altre tre copie, una, come già detto, è esposta nel nostro Museo, un'altra abbiamo avuto l'onore di donarla a Papa Francesco e un'altra ancora al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella».
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Nel segno della Musa (Rocchetti)

Le interviste di Marilena Spataro
“Ritratti d’artista”
Nazareno Rocchetti, marchigiano doc: pittore, scultore, ceramista, performer. Artista eclettico, dalle mille sfaccettature. Con nel cuore le Marche cui regala la sua ennesima mostra di scultura monumentale:
“Anthropomorphosis. Nella forma del legno”.
Ripe San Giensio, dal 30 Giugno al 30 Agosto 2019
crediti fotografici di Paolo Cudini
nel segno della musa
Quando e come è avvenuto il suo incontro con l'arte?
«Credo che il talento artistico sia qualcosa che, in un modo o nell'altro, appartiene all'essere umano fin dal momento della sua nascita. Solo che poi per l'incontro vero e proprio con l'arte occorre trovare la chiave capace di aprire la porta dove quel talento naturale si trova. Per me è stato così: a fornirmi la chiave che ha liberato la mia ispirazione artistica è stato il maestro spagnolo Josè Guevara. Lo conobbi per motivi di carattere professionale; visto che al tempo esercitavo da fisioterapista, venne da me per dei trattamenti. Le nostre conversazioni ben presto scivolarono sull'arte e, non appena ebbi modo di vedere le sue opere, me ne innamorai perdutamente. Da queste “visione” e dalle nostre chiacchierate scaturii in me una grande curiosità e un interesse profondo nei confronti dell'arte, il che fu la spinta definitiva che mi portò a decidere di iniziare il mio percorso artistico con più convinzione e consapevolezza di prima; sì perchè, precedentemente all'incontro con il maestro spagnolo, avevo iniziato a bazzicare l'arte, cimentandomi con la terracotta da cui traevo sculture ispirate al mondo naturale o a figure di amici e familiari. Al tempo, come già detto, esercitavo la professione di fisioterapista e un giorno quasi per caso presi a manipolare la creta notando subito che così come mi veniva bene e spontaneo manipolare il corpo per fini terapeutici, altrettanto bene mi veniva manipolare la materia per finalità creative».
Quali i modelli e gli artisti che l'hanno guidata lungo questo suo percorso?
«Innanzitutto è la natura ad essere la mia prima maestra. Sono un autodidatta e, nonostante le mie scar- se conoscenze accademiche, reputo di potermi considerare la più bella espressione dell'ignoranza del- l'arte, ad insegnarmi e ad ispirarmi è sufficiente la natura, perché basta avere gli occhi e una buona vista per cogliere i capolavori che essa ci offre».
Qual è la poetica di fondo che fa da filo conduttore al suo lavoro?
«L'amore, la famiglia, tutte quelle cose che ho potuto assaporare in giovane età, valori questi che in una società come la nostra, sempre più spesso vengono a mancare. C'è in me per questo una profonda delusione, quasi una tribolazione, sentimenti che mi coinvolgono emotivamente anche dal punto di vista artistico, nelle mie opere desidero esprimere e rappresentare appunto questo coacervo di emozioni che convivono dentro di me, da cui, però, non sono esenti anche ottimismo, gioia di vivere e tanta passionalità. Passionalità che poi è la chiave di volta di tutto il mio lavoro, sia in pittura, dove adotto la tecnica del fuoco, che è tutto dire, e che ho appreso dal maestro ed amico Josè Guevara, sia nella scultura e quant'altro, dove lo scavare e il manipolare mi viene proprio dalla forza della passione».
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Quindi le sue opere vengono concepite più sull'onda delle emozioni piuttosto che, come accade per molti artisti oggi, sulla base di un progetto artistico?
