Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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MI SONO SEDUTA SUI CAPITELLI DEI FORI IMPERIALI.

a cura di Giorgio Barassi.
Concetta Capotorti e la classicità sostenibile.
"Noi artisti siamo dotati di una particolare sensibilità nell'assorbire e nell'esprimere quello che ci sta attorno, a volte senza nemmeno capire dove si può arrivare.”
(Arnaldo Pomodoro)
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Che sia ispirata dall’amore per l’Arte, è chiaro. Si ritiene fortunata perché a Roma ha visto e vede bellezza a cui si avvicina con avidità e che profondamente rispetta, come dovrebbe essere per tutti. Le mancano i musei meno noti ma estremamente importanti, come quello che ha visitato prima che una scorrettezza nascosta dai bilanci chiudesse le porte in nome di una ristrutturazione mai finita: il Museo della Civiltà Romana all’EUR. Lì ed altrove, nella città che fu centro del mondo, Concetta ha elaborato il suo pensiero di appassionata e di artista. “…Volevo portarmi a casa una statua. Lo so, non si può fare, ma il mio desiderio era esattamente quello…”. In quel museo, tra i calchi, i modellini, i plastici che ricostruiscono quel che fu Roma, come a spasso ai Fori Imperiali, l’artista ripercorreva un cammino dell’anima, una processione ideale di ringraziamento all’arte che fu ma anche un percorso costruttivo, necessario alla sua formazione di performer moderna.

Laurea in giurisprudenza, una ottima carriera dirigenziale ed una autentica fissazione, di quelle sane, per la grande arte del passato. Studio ed applicazione, tanta fatica per creare, plasmare, ridurre, aumentare e sperimentare. E tra non molto vedranno finalmente la luce dei riflettori le sue lavorazioni in bronzo, omaggio alla antica arte dell’immagine solida, prova di grandi capacità, che in lei sono indubbie.
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Se nella vita degli artisti esiste una scintilla che fa nascere i passi di una strada da percorrere, quel desiderio di portarsi a casa un pezzo di arte storica diventa stimolo e si fa operazione artistica. “…Dunque se non posso avere una di quelle statue in casa, da artista volevo fare in modo che una scultura diventasse una ambizione di molti… Pensavo alla meraviglia dei vessilli delle legioni Romane, pesantissimi da portare in giro davanti alle Milizie schierate, simbolo di supremazia. Come sarebbe stato meglio, se il loro peso fosse stato meno impegnativo…”. E allora elabora, con la consapevolezza e l’ardire di chi sa sfidare, le sue sculture, i suoi corpi, le sue proprie creazioni che hanno nella leggerezza la motivazione maggiore per sceglierla e la ragione per cui nascono. Rendere leggero il senso della storia, della stessa arte fondante, delle nostre radici. Far diventare possibile il tragitto che unisce più di duemila anni al futuro. Portare quel respiro della storia sui comò antichi o sui più arditi mobili di design, dentro le case di chi vuole il bello. Punto.
Come? lavorando sui materiali, quelli che rendono il senso della consistenza e della leggerezza insieme. Una operazione complessa, perché è nel senso di sintesi che si perdono spesso i concetti fondamentali. Ma la sfida è possibile, perseguibile da una artista rispettosa del passato, e si concretizza quando le forme della scultura antica diventano di resina, di polistirene, di alluminio o semplicemente di gesso. Tutti materiali che finiscono per diventare opere maneggevoli, facilmente trasferibili, insomma popolari quanto basta per aggiungere al valore artistico dei lavori della Capotorti un valore aggiunto, cioè quello di aver operato con i concetti basilari del Pop in un ambito di richiami fortemente classici. E così si entra in contatto quotidiano con strutture nate dalla osservazione della scultura storica, profondamente classiche, trasformate in opere moderne, concretamente fruibili, colorate, allegre. Non uno svilimento della autorevolezza del classico, ma un dolce adeguamento ad una società che perde sempre più di vista gli ideali, come quello della bellezza, in nome di falsi miti e ricerche spesso infruttifere, destinate ad un oblio, quello sì, irreversibile.
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Non va diversamente coi suoi quadri, autentico lirismo del colore, che Concetta Capotorti rende in maniera uniforme con stesure monocrome attraversate da linee corpose ed irregolari di carta o altro materiale che diventano solco e memoria, segno e traccia ma pur sempre lieve energia, racconto della forza dei principi creativi fatto apposta per diventare per tutti. I suoi rossi, gli azzurri o il pallore delle opere in bianco hanno una autorevolezza che metterebbe soggezione, se non fosse che la dolcezza del comporre li rende fragili all’apparenza ma fortissimi nel richiamo alla solidità dei principi creativi. Così Capotorti vince la sfida, e propone un’arte matura e interessante, nata per far sì che il suo sogno diventi per tutti. O meglio per chi, tra tanti, sa scegliere di stare dalla parte di ciò che ha significato senza urlare, senza schiamazzi inutili. Esattamente dello stesso silenzio delle grandi strutture architettoniche, delle grandi statue di pietra.
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“… Mi piace Roma perché ci sono posti in cui la bellezza ci tormenta, e sono fortunatamente tanti…”. E cita le rotondità possenti dell’Apollo Liceo dello Stadio di Domiziano. Poi anche la rassegna di 64 corpi scolpiti dello Stadio dei Marmi, giusto per includere un esempio del gusto per il classico che non conosce sconfitte, se non quelle della “damnatio memoriae”, all’epoca dei Romani pena severa ed oggi ricorrente malcostume. Non è possibile, per Concetta Capotorti, che la gente escluda dal proprio bagaglio la storia che si può ancora vedere e toccare. Ecco perché lei si vanta di essersi seduta sui capitelli che qui e là vivono nell’ eterno dei Fori. Perché è un gesto simbolico ed insieme di ringraziamento verso tutta quella sovrabbondante bellezza di cui non si dovrebbe fare a meno, passando dallo stupore all’orgoglio ed alla fierezza di essere nati in un posto stracolmo di arte. Per una sorta di osmosi artistica, quel mettersi seduta tra tanta storia ha avuto una incubazione lunga e faticosa. Esperimenti, prove, studi. Poi finalmente il messaggio diramato dai Busti di Concetta, colorati come la più sfavillante delle attualità e ricchi, dentro quella soave leggerezza, di tanta storia. Un approdo da artista Pop per una studiosa appassionata della grande Arte.

La più volte citata leggerezza diventa dunque un monito, un richiamo alla storia e insieme una natura propria dei lavori di Concetta Capotorti, artista del presente e sognatrice per il futuro, ma coi piedi ben piantati nell’eternità della grande Arte.
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LABORATORIO ACCA, la conferma di un successo

a cura della redazione.
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Si attesta su posizioni di notevole audience la rubrica televisiva che va in onda tutte le domeniche sui canali di Arte Investimenti TV. Lo stile informale della trasmissione conquista sempre più pubblico e sono davvero tanti quelli che scelgono di sintonizzarsi alle 21.30, tutte le domeniche, sul 123 DTT o sul canale Sky 868. Non mancano gli appassionati del web che seguono in streaming o la diretta Facebook l’appunta- mento improntato alla maggior diffusione delle opere di artisti capaci e selezionati, in grado di appassionare collezionisti e neofiti.
I collegamenti video con gli studi degli artisti, una atmosfera intelligentemente goliardica e la collaborazione fra i componenti della squadra, continue novità in arrivo e la componente qualitativa dell’arte proposta piacciono a molti, evidentemente. Sono tante anche le richieste da parte degli artisti che intendono diffondere meglio il valore del proprio lavoro. Dunque va ribadito l’iter necessario per pittori, scultori e performer che intendono far parte del progetto di Acca International. Basta scrivere a:
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Il team di Laboratorio Acca, Alessandra Pizzioli (La Sciùra Alessandra), il Technical Operation Manager Carmelo Ferrara, Federico “Imperatore” Quartiroli e i due presentatori Giorgio Barassi e Roberto Sparaci, ringraziano per l’attenzione del pubblico che è sempre più evidente e rende il percorso domenicale impegnativo e soddisfacente, nel quadro della qualità sempre proposta da Arte Investimenti.
Come tutte le domeniche, Laboratorio Acca va in onda alle 21.30 dagli studi di Arte Investimenti TV. Sulle novità annunciate, nessuno parla. La sorpresa è chiaramente uno dei fattori che determinano un certo qual successo.

LABORATORIO ACCA
Tutte le domeniche alle 21.30
Can. 868 Sky e 123 DTT
Arte Investimenti TV
Per rivedere tutte le puntate: www.accainarte.it o YouTube
canale Laboratorio Acca.
Contatti:
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Tel. 329.4681684 / 347.4590939
La domenica in tv con Laboratorio Acca: una nuova finestra sul mondo dell’Arte.
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GIUSEPPE TRENTACOSTE, il “Gran Saccàio”

di Giorgio Barassi.
Ho sempre interpretato il pugilato come un lavoro da svolgere al meglio, senza distrazioni, sempre ricordando ciò che mi insegnò il mio primo maestro: puoi sentirti il re del mondo, ma basta un decimo di secondo per trovarti col sedere per terra.
(Bruno Arcari)

Per evitare un inizio da incidente diplomatico, visto che lui, Giuseppe Trentacoste detto Beppe, ha le sue preferenze in fatto di pugili, ed io le mie, per scrivere del Gran Saccàio ho scelto una frase di un bravo pugile italiano che in tanti hanno dimenticato. In quelle parole di Bruno Arcari trovo il sentimento fondante delle carriere di Beppe: quella di pugile e quella di artista.
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Non si scandalizzino i benpensanti, né rabbrividiscano i puristi. Non inneggino a Beppe i contestatori ad ogni costo né nicchino stizziti gli sfavillanti artisti alla moda. Beppe è semplicemente in quelle parole, perché il sacrificio e le fatiche della boxe, che lui conosce per diretto dolore e indiscusse vittorie, sono stati per lui i fondamentali a cui fa riferimento anche, e soprattutto quando crea, plasma, dipinge, contorce, distende, decora e ricuce i suoi sacchi. Mai lo si vedrà tronfio per gli apprezzamenti, che pure sono molti, né abbattuto per le fisiologiche vicende avverse. Beppe Trentacoste sa che la distrazione non gli è concessa. La sua arte e la sua noble art sono trattate con la stessa meticolosa preparazione. Pensieri ed idee devono stare dentro gli spazi di un’opera come un pugile nel quadrato. Guai a chi va al tappeto. E così, sacco dopo sacco (e parlo di quelli di juta) idea dopo idea, convinzione su convinzione, Giuseppe Trentacoste sta prendendo il suo vertice nel rutilante mondo dell’arte contemporanea, oggi più di ieri, con nuove idee e nuove avventure che riguardano soprattutto, e ci tiene a sottolinearlo, il “corpus” della sua opera. Quei sacchi che hanno viaggiato, che sono stati sulle spalle di qualcuno, che furono ammassati nella stiva di una nave cariche di spezie, di caffè o di cacao e sono arrivate fino a lui, che ne veste l’aspetto omogeneo con la saggezza e la sapienza di chi non dimentica le lezioni dell’arte a lui precedente e non risparmia il colpo diretto, se c’è da sfoderare l’ironia o il sarcasmo.
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Perché l’educazione artistica di Trentacoste, nata in una terra straricca di arte ed arti, la Toscana, è soprattutto rispetto delle regole. Dalle quali lui pare allontanarsi solo quando insiste nella sperimentazione, salvo ricullarcisi quando i temi diventano popolari, gradevoli, umani, addirittura romantici e perfino sdolcinati. E così prendono corpo animali, facce evocative di antichi dei, sagome facciali distorte, allungate, da espressioni grottesche o sognanti, usate per ammonire e raccontare. Ma quei sacchi servono all’ artista soprattutto per raccontarsi. Beppe li scova, li distende, li rispetta lasciando anche la minima macchia o una traccia di un appunto a penna scritto da un commerciante o da un facchino. Talvolta li scuce per ricucirli insieme. E quelli sono i momenti in cui la sua anima agitata, da sportivo in trance agonistica, cerca serenità nelle sue creazioni, che appaiono invece distese e perfettamente aderenti al piano della lavorazione quando è in giornata ed affonda i colpi con sicurezza, vigore e una creatività sconfinata.

