Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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“due minuti di arte”

di Marco Lovisco
Mare Turner
In molti lo hanno navigato, tanti (troppi) sono stati inghiottiti dalle sue acque, tutti almeno una volta sono rimasti ipnotizzati dal suono delle onde che si infrangono sulla riva, i più sensibili lo hanno cantato, alcuni lo hanno ritratto. È di questi ultimi che voglio parlare. È il mare che voglio raccontare.
Ho selezionato le opere d’arte di sei artisti, per un ipotetico viaggio (in nave, ovviamente) tra stili, epoche e culture diverse.
1. La grande onda di Kanagawa
(Katsushika Hokusai 1830-1831)
Fa parte di una serie di xilografie dal titolo 36 vedute del monte Fiji, realizzate dal maestro giapponese Hokusai tra il 1830 e il 1831. La grande onda di Kanagawa è la più celebre della serie ed è una delle opere più note dell’arte orientale. Ciò che colpisce è il moto armonico delle barche che paiono danzare con le onde in un equilibrio dinamico, rischioso e perfetto, con il monte Fuji sullo sfondo, immobile a segnare il centro dell’opera, dove si concentra l’occhio dello spettatore. L’opera esiste in varie copie, custodite nei più importanti musei del mondo.
2. Tempesta di neve, battello a vapore al largo di Harbour’s Mouth
(William Turner 1842)
Ho scelto un’opera di William Turner perché è un artista che ha amato il mare, forse per il suo prezioso silenzio o per la luce del sole che si rifrange sulla superficie dell’acqua. L’artista inglese amava il mare, anche quando diventava cattivo. La leggenda vuole che un giorno si fece legare in cima all’albero maestro della nave nel corso di una tempesta, per ammirare da un punto di vista privilegiato la sublime potenza del mare. Ho scelto Tempesta di neve, battello a vapore al largo di Harbour’s Mouth perché dimostra quanto il mare sia magnifico, anche quando fa paura.
3. Impression, soleil levant
(Claude Monet, 1872)
Mare monet
L’opera di Claude Monet è una delle più interessanti, perché nasconde dietro di sé una storia e un’inconsapevole rivoluzione. Impression, soleil levant può infatti essere considerata la prima opera dichiaratamente “impressionista”. La storia è questa: Monet, insieme ad altri artisti che erano impressionisti ma ancora non lo sapevano, nel 1874 espose a Parigi il famoso dipinto, che rappresenta il porto di Le Havre all’alba. Il critico d’arte Louis Leroy visitò la mostra e criticò aspramente le opere e gli artisti che le avevano esposte. In un suo articolo prese spunto dal quadro di Monet per definire “impressionisti” quel gruppo di artisti, in quanto incapaci di rifinire le loro opere che ai suoi occhi risultavano colpevolmente incomplete. Monet e i suoi colleghi colsero la palla al balzo e accolsero questo nome, in segno di sfida. Alla fine ebbero ragione loro.
4. L’onda
(Paul Gauguin, 1888)
Forse non tutti sanno che Paul Gauguin nel corso della sua vita avventurosa ha fatto anche il marinaio. Per questo, se si parla di mare non posso non menzionare almeno un’opera di questo grande artista francese. Ho scelto L’onda – The wave, opera del 1888 per sottolineare la differenza tra il mare dipinto da Gauguin e quello ritratto dai suoi contemporanei, gli artisti impressionisti. Per Gauguin il mare è potente, aggressivo e vivo come una belva che non può essere addomesticata.
Mare van gogh
5. Seascape at Saintes-Maries – Fishing boats at sea

(Vincent Van Gogh, 1888)
Dipinto nello stesso anno in cui Gauguin realizzava il suo dipinto L’Onda, Seascape at Saintes-Maries è un quadro molto interessante perché mostra ancora una volta la capacità di Vincent Van Gogh di creare opere con uno stile inconfondibile, al di là delle correnti artistiche e culturali del suo tempo. Le pennellate dense del maestro olandese dipingono il mare Mediterraneo, visto dalla costa di Saint-Maries-de-la-Mer, paese francese a pochi chilometri da Arles, luogo in cui Van Gogh visse in compagnia del collega Paul Gauguin. L’opera fa parte di una serie di dipinti sullo stesso tema.
mare gericault
6. La zattera della medusa

