Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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SPAZIO, SILENZIO, COLORE E DISEGNO.

Personale di Fabio Grassi per i suoi cinquanta anni di pittura.
Palazzo Ducale, Massa, 26 ottobre – 9 novembre 2022.

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Cinquanta anni di piena arte. Fabio Grassi, artista massese, celebra nel Salone degli Svizzeri del Palazzo Ducale di Massa una lunga storia di colore e matite. L’attività di Fabio Grassi ha avuto inizio in realtà anche prima del 1972, la sua vocazione al creare sin da giovanissimo con pittura e disegno ne ha condizionato l’intera esistenza, portandolo a comporre secondo idee creative chiare ed originali.
Subito noto al mercato ed alla critica per i suoi originali paesaggi collinari toscani, diversi dallo stereotipo diffuso, ha reso i suoi alberi sempre più protagonisti di una analisi convinta e curiosa, laddove le cortecce dei cipressi diventavano autentiche forme di avvicinamento agli elementi della natura e dello spazio. Si arriva così al secondo decennio degli anni Duemila, quando lo spazio viene scandagliato nelle sue infinite, policrome e geometriche identità. Nascono opere che hanno ormai affermato il valore di un ciclo della sua produzione, noto soprattutto grazie alla trasmissione Laboratorio Acca, in onda tutte le domeniche sui canali di Arte Investimenti TV, Milano. Della mostra, patrocinata dalla Provincia di Massa e supportata dal Circolo Artisti Massesi, saranno parte importante i disegni di Grassi, opere di grande difficoltà compositiva, eseguiti solo a matita su carta. L’indagine sullo spazio trova perciò tracce nuove che non lasciano pensare ad un esaurirsi del tema, semmai ad uno stimolo per nuove aperture verso progetti futuri.
Una celebrazione giusta e doverosa per un talento che non ha mai perduto la strada della coerenza e della ricerca, anche in tempi difficili. Fabio Grassi rappresenta la regolarità dell’indagine pittorica senza la pretesa di effimera notorietà. Le sue opere stanno riscuotendo successi notevoli presso il collezionismo dal palato fine.

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La mostra, curata da Giorgio Barassi e Roberto Sparaci, sarà inaugurata mercoledì 26 ottobre alle ore 17.00 e rimane aperta al pubblico fino al 9 novembre coi seguenti orari:

Dal lunedì al venerdì 9.00 – 13.00 e 15.00 – 18.00

Sabato, domenica e festività 10.00 – 12.00 e 15.00 – 18.00

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Francesco TONARINI. Il libero disegno dell’anima.

Di Giorgio Barassi.

“Disegnare è come fare un gesto espressivo…
con il vantaggio della permanenza.”

(Henri Matisse)


Volti, espressioni, anime.
Francesco Tonarini ha la rara dote del lavoro fatto di istinto e tecnica e direzionato verso ciò che pareva sparito dall’orizzonte di certa pittura, mentre in questo strano mondo incombono continuamente soluzioni definite “creative” o, con termini più retrodatati “alternative”. Il vero trasgressivo, mentre altri si arrovellano e finiscono per somigliarsi, è lui, Francesco Tonarini da Livorno, classe 1974. Perché rinforza la sapienza del costruire volti e corpi pungendo con la cura dell’espressione, toccando tasti che non sanno solo di bravura, ma di una potente lirica che affascina con le note della costruzione moderna della figura, senza indulgenze eccessive verso accademismi che sanno di stucchevole. Le sue donne hanno l’aspetto dei sentimenti, della anima buona, delle rabbie covate e delle malinconie di facce di una volta, ma la struttura delle sue opere, prevalentemente su carta, fa capire un uso veloce ed imprevedibile di matite, chine, colori garbati e quasi impercettibili ed altre diavolerie che seguono tracce indicate dall’istinto del rivoluzionario, moderandosi e stemperandosi nel tocco del sapiente descrittore.
È consolatorio vedere i suoi lavori. Pensi subito che, grazie agli Dei delle Arti, qualcuno continua ad indagare i volti dando loro un tono ed un’anima. Non è una visione nostalgica, né un rinnegare o una restaurazione di antichi canoni. È che Tonarini percorre le carte, e nondimeno le tele, come se analizzasse rapidamente quel che quei volti hanno in fondo al cuore, rendendoci immagini che sanno di sano Romanticismo, quello con la lettera maiuscola, quello dello Sturm und Drang. Istintivo, virtuoso e chiaro conoscitore di ciò che arricchisca un disegno dandogli ciò che oggi serve: una decisa identità, che qualifichi e che vada dritto a colpire occhi attenti, magari somiglianti a quelli che lui realizza dando una vita autonoma ad un particolare. Strano, se si pensa che un suo illustre concittadino, che non fatichiamo a definire il più illustre e cioè Amedeo Modigliani, non dipingeva in maniera definita gli occhi se “…non ho ancora conosciuto la tua anima…”.

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Una carriera fatta di studi e partecipazioni ad eventi mai massificanti e generalisti (Salone degli artisti indipendenti 2013, Live Painting in onore del poeta maledetto Arthur Rimbaud nel 2014, una personale del 2015 “Amedeo Modigliani, La stilizzazione caricaturale: “l’Amazzone”, Osteria Modì-Livorno, la personale a Parigi "Anatomie d’une liberté, la personale a Livorno di un anno fa “Over the silence depths” ed altro del genere) e una tenacia invidiabile ma non classificabile tra quelle doti che altri artisti potrebbero avere. In Tonarini, l’insistenza sul tema è parte dello spirito che lo anima, non si aggiunge alle indubbie doti tecniche. È congenita per chi, come lui, da non allineato, sa che la sua strada è più in salita delle altre, ma la percorre senza l’ansia della speranza del premio. È semplicemente la sua strada. Ha carattere, Tonarini. E lo si vede dalle variazioni sui temi della figura che non escono mai da un binario di certezze stilistiche che lo rendono ormai riconoscibile ed apprezzato dai palati fini.
Il 2022 gli ha riservato una consacrazione importante con la mostra curata da Marina Sonzini, Silentium, (S. Andrea al Monte Celio, Roma) dedicata a Pier Paolo Pasolini nel centenario della nascita. Un evento che ha generato altre occasioni per vedere, in giro per l’Italia ed in particolare a Matera, il suo ritratto del grande regista e poeta, letterato ed indagatore della società. Un’opera che emoziona e sconvolge per la immediatezza riassuntiva, colpendo nel segno come poche volte accade a chi non si accontenta solo di guardare. E così per le altre opere di Tonarini esposte in quella mostra, che hanno suscitato interesse ed approvazioni sincere. Lo stesso tipo di reazione che abbiamo notato alla Galleria Ess&rrE del Porto Turistico di Roma, quando per CalifArte, nel giugno 2022 (la mostra di opere degli artisti di Laboratorio Acca ispirate dai testi delle canzoni scritte da Franco Califano) ha realizzato una tecnica mista su carta che racconta un Califano maturo, dagli occhiali a specchio in cui si riflettono le immagini del cadavere straziato di PPP in quella notte orribile del novembre 1975. Era la sua interpretazione di “Pierpaolo”, la struggente canzone che il Califfo aveva dedicato a Pasolini. L’emozione, dunque, a farla da protagonista. Tonarini riesce con naturalezza a trasferire quella certezza creativa in chi ci mette gli occhi giusti. Dunque una perfetta corrispondenza tra la bravura dell’artista e l’esigenza di sempre più netta qualità degli appassionati. Per Roma Contemporanea, la grande mostra organizzata da Acca International a Palazzo della Cancelleria in Roma, due volti di Tonarini dettavano un passo differente e deciso, coglievano espressioni di attimi con una elaborazione che prevede invece riflessioni, tentativi, ricerca. E tutto ciò con un segno che indubbiamente intriga e piace.