Il materiale plastico modellabile viene ricoperto dal sacco prescelto, e prende le fattezze di quel che sarà con un gioco di adeguata manualità che fa pensare a come quelle dita, pericolose se racchiuse in un guantone, siano così delicatamente accorte e capaci di dar forma ed espressio- ne. A questa prima fase ne segue una di indurimento del calco, svuotamento dal materiale plastico e successivi passaggi con le resine trasparenti, che rendono eterno quel che è fatto e fanno leggera l’opera. L’anima di un bassorilievo e la struttura di una operazione artistica moderna.
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È continuo, in Trentacoste, il richiamo alla osservazione del sociale. E così i suoi camaleonti colorati siamo noi, trasformati in animali che si adattano, come ci è capitato nella sventura della pandemia. Nello stesso modo il grido di un indio dell’Amazonia è l’urlo stesso di chi vede il mondo scomparirgli sotto i piedi, e il pugile a braccia alzate non è certo un vincitore assoluto, ma colui che, come lo stesso Trentacoste, si è guadagnato la vita faticando, riempiendosi di lividi e cicatrici. Non manca la rappresentazione della imbattibile favella toscana, quando ironizza su artisti da record in asta asserendo che l’arte è umana e raffigurando la faccenda con una scimmia e la sua banana. Ma appare anche un mondo di favola, in paesaggi come una illusione di serenità a cui tutti ambiscono, le citazioni di Leonardo in alcune figure, le facce di Dalì o altri grandi della pittura e i riferimenti allo spazio, alla vita stessa, al nostro colpevole rinunciare agli ideali, che in lui sono invece saldissimi. Da sportivo, ha subito il colpo, in questi ultimi tristi tempi, della scomparsa di alcuni grandi atleti. L’omaggio al suo concittadino Paolo Rossi e al Pibe de Oro Maradona ne sono sentimentale prova.
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Ultimamente è il sentimentale istinto paterno ad averlo ispirato. La sua figlia più piccola, giudice come solo i bimbi sanno essere, ha apprezzato particolarmente le opere del papà Saccàio perché decorate con fantasiosi glitter a sottolineare un tema caro a Trentacoste: l’amore visto con gli occhi dei bambini. Avendo visto la sua piccola giocare con quei palloncini modellati a forma di animale da mani esperte e gli altri bimbi in un parco, ha iniziato a produrre tele piegate ricche di riferimenti all’amore, ma stavolta quello che solo i più piccoli sanno esprimere e vivere in maniera incondizionata. A loro basta un gioco, un palloncino, il chiasso allegro. E così Beppe ha capito che l à stava nascendo una delle tante fonti di ispirazione peer il suo creare sempre in movimento, incluso nella misura imposta di un’opera, ma agile, attivo, mai domo. Come Mohammed Alì sul ring.
Può far di tutto, coi suoi sacchi. Tanto da aver meritato per mia nomina l’appellativo di Gran Saccàio. Può parlarci di vita e di morte, di epica e di miti, della vita che ci manca, quella del bar e delle piazze, di sentimenti e passioni e della vita che deve continuare. Perché per Trentacoste la sfida non finisce mai, e riemerge la sua voglia di presentarsi spavaldo sul ring comparendo fra le corde, ma non per urlare all’avversario che lo farà a pez- zi. Solo per ricordarci che l’anima stessa della creatività va salvaguardata sperimentando, provando, sacrificandosi, sbagliando per correggere e correggersi. Solo per darci altre prove della sua totale capacità di muoversi nel creare le sue opere come si muoverebbe lui stesso sul quadrato: senza mai farsi mancare la saldezza. Da fiero difensore prontissimo all’attacco.
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Se solo ci si lascia prendere dal contenuto del suo gesto creativo, adeguato alle trame antiche del sacco e presentato in forme inusuali ma gradite, si può convintamente affermare che Trentacoste non è classificabile in una corrente artistica, perché ha creato un mondo tutto suo, in cui contano i valori della capacità ed ancor più quelli del rispetto e della correttezza nel comporre. Faccenda che, da un po’, non pare riguardare chiunque creda di essere in grado di creare, e perciò di notevole importanza.
Trentacoste sa che la sua faccia da duro si adegua bene al mondo della boxe. Ma sa anche che la sua arte, come la sua anima, è figlia delle dolcezze dei declivi toscani. È parimenti figlia di origini siciliane, come quelle di Domenico Trentacoste, suo antenato, che fu altissimo scultore e docente alla Accademia delle Belle arti di Firenze agli inizi del Novecento. Ed è figlia di un’aria pura, respirata con orgoglio ad ogni costo.

La presenza delle opere del Gran Saccàio è costante nelle puntate di Laboratorio Acca. E noi stessi, in studio, sappiamo bene che quando ci si avvicina al suo lavoro per parlarne, non si riesce a dare tutta la reale percezione di quanto le sue opere siano piene di entusiasmo, impegno, vitalità ed emozioni purissime. Ma il pubblico è scaltro, e gradisce in silenzio il sapersi assortire che Beppe ha nelle vene, quella insaziabile voglia di dare sfogo alla sua tecnica ed alla sua preparazione, pari sempre alla invenzione, al gesto inatteso e vincente che nel suo lavoro si legge grazie ai particolari, alle aggiunte, ai dettagli che sfuggono al primo sguardo ma non passano inosservati a chi sa osservare come si fa con ciò che intimamente vale.

Giuseppe Trentacoste detto Beppe sa che il suo cammino sarà lungo e faticoso, e questo per lui è stimolo e ragione di studio e di applicazione. Lui va per la sua via. Delicato coi sentimenti e deciso quando c’è da combattere. In fondo la vita è un ring, e guai a chi molla. Beppe, il Gran Saccàio, può muoversi a suo piacimento perché sa di avere il colpo giusto da sferrare. Ed è davvero impossibile prevenire le sue mosse, intelligenti e sagaci, di grande creatore. In una foto appare piccolino di fronte ad una sua installazione alta sei metri e fatta coi suoi sacchi, le sue “tele piegate”. Rinuncia al suo apparire corpulento ed atletico per dare tutto lo spazio a quelle anime anonime e vaganti che raccontano il mondo, la storia, la vita. Altri avrebbero detto con spavalderia “…ho fatto una installazione enorme…”. Lui preferisce commentare con un semplice “… Sai icchè fo’ ? … E ne fo’ una più grande, vai…”. Perché non ha il minimo interesse ad accontentarsi. Quando crea i suoi lavori (splendidi quelli colorati in pigmento naturale, come avrebbe fatto un artigiano del medioevo) non conclude per riposare. Poco, pochissimo tempo, come accadeva nell’angolo per riprendere fiato, e via. Ricomincia, raccoglie, plasma, inventa, racconta. L’arte e la boxe gli hanno insegnato che solo chi combatte ha diritto al premio. Ripresa dopo ripresa, sacco dopo sacco.
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Nel segno della Musa

Le interviste di Marilena Spataro.
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“Ritratti d’artista”
Talenti del XXI secolo
Giuliana Cunéaz
Un percorso artistico che inizia con la scultura e con la pittura per approdare ben presto all'installazione, video arte e infine new media art. Linguaggio quest'ultimo cui l'artista aostana imprime un segno personale e originalissimo. E che la porta a essere oggi un nome di riferimento, conosciuto e stimato in Italia e all'estero.
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Quali i passaggi salienti di questo suo percorso?

«Il percorso dedicato alla sola pittura e alla scultura è durato poco. Già durante il periodo di frequentazione dell’Accademia Belle Arti di Torino capii che non volevo rimanere intrappolata dalla tela o confinata in un oggetto statico, ma il mio desiderio era soprattutto quello di lavorare sullo spazio con l’installazione e il video. La prima grande installazione ambientale dal titolo Archéopteryx l’ho realizzata ad Aosta nel Teatro Romano a metà anni ottanta. Era un lavoro ambientale e interattivo che nasceva dalla volontà di catturare l’impronta delle stelle in relazione alla rotazione terrestre. Tutto questo avveniva all’interno di tre coni specchianti e “abitabili” con al vertice un foro stenopeico. Questi elementi funzionavano come veri e propri apparecchi fotografici. Ho iniziato così a lavorare sull’ambiente e nel 1990 ho realizzato Il Silenzio delle Fate, una grande opera installativa composta da 24 leggii collocati in diverse località della Valle d’Aosta che avevano in comune l’apparizione leggendaria di una Fata. È stata una svolta importante: ero attratta dal mondo misterioso dell’immaginario e dalla sua relazione con la natura. Successivamente, ho iniziato a lavorare con il video, ma senza rinunciare all’aspetto installativo come dimostra l’importante mostra In Corporea Mente curata da Gillo Dorfles. Il lavoro si svolgeva intorno all’idea del corpo immaginato. In seguito, suggestionata dalle scoperta delle teorie di Edgar Morin ho iniziato ad interessarmi al tema della complessità creando lavori che avevano lo scopo di mettere in discussione lo sviluppo unitario dell’opera d’arte in base ad una ricerca che aveva lo scopo d’interrogarsi sui processi formativi della creazione. Mi sono, poi, dedicata alle trance e agli stati di coscienza cercando così di analizzare la natura misteriosa e metamorfica della coscienza. Questa ricerca mi ha condotta a frequentare sciamani, medium, ipnotisti, psichiatri ed è stato davvero molto interessante. Successivamente, ho iniziato a lavorare sulle dinamiche di gruppo e proprio in occasione del progetto Zona Franca del 2003 ho scoperto l’animazione 3D che poi ha accompagnato tutti i miei lavori successivi fino ad oggi facendomi così sbarcare tra gli artisti della new media art».
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Cosa si intende oggi per new media art e quali gli aspetti espressivi che maggiormente la coinvolgono di questo linguaggio artistico?

«Si inizia a parlare di new media art intorno al 2000, anche se fino a quattro o cinque anni fa i musei si disinteressavano completamente a questo genere artistico. Solo ora stanno nascendo centri specializzati e i lavori iniziano a circolare. I campi di interesse della new media art si sono estesi a forme sempre più innovative e complesse. In sostanza è un’arte creata mediante le nuove tecnologie, attraverso l’utilizzo di software; è un’arte immateriale che si può concretizzare attraverso lavori installativi e interattivi, stampe fotografiche, videoproiezioni ma anche attraverso sculture o creazioni robotiche la cui sorgente è però quasi sempre l’opera virtuale. Il computer è il punto di partenza e in una prima fase sostituisce le tecniche tradizionali di pittura o scultura. Io ho scelto di lavorare con il 3D le cui potenzialità sono infinite. Per quanto mi riguarda, è stata una scoperta che mi ha permesso dal 2003 di dare una svolta al mio lavoro. La tecnica contiene in sé tutte le principali discipline del mondo dell’arte: la modellazione, la pittura, l’animazione, la fotografia, l’architettura, il video. è un universo straordinario dov’è possibile sintetizzare ogni forma di linguaggio artistico senza procedere a scissioni artificiali. L’animazione 3D rappresenta per me un potenziale mezzo di sintesi delle arti. Spesso, cerco di far dialogare l’elemento virtuale con quello tradizionale, l’immateriale con l’argilla o la pittura».
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Chi e quali i maestri e i modelli cui si ispira e che più hanno influenzato la sua arte?