(Théodore Géricault – 1818/1819)
Concludo la mia selezione con questo drammatico dipinto dell’artista francese Théodore Géricault. Rappresenta un evento accaduto realmente, quando la fregata francese Méduse fece naufragio al largo della Mauritania, nel 1816. In quel frangente una parte dell’equipaggio (147 marinai) furono costretti a trovare rifugio su una zattera di fortuna, non avendo scialuppe a dispo- sizione. Di loro, solo 13 si salvarono. Il dipinto è un drammatico monito che, no-nostante siano passati due secoli, appare tremendamente attuale, pensando alle migliaia di uomini che prendono il mare su zattere di fortuna per attraversare distese d’acqua colme di promesse e tempeste che rischiano di soffocare vita e speranza.
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PAVLE PEROVIĆ

a cura di Svjetlana Lipanovic

Pavle Perović pittore croato nasce a Zadar sulla costa dalmata, nel 1952. Presto scoprì il suo innato talento artistico e incoraggiato dalla madre iniziò a dipingere. Il suo primo quadro ad olio “Il Cristo sulla croce” fu realizzato con le dita poiché non possedeva i pennelli ma, per il desiderio di dipingere riuscì a superare tutti gli ostacoli. L’artista proviene da una famiglia in cui ha ricevuto una solida educazione cattolica che sarà il fondamento della sua vita. Tra i parenti stretti si notano i quattro frati francescani attivi nella vita culturale del paese e, le tre suore che furono i fratelli e le sorelle del padre. Il clima familiare intriso di spiritualità e dell’amore per la Patria ha indirizzato le sue scelte politiche creando in lui una forte ribellione contro il regime comunista, al potere nell’ex-Jugoslavia. Durante “La primavera croata” nel 1971, il giovane Pavle scrisse le frasi con cui chiedeva la libertà e l’indipendenza per la Croazia, sui muri della facoltà a Zadar. Come tanti altri studenti e la gente comune fu arrestato e torturato dalla polizia segreta UDBA. La sua esistenza si tinse di colori cupi che annunciarono gli anni di lotta. Riuscì a scappare in Germania dove si unì all’esercito HNO - La resistenza popolare croata, in cui raggiunse il grado di Colonello. Nel 1976 una svolta drammatica segnò gli anni a venire. Fu arrestato e condannato a nove anni di prigione. Anche questa volta, dopo qualche tempo riparò negli Stati Uniti. La sorte avversa fece che in Canada lo riportarono in prigione e in seguito fu estradato in Germania che rifiutò di consegnarlo al Governo jugoslavo. La sua avventurosa vita così piena di luci e di ombre fu sempre un connubio fra arte e lotta per la libertà della Croazia. Ares il dio della guerra e Venere la dea della bellezza e dell’arte sono stati continuamente al suo fianco nel lungo percorso esistenziale. Perović ha continuato a dipingere anche nella prigione vendendo le sue opere tramite la rinomata galleria “Art Glevie sari”. Ha approfondito l’arte pittorica studiando i maestri del passato, e non ha voluto mai accettare i dettami dell’arte moderna. Si è dedicato anche alla musica e alla poesia. Il suo detto è che “non è importante sapere ma credere, perché dalla fede, nasce il sapere”. Le sue circa 1000 opere dove predomina il realismo, sono create negli anni passati spaziando tra vari temi e diverse tecniche. Nelle sue tele si notano spesso le scene e i paesaggi dell’amata Dalmazia. Le vecchie barche arenate sono minuziosamente descritte con tutti i dettagli, come le piccole case in pietra, le distese marine, gli DSC 9195 Kopie
alberi con i rami piegati dal vento. Questi disegni in bianco e nero sovente sono fatti con la matita o il carboncino. Nel suo universo pittorico il posto d’onore spetta alla serie dei ritratti. Le persone immortalate regalano le espressioni diverse riprodotte con realismo stupefacente. Uno dei soggetti prediletti è suo figlio Pavle ragazzo giovane dal volto gentile. Il colore esplode nei quadri che rappresentano le vecchie botteghe tedesche piene dei DSCN4594
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prodotti variopinti, esposti sugli scaffali. La serie intitolata “La bottega della zia Emma” ricorda il grande pittore americano Hopper celebre per le scene della vita quotidiana nelle città. Gli animali, in particolare i cavalli bianchi simbolo della bellezza e della libertà, oppure i tori con la loro forza indomita sorprendono per l’esecuzione perfetta delle forme. Attualmente residente in Germania, il pittore poliglotta e grande viaggiatore, ha esposto in Croazia, negli Stati Uniti, Argentina, Cile, Perù, Brasile, Bolivia, Spagna, Israele, Germania, Portogallo, Libia, Romania, ecc.. Il tema sacrale merita approfondimento dato che è sviluppato con grande immaginazione creativa nel ciclo dedicato agli apostoli. Perović ha dipinto i sette apostoli mentre gli altri sette apostoli sono stati dipinti dal pittore Ante Milas con cui ha lavorato per quattro anni. Il progetto è una testimonianza della fede con cui si vuole avvicinare in modo semplice e leggibile le straordinarie vite degli apostoli al grande pubblico. Il pittore ha realizzato quadri a forma di rombo rovesciato con il triangolo inserito dove si vedono Andrea, Giacomo il Maggiore, Bartolomeo, Matteo, Giacomo il Minore, Giuda Taddeo, Mattia. Ogni apostolo è colto in un attimo significativo dell’esistenza. Nei quadri sono inseriti vari particolari d’origine croata: la scrittura antica “Il glagolitico”, il rilievo dello stato croato sulla pietra, la montagna Velebit, il Mare Adriatico davanti Zadar, gli abiti sacerdotali e gli oggetti custoditi nella cattedrale a Zagabria. La mostra itinerante intitolata “I 14 Apostoli” ha riscosso il meritato successo in Germania dove l’hanno vista circa 500 mila persone, in Portogallo e in Spagna. Dal 28 giugno all’ 8 luglio 2018 è stata allestita presso i Musei di San Salvatore in Lauro - Museo Donazione Umberto Mastroianni, a Roma, per raccontare nel centro della cristianità l’affascinante storia degli apostoli.