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Durante le puntate domenicali della trasmissione Laboratorio Acca su Arte Investimenti TV, sia detto senza togliere nulla alla squadra di bravi artisti che sono protagonisti del progetto, possiamo ammettere che quando si parla di Tonarini è come se si cambiasse marcia. È come quando, in una partita di calcio, la palla finisce finalmente tra i piedi del geniaccio che sa inventare il colpo giusto parlando una lingua diversa ma fortemente efficace. In questo, Tonarini ci ricorda quei campioni che hanno lasciato un segno, è il caso di dirlo, proprio per la loro talentuosa unicità. Inutile pensare di prevederne le mosse, perché quel tipo di genialità è libera e si lascia appena confinare nella superficie obbligata del foglio o della tela. È proprio la libertà espressiva di Tonarini a farne un artista di qualità, e lui l’ha convogliata in una scelta che sa di antico e precede il futuro, mettendo su carta o su tela la nevrotica traccia dei ghirigori che circondano e profilano un volto e dando la grazia di una operazione artistica che è evidentemente figlia di una intuizione artistica genuina, alla quale non è possibile né prudente dare limiti. Dopotutto Francesco Tonarini ha tempo per modificare, aggiungere, arricchire e completare i suoi lavori che sanno di bellezza, libertà e saggezza artistica e costituiscono la vera alternativa all’affollarsi confuso di idee che, alla fine, sono destinate a somigliarsi.
Tonarini non somiglia a nessuno, e lui lo sa bene. 
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Verso il terzo compleanno di Laboratorio Acca…

A cura della redazione.

Il prossimo 13 ottobre Laboratorio Acca compie tre anni. Terzo anno di attività televisiva dedicata alla massima promozione per artisti che hanno deciso di affrontare il mercato avvalendosi delle iniziative di Acca International dedicate alla tivù, alla editoria, agli eventi d’arte. Un bilancio in positivo che vanta un lavoro capillare dedicato alla valorizzazione di artisti che non nascondono le proprie ambizioni e scelgono uno dei progetti illustrati sul sito www.accainarte.it alla sezione Laboratorio Acca.

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Per la incombente stagione autunno-inverno 2022-23 le idee ed i programmi sono ricchi di novità che il pubblico scoprirà domenica dopo domenica, come sempre alle 21.00 e come sempre sulla multipiattaforma televisiva di Arte Investimenti TV. Ma Laboratorio Acca non è solo televisione. Il successo dello scorso giugno della mostra-evento Roma Contemporanea al Palazzo della Cancelleria di Roma, con la presenza del Prof. Vittorio Sgarbi, ha sancito anche la validità dell’idea di avvicinare la gente ad opere ed artisti noti attraverso il teleschermo ed ha suggerito nuove versioni dell’evento di cui saranno date dettagliate informazioni e notizie durante le consuete puntate domenicali.
L’attività di Laboratorio Acca fa convergere in televisione l’impegno di Acca International nel settore editoriale, con il bimestrale Art&trA e l’ormai storico Annuario Acca degli artisti contemporanei, informa sulle mostre alla Galleria Ess&errE del Porto Turistico di Roma e sulle personali di alcuni degli artisti di Laboratorio Acca che hanno affidato al team di Acca International la cura delle loro mostre. Attesissime ed in imminente realizzazione quella di Fabio Grassi, che celebra i cinquanta anni di attività con una antologica a Massa e quella di Franco Secci, raffinato ed avveniristico artista del gruppo che esporrà in novembre nella sua Cagliari.
Qualificare e fare la differenza. Questi sono i principi di una trasmissione molto seguita che ha in serbo altre sfide da lanciare, da “non allineata” come sempre. Una spallata alle convenzioni del troppo variegato mondo dell’arte e una chiara idea di promozione e diffusione del lavoro di artisti validi che hanno un palcoscenico importante da cui mostrare le loro capacità e la forza del loro lavoro, ormai entrato con decisione nella conoscenza di molti, tanti spettatori.

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Un ringraziamento particolare va dai due conduttori della trasmissione, Giorgio Barassi e Roberto Sparaci, al pubblico che li ha seguiti anche durante la caldissima estate 2022. Segno evidente di un nutrito seguito a cui, dicono i due, vanno proposte novità e progetti che possano tenerli sempre vicini alla domenica sera dell’arte in tivù. E tra le iniziative solo accennate ritornano le serate della domenica con gli artisti ospiti in studio. Farli parlare del loro lavoro completa l’opera di diffusione del loro operato artistico. Ci si prepara dunque ad una stagione televisiva che possa soddisfare ancora le esigenze di un pubblico ormai allenato e quelle di chi decide di passare tre ore della domenica sera per conoscere meglio l’attività di artisti preparati e capaci, che vedono le loro opere sempre più conosciute ed apprezzate.

LABORATORIO ACCA
Tutte le domeniche alle 21.30
Can 133 DTT
ARTE INVESTIMENTI TV
Per rivedere tutte le puntate :
www.accainarte.it o Youtube
canale Laboratorio Acca.

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Tel:
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La domenica in tv con Laboratorio Acca: una nuova finestra sul mondo dell’Arte.
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VAN GOGH. Capolavori dal Kröller-Müller Museum.

8 ottobre 2022 – 26 marzo 2023.
Roma, Palazzo Bonaparte.


A cura di Silvana Gatti.
© Kröller-Müller Museum, Otterlo, The Netherlands

«Se senti una voce dentro di te che dice “non puoi dipingere”, allora a tutti i costi dipingi e quella voce verrà messa a tacere.»
Vincent van Gogh


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Apre a Palazzo Bonaparte di Roma la mostra più attesa dell’anno e dedicata all’artista più famoso e amato del mondo:
VAN GOGH.
Spesso il pubblico amante dell’arte si chiede quale sia la chiave che permette ad un artista piuttosto che un altro di diventare famoso, domanda più che legittima nel caso di Vincent Van Gogh, artista che in vita ha venduto presumibilmente solamente un’opera, La vigna rossa, eseguito ad Arles nel novembre del 1888 e comprato da Anna Boch, sorella di un amico di Vincent. Una risposta a questa domanda può darla senza dubbio la mostra romana, attraverso un percorso espositivo ed emozionale che grazie al prestito di ben 50 opere, provenienti dal Museo Kröller Müller di Otterlo, racconta la vicenda umana e artistica di Van Gogh.
Helene Kröller-Müller, fondatrice del museo omonimo, è colei che ha contribuito in buona parte alla fama postuma di Van Gogh. Letteralmente innamorata della sua arte, fu colta dalla febbre del collezionismo, contribuendo a rendere Van Gogh uno degli artisti più amati - e quotati - di sempre. Nonostante i due, per motivi anagrafici, non si incontrarono mai, furono legati da un filo rosso di matrice mistica.
Nato in Olanda il 30 marzo 1853, Vincent Van Gogh fu un artista estremamente sensibile e condusse una vita piuttosto tormentata. Sono noti agli storici i suoi attacchi di follia, i ricoveri nell’ospedale psichiatrico di Saint Paul in Provenza, l’episodio dell’orecchio mozzato, così come l’epilogo della sua vita, che termina il 29 luglio 1890, a soli trentasette anni, con un probabile suicidio. Probabile in quanto la questione è tuttora dibattuta dagli storici. A detta di Steven Naifeh e Gregory Smith, due storici dell’arte americana, nella nuova biografia “Van Gogh: the life”, affermano che Van Gogh fu colpito da un colpo di pistola al petto nei campi di Auvers, partito involontariamente dalla pistola malfunzionante di René Secrétan, un ragazzo sedicenne che Vincent non volle denunciare. Ai posteri l’ardua sentenza.

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Helene Kröller-Müller, moglie del ricco imprenditore olandese Anton Kröller e nata in una famiglia di industriali tedeschi, iniziò ad apprezzare l’arte moderna una volta superati i 30 anni. Tra il 1907 e il 1938 mise insieme una collezione con opere di Picasso, Gris, Mondrian, Signac, Seurat, Redon e, naturalmente, Van Gogh. Una volta tornò da Parigi con 15 dipinti di Van Gogh, che negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale era ancora un artista oscuro e controverso. Fin dall’adolescenza, Helene era alla ricerca di una spiritualità personale, che trovò nelle lettere e nelle opere di Van Gogh. Anche lui si era allontanato dalla fede tradizionale e dalla ritualità borghese, dedicandosi a personaggi di tutti i giorni e scene del quotidiano, usando un colore sempre più espressivo per esprimere una spiritualità intimistica. Helene fu introdotta alla pittura di Van Gogh da Henk Bremmer, insegnante estimatore dell’artista. Nelle sue lezioni, l’opera del pittore era vista come il riflesso di un’esistenza vissuta in sofferenza per giungere a una profonda spiritualità. Nell’estate del 1911, quando Helene aveva 42 anni, le fu diagnosticata una grave malattia. Faccia a faccia con la caducità della propria vita, decise che se fosse sopravvissuta avrebbe creato “un monumento alla cultura”. Subito dopo la Grande Guerra la Kröller-Müller incaricò l’architetto e artista belga Henry Van de Velde di costruire un museo nelle sue proprietà di The Hoge Veluwe - nei Paesi Bassi orientali. Nel 1921 furono gettate le fondamenta dell’edificio, ma un anno dopo il progetto fu cancellato perché l’azienda di famiglia era sull’orlo della bancarotta. In questi anni di crisi Helene espose i quadri di Van Gogh in Europa e negli Stati Uniti, incrementando la fama dell’artista e quella della propria collezione, gettando le basi per convincere lo stato olandese a partecipare alla costruzione del museo. I lavori iniziarono nel 1937: un anno dopo il Kröller-Müller Museum apriva i battenti con Helene nel ruolo di direttrice.
La mostra a Palazzo Bonaparte, attraverso le opere più celebri del pittore olandese - tra le quali il suo Autoritratto (1887) - è un viaggio nella storia dell’artista più conosciuto al mondo ma la cui vita è ancora avvolta da un velo di mistero. Nonostante una vita difficoltosa dal punto di vista economico e sentimentale, l’artista ha dipinto numerosi capolavori, accompagnati dalle famose “Lettere” al fratello Theo Van Gogh, inventando uno stile del tutto personale che lo ha reso il pittore più celebre della storia dell’arte.