«Giorgio de Chirico è stato una mia grande passione adolescenziale. Ho incontrato poi opere di molti artisti che mi hanno conquistata da Giotto a De Dominicis così come da Piero della Francesca a Matthew Barney, o per citare artisti delle ultime generazioni penso a Tomás Saraceno o Roberto Cuoghi. Sinceramente, però, l’aspetto che più ha influenzato la mia arte è stata la scienza e in particolare il mondo delle nanotecnologie e le peculiarità dell’universo quantico. Nel nanomondo si possono osservare forme straordinarie e imprevedibili come simmetrie cristalline, delicati orditi, strutture geometriche o immagini naturalistiche. Sono state per me lo spunto per creare i mondi nei quali immergermi totalmente e consentire allo spettatore di fare altrettanto. Come scriveva il grande fisico americano Richard Feynman «C’è l'impeto delle onde/ montagne di molecole /ognuna stupidamente immersa/ negli affari suoi/ lontane milioni di miliardi/ ma spumeggiano all'unisono». Il senso è chiarissimo: nel nanomondo – come d’altronde nell’universo – c’è spazio per tutto. Anche per l’arte e la poesia. Il mio, ovviamente, è sempre stato un approccio artistico: in fondo, credo che lo scienziato o l'artista si interroghino sulle stesse questioni. Sia l’uno sia l’altro, quando guardano un polimero al microscopio elettronico o una volta stellata al telescopio, ricercano il piacere della scoperta. Ognuno dei due, poi, traduce la visione con i mezzi che gli sono propri. Io ho da sempre il grande desiderio di rendere visibile ciò che non lo è, almeno ad occhio nudo. Mi interessa il sensibile campo immaginifico che si crea intorno all’invisibile. Sono fondamentalmente un’esploratrice e lavoro sulla materia, come un archeologo nel sottosuolo. È come avvicinarsi al cuore più segreto della vita e constatare le qualità e i limiti della nostra potenzialità percettiva e creativa. Mi piace pensare che in ogni microgrammo di materia sia contenuta tutta la complessità dell’universo e immedesimarmi nell’improbabile sogno di un atomo».
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C’è nei suoi progetti il cinema, quello più tradizionale che vede protagonista la macchina da presa. Se sì quali i soggetti e il genere che vorrà realizzare?

«Anche nel mio film I Cercatori di Luce che uscirà prima dell’autunno la tecnologia è molto presente, in quanto tutti i paesaggi sono realizzati in 3D, mentre i personaggi sono reali ripresi su green screen e poi, in fase di post produzione inseriti negli ambienti virtuali. La realizzazione è stata particolarmente complessa sebbene di notevole interesse in quanto mi ha consentito di rendere possibile il dialogo tra le arti (danza, teatro, cinema, musica, moda). Il lavoro coinvolge attori di fama internazionale (una fra tutti, Angela Molina), stilisti, grandi stelle della danza, performer, top model e il musicista e compositore Paolo Tofani che ha fatto parte degli Area, tra i più sperimentali gruppi degli anni settanta. I Cercatori di Luce è una videoinstallazione su tre schermi dove il paesaggio nanomolecolare, di sofisticata bellezza, diventa lo scenario nell’ambito del quale i protagonisti compiono azioni tese a modificare il contesto. Rappresenta lo strumento per interrogarsi sul nostro stare al mondo di fronte ad un sistema dove la sostenibilità ambientale è stata messa in grave pericolo. Si crea, così, un grande affresco sul potere rigenerativo della natura attraverso il lento percorso che conduce dalle tenebre alla luce. I Cercatori di Luce, portatore di un messaggio di carattere sociale ed ecologico, rappresenta una ricerca all’avanguardia nella sperimentazione tecnica dove tutte le energie sono concentrate sulla ricerca della luce, intesa come materia connaturata alla terra feconda e “mente del mondo”. L’opera ha lo scopo evidenziare l’unione primigenia tra l’io e la natura: la luce si espande e diventa luogo di condivisione e di conoscenza».
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In questi ultimi anni il suo lavoro ha ricevuto molti riconoscimenti collocandola tra i talenti della video art in ambito internazionale, quali, a suo avviso, i motivi di questo successo?

«Direi la tenacia, la costanza di proseguire nella mia ricerca nonostante le difficoltà incontrate, la fiducia nel mio lavoro, inoltre la capacità di far fronte alla solitudine e allo scetticismo di molti e di non cedere a tentazioni legate al mercato o al facile successo».
Delle opere fino ad oggi realizzate quali sono quelle cui è più affezionata e che sente maggiormente rappresentative del suo universo artistico ed esistenziale?
«Ogni periodo ha le sue opere portanti. Ma volendo citarne solo alcune direi Il Silenzio delle Fate in quanto è ancora un lavoro molto attuale.
C’è, poi, un’opera del 1995 intitolata Biancaneve con cui ho una storia “affettiva” particolare. Birth Tree, un lavoro del 2008 e Waterproof del 2011 perchè celano strane coincidenze o premonizioni. I Cercatori di Luce, infine, è una tappa per me fondamentale. Scherzando lo chiamo “la mia Cappella Sistina.” Riassume tutti i miei interessi; è un po’ la summa dei miei precedenti lavori e di tutte le mie potenzialità».
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Qual è, a suo parere, il ruolo della video art e delle arti visive legate alle tecnologie digitali in un tempo di grandi mutamenti epocali, come questo che stiamo vivendo. Cosa ne sarà delle arti plastiche tradizionali?

«Più che al presente, mi rivolgerei al futuro prossimo. Credo sarà inevitabile per il mondo dell’arte confrontarsi con le tecnologie e questo sovvertirà il gusto del nostro tempo e il mercato dell’arte. Le tecnologie sono già presenti da tempo nelle opere di molti artisti ma c’è stata sempre una certa resistenza da parte del sistema ad accogliere i lavori che non fossero “fatti a mano” e che non fossero pezzi unici cioè non riproducibili. Anche se in questo Andy Warhol ci ha dimostrato che la serialità non è necessariamente un limite. Ma la società si sta sviluppando intorno alle tecnologie digitali e soprattutto i giovani lo dimostrano. La pandemia poi, ha rappresentato in tal senso una straordinaria accelerazione. Credo, tuttavia, che la pittura, così come la scultura continueranno ad esistere, probabilmente ne usciranno valorizzate. Le tecno- logie e le arti tradizionali possono coesistere e in certi casi integrarsi».
Come vede il futuro dell’umanità e quan- to a suo avviso l’Arte, specialmente quel- la degli artisti più visionari e ispirati, è capace di anticipare e cogliere il mondo che verrà?
«“Lo scopriremo solo vivendo”. Spero che l’umanità riuscirà a darsi un futuro iniziando sin d’ora attraverso una maggiore coscienza ecologica. Gli artisti sicuramente sapranno interpretare e rendere più piacevole il difficile compito dello “stare al mondo”».
Oggi cos’è l’Arte. Si può immaginare un mondo senza?
«No. L’arte fa parte della nostra natura di esseri umani. L’arte di oggi non credo sia tanto diversa dall’arte di sempre. Cambiano gli strumenti, le tecniche, gli stili, i gusti, il modo di proporla. Ma in fondo i motivi e le emozioni che ci spingono a creare o quelli che ci arricchiscono nell’incontrarla sono sempre gli stessi».
Quale il rapporto che intercorre tra le arti tradizionali e la new media art. Come si configura questo rapporto nel suo lavoro?
«Personalmente le utilizzo entrambe. Anzi mi piace molto la relazione che si crea tra l’immagine impalpabile del virtuale e quella concreta e densa della materia. Il mio rapporto è ottimo! Lo dimostrano i miei screen painting che coniugano la pittura su schermo TV alle immagini digitali in 3D con un effetto di immediato impatto visivo. Creare il primo screen painting è stato come abbattere un tabù. Intervenire con un pennello intinto nel colore direttamente sulla pelle dello schermo in modo da far dialogare l’immagine virtuale con quella pittorica, è stata una bella emozione. Oppure le wunderkammer che affiancano immagini digitali dalle forme nanotecnologiche con le sculture dalle stesse forme realizzate con argilla cruda».
Quale la welthansauung, il terreno emotivo e culturale da cui nasce il suo lavoro?
«Sono un’artista visionaria che non ha mai rinunciato all’aspetto poetico ed emozionale dell’opera. Sono in molti a dirmi che le mie opere, nonostante le tecnologie, conservano un fascino arcaico. L’artista riesce ad umanizzare la tecnologia, a trasferire in essa un po’ della sua ani- ma».
Un sogno nel cassetto di Giuliana Cunéaz?
«Quello di vedere svettare le grandi torri monumentali di waterproof nel mare di Fukushima. Ho realizzato quel lavoro video appena prima che succedesse il disastro, in seguito a una vera e propria premonizione. La scena era ispirata a due antiche tavole giapponesi».
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Grandi Mostre: "Dante. La visione dell'arte"

Musei San Domenico di Forlì. Dall' 1 Aprile all'11 Luglio 2021.
di Marilena Spataro.
Dante. La visione dell’arte si annuncia uno degli eventi espositivi più importanti di questo 2021, anno delle celebrazioni per il 700esimo della morte di Dante Alighieri.
********: Salutation of Beatrice, 1880-1882. Found in the collection of the Toledo Museum of Art, Toledo, Ohio. Artist: Rossetti, Dante Gabriel (1828-1882) ******** ******** *** Permission for usage must be provided in writing from Scala.mostre3