«Non v'è ombra di dubbio! Senza emozioni non si fa arte. Certamente oggi c'è un'arte che corrisponde all'arte del business, ma questa, a mio avviso, non ha niente a che fare con la vera arte, che è quella del cuore e dei valori che ci hanno insegnato, che poi sono quelli fondanti, quanto fondamentali, per l'uomo e per la società. L'arte oltre ad avere valenze di carattere estetico deve possedere una forza di carattere etico, culturale e sociale. Sostengo da sempre che la conoscenza artistica è indispensabile per la formazione dell'essere umano e della società e che, perciò, andrebbe acquisita fin dalla più giovane età, l'arte è infatti capace di conferire una sensibilità tale che nessun altro insegnamento è in grado di dare. Purtroppo in una società materialistica come quella in cui viviamo, ribadisco, tutto si riduce al business, un discorso come questo si fa molta fatica a portarlo avanti, specie da noi in Italia. Non è un caso che il nostro Paese sul fronte dell'arte contemporanea sia la cenerentola dell'Europa. Continuiamo a vivere sugli allori del Rinascimento, che sebbene sia stato un momento unico al mondo a di rara magia, è ormai storia. Abbiamo poi avuto il 600, 700, 800 e 900. Ora che siamo negli anni 2000 occorre prendere atto che ci si deve adeguare all'arte del nostro tempo, valorizzando meglio e di più le nostre risorse artistiche e umane della contemporaneità, che sono tante e molto valide, quanto, se non più, che altrove».
Quale il suo impegno in questa direzione?
«Io vivo per l'arte. Adesso che ho raggiunto un'età in cui ci si può appropriare del proprio tempo, allorchè si può dire qualcosa in più rispetto a quando si lavorava e quindi, in modo o nell'altro, si era condizionati nelle relazioni sociali, non faccio altro che esprimere in piena libertà a parole e nei fatti, specie attraverso l'arte, il mio pensiero e la mia visione delle cose. Le mie mani, queste mani che il Signore mi ha donato come un prezioso regalo e che mi hanno permesso di svolgere un lavoro dignitoso che ha contribuito a farmi conoscere e a farmi apprezzare da tante gente, poi amici, sono quelle stesse mani che scolpiscono e che dipingono e che desiderano dare al mondo il loro contributo attraverso il lavoro artistico. Mio padre mi ha insegnato che le nostre mani sono fatte una per prendere e una per donare. E che bisogna prima di tutto donare, che a prendere si è sempre in tempo. Ecco, con le mie mani io desidero innanzitutto dare, dare ogni cosa che sia nelle mie possibilità d'artista. Reputo sia doveroso divulgare l'arte con tutti i mezzi e in tutte le maniere possibili specialmente tra le nuove generazioni che vanno educate in tal senso; nella caducità della vita, l'arte è ciò che resta e che ci rende immortali individualmente e collettivamente, essa è la maggiore testimonianza del nostro passaggio, della nostra civiltà e del tempo in cui si vive, in cui si è vissuti».
In questo momento quali sono le forme espressive e i linguaggi artistici che meglio rappresentano la sua poetica. E quali i materiali che ama utilizzare in scultura?
«Amo tutti quei materiali che mi portano allo scontro perchè così, scontrandomi con la materia, riesco a penetrarne la più intima natura. Lavoro con piacere su materie dure: pietre, bronzo, legno, specie l'ulivo, che è un legno meraviglioso che possiede un linguaggio fantastico. Dietro alla dura corteccia, gli ulivi nascondono dei tesori che non tutti possono vedere: si coprono per non far vedere, come appunto fanno tutti gli esseri umani, io ho la possibilità di spogliarli questi ulivi, questi alberi, per vedere le bellezze che ci sono dentro e vedendole cerco di esaltarne la natura scolpendo delle figure che sento appartenere a loro così come all'intera umanità. Tali figure le “forgio” per farle parlare di amore, di abbracci, della sacralità del vivere. Fare questo, dare sacralità alle mie opere mi viene spontaneo, è qualcosa di ancestrale che mi porto dentro, quell'abbraccio universale, cosmico, francescano, sento che mi appartiene da sempre e cerco di condividerlo con il mondo attraverso la mia arte, così come ho fatto con il mio Cristo delle Marche, un'opera scultorea in granito nero, alta quasi tre metri dove un Cristo senza croce, da un'altura che spazia tra terra, mare e cielo, abbraccia le Marche e simbolicamente l'intero universo».