Andrea
Jakov s
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“VERBA MANENT”

Dal 23 Giugno al 5 agosto 2018
Loggiato Comunale - Via Roma
Sarnano
sculture
di
Alberto Bambi, Gianni Guidi, Sergio Monari,
Giovanni Scardovi, Sergio Zanni, Mario Zanoni

Dal 6 Agosto al 9 Settembre 2018
la mostra prosegue a
Monte San Martino
Chiesa di Santa Maria delle Grazie
Interventi critici di Alberto Gross, Francesca Tuscano

Curatori: Marilena Spataro, Alberto Gross

L'evento è promosso da:
Unione Montana dei Monti Azzurri
Con il patrocinio della Regione Marche, Comune di Sarnano, Comune di Monte San Martino
In collaborazione con Ass. Cult. LOGOS,
Museo Ugo Guidi di Forte dei Marmi, Acca Edizioni, Galleria d'arte Ess&rrE di Roma
Patrocinato dal Comune di Sarnano
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La Sibilla appenninica, genio del luogo
Il linguaggio moderno e contemporaneo, definisce “sibillino” un responso oscuro dal tono oracolare. Profetessa di eventi che vengono anticipati enigmaticamente, la Sibilla appenninica, posseduta dal dio, trasmette rivelazioni in chiave simbolica e in forma arcana.
Oggi noi celebriamo con queste sculture la magia e l'enigma misterico di questo territorio, teatro delle profezie di questa figura oracolare, abitante le grotte dei Monti Sibillini, a lei si attribuiscono mitologie arcaiche prodotte dal vaticinio dei responsi. Questa mostra è così una celebrazione di questo oracolo diventato genio del luogo ed evocante antichi poteri femminili tramandati nel tempo.
Giovanni Scardovi
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Logos Contemporary Art Summertime

Vernissage
Mercoledì 8 Agosto, ore 18,30

In mostra
dipinti, sculture, grafiche, foto di maestri dell'arte e talenti emergenti.