La mostra, che si terrà ai Musei San Domenico di Forlì, dall'1 Aprile all’11 Luglio, è organizzata in partnership dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e dalla Galleria degli Uffizi di Firenze, nell'ambito delle iniziative dantesche promosse dal Mibcact, e nasce da un'idea di Gianfranco Brunelli, direttore delle grandi mostre della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e di Eike Schmidt, direttore della Galleria degli Uffizi. L’esposizione, che vede come curatori Antonio Paolucci e Fernando Mazzocca, coadiuvati da un prestigioso comitato scientifico, racconta a 360 gradi la figura del Sommo poeta presentandosi come un viaggio esclusivo nella storia dell’arte tra Medioevo ed età contemporanea, con circa trecento capolavori selezionati dal Duecento al Nove- cento. Si andrà, così, da Giotto, a Filippino Lippi, da Lorenzo Lotto a Michelangelo e Tintoretto, fino ad arrivare a Boccioni, Casorati e tanti altri maestri del secolo scorso. La scelta di Forlì come scenario dell’esposizione fa parte di una strategia volta a valorizzazione un luogo e un territorio che sono un ponte naturale tra Toscana ed Emilia-Romagna, ma anche, e soprattutto, perchè Forlì è città dantesca. Qui Dante trovò rifugio, lasciata Arezzo, nell’autunno del 1302, presso gli Ordelaffi, signori ghibellini della città. E qui fece ritorno, seppure occasionalmente, in seguito.
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La mostra indaga per la prima volta, nel periodo che va dal ‘200 al ‘900, l’intimo rapporto tra Dante e l’arte, che viene interamente analizzato e ricostruito, presentando gli artisti che si sono cimentati nella grande sfida di rendere in immagini la potenza visionaria di Dante, delle sue opere ed in particolare della Divina Commedia, o che hanno trattato tematiche simili a quelle dantesche, o ancora che hanno tratto da lui episodi o personaggi singoli, sganciandoli dall’intera vicenda e facendoli vivere di vita propria.
Sono circa cinquanta, tra dipinti, sculture e disegni, le opere che le Gallerie degli Uffizi, coorganizzatrici del grande evento espositivo, hanno messo a disposizione di “Dante. La visione dell’arte”. Tra queste, un corpus di disegni a tema di Michelangelo e di Zuccari. I celebri ritratti del Poeta di Andrea del Castagno e di Cristofano dell’Altissimo. E poi l’Ottocento con Nicola Monti, Pio Fedi, Giuseppe Sabatelli, Raffaello Sorbi e il capolavoro di Vogel von Volgestein, Episodi della Divina Commedia.
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Non solo gli Uffizi, però, hanno aperto i loro ‘scrigni danteschi’ per la mostra, prestiti arrivano dall’Ermitage di San Pietroburgo, dalla Walker Art Gallery di Liverpool, dalla National Gallery di Sofia, dalla Staatliche Kunstsammlungen di Dresda, dal Museum of Art di Toledo, Musée des Beaux-Art di Nancy, di Tours, di Anger; e poi dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, dalla Galleria Borghese, dai Musei Vaticani, dal Museo di Capodimonte e da innumerevoli musei italiani e stranieri.
Con questa esposizione il visitatore sarà magistralmente condotto alla scoperta della crescente leggenda di Dante attraverso i secoli. La prima fortuna critica del Poeta sarà mostrata attraverso le prime edizioni della Commedia e alcuni dei più importanti Codici miniati del XIV e XV secolo. Apposite sezioni saranno dedicate alla sua fama nella stagione rinascimentale, alla riscoperta neoclassica e preromantica del suo genio, alle interpretazioni romantiche e Novecentesche della sua opera ed eredità; capitoli a parte verranno dedicati all’ampia e fortunata ritrattistica dedicata all’Alighieri nella storia dell’arte, al tema del rapporto tra Dante e la cultura classica, alla figura di Beatrice, che il Poeta eleva ad emblema del rinnovamento dell’arte e delle sue stesse positive passioni.
Protagonisti della mostra saranno anche le molteplici raffigurazioni che alcuni tra i più grandi artisti hanno offerto nel corso della storia della narrazione dantesca del Giudizio universale, dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso. Il percorso si concluderà con capolavori ispirati, nella loro composizione, al XXXIII canto del Paradiso.
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Altro aspetto da sottolineare di questa ricca esposizione è che con essa, in un momento tanto difficile per l’ intera umanità come quello che stiamo vivendo, si desidera proporre un simbolo di riscatto e di rinascita, ciò non solo per il nostro Paese, ma per il mondo intero; un aspetto simbolico con cui valorizzare lo spirito di cultura e di civiltà, oltre che artistico, e che sono elementi fondanti della mostra stessa.
Sottolinea al riguardo il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt: “In questo periodo, è importante ritrovare in Dante non solo un simbolo di unità nazionale, ma anche un conforto spirituale e un riferimento culturale comune. La mostra sarà un’occasione per ripensare al padre della lingua italiana e offrirà materia per riflettere sull’importanza che l’opera dantesca – i suoi versi, i personaggi e gli eventi da lui narrati – riveste ancora nei nostri tempi”.
Per il direttore delle Grandi mostre della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, Gianfranco Brunelli é possibile affermare che “se c’è un’esposizione davvero completa e davvero nazionale, nell’anno centenario di Dante, quella forlivese si iscrive ad esserlo. Non solo la Commedia viene ricondotta lungo i rispecchiamenti che l’arte ne ha tratto, ma tutto Dante. Un viaggio dell’arte e un viaggio nell’arte che ci consente di rivedere Dante, il suo tempo e il nostro”. 
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Dante a Verona: 1321-2021

Appuntamenti con l’arte.

"Lo primo tuo refugio e 'l primo ostello

sarà la cortesia del gran Lombardo
che 'n su la scala porta il santo uccello;
ch'in te avrà sí benigno
riguardo
che del fare e del chieder, tra voi due,
fia primo quel che,
tra li altri, è più tardo."
Dante, Paradiso, XVII