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Un percorso cronologico che segue i periodi e le località dove il pittore visse: da quello olandese, al soggiorno parigino, a quello ad Arles, fino a St. Remy e Auvers-Sur-Oise.
Ricercatore instancabile di una pittura di timbro catartico, Vincent passa dagli scuri paesaggi della giovinezza allo studio sacrale del lavoro della terra: nascono nelle sue opere personaggi quali il seminatore, i raccoglitori di patate, i tessitori, i boscaioli, le donne intente a mansioni domestiche o affaticate a trasportare sacchi di carbone o a scavare il terreno. Opere come Contadina che spigola e Donne che trasportano sacchi di carbone nella neve destano infinita commozione e sono colme di struggente poesia.
Particolare attenzione è data al periodo del soggiorno parigino in cui Van Gogh rivolge la sua ricerca artistica al colore sulla scia impressionista e a una nuova libertà nella scelta dei soggetti, raggiungendo uno stile più immediato grazie ad un ricco cromatismo.
Si perfeziona anche il suo interesse per la figura umana, che sfocia nella produzione di numerosi autoritratti. È di questo periodo l’Autoritratto a fondo azzurro con tocchi verdi del 1887, esposto in mostra, dove il volto del pittore è raffigurato di tre quarti, con lo sguardo penetrante che denota la fierezza di chi insegue la propria passione con caparbietà. Le pennellate sono stese velocemente l’una accanto all’altra e riflettono il nervosismo di un uomo dal carattere complesso e tumultuoso. A partire dal 1887 i colori virano verso un cromatismo più accentuato, e la luce del sud della Francia regala a Vincent maggiore ispirazione. L’immersione nella luce e nel calore del sud, a partire dal 1887, genera aperture ancora maggiori verso eccessi cromatici. Nascono tele meravigliose come “Il seminatore”, realizzato ad Arles nel giugno 1888, con il cielo intriso dalla luce del giallo cromo accostato al viola del campo. Un soggetto, il seminatore, già caro a Millet, ripreso tante volte da Vincent e rielaborato in chiave personale. Dipingere in giardino, all’aperto, dava a Van Gogh la speranza che la pittura lo avrebbe aiutato a superare la sua malattia. Rinchiuso in un ospedale, temeva d’impazzire. E così Il giardino dell’ospedale a Saint-Rémy (1889) assume l’aspetto di un intricato tumulto, ed opere come Burrone (1889) sembrano allontanare ogni speranza, disperazione che culmina in opere quali Vecchio disperato (1890).

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Con il patrocinio della Regione Lazio, del Comune di Roma - Assessorato alla Cultura e dell’Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi, la mostra è prodotta da Arthemisia, realizzata in collaborazione con il Kröller Müller Museum di Otterlo ed è curata da Maria Teresa Benedetti e Francesca Villanti. La mostra vede come main sponsor Acea, sponsor Generali Valore Cultura, special partner Ricola, mobility partner Atac, media partner Urban Vision ed è consigliata da Sky Arte. La mostra è corredata da un bellissimo catalogo è edito da Skira. 
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Nel segno della Musa. “Ritratti d’artista” Maestri del ‘900.

Le interviste di Marilena Spataro.
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PH. © Giovanni Ricci-Novara

Giuliano Vangi.
La scultura come poesia della vita

In occasione del novantesimo compleanno del maestro Vangi, pubblichiamo, con i nostri migliori auguri, questa intervista che ci concesse alcuni anni fa.
Maestro Vangi perchè ha scelto la scultura come forma espressiva prioritaria della sua arte?
«Non ho scelto io la scultura, è la scultura che ha scelto me. Fin da piccolo ho sempre cercato di modellare, di scolpire qualcosa, magari in un mattone, in un sasso, invece, non mi sono mai impegnato a dipingere, a fare quadri».
Come era la scena artistica dei suoi esordi, lei come si poneva rispetto ai movimenti artistici del tempo. Quali i mutamenti più evidenti, in positivo e in negativo, nel mondo dell’arte che ha registrato negli anni della sua lunga carriera?
«La scena artistica al tempo era popolata da una miriade di movimenti di grande vivacità e originalità d’idee. Io ho guardato con interesse a ciascuno di questi movimenti cogliendone i vari aspetti estetici e teorici, per poi, però, proseguire sulla mia strada sulla base di una mia personale visione. Reputo che il grande fermento artistico e i nuovi modi di fare arte del tempo siano stati per molti versi positivi, per altri meno. Ad esempio, la grande mostra di Henry Moore al Forte Belvedere di Firenze, se da una parte ha fatto conoscere e ha introdotto elementi di assoluta novità che hanno aperto nuove e inesplorati percorsi sul fronte dell’arte astratta e informale anche in scultura, dall’altra ha generato in tantissimi artisti la convinzione che si potesse fare scultura con estrema facilità, levigando forme e mettendo fori a caso, con questo fraintendendo la grande lezione che ci veniva dal maestro anglosassone che, con le sue forme, ha inventato uno stile e un linguaggio scultorei del tutto originali, comunque dotati di quella armonia e perfezione estetico formale, nonchè di una carica poetica ed emotiva, degne della migliore tradizione scultorea del passato».