Curatori: Marilena Spataro, Roberto Sparaci
Testi critici di Alberto Gross

Logos è parola infinita, eterna, terribile: infinita perché priva di limiti, eterna perché continuamente mutando rinnova per sempre il suo principio di autoaffermazione, terribile perché insondabilmente oscura e indecifrabile. Una mostra d'arte che porti questo titolo dovrà farsi carico di ogni ambivalenza, incontrollabile contraddittorietà, di ogni continuato dissidio ed incoerente ribaltamento di senso, conservando leggerezza di sguardo, maturità percettiva e dolce mistero sognante.
Secondo le dottrine platoniche con il termine “logos” si definiva infatti l'individuazione della differenza, del dettaglio, del segno distintivo che definisce un oggetto nella sua identità, nella sua realtà specifica.
Tra pittura e scultura la mostra si configura come un itinerario a stazioni, a stasimi, molteplici e variegati stimoli in cui riconoscere – di volta in volta – il carattere fondante ed imprescindibile che informa il lavoro di ciascuno degli artisti selezionati.
(Alberto Gross)
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Nel segno della Musa

Giampaolo Bertozzi e
Stefano Dal Monte Casoni.
Quando la cruda realtà incontra l'alchimia del fantastico e diventa arte. Nasce da qui il successo internazionale targato Bertozzi&Casoni.

Un sodalizio artistico che dura da quasi 40 anni e che in breve tempo si trasforma in un importante sodalizio imprenditoriale. Oggi la Bertozzi & Casoni è un nome di prestigio di livello internazionale nel mondo dell'arte.
Quando e come è iniziato questo percorso comune?
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«Ci siamo incontrati e frequentati nella seconda metà degli anni Settanta durante gli studi all’Istituto d’Arte di Faenza, anni in cui era forte in noi il desiderio di intraprendere un mestiere per così dire legato all’arte. L’arte per noi era ed è ancora oggi un modo di vivere. Cominciai io (Paolo), il più vecchio di circa 4 anni, ad aprire uno spazio nel 1977 che chiamai l’arte del già nato, non so ancora se per dire che era destino che ci incamminassimo per il solco dell’arte o perché riflettendo sull’artigianato e sul fare con le mani in un momento - il finire degli anni Settanta - in cui si predicava la sparizione dell’arte a noi sembrava che le mani non fossero separate dalla mente. Nel 1980 decidemmo poi di unire le nostre forze acquistando quello che è ancora lo spazio in cui lavoriamo tutt’ora chiamandolo Bertozzi & Casoni snc, un sodalizio artistico sancito da una società in nome collettivo con tanto di statuto notarile, questo perché credevamo a una sorta di autonomia dell’artista, l’artista come imprenditore unico responsabile del suo destino».
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Immaginavate di ottenere tanto successo?

«No. Ci sono stati anni difficili e anni in cui il nostro quotidiano è stato sperimentare. È stato un momento che ricordiamo pieno di speranza e di stupore in quei momenti abbiamo cercato di trovare la nostra cifra stilistica senza chiedere nulla in cambio, un momento magico che appartiene a un mondo altro...».
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Nella quotidianità come si configura la vostra collaborazione?