Nel programma Dante a Verona 1321-2021 trova ampio spazio l’arte, con una nutrita serie di appuntamenti che celebrano la figura del Sommo Poeta e il suo rapporto con Verona, con proposte pensate per un pubblico ampio, di tutte le età. Cuore dei progetti di ambito artistico – che vedono coinvolti il Comune di Verona, i Musei Civici, l’Università di Verona e le altre istituzioni aderenti al Protocollo di intesa dantesco – è un’inedita mostra diffusa appositamente ideata per le celebrazioni del centenario del 2021. L’anno dantesco, infatti, prevede il duplice omaggio al Poeta, quale letterato e intellettuale di insuperabile fama attraverso il tempo, e alla città di Verona, che gli diede “lo primo tuo refugio e ’l primo ostello” (Paradiso, XVII, 70): il poeta vi giunse una prima volta tra il 1303 e il 1304, ospite di Bartolomeo della Scala e una seconda volta alla corte di Cangrande, in un periodo che è difficile determinare con sicurezza, ma compreso tra il 1312 e il 1320.
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Il legame con la città e con gli Scaligeri fu quindi forte e duraturo: e di questo è la città stessa di Verona che costituisce la prima e più importante testimonianza. È Verona infatti – nel suo tessuto urbano, nelle sue emergenze architettoniche civili e religiose, nelle sue preziose testimonianze artistiche e documentarie, seppur stratificate nel corso dei secoli – che parla ancora dell’epoca di Dante, consentendo di percorrere le stesse strade, entrare nei palazzi e nelle chiese, vedere le immagini dipinte e scolpite che, oltre settecento anni fa, il Poeta esiliato ammirò nel corso del suo soggiorno, durante il quale prese forma e fu scritta una buona parte della Commedia. La città, quindi, non solo fa da sfondo alla vicenda dantesca, ma ne diventa essa stessa protagonista: proprio per cogliere e valorizzare questa specificità, che distingue e caratterizza Verona rispetto alle altre città dell’esilio, il progetto Dante a Verona 1231-2021 si costituisce come mostra diffusa, scegliendo di puntare sulla riscoperta dei luoghi della presenza e della tradizione dantesca, mediante la predisposizione di un itinerario cittadino.
Il percorso e le tappe della mostra diffusa sono contenuti in un’agile mappa cartacea, distribuita gratuitamente alla cittadinanza, preziosa guida che conduce i visitatori attraverso una trama di itinerari alla scoperta dei luoghi direttamente legati alla presenza del Poeta in città; a quella dei suoi figli e degli eredi, che ancora oggi risiedono a Gargagnago in Valpolicella; alla tradizione dantesca, che nei secoli continuò ad alimentarsi e a crescere, fino a diventare, nell’Ottocento, un imprescindibile punto di riferimento per l’identità civica e nazionale. Sono parte dell'itinerario i principali monumenti civili e religiosi di Verona e alcune emergenze del territorio, che il visitatore è invitato a rileggere alla luce dello “sguardo di Dante”, al fine di cogliere, nella piacevolezza di una passeggiata, quanto della città al tempo del Poeta rimanga ancora oggi e quanto sia stato invece radicalmente trasformato e modificato nel corso dei secoli. Ogni luogo dantesco della mappa verrà segnalato in situ con un apposito totem; qui, tramite un semplice tocco sul proprio cellulare tramite QRcode, il visitatore potrà comodamente accedere a un’espansione digitale dei contenuti della mappa, a ulteriore approfondimento del proprio itinerario in compagnia del Poeta. La mostra diffusa trova un’articolata selezione di sviluppi tematici a carattere storico-artistico nelle esposizioni in programma alla Galleria di Arte Moderna “Achille Forti” di Palazzo della Ragione e al Museo di Castelvecchio. Il disegno botticelliano, Dante e Beatrice. Paradiso II (Kupferstichkabinett, Berlino) - opera in mostra alla Galleria d’Arte Moderna “Achille Forti” - è stato scelto come immagine coordinata della mostra diffusa, infatti, sviluppando graficamente il tema dell’itinerario dantesco nel Paradiso lo traduce nel cammino del Poeta, guidato da Beatrice, lungo le strade di Verona, alla scoperta dei luoghi legati alla sua memoria. Dante negli archivi. L’Inferno di Mazur
Museo di Castelvecchio, Sala Boggian, 8 marzo - 3 ottobre 2021. Mostra a cura di Francesca Rossi, Daniela Brunelli, Donatella Boni. La prima mostra in programma costituisce un tributo alla Commedia attraverso la lente privilegiata di un libro d’artista contemporaneo. Sala Boggian al Museo di Castelvecchio ospita quarantuno acqueforti e acquetinte che l’artista americano Michael Mazur (1935-2009) produsse ispirandosi alla prima cantica della Divina Commedia per comporre il libro d’artista Michael Mazur. Etchings. L’Inferno. Dante, stampato in tiratura limitata di 50 copie in collaborazione con il maestro tipografo Robert Townsend. L’opera grafica è accompagnata dai corrispettivi brani del testo originale di Dante Alighieri con, a fronte, la fortunata traduzione in inglese dell’Inferno realizzata dal poeta Robert Pinsky. L’esemplare del portfolio contrassegnato come “Artist’s proof set for Castelvecchio” - in esposizione - è stato infatti donato dall’autore al Gabinetto Disegni e Stampe del Museo, a seguito di una prima mostra tenutasi nell’anno 2000, sempre in sala Boggian. Fu lo stesso Mazur a dichiarare, in una lettera custodita nell’archivio del Museo, che tale esposizione rappresentava per lui “un sogno che veniva a compimento”, evidentemente consapevole della centralità di Verona nell’immaginario legato a Dante. All’interno delle splendide teche disegnate da Carlo Scarpa (1906-1978), il pubblico può ammirare l’interpretazione decisamente originale e intimamente sentita del viaggio di Dante, frutto della lunga meditazione di Mazur sui significati del poema e sul rapporto tra testo e immagine. Alle possibilità espressive delle tecniche utilizzate è affidata una vera e propria “traduzione visiva” del testo, in parallelo a quella letteraria. Dall’archivio che le custodisce, le acqueforti e acquetinte contenute nel libro d’artista sono esposte per testimoniare il confronto tra un interprete contemporaneo e l’immaginario medievale, tra segno grafico e linguaggio poetico. Tra Dante e Shakespeare: il mito di Verona Galleria d’Arte Moderna “Achille Forti”, 7 maggio-3 ottobre 2021. Mostra a cura di Francesca Rossi, Tiziana Franco, Fausta Piccoli.
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Realizzata con il patrocinio e il contributo del Comitato Nazionale per la celebrazione dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, la mostra costituisce un omaggio all’esilio veronese di Dante e al legame tra Verona e il Poeta che, nel corso dei secoli, continuò ad alimentarsi dando origine a una ricca produzione artistica. Il progetto espositivo prevede una selezione di oltre 100 opere tra dipinti, sculture, opere su carta, tessuti e testimonianze materiali dell’epoca scaligera, codici manoscritti, incunaboli e volumi a stampa in originale e in formato digitale provenienti dalle collezioni civiche, dalle biblioteche cittadine, da biblioteche e musei italiani ed esteri. La mostra copre un arco cronologico compreso tra Trecento e Ottocento e si articola in 6 sezioni, che sviluppano due nuclei tematici principali. Il primo intende ricostruire il rapporto tra Dante, Verona e il territorio veneto nel primo Trecento. La rievocazione del leggendario, presunto incontro tra Giotto e Dante a Padova consente di ripercorrere la cultura artistica scaligera nel grande snodo della rivoluzione giottesca (sezione 1); il profondo vincolo che unì Dante e Cangrande della Scala si concentra su testimonianze legate alla figura dello Scaligero, allargandosi a cogliere il contesto storico-culturale in cui il Poeta visse negli anni dell’esilio e della creazione del suo Poema (sezione 2). Una pregevole selezione di testi decorati della Commedia, manoscritti e a stampa, traghetta i visitatori dall’epoca di Dante alla fine del Settecento, attestando la costante e qualificata attenzione che in particolare Verona e il Veneto rivolsero al Poeta e alla sua Opera (sezione 3). Il secondo nucleo tematico si concentra sul revival ottocentesco di un medioevo ideale tra Verona e il Veneto, destinato in particolare a mutare il volto e la percezione della città scaligera fino ad oggi. Protagonista di tale revival fu l’esaltante riscoperta del mito di Dante nella stagione del Romanticismo, incarnazione sia dei nascenti ideali risorgimentali sia del tormento creativo dell’intellettuale esiliato. Per illustrare questo snodo, la mostra si sofferma sulla fortuna iconografica del poeta esiliato cantore della Commedia (sezione 4) e su quella dei suoi personaggi, a partire da Beatrice e Gaddo. Una particolare attenzione viene riservata alle immagini femminili e alle tragiche vicende, legate al tema dell’amore e degli amanti sfortunati, di Pia de’ Tolomei e Paolo e Francesca (sezione 5), che testimoniano anche una fitta circolazione di opere e temi iconografici, con particolare attenzione all’ambito veneto e lombardo.
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Ciò consente di introdurre il mito di Giulietta e Romeo(sezione 6), cantata da Luigi da Porto nel Cinquecento, resa celebre da William Shakespeare e fondamentale per cogliere il costituirsi dell’identità della Verona ottocentesca, che si nutrì in parallelo della presenza storicamente fondata di Dante alla corte di Cangrande e di quella immaginaria dei due sfortunati amanti, creati nella cornice di un Trecento cortese. Alla duplice presenza di un medioevo ideale dantesco e shakespeariano, nutrito dalla memoria reale del medioevo scaligero, si legano ancor oggi la fisionomia urbana e culturale di Verona: in tal modo, la mostra si lega intimamente al percorso di visita nella “mostra diffusa” che è la città stessa, nei monumenti e nelle testimonianze urbanistiche e architettoniche legate alla memoria di Dante e di Romeo e Giulietta. Le sezioni della mostra.
Sezione 1 – Dante e Giotto. La mostra offre una raffinata e rappresentativa selezione di manoscritti, pitture e sculture che documentano la grande stagione del primo Trecento veronese, che si confrontò precocemente e in modo originale con il nuovo, rivoluzionario paradigma giottesco. Sono presenti alcuni preziosi codici che nelle loro miniature testimoniano del passaggio, proprio negli anni danteschi, dalla cultura duecentesca alle novità giottesche: la Leggenda dei Santi Giorgio e Margherita (Verona, Biblioteca Civica, Ms. 1835), l’Historia imperialis di Giovanni Mansionario (Verona, Biblioteca Capitolare, Ms. CCIV), gli Statuti del Comune di Verona (Verona, Biblioteca Civica, Ms. 3036), le Costituzioni del Capitolo Canonicale (Verona, Biblioteca Capitolare, Ms. DCCLXV). A testimonianza della prima stagione giottesca, sono presenti due opere del cosiddetto maestro del Coro degli Scrovegni, pittore della più stretta cerchia del maestro fiorentino: la lunetta della tomba di Giuseppe della Scala, dall’abazia di San Zeno, raffigurante la Madonna con Bambino tra i santi Benedetto e Zeno e i frammenti della Crocifissione (Padova, Veneranda Arca di Sant’Antonio), cui si aggiunge lo Sposalizio mistico di Santa Caterina del cosiddetto Maestro del Redentore, il pittore di più stretto seguito giottesco a Verona (Museo di Castelvecchio). In mostra saranno anche due pregevoli opere di scultura, la Madonna con Bambino del cosiddetto Maestro di Santa Anastasia (Museo di Castelvecchio) e una Madonna con Bambino dello stesso scultore del noto San Zen che ride (Barbarano Vicentino, parrocchiale). Sezione 2 – Dante e Cangrande. Il racconto dell’accoglienza veronese all’esule Dante è evocato da una presenza quasi ‘fisica’ di Cangrande, raccontata attraverso le stoffe del suo corredo funerario, la spada, il calco del gisant del suo sepolcro monumentale presso le Arche Scaligere e una selezione di incisioni e pitture che, tra Settecento e primo Novecento, attestano la secolare fortuna iconografica dell’“amicizia” tra lo Scaligero e il Poeta. Tra le opere della sezione, si segnalano l’incisione con Cangrande accoglie Dante Alighieri in esilio di Carlo Canella (Museo di Castelvecchio) e la tela Dante legge la Divina Commedia alla corte degli Scaligeri di Luigi Melche (Padova, Musei degli Eremitani). Sezione 3 – La Commedia tra Tre e Settecento: immagine e fortuna in ambito veneto. Una rappresentativa selezione di preziosi codici miniati, in originale e in formato digitale, illustra la fortuna della Commedia in ambito veneto tra il XIV e l’inizio del XV secolo: la Commedia Egerton (Londra, British Library, Ms. 934, in digitale), la Commedia della Biblioteca Comunale di Treviso (Ms. 337, in originale e digitale); la Commedia della Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia (Ms. It. IX, 276 (=6902), in originale e digitale); la Commedia della Biblioteca Civica di Verona del 1409 (Ms. 2896, in originale); la Commedia del 1431 della Biblioteca del Seminario di Verona (Ms. 334, in originale), riscoperta in occasione della presente mostra e finora sconosciuta alla critica storico-artistica. Segue una selezioni di incunaboli e cinquecentine riccamente illustrate, che introducono alle prime versioni a stampa della Commedia, mentre, per il Settecento, una Commedia trascritta a mano dai veronesi Giuseppe Torelli e Gian Giacomo Dionisi attesta la precoce attenzione filologica dedicata dalla città scaligera al Poeta (Verona, Biblioteca Capitolare, Ms. DCCCXIII, originale). Sezione 4 – Il mito di Dante e della Commedia dell’Ottocento. La figura di Dante, exul immeritus e padre del risorgimento italiano, è documentata attraverso una selezione di dipinti, incisioni, monete, busti e bozzetti di sculture. Tra le opere di pittura, si segnalano: Ecco colui che andò all’Inferno e ritornò, di Francesco Saverio Altamura (Pescara, collezione privata) e Dante di fronte alla chiesa di Sant’Anastasia di Verona di Giuseppe Pianeta (Firenze, GAM); tra le sculture, il bozzetto della statua di Dante di Ugo Zannoni (Verona, Società Letteraria) e il busto di Dante di Luigi Ferrari (Vicenza, Biblioteca Civica Bertoliana).
Una gustosa e rappresentativa selezione di miniature in stile neomedievale del veronese Pietro Nanin, conservate presso i Musei Civici di Verona, introduce alla fortuna veronese di alcuni episodi dell’Inferno. Ancora sul tema dell’Inferno, viene presentata per la prima volta una serie inedita di acquerelli di Viscardo Carton (Milano, collezione privata).
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Sezione 5 – Beatrice, Pia de’ Tolomei, Gaddo, Paolo e Francesca: immagine e fortuna dei personaggi danteschi. La straordinaria presenza di tre disegni botticelliani della Commedia (Paradiso, II, IV, XVII; Berlino, Kupferstichkabinet) introduce ed esalta la fortuna e la vitalità dell’immaginario dell’opera del Poeta tra Cinque e Ottocento, che viene documentata in mostra da una pregevole sezione di opere che approfondiscono, in particolare, le figure di Pia de’ Tolomei, Gaddo, Ugolino, Paolo e Francesca. Tra le sculture saranno esposte Beatrice, un ine- dito gesso di Ugo Zannoni, Gaddo e Il conte Ugolino e i figli, capolavori di Torquato della Torre (Verona, GAM). Tra le pitture, Pia de’ Tolomei condotta in Maremma di Pompeo Molmenti e Pia de’ Tolomei di Lorenzo Rizzi (Verona, GAM), Il bacio di Paolo e Francesca di Giuseppe Luigi Poli (Bergamo, Accademia Carrara), Paolo e Francesca sorpresi da Gianciotto (Savona, Pinacoteca Civica) e Paolo e Francesca nel vortice infernale (Savona, Pinacoteca Civica), entrambi di Giuseppe Fraschieri, Paolo e Francesca di Gaetano Previati (Bergamo, Accademia Carrara).
Sezione 6 – Shakespeare e il mito di Romeo e Giulietta a Verona e in Italia. Una selezione di opere a stampa, incisioni e dipinti presenta la fortuna della novella di Romeo e Giulietta, ambientata a Verona da Luigi da Porto a partire dal passo dantesco di Purgatorio, VI, 106 (“vieni a veder Montecchi e Cappelletti”), e resa celebre da Shakespeare in tutto il mondo. Le cinquecentine della Historia di Da Porto e della Historia di Verona di Girolamo dalla Corte, prime fonti della novella, sono accompagnate dalle incantevoli miniature di Gian Battista Gigola, eseguite all’inizio del XIX secolo per Gian Giacomo Trivulzio e il nipote Giuseppe Poldi Pezzoli (Milano, Biblioteca Trivulziana, Rari Triv. G 20, Rari Triv. E 22, in originale e digitale), cui si affiancano una selezione di stampe e di dipinti che sintetizzano la grande fortuna iconografica di Romeo e Giulietta: Giulietta nel prendere il sonnifero di Domenico Scattola (Fondazione Cariverona); due raffinati dipinti di Pietro Roi, Giulietta (Verona, Casa di Giulietta) e Giulietta e Romeo (Vicenza, Musei Civici); i Funerali di Giulietta di Scipione Vannutelli (Roma, GAM); una visita alla tomba di Giulietta di Tranquillo Cremona (Milano, GAM).