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Quali sono stati i suoi modelli artistici di riferimento del passato?
«Da quando ho iniziato a studiare prima all’Istituto d’arte, poi per un pò in Accademia, ho guardato, innanzitutto, all’arte antica, questo per capire i valori estetici e formali che ci sono stati tramandati. Da ragazzo ero innamorato dell’arte egiziana di cui amavo particolarmente l’essenzialità nella forma, dopo ho rivolto la mia attenzione ai romani e all’arte etrusca. La mia formazione artistica vera e propria mi deriva dallo studio profondo e appassionato del Rinascimento, soprattutto toscano. Vivendo ormai a Firenze, facevo delle immersioni totali nei musei, nelle chiese e in qualunque altro luogo si trovassero opere d’arte. Amo moltissimo Giovanni Pisano, Donatello e Michelangelo, specie quello delle ultime opere. Idealmente sono stati loro i miei maestri e a loro mi sento molto vicino. Ovviamente con il tempo ho cominciato a guardare ai miei contemporanei, all’arte americana astratta e ad artisti quali Smith e Moore così acquisendo una visione più ampia dell'arte e che corrispondeva ai nuovi linguaggi che si andavano affermando».
Artisti si nasce o si diventa?
«Entrambe le cose. Certo, si nasce con una predisposizione. Ma poi si diventa. Le doti naturali, infatti, non bastano a fare di un artista un buon artista, per diventarlo occorre avere spirito di sacrificio, costanza, lavorare con molta umiltà, serietà, senza pensare di fare imprese eccezionali. Se non si hanno poi le doti per andare avanti, allora è scontato che non si va da nessuna parte».
Come vede il mondo di oggi. Quale la visione del mondo che la guida nel suo lavoro?
«È una visione che mi avvilisce quella del mondo di oggi. Viviamo in una terra bellissima, che noi uomini stiamo, però, sciupando sotto tutti gli aspetti, sia umani che naturali. La natura è abusata fin dagli abissi del mare, per poi estendersi, questo abuso, a tutto il resto. Questi aspetti negativi mi procurano un dispiacere profondo. La mia visione creativa è rivolta all’uomo e alla sua azione. Dell'uomo mi interessa tutto. L’uomo mi interessa nella sua totalità, con tutti i suoi problemi e difetti, con i suoi pregi e valori. Con la mia scultura porto avanti una lotta per individuare l’essenza umana, cercando di andare al di là persino del bene e del male».
Nonostante da lungo tempo la sua fama sia di livello internazionale e moltissime delle sue opere siano collocate in luoghi pubblici e privati di grande prestigio in tutto il mondo, lei continua a tenersi piuttosto lontano dalle luci della ribalta, al contrario di molti artisti famosi della contemporaneità che amano e cercano notorietà e consenso affidandosi sempre più spesso a gesti clamorosi e a performance ad alto impatto mediatico. Cosa risponde?
«L’arte per me è poetica della vita. Alla base della mia esistenza c’è il mio lavoro, che amo fare con serietà e senso del dovere. Lavoro quotidianamente più di dodici ore, sei giorni su sette, vado in studio al mattino presto e rientro alla sera. Mi fermo giusto per le feste comandate. Non mi interessa assolutamente andare nei salotti o fare pubbliche relazioni al fine di ottenere visibilità. Quello che a me interessa, ripeto, è di andare avanti con la mia ricerca e con il mio lavoro, che amo moltissimo. Reputo che se si lavora con coscienza, serietà e umiltà, anche i riconoscimenti prima o poi arrivano. Indulgere in forme spettacolari e basta, perdendo di vista l’obiettivo artistico, non porta da nessuna parte, con il passare del tempo di queste cose se ne perde traccia, infatti. Quanto agli artisti che espongono nelle belle, di certo importanti, vetrine di cui mi parla, ritengo che spesso si dia spazio, specie ultimamente, a scelte che arrivano da una sola parte, sono i critici, i curatori, gli storici e chi si occupa di organizzare le mostre a decidere chi chiamare. L’arte è un fenomeno complesso e variegato, credo che sia giusto far esporre tutti coloro che abbiano qualcosa di serio da dire, artisticamente e poeticamente parlando, e non sempre gli stessi nomi o le stesse correnti. Muovendosi come ci si muove oggi non si fa un buon servigio né a coloro che amano l'arte e che desiderano ammirane le opere e nemmeno a coloro che desiderano possederle queste opere».
Dagli anni 80 in poi molti suoi lavori si ispirano al sacro, soprattutto a connotazione cattolico - cristiana, tra l’altro parecchi suoi monumenti sono esposti in luoghi di culto famosi.
Perchè questa scelta e cosa è il sacro per Giuliano Vangi?

«Sinceramente non ho scelto io di lavorare sull'arte sacra, mi hanno chiamato degli architetti a fare dei lavori al riguardo. Il primo è stato Renzo Piano che mi ha chiesto di realizzare un ambone in pietra garganica dedicato a Maria di Magdala per la nuova chiesa di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, così ho collaborato con lui. Poi mi ha chiamato un altro architetto, Mario Botta, e ho lavorato sul tema del sacro anche con lui. Questi lavori sul sacro li ho fatti perché me lo hanno chiesto. Non mi ritengo particolarmente religioso, ma quando devo lavorare su questo tema cerco di immergermi il più possibile. Per me il sacro è qualcosa di misterioso che va fuori, al di là dell’uomo. Quando lavoro la scultura, lo faccio con grande passione e quando raggiungo una certa purezza di idee e di forme e senza alcun tipo di compromessi, è allora che per me l’opera è finita ed è sempre allora che diventa qualcosa di sacro».
Per le sue sculture lei adotta materiali diversi, molte volte combinati tra loro. Come spiega questa scelta, c’è una materiale che, comunque, predilige sugli altri?
«Adopero molti materiali, la mia scultura è quasi tutta policroma. Da ragazzo realizzavo, ad esempio, una testa e poi la dipingevo. Ben presto, ho, però, scoperto che esistono materiali diversi e di diversi colori, così ho cominciato a usarli tutti, ottenendo, quando mi occorre, gli effetti policromi. Quando penso un soggetto questo nasce già con una sua materia. Se devo fare qualcosa di monolitico o statico allora scelgo il marmo, se, invece, devo fare qualcosa di dinamico scelgo il metallo. Ripeto, ogni soggetto nasce con una sua materia. Non scelgo una materia perché mi piace, ma perché essa corrisponde e si adatta all’idea che ho immaginato. Ho voluto imparare a lavorare tutte le materie, dal bronzo al marmo, alla creta al legno. A volte innesto gli stessi tipi di materiali trattandoli in modo diverso oppure innesto materiali diversi che messi insieme creano l’opera così come l’ho pensata. è per questo che ho dovuto imparare a lavorare tutti i tipi di materia, all’occorrenza so come trattarli. Ammetto, tuttavia, che i materiali mi affascinano tutti e li tratto tutti con pari amore. Nel marmo, come si sa, si toglie, nella creta e nel bronzo si aggiunge, è comunque bello e affascinante ciascuno di questi procedimenti per chi ama veramente l’arte e la scultura».

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Quando realizza lavori monumentali, segue le fasi personalmente?

«Sì lavoro io, laddove il lavoro sia troppo grande, allora mi faccio aiutare da esecutori, tuttavia sono sempre io a finire l'opera e a dare i tocchi necessari per conferirle un’anima, di qualunque materiale si tratti. Rispetto a quei lavori per i quali gli artisti si affidano in tutto agli altri per far realizzare la loro idea artistica, reputo che non si tratti più di lavoro artistico, ma di lavoro artigiano altrui. Per cui le opere che ne derivano hanno sempre qualcosa di freddo, mancando di quel soffio dell’anima che solo un artista sa infondere trattando la materia con le proprie mani».
Lei è nato in Toscana, ha vissuto a Pesaro, poi, per parecchi anni, anche in Brasile. Oggi vive a Pesaro e frequenta con assiduità, soggiornandovi per mesi, Pietrasanta, dove è tenuto in grande considerazione. Come è il suo rapporto con questa cittadina e con i luoghi in cui si trova o si è trovato a vivere, a partire da quello con la sua terra di origine. E quali le tracce più evidenti dell’influenza di tutti questi “suoi mondi” sulla poetica e sul suo linguaggio plastico ed estetico?
«Sono nato a Barberino del Mugello in provincia di Firenze. Del mio paese conservo ricordi bellissimi legati alla mia infanzia trascorsa lì, amo moltissimo quei luoghi e appena posso ci torno, le mie vere radici sono lì. Amo e sono legatissimo, comunque, a tutta la Toscana dove ho avuto la mia prima formazione artistica, non solo scolastica. A Firenze e nelle altre città toscane ho potuto visitare musei, chiese e altri luoghi dove ammirare e studiare i capolavori dell'arte del passato. A Pesaro ci andai successivamente per insegnare, lavoravo già da scultore al tempo, ma all’inizio le mie opere non le facevo vedere a nessuno, le reputavo troppo scolastiche. Poi sentii il bisogno di andare altrove, di fare esperienze nuove, nelle grandi città dove si vivevano grandi fermenti artistici, per sperimentare andai a Roma, poi a Milano e a Firenze. Sentivo, però, il bisogno di altro. Allora andai in Brasile perché al tempo lì si faceva un tipo di architettura più dinamica e interessante che da noi, si stava costruendo Brasilia, esistevano inoltre situazioni sociali che mi interessavano dal punto di vista umano e anche della mia visione e sensibilità artistiche, da una parte c’erano le favelas e dall’altra una classe economica e finanziaria che deteneva quasi tutta la ricchezza nelle proprie mani. In Brasile presi a fare scultura astratta, desideravo, infatti, liberarmi da forme troppo bloccate e rigide, per cui sperimentai forme più spoglie, più pulite e aeree lavorando su materiali quali il ferro e l'acciaio. Imparai anche a saldare. Tornando in Italia tutte queste esperienze mi furono utili per riprendere il mio discorso sul fronte della figura che affrontai con grinta diversa e con una libertà maggiore di prima. Attualmente ho uno studio a Pesaro, la città dove in genere vivo e alla quale sono molto legato, in questo studio disegno e faccio i bozzetti. A Pietrasanta ho da lungo tempo uno studio, che è di dimensioni più ampie, qui faccio principalmente opere in marmo e in bronzo, quelle più grandi. Pietrasanta è una cittadina bellissima e accogliente e io mi trovo benissimo. Mi hanno persino conferito la cittadinanza onoraria, del che ne vado orgoglioso. Gli ambienti artistici, di questa cittadina sono ricchi di personaggi del mondo dell'arte internazionale e di colleghi scultori di grande fama, purtroppo non li frequento, ma solo perché non ho tempo, quando vado lì lavoro tutto il giorno. Trovo che oggi come oggi a Pietrasanta ci siano tra i più bravi artigiani al mondo sia del marmo che del bronzo e questo è molto importante per gli artisti che realizzano un lavoro come il mio. Quanto all'influenza che il mio territorio d'origine, così come quella degli altri territori da me vissuti, ha lasciato sul mio lavoro, essa è chiaramente rintracciabile nelle mie stesse opere e nella mia storia artistica».
Come vede il panorama artistico di oggi e come immagina il futuro delle arti visive tra cento anni. Reputa che le nuove tecnologie siano elementi capaci di contribuire in termini evolutivi dal punto di vista sociale nonché di crescita e di novità anche sul fronte delle arti figurative?
«Le tecnologie non sono né buone né cattive, occorre vedere l’uso che se ne fa. Non sono minimamente contrario al loro utilizzo anche rispetto alla creatività artistica. Se si riesce a dar vita a lavori che esprimono arte, siano essi legati alla figura o all’astratto, non importa, allora ben vengano tutti i lavori, anche quelli realizzati attraverso l'utilizzo della tecnologia, importante secondo me è che siano l’esito di una passione e di un amore sinceri e non l’esito di scelte superficiali. A me l’arte interessa tutta, solo ritengo importante che essa dedichi attenzione all’uomo e all’ambiente che lo circonda. Tale discorso vale sia per il presente come per il futuro, anche tra cento anni è con questo che dovremo continuare a confrontarci».