«Da sempre il nostro modo di lavorare è impostato sullo scambio di pensieri, sul mettere a fuoco un’idea, parlarne fino a condividerne ogni parte, il lavoro pratico viene svolto da uno o dall’altro ma mai assieme. L’unico caso in cui le mani sono state di entrambi è “Scegli il paradiso” la scultura del miracolo».
Come si è evoluto nel tempo il vostro linguaggio artistico?
«Si è radicalizzato in una soggettività sempre più stringente, in un realismo che noi vogliamo pensare magico, un po’ surreale, forse per noi un ultimo spazio di libertà espressiva».
Vi risulta che il mondo dell'arte di oggi sia in qualche modo cambiato rispetto a quello dei vostri esordi?
«È veramente tutto cambiato in una manciata di anni, il ruolo delle gallerie, la pressione delle aste, le fiere in continua espansione, l’arte assomiglia sempre di più a un prodotto finanziario più che a un prodotto dell’anima».
Quali gli aspetti dell'arte contemporanea che maggiormente apprezzate e quali quelli che vi sentite di condividere meno?
«Apprezziamo la grande apertura culturale e non condividiamo la mercificazione dell’arte che sta creando falsi miti».
Nonostante l'apprezzamento e il prestigio acquisiti all'estero e l'invito che vi giunge da più parti a trasferirvi in altre nazioni, anche oltreoceano, avete scelto di continuare a vivere e lavorare nella vostra Imola, dove vi siete formati e dove da anni svolgete la vostra attività artistica. Quali i motivi di questa decisione, amor patrio o altro?
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«Abbiamo sempre pensato che un buon radicamento potesse produrre una buona pianta, crediamo che si possa lavorare dove ci si sente meglio, è il lavoro che deve parlare al mondo, non è facile ci vuole fortuna e caparbietà».
Le vostre opere sono sempre delle sculture realizzate in ceramica. In tal senso essere cresciuti in un territorio vicinissimo a Faenza, quindi a stretto contatto con gli ambienti dell'artigianato artistico di questa importante capitale della ceramica mondiale, vi ha in qualche modo influenzato?
«La nostra formazione inizia a Faenza all’Istituto d’arte per la ceramica, abbiamo conosciuto questa tecnica negli anni scolastici e ne abbiamo fatto il nostro materiale di espressione capendo che portava in sé grandi potenzialità espressive formali».
Se da una parte i vostri lavori rimandano nella loro costruzione stilistico formale alla pop art, dall'altra non si può fare a meno di individuare non poche suggestioni surreali. Ne saltano fuori opere di straordinaria originalità e inconfondibili che ci portano dritti allo stile Bertozzi & Casoni. Quale il background artistico e culturale che ha consentito questo “miracolo”?
«Abbiamo da sempre guardato con attenzione a tutti i maestri dell'arte del passato e a tutto quello che ci circonda trovando in questo infiniti spunti per riprodurre composizioni che sono contemplazioni del presente in cui inseriamo la riflessione sulla morte».
Da qualche anno in una splendida location di Sassuolo è stato fondato il museo Bertozzi & Casoni. Con quale spirito è nato questo museo e quali gli obiettivi e i progetti che vi proponete di portare avanti?
«A dicembre 2017 si è aperto a Sassuolo alla Cavallerizza Ducale il Museo Bertozzi & Casoni un riconoscimento importante che grazie all’ing. Franco Stefani si è concretizzato. Lo spazio ospita una ventina di opere che appartengono ai momenti più significativi del nostro percorso. L’idea è di realizzare nel corso del tempo una programmazione che ci porti a confrontarci con altri autori, un dialogo che possa essere di stimolo e di discussione nel mondo culturale contemporaneo. Il primo è stato inaugurato lo scorso 14 giugno con l’esposizione di un significativo nucleo di opere in ceramica di Galileo Chini».
I vostri lavori più recenti sono quasi sempre incentrati su aspetti problematici legati alla natura e alla società del mondo di oggi. A vostro avviso l'arte oltre che all'estetica deve guardare anche all'etica?
«Nel 1979 abbiamo realizzato alcuni lavori che portavano il titolo di “minimi avanzi”. Erano delle sparecchiature sotto forma di sagoma in ceramica realizzate in un curioso puntinismo fatto di tre colori - rosso, verde, giallo - una sorta di memento mori ancora in fase embrionale. Per molto tempo abbiamo pensato che le uniche implicazioni a cui fare riferimento per creare un’opera fosse la composizione e la compenetrazione tra forma e colore, ma osservando le opere degli ultimi 30 anni quello che è evidente è che abbiamo realizzato “vanitas” e opere dove gli attori principali erano o sono animali in estinzione come ad esempio l’orso polare e il gorilla, quindi non è solo l’estetica ma anche e soprattutto l’etica che ci accompagna».
E' lecito pensare che Bertozzi & Casoni, arrivati al top dell'arte internazionale, custodiscano ancora un sogno nel cassetto che attende di realizzarsi?
«Il sogno che abbiamo nel cassetto è di essere compresi. Un bisogno che non sappiamo spiegare».
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I Tesori del Borgo