La mano che crea. La galleria pubblica di Ugo Zannoni
Galleria d’Arte Moderna “Achille Forti”, in corso - fino al 5 ottobre 2021.
Mostra a cura di Francesca Rossi.
Già in corso, la mostra si lega intimamente al percorso della mostra diffusa, con particolare riferimento alla statua di Dante in Piazza dei Signori, eseguita nel 1865 da Ugo Zannoni (1836-1919) e restaurata in occasione dell’anno dantesco.
Scultore, collezionista e mecenate, Zannoni fu uno dei maggiori scultori dell’Ottocento veronese, che visse una lunga carriera all’insegna di relazioni artistiche tra Verona, Milano e Venezia, animata dall’impegno civile a favore della cultura e dei musei cittadini. Tra il 1905 e il 1918, Zannoni donò ai musei civici veronesi la sua cospicua collezione di opere d’arte, che contava circa 200 opere, contribuendo così a gettare le basi per la costituzione di una Galleria d’Arte Moderna a Verona.
La fama dell’artista è legata soprattutto alla realizzazione di un monumento simbolo, la celebre statua di Dante Alighieri, che, nel centro di piazza dei Signori, rivolge lo sguardo ai palazzi Scaligeri deve il Poeta, fu accolto nel corso del suo esilio. Zannoni eseguì quest’opera nel 1865: non ancora trentenne, si aggiudicò la vittoria di un importante concorso promosso per la ricorrenza del VI centenario della nascita del Poeta.
Dante a Verona 1321-2021. Il mito della città tra presenza dantesca e tradizione shakespeariana.
catalogo della mostra diffusa, a cura di Francesca Rossi, Tiziana Franco, Fausta Piccoli.
Con una nuova formula editoriale, il catalogo scientifico accoglie interventi relativi a tutta la mostra diffusa, comprensiva di contributi di ricerca relativi alle mostre Tra Dante e Shakespeare: il mito di Verona presso la Galleria d’Arte Moderna “Achille Forti” e Dante negli archivi. L’Inferno di Mazur presso il Museo di Castelvecchio, e di schede di approfondimento sui luoghi danteschi presentati nella mappa.
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Collezione Politeo

La mostra “Color is Joy”
14 gennaio – 7 febbraio 2021.
di Svjetlana Lipanović.
A Zagabria nella città capitale della Croazia è stata allestita la prima mostra dell’anno in corso intitolata “Color is Joy” (“Il colore è gioia”) presso lo Studio della Galleria Moderna – “Josip Račić” (Moderna galerija - Studio “Josip Račić”), nella quale sono state presentate al pubblico varie opere dell’arte contemporanea provenienti dalla grande Collezione Politeo. A causa della situazione epidemiologica causata dalla pandemia non si è tenuto un vernissage, ma in seguito all’inaugurazione, i visitatori hanno potuto ammirare le magnifiche creazioni degli artisti croati e di varie nazionalità dal 14 gennaio al 7 febbraio 2021. Il titolo dell’esposizione annuncia una vera esplosione di colori, delle forme inusuali e sorprendenti che creano una atmosfera allegra e nello stesso tempo raffinata. Le ampie sale dello Studio sito nel centro della città nel palazzo Vranyczany del XIX sec., sono una perfetta cornice alle opere di: Yakov Agam, Arman, Philippe Berry, Corneille Beverlo, Boris Bućan, Christo, Salvador Dalì, Gudmundur Errò, Jean-Michele Folon, Gilberto George, Keith Haring, Shen Jindong, Peter Klasen, Manabu Kochi, Jannis Kounellis, Kriki, Fernard Léger, Helge Leiberg, Karl Erik Landstrom, Andras Markos, Patrick Moya, Mimmo Palladino, Michelangelo Pistoletto, Bernard Rancillac, Fukao Rikizo, James Rosenquist, Daisuke Samejima, Roger Selden, Antonio Segni, Jesus Rafael Soto, Haruhiko Sunagawa, Richard Texier, Victor Vasarely, Zlatan Vrkljan, Andy Warhol.
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La Collezione Politeo comprende oltre 400 opere tra quadri, grafiche, oggetti che il proprietario Toni Politeo ha raccolto con passione durante gli anni in cui ha lavorato a stretto contatto con gli artisti in patria e nel mondo. Seguendo solo il suo istinto infallibile, da vero creativo e intenditore d’arte, è riuscito a costruire un mondo fantastico che ora ha offerto - anche se parzialmente - all’ammirazione del pubblico zagabrese. La sua esistenza è stata sempre legata all’arte, cominciando dalla Scuola d’arte applicata a Zagabria, presso la quale si specializzò in grafica pubblicitaria, e proseguendo con l’Accademia Pedagogica d’arte, dove conseguì la laurea nel 1974. In seguito, è diventato membro dell’Associazione degli artisti croati d’arte applicata (ULUPUH). Gli anni a venire sarebbero stati stracolmi di esperienze straordinarie. Politeo si è dedicato al design grafico, il suo primo grande amore, creando i progetti di vario tipo per la ditta “Interpublic,” e presso la Galleria Forum ha organizzato un’asta delle opere artistiche che fu un prototipo per tutte le aste successive in Croazia.
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Nell’incantevole palazzo rinascimentale di Petar Hektorović, poeta croato, e ora di sua proprietà a Stari Grad (Città Vecchia) sull’isola di Hvar (Lesina), ha aperto nel 1978 la prima galleria privata nell’ex-Jugoslavia. Per gli anni a venire la Galleria ha ospitato diverse mostre per trasformarsi dal 1996 nella Collezione Politeo.
Un'altra tappa importante fu la mostra “Naiva Art” a Sarajevo durante “Le Olimpiadi invernali” nel 1984 quando selezionò le opere da esporre. La divertente mostra “Air Exhibition”, organizzata nel 2003 per ricordare il centenario del primo volo di fratelli Wright, fu allestita negli spazi dell’aeroporto di Zagabria e fu l’occasione per presentare 230 modellini di aeroplani dipinti con le fantasie più svariate dagli artisti. La sua incessante attività si è estesa alle mostre nel mondo; ha partecipato da gallerista a: Art expo, New York, 1981, Westfalenhalle, Dortmund, 1984, SAGA 89, Grand Palais, Parigi, The 1st TIAS Tokyo International Art Show, Tokyo, 1991, ARS-ANTIQUITAS-FLORA, Lubiana in Slovenia, 1991, ARCO, Madrid, 1993, Okinawa, Prefectural Museum of Art, Giappone, 2008, Shenzen, Cina, 2018, ed altre…
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Attualmente si dedica alla creazione di una nuova mappa grafica in omaggio a Bertold Brecht, che è l’ultima della serie creata negli anni precedenti. L’interessante attività caratterizzata dalla produzione di varie mappe grafiche e nello stesso tempo bibliografiche comprende: “Omaggio a Petar Hektorović - 500 anni dalla nascita”, 1907, “Mare Nostrum - Zlatko Prica”, 1988, “Omaggio a Parigi”, 1989, “Boris Bućan – 30 manifesti più belli”, 1990, “ Il papa a Zagabria”, 1994 e 1998, “La porta d’oro di Spalato - Walter Valentini”, 1995, “1700 anni di Spalato”, 1995, “Jakov Bratanić – Le chiesette dell’isola di Hvar”, 1997, “Omaggio a Ferderico Garcia Lorca”, con la collaborazione di 50 artisti, 2004 ed altre. Tornando all’esposizione, è significativo riportare le parole del curatore della mostra Branko Franceschi che “la collezione perfettamente rispecchia il suo proprietario dato che è stata raccolta durante i viaggi e gli incontri con gli artisti, non seguendo le mode del momento e le valutazioni fissate dagli esperti ma solo una propria visione estetica - il risultato del percorso esistenziale nel variopinto mondo dell’arte contemporanea”. La capacità di riconoscere la bellezza e il valore nascosto nelle creazioni artistiche di Toni Politeo unita al senso pratico sono stati un binomio vincente per creare la sua collezione, un caleidoscopio sor- prendente che ci comunica gioia tramite i colori scintillanti e le forme di grande impatto visivo.
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"due minuti di arte"