Vangi, scultura bronzo, 2013Giuliano Vangi, Duemilaundici, dettaglio, 2013


Pensa, quindi, sia necessario avere un’etica unitamente all’estetica nell’arte?

«Sì certo, è indispensabile avere etica, essere puliti e chiari nel fare arte, realizzare le cose semplicemente, senza inganni e, soprattutto, senza voler rappresentare quello che non è».
In questi ultimi anni sono molti gli artisti, ma anche i critici e teorici dell'arte, tra cui alcuni famosi, secondo cui rifondare l’arte è rifondare la società e rifondare la società è rifondare l’arte. Quale il suo punto di vista al riguardo?
«Credo che l’arte segua un suo percorso e un suo meccanismo e che i mutamenti avvengono di continuo e con una velocità estrema; di continuo nascono correnti che poi spariscono nel giro di pochissimo tempo. L’arte che, secondo me, ancora funziona è l’arte figurativa, reputo che nella contemporaneità sia la più moderna, la più attuale e rivoluzionaria. Questo perchè è quella maggiormente capace di esprimere i sentimenti dell’uomo e di rappresentarli. Ad esempio, per quanto mi riguarda, amo tutto della figura umana, dalle mani a ogni altra parte del corpo, non solo le parti visibili, ma anche interne, a partire dal cuore. La testa è poi la parte che mi piace studiare e rappresentare di più, è nella testa che nascono le idee, si formulano i pensieri e si manifestano quei processi mentali che danno vita alla storia di ciascuno di noi e del mondo stesso, quindi, della storia dell'umanità. La testa dell’uomo contiene una magia e insieme un mistero che mi piace indagare all'infinito. Non credo che l’arte abbia la possibilità di rifondare la società, il suo compito, come quello di ogni artista, è di andare avanti, seguendo la propria strada con serietà e passione per quello che si fa, ma anche avendo attenzione ai mutamenti sociali, sì, in questo l’arte può e deve ricoprire un suo ruolo».
Una carriera artistica di successo e una vita appagante, pure, c’è un sogno nel suo cassetto che ancora aspetta di realizzarsi. Quale, maestro?
«Il mio sogno, alla mia età, è di continuare a lavorare ancora per del tempo, con la stessa energia, lo stesso entusiasmo e la stessa passione di sempre, andando avanti con la mia ricerca per indagare, attraverso la scultura, il mistero dell’uomo, della sua anima, del mondo che lo circonda, che ci circonda».
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Les fleurs et les raisins. Trasversali allegagioni d’arte. “GAROFANATA! CHI ERA COSTUI?”

Di Alberto Gross
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Con le sue oltre cinquecento varietà registrate l’Italia è sicuramente tra i Paesi a possedere e coltivare il più alto numero di vitigni autoctoni adatti alla produzione di vino.
Così non è raro - anche per assaggiatori seriali e professionisti - scovare ogni tanto alcune piccole perle nascoste e ritrovate e restarne sorpresi ed entusiasti, al pari del bibliofilo che riscopre il vecchio in-quarto di un’edizione a lui sconosciuta.
È capitato, a noi, con il vitigno Garofanata, la cui origine e storia rimangono ancora prevalentemente offuscate dalle ombre del mistero e dell’incertezza: autoctono della regione Marche, viene attestato in un documento del 1875 redatto dalle commissioni ampelografiche istituite dopo l’unità d’Italia.
Ritenuto inizialmente una varietà di Moscato - ancora negli anni sessanta l'ampelografo marchigiano Bruni lo cita come “Garofalata” o “Moscato Bastardo” - analisi molecolari successive ne hanno tuttavia escluso l’appartenenza a tale famiglia. Ritrovato casualmente da alcuni agronomi di una cantina cooperativa nel territorio di Corinaldo e salvato da una probabile estinzione dall'impegno dell’ASSAM - Agenzia Servizi Settore Agroalimentare delle Marche - oggi può contare sopra una modesta e ancora sperimentale diffusione (la sua iscrizione al Registro Nazionale delle Varietà di Vite è del 2012) in tutto il comprensorio dei Castelli di Jesi.

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Precoce nelle prime fasi vegetative e più lento nel corso della stagione, si è finora dimostrato di facile adattamento e di buona costanza produttiva; fornisce inoltre ottimi risultati nelle annate molto calde riuscendo ad accumulare zuccheri senza disperdere acidità, qualità che sarà sempre più necessaria negli anni a venire.
Abbiamo assaggiato la versione Charmat Extra-dry di Castrum Morisci, piccola realtà situata a Moresco, in provincia di Fermo: su terreni collinari tra i 180-220 metri sul livello del mare a medio impasto, con prevalenza di argilla, le uve vengono vendemmiate a mano con rese che non superano gli 80 quintali per ettaro. Dopo la decantazione statica e la fermentazione in acciaio segue la presa di spuma in piccole autoclavi per circa cinque mesi. Il vino è di un bel giallo carico e si apre inizialmente su note floreali di camomilla, tiglio, acacia; a poco a poco emergono accenni di frutta, mela e pesca, poi nespola e miele. La bollicina è cremosa e sparisce assottigliandosi sul palato, il sorso - teso e nervoso - è sorretto da una acidità e da una sapidità tali da renderlo asciutto e da lasciarci dimenticare la presenza del residuo zuccherino.
Le nuove scoperte destano sempre soddisfazione e meraviglia: ci lascia- mo allora ispirare dalle dolci discese nel sublime che ci regala Saffo e da quel suo frammento ritrovato che ci riconduce in alto, fino a dove “l’infinita mi pare volta del ciel toccare”.
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Piet Mondrian. Un alchimista nel XX secolo.

In occasione del 150° anniversario della nascita di Piet Mondrian ripubblichiamo l’articolo di Rita Lombardi.

1 Fig.1 mondrian



















Fig. 1
Tableau I con nero, rosso, giallo, blu e celeste
1921 olio su tela 96,5x60,5cm
Colonia Museum Ludwig

Piet Mondrian, figura chiave dell’Avanguardia Internazionale, nasce in Olanda nel 1872, vive tra Amsterdam e Parigi. Nel 1938, prevedendo una guerra, si trasferisce a Londra e da qui, nel 1940, per sfuggire ai bombardamenti, a New York, dove muore nel 1944.
Mondrian è stato, allo stesso tempo, un teorico dell’Arte e un pittore decisamente innovativo.
A partire dal 1921 sviluppa uno stile astratto-geometrico, raggiungendo l’armonia perfetta.
Scrive: “una sola cosa conta, creare, grazie alla matematica, una bellezza superiore, pura opera dello Spirito, che raggiunga, attraverso l’occhio, l’intelletto dell’osservatore”. E ancora: “l’emozione della Bellezza è sempre impedita dall’oggetto che deve, perciò, essere eliminato dalla rappresentazione”.
Nei suoi lavori, basati sul rapporto, a lungo studiato, tra colore e segno, dipinge, su un fondo rigorosamente bianco, una griglia di linee ortogonali che si prolungano idealmente oltre i confini della tela. (Fig.1).
Scrive: “il rapporto ortogonale è indispensabile per esprimere l’immutabile”. Non ammette la diagonale, tanto da rompere, per questo motivo, il rapporto con Van Doesburg.