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Attualmente è impegnato con una serie di eventi espositivi, tra cui una mostra temporanea di sculture monumentali in legno che si svolgerà in una suggestiva location all'aperto a Ripe San Ginesio, e alla quale, mi pare, lei conferisce un valore particolare. Ce ne parla?
«Sono un marchigiano doc e tifo per le Marche. Una regione bellissima situata nel cuore del nostro meraviglioso Paese. Il che è davvero simbolico. Un cuore bellissimo, ricco di arte e di bellezze naturali straordinarie, come testimoniano gli stupendi borghi di cui questa nostra terra è ricca e che vanno valorizzati e promossi perchè meritano di essere conosciuti e visitati, insieme al loro straordinario patrimonio umano, culturale, artistico e, non ultimo, architettonico. Ho vissuto per anni da giovane in giro per l'Italia e ho girato il mondo, ma con me ho portato le Marche sempre nel cuore. Da anni ormai sono rientrato nella mia terra dove vivo e lavoro felicemente presso una contrada di Cingoli, in provincia di Macerata. Questa mostra a Ripe San Giensio, un piccolo quanto affascinante borgo del Maceratese, come tutte le altre mostre che ho realizzato e che spero realizzerò in futuro nei meravigliosi borghi sparsi per le Marche, è per me di eccezionale importanza: la mia arte trasuda marchigianità e mi dà gioia pensare che le esposizioni e gli eventi che mi riguardano possano costituire un'ulteriore attrattiva per far conoscere l'incantesimo di questi nostri luoghi, vere e proprie perle incastonate tra mare e montagna, al maggior numero di gente possibile. Spero che chi abita le grandi città venendoci a visitare capisca di quanta bellezza e serenità si possa godere qui da noi».
C'è ancora un sogno nel cassetto, dell'ormai affermato artista Nazareno Rocchetti, che attende di realizzarsi?
«Guardi, sto facendo il tavolo adesso. Quando sarà ultimato il tavolo ci metterò il cassetto e dopo le svelerò il mio sogno. Occorre quindi pazientare ancora un po' per saperlo».
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Ma guarda un Pop

di Giorgio Barassi
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Non è facile essere, con coerenza e costanza, testimone di un tempo che non si è vissuto. Eppure sembra che Eolo Tripassi sia stato oggi e davvero a cavalcioni di una Honda 750 four, capelli al vento, magari con un foulard legato a cravatta e i Levi’s scampanati a rischiare la bruciatura accanto alla testata e al tubo di scappamento, mentre una lei riccioluta gli spinge i seni contro la schiena ad ogni cambiata. Pare proprio che abbia dato una sonora sgommata da una vecchia Duetto in una di quelle vie di Roma che oggi si percorrono a piedi, fatte le italiche e ricorrenti eccezioni. Avremmo potuto immaginarlo altrove, nel panorama degli anni 70, coacervo di bellezza, contestazioni e sangue. Ma Tripassi non fa sconti. Il suo dipingere arriva come una frustata, si fa largo tra la consuetudine e i remake che hanno molto di nostalgico e pure tanto di banale. Realizza una pittura evocativa ma vista con un occhio tanto garbato quanto accorto. Invoca, richiama, rilegge e dipinge come fosse lì ed allora, senza che noi ci si perda nel trito meandro del “ somiglia a…”.
Questa sua sfacciataggine è figlia di una profonda conoscenza, oltre che di una attenzione alle tinte da cui emerge anche un umano distacco, perché il pittore non diventi prigioniero della sua pittura ma la usi come imbattibile arma, possedendone i segreti. Da quella conoscenza, mai rinnegata e sempre rinfoltita attraverso racconti, osservazioni, opere che gli passano tra le mani, collezioni di antichi amici e giovani neofiti, arrivano figure e modi che allora sottolinearono una importante frattura sociale e oggi vengono richiamate al tempo come fossero (e in molti casi sono) più attuali dell’asfittico attuale.