IN DUE MINUTI VI RACCONTO LA STORIA DI 10 GRANDI ARTISTE.
di Marco Lovisco
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Perché ci sono così poche artiste donne nella storia dell’arte? È una domanda che, chi si avvicina al mondo dell’arte, spesso si pone. La risposta più scontata è: “Perché fino a un secolo fa non era pensabile che una donna potesse fare l’artista, sia perché non ne avrebbe avuto il tempo, sia perché quello dell’arte era un campo riservato agli uomini”. In realtà questa risposta è corretta ma non del tutto perché, a guardare bene, di ar- tiste donne ce ne sono state, solo che le conosciamo poco. Ed è un peccato, perché le loro storie sono affascinanti. Ognuna, a suo modo, ha dovuto affrontare una sfida e superare un ostacolo. Artemisia subì una violenza sessuale, Frida fu vittima di un terribile incidente, De Lempicka ha fatto i conti con la de- pressione. Eppure tutte sono riuscite a lasciare un segno nella storia dell’arte. Senza dimenticare tutte quelle donne, che non creano arte, ma sono fondamentali per divulgarla e farla crescere, soprattutto oggi: collezioniste, curatrici di mostre, divulgatrici, giornaliste, scrittrici, ma sarebbe una lista sempre incompleta. Nella mia selezionate mi sono limitato a raccontare la storia di 10 artiste, dal XVII secolo ad oggi, consapevole che ci sono tante altre da raccontare. Ve lo racconto in due minuti (di arte):
1. Artemisia Gentileschi (1593 – 1653) Figlia d’arte, Artemisia è stata tra gli artisti che meglio hanno saputo acquisire la lezione di Caravaggio, realizzando opere cariche di pathos, capaci di emozionare e coinvolgere lo spettatore. Uno dei suoi dipinti più celebri, Susanna e i vecchioni, ritrae una giovane donna insidiata da due uomini molto più vecchi di lei. È un’opera che assume un significato particolare, se letta facendo rife- rimento alla biografia dell’artista. Artemisia infatti in giovane età fu vittima di violenza sessuale. In un’epoca in cui queste vicende si preferiva tacerle, lei volle denunciare il suo aggressore, affrontando un processo umiliante che le diede ragione ma la vide sconfitta, costringendola a lasciare la città di Roma. Su di lei hanno fatto un bel film-documentario: “Artemisia – Passione estrema”.
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2. Fede Galizia (1568 – 1630)
Contemporanea di Artemisia Gentileschi, Fede Galizia è stata una pittrice barocca che ha operato soprattutto a Mi- lano. È famosa per le sue nature morte, in cui emerge una spiccata attenzione al realismo e alla cura dei dettagli. Quest’ultima è resa evidente soprattutto nei suoi ritratti in cui colpisce la resa minuziosa degli abiti dei soggetti, o piccoli particolari come il riflesso delle finestre sulle lenti degli occhiali dello storico Paolo Morigia, in un dipinto oggi conservato alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Fede Galizia morì nel 1630, nell’e- pidemia di peste raccontata dal Manzoni nei suoi Promessi Sposi.
3. Élisabeth Vigée Le Brun (1755 – 1842) Ambiziosa, testarda, bella. Tanto che a corte si malignava che non fosse lei a realizzare le sue opere ma un uomo, e che lei si limitasse a firmarle. Perché non ritenevano possibile che un tale talento potesse convivere con la sua delicata bellezza. Quel che sappiamo oggi è che Élisabeth Vigée Le Brun è stata una delle più grandi ritrattiste del XVIII secolo, ed una delle poche donne ad essere ammessa all’Accademia Reale di pittura e scultura. Fu la pittrice preferita dalla regina Maria Antonietta, che la portò a frequentare gli ambienti della corte. Anche lì la vita non fu facile. All’inizio la accusarono, senza alcun fondamento, di condurre una vita dissoluta, tra orge e relazioni adulterine poi, con lo scoppio della rivoluzione, le cose peggiorarono e lei fu costretta a fuggire in Italia e poi in Inghilterra, Austria e Russia. Quando fece ritorno in Francia nel 1802 trovò una società profondamente mutata, che non le riconosceva il ruolo di un tempo. In- teressanti le sue parole sull’Ancient Régime: “Allora regnavano le donne. La rivoluzione le ha detronizzate”.
4. Berthe Morisot (1841 – 1895) Sono stato indeciso fino all’ultimo se parlare di Berthe Morisot o Mary Cassatt, entrambe grandi artiste impressioniste. Alla fine ho optato per la prima, per la delicatezza del tratto che rende le sue opere fuggevoli come sogni. Probabilmente l’avrete vista ritratta tante opere di Édouard Manet, suo collega, amico nonché fratello di suo marito Eugène Manet. Pittrice dal talento naturale, non poté frequentare l’Accademia in quanto donna. Ciò nonostante, continuò a coltivare la sua passione, sotto la guida di artisti come Joseph Guichard tanto da riuscire, al suo primo tentativo, a far accettare le sue opere al Salon del 1864. Nonostante questo successo, decise di discostarsi dalla pittura “ufficiale” per eseguire i suoi amici impressionisti, partecipando a ben sette mostre delle otto che organizzarono. Punto di riferimento per il gruppo, la sua casa era luogo di incontro di pittori e scrittori. Una polmonite se la portò via a soli 54 anni. Sulla lapide scrissero “Berthe Morisot, vedova di Eugène Manet”. Probabilmente non erano ancora pronti a riconoscere ad una donna il ruolo di artista, oltre che di moglie.
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5. Natal’ja Sergeevna Gončarova (1881 – 1962)
Dalla Francia ci spostiamo in Russia, per raccontare la storia di questa pittrice, fondatrice con il consorte Mikhail Larionov del Raggismo, movimento d’avanguardia ispirato al futurismo. Pittrice, scenografa, intellettuale: la Gončarova è stata un’artista curiosa ed eclettica. Ha cominciato da giovane come scultrice, per poi passare alla pittura, più coerente col suo modo di trasmettere i sentimenti evocati dalla natura. Si è lasciata ispirare da correnti artistiche molto diverse tra loro, espressionismo, fauvismo, cubismo, futurismo, a cui lei riusciva a dare un tocco personale, legato all’immaginario della tradizione russa. Poi si innamorò della danza, e disegnò i costumi e le coreografie per i Balletti Russi. Che dire? Un’artista a tuttotondo, orgogliosamente legata alle proprie radici.
6. Georgia O’Keefe (1887 – 1986) Se dovessi pensare agli artisti che meglio di tutti sono riusciti a ritrarre la bellezza dei fiori, con uno stile assolutamente personale, allora non posso che pensare a Claude Monet e a Georgia O’Keefe. Icona dell’arte americana del Novecento, que- st’artista è celebre per i suoi dipinti che ritraggono a distanza ravvicinata degli splendidi fiori, per enfatizzarne forma e colore. Attualmente è suo il dipinto più quotato, realizzato da un’artista donna. Si tratta di “Jimson Weed/White Flower No 1” (1936) venduto nel 1914 per la cifra di 39,5 milioni di dollari.
7. Peggy Guggenheim (1898 – 1979) All’inizio in questo articolo dovevo parlare esclusivamente di artiste donna, ma per la Guggenheim sono stato costretto a fare un’eccezione. Pur non realizzando opere d’arte, Peggy Guggenheim è stata una delle figure più influenti dell’arte mondiale del Novecento. Senza di lei probabilmente, molte Avanguardie sarebbero morte prima ancora di nascere. Kandinskij, Picasso, Ernst, Braque, Boccioni, Brancusi, Duchamp, Dalì, Mondrian… sono solo alcuni degli artisti che ha scelto per le sue collezioni, come quella bellissima al Palazzo Venier dei Leoni di Venezia che vi consiglio di visitare.
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8. Frida Kahlo (1907 – 1954)
Coraggiosa, orgogliosa, visionaria: non si può parlare di artiste donne senza citare la pittrice messicana Frida Kahlo. Famosa per i suoi autoritratti che sono un’emozionante testimonianza della sua storia, legata ad un tragico incidente stradale che la tenne a letto chiusa in una stanza per mesi durante i quali la giovane Frida dipinse ciò che conosceva meglio: sé stesso. Basterebbe questo per poter raccontare la sua vita come si fa con un romanzo, ma c’è molto di più. Dal matrimonio con il pittore Diego Rivera alla sua militanza nel partito comunista, dalla sua complicata vita sentimentale ai dipinti, definiti espressionisti o impressionisti, ma che in realtà non appartengono a nessuna corrente, perché non è facile definire con una sola parola un’artista come Frida Kahlo.
9. Tamara de Lempicka (1898 – 1980) Considerata una delle esponenti più iconiche dell’Art Deco, la pittrice polacca Tamara de Lempicka è la madre di donne bellissime, fredde, apparentemente irraggiungibili, perse in sguardi malinconici che sembrano guardare lontano. Donne che sembrano somigliare a lei. Affascinante, talentuosa, corteggiata dagli uomini più influenti d’Europa. Sembrava avesse tutto, eppure tutto era offuscato da un’acuta forma di depressione, che la spingeva a dipingere di notte, per combattere l’insonnia.
10. Marina Abramovic (1946) Una delle artiste più influenti dell’arte contemporanea, considerata la “nonna della performance art”, come si è lei stessa definita. Non è stata lei a inventare questo modo di fare arte sfruttando il corpo e lo spazio, ma di certo è quella che lo ha fatto nel modo più efficace, visto che le sue opere difficilmente sono passate inosservate. Attualmente è una delle artiste più influenti, capace di trasformare ogni mostra in evento, come è successo per la mostra di Palazzo Strozzi nel 2018.
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Era mio padre