2 Fig. 2 mondrian
















Fig. 2
Composizione in bianco, rosso e blu - 1936
olio su tela 98,5x80,3 cm - Stoccarda Staatsgalerie

L’uomo Mondrian

Nel 1910 Mondrian confida ad un amico: “La solitudine offre al grand’uomo la possibilità di conoscere sé stesso, il vero uomo, l’uomo-dio, e addirittura Dio. Così si cresce... e alla fine si diventa Dio”.
Nel 1909 diventa membro della società Teosofica con regolare documento, ma il suo primo contatto con la Teosofia risale al 1899, anno in cui legge “La dottrina segreta” di Madame Blavatsky e i testi di alcune conferenze di Steiner. Tra il 1915 e il 1916 ha lunghi colloqui con il matematico-teosofo olandese M. H. J. Schoenmaekers approfondendo il concetto di arte plastica pura, non-oggettiva. E proprio dal saggio “Matematica plastica” di Schoenmaekers, del 1916, Mondrian trae il termine “neoplasticismo”.
Schoenmaekers scrive: “la croce greca è sopra ogni cosa, la costruzione che diviene visibile della realtà naturale, opera del Logos creatore”.
Ma è anche, secondo “L’Iside Svelata” di Madame Blavatsky. la forma simbolica dell’incontro tra Anima e Spirito.
Mondrian si mette a lavorare sodo e ininterrottamente ai suoi quadri, ritirandosi dalla vita di società. Viene definito dai suoi conoscenti un “santo della pittura”, un “prete al servizio della superficie bianca” e tali appellativi non gli sono affatto sgraditi.
Nel 1920 scrive: “L’arte deve ricercare il riposo dello Spirito...il riposo diviene plasticamente visibile attraverso l’armonia dei rapporti, che sono di tre tipi: rapporti di posizione, rapporti di propor- zione, rapporti di colore. Il migliore rapporto di posizione è l’angolo retto che nella molteplicità origina il ritmo. Per i rapporti di proporzione le divisioni semplici e il numero d’oro, per i rapporti di colore l’accordo discreto e sonoro dei toni unici”. Dopo il 1932 ripensa ai principi della ripetizione ed elabora la caratteristica “linea doppia”, fino a creare complessi reticoli di linee (Fig. 2).

3 Fig. 3 mondrian
















Fig. 3
Composizione con rosso, nero, blu e giallo
1928 olio su tela 45x45 cm
Ludwigshafen am Rhein, Wilhelm-Hack-Museum
Qui si vedono molto bene le crepe sulla superficie

Il pittore Mondrian

Nel 1944 confida: “è difficile esprimere quello che si sente”. Mondrian dedica mesi e mesi allo stesso quadro, aggiungendo strati su strati, fino a quando non è soddisfatto del risultato. Poiché il processo di essiccazione dei colori ad olio è molto lento, impiega un medium inadeguato, forse petrolio, per affrettarne l’essiccazione, con il risultato che i suoi quadri, molto difficili da pulire, hanno un aspetto sporco e presentano una superficie piena di crepe profonde e che si sgretola facilmente (Fig. 3).
A New York trova le strisce di nastro gommato e può così creare i suoi quadri con più libertà.
Dal 1921, sulla sua tavolozza compaiono solo i pigmenti: nero, bianco, blu, giallo e rosso. Dove troviamo tutti e soli questi colori? Li troviamo nell’Alchimia.

4 Fig. 4 mondrian














Fig. 4
Composizione con linee gialle
1993 - olio su tela diagonale 112,9 cm
Gemeentemuseum Den Haag

L’alchimista Mondrian

L’Itinerario Alchemico consiste di più fasi che conducono gradualmente alla metamorfosi personale spirituale dell’alchimista (cfr. “Le 4 fasi dell’alchimia e il blu” di Maria Grazia Monaco e Pier Pietro Brunelli in Albedo Imagination).
Secondo la tradizione ermetica, queste fasi sono caratterizzate da specifici cambiamenti di colore, metafore di percorso iniziatico, e corrispondono ad altrettante trasformazioni, che si possono avere in laboratorio per effetto del fuoco sulla materia. Tali fasi erano inizialmente quattro:
1° nigredo, annientamento, di colore nero;
2° albedo, purificazione, iniziazione, di colore bianco;
3° citrinas, maturità, saggezza, di colore giallo;
4° rubedo, sublimazione, di colore rosso.
Successivamente, viene aggiunta una fase di transizione tra il nero e il bianco, che rappresenta l’ascolto profondo di sé, di colore blu oltremare o blu cobalto.
Questo itinerario deve avvenire attraverso l’isolamento dal mondo sensibile, esaltando e dirigendo il potere mentale, in modo che la coscienza e le qualità più sottili si liberino dalle passioni e dai desideri materiali.
Con il Bianco si conclude la Piccola Opera. Attraverso il Giallo, si giunge al Rosso della Grande Opera, cioè le nozze alchemiche tra Anima e Spirito, la stessa meta della Teosofia.
Il colore giallo, secondo il teosofo Charles Leadbeater (cfr. “L’uomo visibile e l’uomo invisibile”) è presente in abbondanza nell’aura di un uomo molto intellettuale, in particolare l’aura assume un bel colore giallo luminoso e brillante se l’intelletto è indirizzato verso scopi superiori, disinteressati.
Aggiungo anche che con la Prima Iniziazione, secondo la Teosofia, l’uomo diventa membro della Grande Fratellanza Bianca.
A conferma di questa mia tesi analizzo tre opere:
“Composizione con linee gialle” terminato nel 1933 (Fig. 4) è un quadro che Mondrian dipinge su incarico di alcuni amici che vogliono regalare ad un mu- seo una sua opera che sia rappresentativa della sua posizione artistica. Su un fondo rigorosamente bianco, ci sono soltanto quattro segmenti, di un bel giallo brillante, di diverso spessore, che formano con il quadrato della tela un ottagono.
Poichè l’ottagono è considerato il simbolo dello stadio intermedio tra il quadrato (la terra, la materia) e il cerchio (la perfezione, lo Spirito) e poichè ha scelto il colore giallo (intelletto, maturità, saggezza) sono convinta che sia l’autoritratto di un uomo consapevole della propria evoluzione spirituale.
Negli USA dipinge “Broadway boogie woogie” (Fig. 5) e in previsione della vittoria degli alleati, “Victory boogie woogie” (Fig. 6) rimasto però incompiuto per la sua morte. Entrambi sono un trionfo di giallo, rosso e blu su fondo bianco, con un ritmo pieno di vitalità e gioia. Penso che siano la testimonianza della sua ulteriore evoluzione spirituale, le nozze alchemiche e della sua ritrovata fiducia nell’umanità.

5 Fig. 5 mondrian
















Fig. 5
Broadway boogie woogie
1942-43 - olio su tela 127x127 cm
New York The Museum of Modern Art

La Teosofia

Teosofia significa Sapienza Divina o degli Dei. La società Teosofica è stata fondata nel 1875 a New York da Elena Petrovna Blavatsky.
I suoi numerosi scritti diffusero in Europa una nuova concezione dell’essere umano, dello scopo dell’esistenza e della vita dopo la morte, influenzando scrittori come J. London e D. H. Lawrence, musicisti come Malher e Sibelius e pittori come Kandinskiy, Gau- guin, Klee, Kupka, oltre a Mondrian (cfr. “La chiave della Teosofia” edizioni teosofiche italiane).
I suoi insegnamenti, scaturiti da testi tibetani e indiani, erano già noti nell’antichità, presso gli Egizi, i Greci, i Romani, ma considerati eretici dal Cristianesimo, furono dimenticati e diffusi segretamente solo tra alcuni iniziati, come gli alchimisti. Al pari di questa antica pratica, troviamo il concetto di evoluzione e di nozze mistiche.
Secondo gli insegnamenti teosofici, l’uomo è costituito non solo di corpo fisico, ma anche di un’anima vitale cosciente e di spirito.
L’anima vitale cosciente ha due aspetti, il Manas (Mente) inferiore o principio vitale dell’istinto, che è attratto da piaceri più grossolani e dalle passioni e il Manas (Mente) superiore o Ego pensante cosciente che è attratto dallo Spirito ed è questo l’aspetto che si re- incarna rivestendosi di un nuovo corpo. In alcune persone prevale il Manas superiore e sono individui di nobili sentimenti, molto intellettuali o di interessi spirituali. Le persone nelle quali prevale, invece, il Manas inferiore, vivono una vita materialistica, sono poco interessate all’intelletto, addirittura grossolane o inclini all’animalità.
L’Ego può procedere verso la perfezione, cioè tornare alla Divinità di cui siamo emanazione, solo tramite continue rinascite e devono essere vite di arduo lavoro dedicate al raggiungimento di questa meta.
In “L’uomo e i suoi corpi” di Annie Besant (Edizioni teosofiche italiane) scopriamo che il corpo mentale Manas cresce tramite l’esercizio delle facoltà mentali, con lo sviluppo delle qualità artistiche e con le emozioni più elevate. Sviluppare queste facoltà e alimentare pensieri costruttivi e nobili, determina, vita dopo vita, l’evoluzione di un individuo.
L’Anima desidera la beatitudine, ma non può raggiungerla, dicono i testi esoterici, se non ha ricevuto il “bacio santo”, cioè se non si riunisce con lo Spirito. In un’opera ermetica possiamo leggere: “guai all’Anima che preferisce il matrimonio terrestre con il suo corpo terreno al matrimonio con il suo sposo divino, lo Spirito”.