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Guardando il corpus dei suoi lavori riemerge un dato a cui si fa caso solo dopo dettagliata osservazione: i suoi dipinti fanno riemergere il bel volto di un epoca restrittivamente definita “Pop”, ma che in realtà ha gettato le basi su cui si è appoggiata fin troppo la pittura e la non-pittura dei decenni seguenti. A questa seconda caratteristica di quella fase artistica, Tripassi tiene di più. Se, come Giovan Battista Marino reclamava quattrocento anni fa “è del poeta il fin la meraviglia…” , ciò vale anche per l’artista, il cui merito primario è quello di destare la meraviglia, riuscendoci o meno. In questo, Tripassi riesce senza sforzi, perché le carte da pacchi (che evocano Schifano senza scimmiottarlo) i profili umani senza volto (e qui è chiamato in causa il Mambor migliore) e molte altre impostazioni delle sue opere hanno nella narrazione singolare e nella unicità espressiva l’elemento che le rende gradite come fossero uscite oggi da un pennello di quella genìa di artisti che alla opinione e conoscenza comune sono pochi, ma che in realtà erano di più e avrebbero potuto maggiormente raccontare la loro arte se questa nazione non fosse avvinghiata da una bigottaggine di pensiero diffusa quanto biasimabile.
In tempi attuali, vedere le sue opere è come rivedere “Malizia” o “Peccato veniale”, con una maturità che permette di accorgersi di una completezza e di una efficacia che all’epoca, ammantate dalla soverchia bellezza della Antonelli, ci sfuggirono in nome di uno sguardo attento ad altro, per ragioni naturali e condivisibili. Ci si può rileggere gli ultimi film in bianco e nero, la faccia dolce di Katiuscia o quella da bel duro di Franco Gasparri, un Cremino o una 124 sport, purché si badi alla intima forza dell’andare di una pittura si evocativa, ma spostata nel contemporaneo da una spinta introspettiva piena di confronti con l’altro, di richiami alla riflessione, di dichiarazioni sul sociale che spesso campeggiano in scritte verticali come quelle dei bar di allora.
Tripassi barassi
Tripassi ha dunque dato corpo alle ombre della Pop Art italiana. Non ha pescato solo dal repertorio di “quei tre” di Piazza del Popolo, ma pare far riemergere, nella struttura e nella operazione artistica nuda e cruda, quella folta schiera di artisti che avrebbero potuto (e in parte ci sono riusciti) dire la loro. È come se rivendicasse la poetica di Pascali, Fioroni, Tacchi, Lombardo, Lo Savio, Kounellis, Maselli ed altri di cui può sfuggire il nome ma mai l’importanza. Eolo Tripassi ne rivendica l’esistenza sferrando i suoi colpi migliori, che sono come un grido di vendetta a favore di una autentica epopea, addormentata agli occhi dei più per ragioni diverse, commerciali e di malcostume. Fa sempre più comodo, al pub- blico, ricordare poco e pochi nomi. Quelli che avevano fatto veramente chiasso allora sono spariti dalle citazioni di maniera e riaffiorano prepotenti nelle costruzioni Pop di questo artista dall’animo gentile, come dicono i suoi azzurri moderati e sognanti, ma senza anemici sfumati di smalto o afflittivi scuri troppo autoreferenziali o di mera protesta.
Impegnato, tra l’altro, nel progetto CalifArte, lui che di Califano fu amico e confidente, esalta le doti introspettive e fa sfavillare di introspezione e garbato racconto le opere dedicate alle canzoni del Maestro. Il sentimento non manca mai, figuriamoci quando si parla dell’amico Poeta.
È come se quella valanga di idee, a molti ignote, filtrate da una lente da osservatore acuto e paziente, si dipanasse in più dimensioni e su argomenti maggiori, più grandi e filotecnologici, più “moderni”, insomma. E così l’ esistenza, la malinconia, le solitudini ma anche la natura, gli oggetti e la parola scritta diventano catalizzatori di una grande voglia di raccontarsi, aprendo il sipario su una conoscenza che si affronta con una strategia non appiattita, viva e vegeta come il Pop di allora. Una indagine che da una dettagliata forma di giusto sapere diventa motivo trainante di ogni e ciascun dipinto. E che si vada in moto a rischi maggiori oggi e in posti ben diversi da quelli di uno ieri neppure tanto lontano, non importa. Importa la pittura, esattamente quanto a Tripassi importa l’esprimersi alla maniera Pop. Rigorosamente italiana.
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