di Ornella Aprile Matasconi.
Giovanni Battista Aprile nasce a Roma il 12 luglio del 1939. Artista autodidatta eclettico e geniale, è pittore, scultore, cesellatore e restauratore, ma sperimenta numerose altre forme di espressione artistica, dalla poesia alla musica e al canto. Talento puro, marito di Vittoria, papà di Ornella, il suo più grande capolavoro è la sua famiglia. Piena di amore e di calore, come la sua numerosa famiglia di origine (otto fratelli), sarà per lui sempre un valore assoluto al di sopra di tutto e fonte di ispirazione artistica. Umile e gentile, e al tempo stesso imponente e carismatico, sembra uscire da una bottega d’arte rinascimentale, Giovanni Aprile.
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Cimentatosi fin da giovanissimo nell’arte del disegno a china colorata, da lui stesso prodotta con una struttura segreta, nelle sue opere esplora le molteplici possibilità consentite dalla tecnica (acquerello, carboncino, matita, tempera, olio, acrilico) con un’attenzione particolare all’arte applicata, realizzando in materiali diversi opere a tutto tondo (applique, lampadari, gioielli). La passione per la china colorata – racconta - nasce sui banchi di scuola, dove c’era solo il calamaio con l’inchiostro nero, quasi un “insulto” alla sua fantasia e alla sua libertà. Così inizia a fare semplici scarabocchi, poi i primi paesaggi a colori che il maestro apprezza, tanto da strappargli via le pagine dal quaderno per conservarli e il piccolo Giovanni è costretto a subire anche i rimproveri severi di sua madre quando, arrivato a casa, vede quei fogli mancanti. Nelle sue passeggiate per le campagne romane poi, raccoglie bacche ed altri frutti per studiare la miscela di inchiostri colorati con cui non solo scrive, ma compone anche bozzetti di disegni paesaggistici e caricature. Musica e Poesia Ereditata dal padre una voce tenorile di gran pregio, sin da ragazzo si fa notare per le sue doti canore. Viene selezionato dal maestro Loris Solinghi, artista e regista di fama internazionale, come “la voce più bella d'Italia”, ottenendo dal maestro stesso in premio lezioni di canto. Anche altri maestri ed esperti sono concordi nel ritenere la sua una voce da tenore spinto, sia per imposto che per bellezza, “una voce dal colore antico”. Dopo aver tenuto alcune esibizioni musicali, Aprile si dedica alla scrittura di alcune canzoni. Numerose le poesie da lui scritte in tutti i periodi della sua esistenza; una lirica giovanile, “la nostra vita” vinse il microfono d’argento nel 1965, venendo premiata alla RAI da Silvio Gigli. Ha composto anche ballate satiriche ed una poesia dedicata al suo paese d’adozione Sacrofano. Arte
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Raffigura i soggetti più vari con la sua tecnica originale, che dona a tutti particolari effetti di trasparenze e movimenti, e di trame riprese dalla maglia ai ferri, dal velluto, dagli arazzi. La linea predominante è la curva, i colori più usati sono il rosa, il viola e il blu nelle loro quasi infinite tonalità. In tutte le sue creazioni domina la natura: le farfalle, la laguna, la conchiglia, i fiori, la foca, la lumaca, presente in quasi tutti i suoi quadri, anche nell’amatissima tela “Città futura”. L’arte astratta (unita a quella figurativa) rimane però la sua forma di espressione favorita, e quella che più ha contribuito alla sua fama, in tutte le sue forme, sia nella lavorazione degli oggetti in ferro e dei monili in metallo prezioso, sia nelle sculture in ferro, sia nei dipinti, realizzati con colori a olio, a tempera, ad acquarello e soprattutto a china, come abbiamo ricordato, campo nel quale ha ideato una particolarissima tecnica esecutiva. Forse la caratteristica più straordinaria del talento di Aprile risiede nella formazione completamente autodidatta; pur conoscendo di fama i grandi pittori del passato, egli non ebbe che molto tardi la possibilità di vedere le loro opere, giungendo invece, per via completamente personale, alla messa a punto di tecniche pittoriche e scultoree, nonché di un linguaggio stilistico peculiare. L’armonia policroma con la quale veste le sue invenzioni, l’amore per la conoscenza, la sintonia con la natura, la disponibilità e l’amore mentale, fanno dell’artista Giovanni Aprile un catalizzatore di pensieri ed immagini che riesce a trasmetterci nella suggestione dell’insieme e del particolare. Talento e tecnica, ingegno e perseveranza sono gli strumenti costruttivi di questo personaggio eclettico, valido rappresentante della continuità dell’arte nell’attualità dei nostri giorni.
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Nella sua vocazione artistica occupa grande rilievo la lavorazione del ferro. “Tutti dicono che sia un materiale freddo, ma non è così, è un materiale nobile”, spiega Aprile. Quest’arte non ha per lui alcun mistero, anche per il suo lungo lavoro come restauratore di monumenti di Roma antica dal 1975 al 1990. La sua tecnica di invecchiamento del ferro (arte in cui ormai eccellono pochissimi artisti) ha riscosso l’ammirazione di esperti del settore non solo italiani, ma anche tedeschi e giapponesi. I luoghi più suggestivi dell'antichità hanno visto il suo lavoro attento: Teatro Marcello, Colle Oppio, Casa di Nerone, Casa di Romolo, Mausoleo di Cesare, Mercati Traianei, largo argentina, Circo Massimo, dove ha effettuato il restauro di rivestimenti esterni originali (strutture, grate, cancellate, etc.), o la creazione di nuovi per l’abbellimento delle aree perimetrali (particolarmente belli e impegnativi i gigli fiorentini a forgia). Oltre all’opera di restauro, Aprile ha realizzato preziosi lavori artistici in ferro, oro, ed argento; sculture cesellate, forgiate e battute, sia naturalistiche che stilizzate (la cui produzione si è sviluppata soprattutto negli anni Ottanta), e monili in cui ricorre la figura della rosa, simbolo per lui di bellezza della vita quando bambino, negli anni della seconda guerra mondiale, si fermò estasiato a contemplare un roseto odoroso, che faceva aspro contrasto con il conflitto e i bombardamenti in corso. Negli anni Settanta comincia a dare grande impulso al suo lavoro e studio pittorico, utilizzando tutte le tecniche, dai colori a olio agli acrilici, dalla tempera alla china, che rimane la sua prediletta, anche per la estrema difficoltà che questa tecnica comporta, quando la si vuole rendere così duttile nel realizzare capolavori assoluti, come quelli di Aprile. Dopo aver lavorato in completo isolamento Aprile viene “scoperto” e in breve le sue opere lo portano a esporre in importanti manifestazioni nel nostro paese e la sua fama si estende. Finalmente nel 1999 riesce a esporre nel cuore della sua amata Roma grazie all’Assessore Gianni Borgna e alla sua giunta che gli concede l’uso della ex Chiesa di Santa Rita nei pressi del teatro Marcello. Roma la sua città tanto amata, dove tanto ha lavorato.
Raffaella De Rosa
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Giovanni Battista Aprile, mio papà, che da figlia mi permetto di definire, unico, meraviglioso, generoso, buono, ha amato moltissimo la sua città, Roma, gli ha dedicato cura ed attenzione come ad una madre, restaurandone le parti metalliche, dedicandole una canzone, “Villa Borghese”, dove ripete che Roma “gli ha dato una gran cosa: la vita, con la gioia e l’amor”. Anche se occuparsi della sua città gli ha portato poi il suo grave handicap, lavorava il ferro con il piombo, e il piombo se lo è mangiato. Come famiglia ci siamo amati molto, siamo stati uniti. Io ho sempre sostenuto che mettendoci a tre lati dell’universo se ci avessero fatto una domanda, avremmo dato tutti e tre la stessa risposta.Ora che non ci sei più papà, amo immaginarti come da bambino, “libero”, come quando correvi nei prati sopra la tua casa a ridosso di Montecucco, cercando le bac- che da trasformare in inchiostri colorati per i tuoi disegni. Libero seppur legato ai tuoi amori. Papà ha vissuto gli anni della guerra e del dopoguerra insieme ai suoi sette fratelli, in un quartiere popolare, un comprensorio edificato da Mussolini che ancora oggi ospita migliaia di persone. All’epoca i rapporti di vicinato erano diversi rispetto ad oggi, i ragazzini giocavano in strada, tiravano calci ad un pallone rimediato, correvano nei prati, si buttavano nelle marane per fare il bagno in estate, un po’ come si vede nei film di quegli anni che ben rappresentano la vita romana. Ma nel tempo libero oltre a giocare, i giovani delle famiglie facevano gavetta, presso meccanici, fruttivendoli, panettieri. E mio padre aveva lavorato da un tappezziere, nei banchi al mercato e in un panificio, dove a quattordici anni aveva conosciuto quella che poi sarebbe diventata sua moglie, mia madre: Vittoria, di un anno più piccola di lui. Me ne parlava spesso. Mamma Vittoria, bimba di tredici anni con lunghe trecce e un vestitino rosa, si era presentata al panificio per comprare del pane, era in vacanza da una zia, lei veniva dal paese, da Sacrofano, in quegli anni, era un viaggio giungere da Sacrofano a Roma. E lui se ne innamorò all’istante, tanto da invitarla al cinema, e mamma timidamente accettò e per poterlo fare fece tutti i lavori di casa per ricevere il benestare della zia. Papà rideva raccontando quel loro primo appuntamento, ha sempre raccontato che le mani di mamma odoravano di candeggina, avendo lavato il pavimento come compromesso per uscire. Da allora di an- ni ne sono passati quasi settanta, settanta anni d'amore, di unione, di complicità, di dolori, di gioie... una vita vissuta in armonia e collaborazione.
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Una vita a tre, con me, nata dopo un anno dal loro matrimonio celebrato nel 1963. La mia vita è stata piena e intensa, ho vissuto intensamente i miei splendidi genitori, ho ricordi bellissimi, tanti episodi preziosi custoditi nel cuore e nella mente. Io che mi ammalai seriamente e papà e mamma a curarmi con amore immenso. E poi gli anni della scoperta del mondo dell’arte. Papà che dall’età di sette anni disegnava con colori da lui stesso prodotti, ricavati da bacche che cercava nei boschi, vicino la sua casa, con una lente di ingrandimento che ancora oggi abbiamo, anche se piena di fil di ferro a tenerla, perché ormai consumata e rotta. Decine di anni a dipingere sul frigorifero della cucina nella minuscola casa di Roma, mentre mamma cucinava, oppure la notte, e le sculture che si divertiva a realizzare dopo il lavoro e che portava a casa. Dipinti e sculture tenuti per noi, nascosti in uno sgabuzzino, senza mai pensare ad un progetto di arte, perché per lui non era quella la necessità, ma solo la gioia di produrre segni e oggetti a rappresentare un mondo perfetto. Nemmeno vincere alla Rai un premio per una poesia scritta* all’età di dieci anni ci aveva fatto capire l’ecletticità di papà, nemmeno quando negli anni ‘60 aveva vinto un concorso come più bella voce tenorile italiana, nemmeno allora ci si rese conto delle molteplici qualità artistiche di mio padre. Fin quando non ci trasferimmo a Sacrofano, nella casa da noi edificata con tanto sacrificio, le pareti bianche e grandi da riempire con i suoi quadri e gli spazi da colmare con le grandi sculture in ferro. E poi un giorno qualsiasi, in cui un uomo, un critico d’arte, venne a chiedere un lavoro a mio padre, ricordo esattamente quel giorno; mio padre faceva strada in casa per offrirgli un caffè e il critico d’arte si impietrì nel vedere quei quadri e quelle sculture riempire la nostra casa, esclamando a voce alta: dove avete preso queste cose? E mio padre, con quella sua umiltà e semplicità rispose: le ho fatte io, ti piacciono? Da lì iniziammo ad andare per mostre, per vedere di capire, e ad ogni mostra io e mamma guardavamo papà e capivamo che lui era un artista, un artista che non aveva avuto contatti con nessun altro artista e per questo unico e non contaminato nel tratto. Quei quadri a china colorata sono perfezione, inno alla vita. Il suo soggetto più amato “Vaso di cristallo”, rappresenta la vita, il DNA. Da quel momento vivemmo un crescendo di emozioni, tenemmo mostre in tutta Italia, insieme a galleristi, nelle fiere, in manifestazioni prestigiose. L’impatto delle persone di fronte ai suoi quadri ci fece effetto, con un tipo di pittura così unica e originale, rimanevano spiazzati. Ecco, iniziò così il percorso nell’arte che avrebbe poi fatto di me la sua organizzatrice. Il dolore arrivò quando negli anni papà fu costretto a vivere su una sedia a rotelle a motore, con le mani ormai impossibilitate a dipingere. Di papà dicevano che era ribelle e irrequieto, ma era solo un tipo geniale, difficile da capire, perché avanti, oltre. Ha inventato molte cose, ideato attrezzature che hanno rivoluzionato la vita di molte persone. Ma non se ne è preso mai il merito. Aveva un forte senso di giustizia anche se non conosceva cattiverie, ha combattuto per i suoi ideali che con il tempo abbiamo scoperto avere a che vedere con il suo animo poetico e artistico. Nessuno ha mai dipinto la china come te, papà! La perfezione dei colori e l’abilità acquisita negli anni, la mano sicura che non ha mai sbagliato.
Ornella Aprile Matasconi

La nostra vita
Come il vento strappa la foglia ingiallita,
così con il passar degli anni
il lento cammino della vecchiaia
strappa la mia vita...
O vento che accarezzi
le alte vette bianche, che
sembrano tante testoline
invecchiate dal tempo,
pare che ogni tanto
aspettino il tuo ritorno,
ferme,
immobili,
sembrano dominare tutto e tutti,
esse hanno pazienza e aspettano,
ma la vita non ha pazienza,
tutti cercano di arrivare,
chissà dove...
e come il ruscello, che scende lentamente,
saluta nel passar quelle alte vette,
così è colui che nella vita si mette...
quando vede passar la sua gioventù
e come il ruscello
non potrà mai più tornar su...
e si avvia lentamente
lentamente verso una meta
ignota,
come la foglia inerte che si è spenta alla vita...
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Les fleurs et les raisins

Trasversali allegagioni d'arte. L'Albana di un nuovo giorno.
di Alberto Gross.
Leggenda narra che nell’anno 435 d.C. Galla Placidia, figlia dell’imperatore Teodosio, allontanandosi dall’allora capitale imperiale Ravenna per sfuggire alla malaria, trovò riparo tra le dolci colline di Romagna: durante la sosta in un paese noto con il nome di Monte dell’Uccellaccio gli abitanti del posto offrirono alla principessa una comune brocca di terracotta ricolma del locale vino bianco. L’entusiasmo all’assaggio fu tale da fare esclamare alla sovrana: “Non di così rozzo calice tu sei degno, bensì di berti in oro!”.
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Da allora la località mutò nome divenendo conosciuta come Bertinoro. Si era di fatto creato quello che ancora oggi è considerato il cru del vino bianco simbolo della Romagna tutta - l’Albana - che mutua il proprio nome dal latino “albus” (bianco), a costituire una sorta di identità ed esclusiva reciprocità tra denominazione dell’uva e del vino. Uno speciale tipo di metonimia che sottolinea una contiguità culturale e territoriale per un'assoluta eccellenza autoctona.
Dopo molti secoli dall'episodio di Galla Placidia ed infinite, differenti interpretazioni del vitigno, si può oggi ritenere l’Albana uno dei bianchi più maturi e rappresentativi del panorama nazionale, con la sicurezza e la personalità di una nobildonna che seduce della propria, eterna eleganza, piuttosto che con una sfuggente, effimera bellezza.
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Una delle versioni più intriganti e convincenti è sicuramente quella di Tenuta La Viola, azienda che dalle colline di Bertinoro declina al meglio le speciali condizioni di territorio e microclima in cui si inserisce. La particolare roccia arenaria calcarea impastata con sedimenti e depositi marini dona quella peculiare sapidità e percezione minerale divenute caratteristiche distintive ed identitarie del vino.
Tra le etichette più rappresentative dell’azienda il “Frangipane” - nome che rende omaggio alla contessa di Bertinoro del XII secolo Aldruda fleurs4Frangipane - viene vinificato senza bucce a temperatura controllata prima di evolvere sulle fecce fini per circa sei mesi; segue un ulteriore affinamento in bottiglia per almeno un mese. Il 2018 spicca dal calice del suo incipiente dorato brillante, al naso sono le note di frutta gialla a ritmare il respiro, su tutte pesca e albicocca, prima che sospetti di frutta secca vadano ad arricchire uno spettro olfattivo non troppo sfaccettato, ma preciso e coerente; il sorso è pieno, polposo e succoso senza risultare opulento, tannino accennato e niente affatto sgarbato a condurre una beva verticale, sapida e dal piacevole finale di nocciola e mandorla amara.
Nobile, si lascia baciare da sole labbra regali l’Albana, ma soltanto dopo opportune, convenienti lusinghe, adeguato corteggiamento.
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