6 Fig. 6 mondrian


















Fig. 6
Victory boogie woogie (incompiuto) -
1492-44 olio e carta su tela, diagonale 178,4 cm
L’Aia - Gemeentemuseum Den Haag
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Ambretta Rossi. Dagli acquerelli ai merletti.

A cura di Silvana Gatti.

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Ambretta Rossi, nata a Cremona sotto il segno dello scorpione il 20 novembre del 1946, vive e lavora a Torino in via Galvani 2. Artista a tutto tondo, è facile incontrarla in giro per il Piemonte impegnata in qualche estemporanea a dipingere dal vero la vita in movimento. Un tram che passa nella via, due fidanzati che discutono, bimbi che giocano, fuochi d’artificio per la festa del patrono cittadino, sono tutti elementi utili per il pennello veloce di Ambretta che, senza indugi, ama particolarmente dilettarsi con la tecnica dell’acquerello. Da sempre interessata a molti generi di creazione artistica e artigianale, ha approfondito lo studio della pittura ad acquerello, che sente particolarmente consona al suo temperamento, frequentando i corsi di Pinetta Gramola, Luciana Bey e Sandro Lobalzo. Nel 2018 ha seguito uno stage del maestro William Tode e nel 2022 uno stage con l'acquerellista Ekaterina Maltseva.
L’artista ha la peculiarità della sveltezza, quel che stupisce è vederla all’opera mentre in una ventina di minuti si diletta ad eseguire con carboncino e gessi i ritratti dei passanti che, incuriositi, posano per lei quasi fossero a Mont- martre e rimangono contenti nel vedere come Ambretta Rossi riesca, nell’arco di poco tempo, a carpire e fissare sul foglio la loro migliore espressione. Durante la sua recente mostra presso la Galleria dell’Annunziata, in via Po a Torino, sono stati diversi i personaggi immortalati nei suoi lavori. Tra questi, Ambretta ha ben pensato di omaggiare con un bel ritratto una signora ucraina che, visitando la mostra, ha raccontato le sue vicissitudini. Perché l’arte è fatta anche di incontri e scambi culturali che arricchiscono lo spirito ed ampliano gli orizzonti della conoscenza.
Come se non bastasse, le mani d’oro di Ambretta amano anche l’arte del riciclo. Cartoncini inutilizzati e capsule del caffè diventano collane multicolori ed orecchini per la gioia del pubblico femminile.

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E poi, come d’incanto, la sveltezza tipica delle stesure ad acquerello si placa per un lavoro d’altri tempi, che richiede la lentezza e la precisione di un rito: il tombolo diventa lo strumento per la creazione di preziosi merletti e centrini che ricordano i corredi delle nostre bisnonne. Ed è così che Ambretta ci porta dall’atmosfera di Montmartre, nel cuore di Parigi, in quel di Cantù, cittadina lombarda in provincia di Como decantata dallo storico Carlo Annoni nei suoi appunti che riferiscono l’origine del pizzo di Cantù al secolo XI, allorché la priora del monastero benedettino cluniacense di Santa Maria di Cantù, Agnese di Borgogna, avrebbe introdotto ed insegnato questa attività. Le prime notizie documentate confermano la presenza di questa lavorazione alla fine del XV secolo. Il punto Cluny, abilmente usato da Ambretta Rossi nelle sue creazioni, compare verso la metà del XIX secolo in un contesto differente dall’ambiente monastico, legato a un lavoro genovese del XVII secolo e conservato nel museo di Cluny a Parigi. A Cantù, la lavorazione del merletto si afferma nel XVII secolo, grazie ad alcune monache che hanno insegnato a delle ragazze del paese l’uso dei fuselli del tombolo. Da allora, le donne hanno iniziato a barattare i loro merletti con generi di prima necessità, dando anche inizio alle scuole di tombolo in tutta la cittadina e il Pizzo di Cantù è diventato un prodotto di alta qualità conosciuto in Europa e non solo...

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Fedele alle sue origini lombarde, Ambretta Rossi si diletta ad eseguire pizzi, merletti, centrini e, come se non bastasse, gioielli a tombolo per arricchire l’arredamento e l’abbigliamento delle signore con il gusto della raffinatezza.
L’artista ha partecipato a numerosi concorsi, estemporanee e collettive (prevalentemente sul territorio piemontese, ma anche a Roma, Milano, Firenze, Padova, Mantova, Roseto degli Abruzzi, Palermo, Barcellona, Parigi, Budapest ) ottenendo premi e riconoscimenti. Ha ottenuto il 3° premio nella Mostra Concorso Internazionale Bologna 2020. Ha esposto in mostre personali: a Pianezza (TO) nel 2017, a Torino nel 2018, nel 2020, nel 2021 e nel 2022. Alcune sue opere sono inserite nell’Annuario Artisti ‘19, Annuario Artisti ‘20 e Annuario Artisti ‘22 di Mondadori. L’artista ha fatto parte di diverse associazioni, ed attualmente è socia dell’associazione “Gli Amici dell’Arte” di Pianezza (TO) e di “Go Art Factory”. Si possono visionare i quadri dell'artista sul sito www.pitturiamo.com. 
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La 59^ Biennale di Venezia.

Dalla semplicità della proposta serba agli animali monumentali e iperrealistici collegati agli antichi miti.

Testi a cura di Lara Petricig e David Radovanovic.
Fotografia a cura di David Radovanovic.

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Si intitola The milk of dreams, quindi “Il latte dei sogni” la nuova edizione della Biennale di Venezia inaugurata per la 59^ volta e visitabile fino al 27 novembre ‘22. La curatrice dell’esposizione Cecilia Alemani ha scelto il titolo mentre progettava la mostra a tavolino nel suo appartamento di New York, durante il lockdown della pandemia e pare si sia ispirata al mondo visionario e surrealista del libro di favole di Leonora Carrington che oltre ad artista era pure scrittrice e il Surrealismo diventa il punto di riferimento espositivo. Fatto apposta per includere una larga varietà di tematiche il titolo fa venire in mente anche la scena finale di Nuovomondo di Crialese dove i protagonisti del film immaginano di nuotare in un mare di latte e inquadrati dall’alto sempre più distanti diventano delle piccole sagome astratte nascoste sotto il cappello che indossano. L’immagine appena ricordata - del tutto casuale - permette di introdurre subito il progetto del padiglione serbo sito ai Giardini, uno dei più belli se valutiamo la semplicità della proposta e l’essenzialità comunicativa che non è per niente qualcosa di scontato. Vincitore del concorso del suo Ministero per la partecipazione alla Biennale il prof. di Nuove tecnologie di Belgrado Vladimir Nicolic tratta il suo tema preferito ovvero l’acqua con il progetto Hod sa vodom (Cammino con l’acqua). In realtà in uno dei due video, quello verticale, l’artista si fa riprendere da un drone fermo mentre nuota in una piscina olimpica da ciò deriva la verticalità del video giocato sulle linee rette e sul concetto di dimensione piccola (e astratta) dell’uomo rispetto allo spazio occupato dall’acqua. All’ingresso, sviluppate in larghezza troviamo delle precomposizioni di video messi uno a fianco all’altro per avere una vista panoramica del Mare Adriatico della costa montenegrina con le riprese effettuate con tre telecamere fisse quando all’orizzonte non c’erano imbarcazioni, quindi uno spazio vuoto, blu scuro, profondo, infinito, uno spazio di solo mare.

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L’esposizione si svolge come di consueto nelle due storiche sedi veneziane adiacenti quella dei Giardini e dell’Arsenale, ad apertura “suggestiva” di ciascuna la curatrice ha deciso di esibire delle sculture monumentali che si rifanno all’Oriente africano e alla sua antropologia, premiando le due artiste con un Leone d’Oro 2022. All’Arsenale Brick House il busto ieratico di donna nera in bronzo alto quasi cinque metri di Simone Leigh artista del padiglione americano; mentre ai Giardini l’Elefante soprannaturale di Katarina Fritsch, scelto quando il progetto-Biennale era in fase di ideazione. Inserito nello spazio di apertura del padiglione centrale moltiplicato da specchi, l’elefante diventa il simbolo di una rassegna che coinvolge 213 artisti o in qualche modo dovrebbe rappresentarli. “...Assume le vestigia […] di società matriarcali, alla base della struttura familiare di questa specie” si legge nella didascalia scritta sul muro a spiegazione dell’opera, quindi si presume introduca le artiste donne: ben 191. Si tratta di una vecchia opera realizzata trentacinque anni prima dal calco di un elefante vero e impagliato: l’animale inerte e verniciato assume un aspetto poco eloquente soprattutto perché di sculture di animali ce ne sono state altre prodotte nei decenni a seguire. La tedesca Fritsch è la vincitrice del Leone d’Oro alla carriera ma da una Biennale ci si aspetta un qualcosa di concretamente nuovo, di poter visionare le ultime tendenze, quelle degli ultimi due (o tre) anni. Se gli artisti viventi che vi partecipano superano la metà e le loro proposte corrispondono ad opere realizzate in precedenza la rassegna tende ad essere un’ampia rilettura del passato che diventa il luogo di rifugio.

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Il successivo intervento della Leigh nel padiglione degli Stati Uniti è “l’installazione” Sovereignty costituita da una certo numero di statue monumentali africane in bronzo e in ceramica, tecnicamente belle riportano l’attenzione sul corpo femminile, sono presentate in gruppo quindi come fossero un’installazione: volumetricamente compatte e poste in pura presenza a rivendicare la blackness come matrice culturale alternativa, probabilmente, e ricollegandosi all’interesse per il primitivismo artistico. Un allestire consolatorio per “non dimenticare” la perdurante logica coloniale e imperialista? Il razzismo e i suoi meccanismi di esclusione? Uno sguardo passivo sulla storia (e sulla Biennale n.58).
E ancora inerente alla lunga vicenda della colonizzazione, dedicato alla decolonizzazione algerina (discriminazione e razzismo) c’è lo spazio francese dove sulle note di alcune vecchie canzoni come “Amore vuol dir gelosia…”anni ‘30 di Nilla Pizzi ci si immerge in atmosfere anni ‘60 allietati dallo spettacolo cabarettistico di due professionisti di tango che intervengono nella finzione di un set-cinematografico tutto predisposto con la rivisitazione di alcune coproduzioni filmiche realizzate tra Algeria, Francia e Italia.

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Ma tornando agli animali monumentali il discorso si fa interessante e più aderente alla tematica espositiva del corpo, nel risultato di trasformazione estetica operata su due cavalli che va ben al di là del “soprannaturale”della Fritsch, potendo giungere (anche involontariamente) alla simulazione di una performance. Osserviamo molto da vicino la donna-cavallo distesa sul fieno realizzata da Uffe Isolotto nel padiglione danese e nella stanza accanto il suo compagno solennemente impiccato al soffitto prendendo pure in prestito da Cattelan l’idea dell’animale impagliato e appeso; il risultato finale si mantiene straniante (non per la tragicità della storia rappresentata) fino al momento in cui il visitatore razionalizza che non possono essere delle creature vere perchè i centauri sono esseri mitologici. Una scultura emozionalmente toccante che trattiene a lungo il visitatore sull’osservazione coinvolto dall’insolito forte iperrealismo. Tecnicamente richiama un’altra scultura, quella della donna dai capelli ramati in camicia da notte bianca nel padiglione Venezia. Creazione perfetta frutto di ultimissime tecnologie messe a punto dal gruppo Ophicina e dallo scenografo trevisano Paolo Fantin: una sorta di “scannerizzazione” di una ragazza vera in carne ed ossa. L’installazione si chiama “Alloro” e percorre la metamorfosi del corpo femminile che si decompone nella madre terra prima di trasformarsi in un ramo di alloro: questa volta è il mito rivisitato di Dafne e Apollo.
Le sculture iperrealistiche nella Biennale si riallacciano storicamente ciascuna a un mito greco. L’artista indiana Mrinalini Mukherjee unisce la tradizione artigianale con il design contemporaneo intrecciando con la tecnica macramé voluttuose grandi dee della fecondità fatte di fibre di canapa viola e gialle.

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Anche la videomaker Loukia Alavanou, in rappresentanza della Grecia si ispira a un mito, quello di Edipo re con un nuovissimo cortometraggio in VR (realtà virtuale) di 15 minuti. Lo spettatore lo guarda seduto su una delle quindici apposite postazioni, entrando dapprima in una gabbia con dei gracchianti avvoltoi che consumano il loro pasto e poi, come fosse un drone, sorvolando il campo rom di Nea Zoia a ovest di Atene con la possibilità di vivere vertiginosamente l’intero scenario tutto attorno aiutandosi con i movimenti della testa e della sedia. La regista ci fa entrare nell’intimità delle baracche registrando sul posto il sonoro in un sofisticato sound design. Da non sottovalutare il suo lavoro di preparazione alle riprese; di accettazione e sensibilizzazione dei rom nel divenire attori della docufiction e infine ne sfrutta il grottesco e la teatralità della recita sommandoli nel montaggio a simboli come la stella della Mercedes, i Rolex e la passione per l’oro che convenzionalmente la nostra società attribuisce alla popolazione zingara. Nei contenuti fa emergere alcune problematiche legate al loro vivere nella baraccopoli privi di cittadinanza e a cui le autorità greche impediscono la scelta di un luogo di sepoltura, un po’ come il problema del vecchio Edipo nel mito di Sofocle.
Molti progetti tendono ad ancorarsi al passato guardando sia alla storia che al mito. Si intitola Sirens (2019-2020) il cortometraggio della fotografa Nan Goldin, alludendo al canto magico delle sirene mitologiche che attiravano i marinai verso le coste conducendoli alla morte; nel video esse diventano la metafora di quanto succede con gli stupefacenti, omaggiando Donyale Luna top model afroamericana e musa di Andy Warhol, morta di overdose. Il video non nasce da delle riprese realizzate dalla nota fotografa bensì dalla selezione di una trentina di film di registi di un certo calibro da cui sono state scelte alcune scene di ballo: il montaggio di brevi clip ad effetto glamour mostra i corpi che si muovono attraversati da allucinazioni e alterati da sostanze stupefacenti.
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LUCI E OMBRE D'OTTOBRE

Appuntamento con l’arte alla Galleria Ess&rre il 1 ottobre alle ore 17 della mostra “LUCI E OMBRE D’OTTOBRE” con un aperitivo con gli artisti Paul De Haan, Gaia Maria Galati, Laila Scorcelletti e Maria Grazia Russo Furstenberg. Saranno ospitate le opere in arte materica di Piero Orlando e le splendide lampade di Mattia Fabietti con le bellissime barche a fare da cornice a questo nuovo evento ricco di novità. Le telecamere di Antonello Nazarini che immortalerà tutto l’evento e le suadenti note del violino di Federica Quaranta.
Laila
Inoltre il 9 ottobre partirà dalla Galleria l'evento “C'ERA 'NA VORTA L'OTTOBRATA ROMANA 3° EDIZIONE 9 OTTOBRE 2022” promosso dalla DMO H2O TEVERE MARE e organizzato dall'Associazione culturale LE TARTARUGHE.
Insomma un evento nell’evento in cui l’arte
in tutte le sue forme sarà indiscussa protagonista. Arte contemporanea e arte antica negli scavi di Ostia Antica.
Curatori Alessandra Antonelli e Fabrizio Sparaci.
Info:
+39 329 4681684 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orari Galleria: lun. ven. 10-13 e 16-19 sabato 17-19 domenica su appuntamento.
Schermata 2022 09 23 alle 12.24.07
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