BOVA
Nel cuore dell'Aspromonte. Tra arte, storia, antichi miti e
paesaggi paradisiaci:
“Nido di falchi, culmine di altezza cui giunge solo il buon camminatore, sogno d’un leggendario costruttore ch’eresse opra di forza e di bellezza…”
(dalla Poesia “Bova” di Domenico Napoleone Vitale, poeta classico della Calabria Greca).
di Enza Cavallaro

La strada s'inerpica fino a 820 metri con grinta. Alle spalle la suggestione dell'azzurro Jonio. Il sole si diverte a fare giochi di luce. Riflessi di ali argentate attraversano la stretta striscia di asfalto. I primi contrafforti dell'Aspromonte prendono forma come creta modellata dalle mani dell'uomo. Pieghe di un vestito dai fili verde, arancio, grigio e oro. Bova, solitaria, si aggrappa al roccione che la sorregge da tempo immemorabile sgretolandosi poi ai piedi del castello. Dietro svetta una spalliera di pietra a strati, roccaforte della natura. Le tegole delle case scivolano sui sentieri battuti dal viaggiatore.”
(Edward Lear, Diario di viaggio in Calabria e nel Regno di Napoli, 1852).
BBova 6
ova, la Chôra, collocata in cima ad un panoramico monte di 850 metri s.l.m., appare da lontano come un grumo di case addossate ad un’enorme roccia. È situata al centro del versante sud dell’Aspromonte, nella parte in cui l’estremità meridionale della catena montuosa degli Appennini incontra il Mediterraneo, di fronte alle coste siciliane, lì dove il mare Jonio unisce l’Aspromonte all’Etna.

È raggiungibile da Reggio Calabria o Catanzaro percorrendo la S.S.106 Ionica in macchina oppure in treno. Giunti a Bova Marina si abbandona la litoranea e si imbocca, all’altezza dello stadio comunale, una strada che in nove agevoli km porta al paese. Un percorso alternativo ma bello, anche se più impegnativo, è la tortuosa vecchia Provinciale che sale a Bova dal bivio di Bova Marina in 14 Km.
La Chora è un piccolo scrigno di storia, miti e monumenti. È ricca di bellezze naturali, con i suoi terrazzamenti e i suoi panorami, è semplice e silenziosa, tutta da godere girovagando tra le strette vie del suo centro medievale. Si può apprezzare la cordiale ospitalità della gente, godere dell’azzurro cielo e dei colori del sottostante mare, gustare la sua genuina cucina.
L’unico invito è rispettare questo luogo col silenzio e la pulizia per contribuire a mantenere il suo fascino e a creare un fruttuoso rapporto di amicizia con il luogo e i suoi abitanti che salutano con il suono della antica lingua: Elàste me agàpi, amèste me irìni ce ighìa (Venite con amore, partite con la pace e la salute).
Chi giunge nella Chora incontra lei: la locomotiva a vapore Gr 740/054, che è stata collocata il 14 dicembre del 1987 ed è l’unica locomotiva a trovarsi a 8.50 m. s.l.m. Bova è caratteristica per le sue antichissime tradizioni di cultura e di arte, ricordiamo che è uno dei Borghi più belli di Italia pregiata pure della Bandiera Arancione ed è gioiello di Italia.
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Continuando la passeggiata, si incontra il sentiero della civiltà contadina, un museo all’aperto nel comune di Bova, un percorso che si snoda nei vicoli, dove sono stati installati i principali strumenti di lavoro della cultura contadina: macine da mulino ad acqua e a trazione manuale, torchi e presse di frantoio, abbeveratoi per animali, palmenti per pigiare l’uva, torchi per estrarre l’essenza del bergamotto e molti altri oggetti appartenenti all’antica civiltà agricola della Civiltà contadina è un viaggio nella storia personale di un uomo e, allo stesso tempo, nella cultura collettiva di un territorio. Bova conserva molti beni culturali: la chiesa di San Leo (XVII sec.) con statua marmorea del santo del 1582; la chiesa dell'Immacolata (XVIII sec.); la chiesa di Santa Caterina, con statua marmorea della Madonna col Bambino (1590) proveniente dalla chiesa dello Spirito Santo (XVI sec.); la chiesa di San Rocco; la cattedrale di Santa Maria Isodia (presentazione di Maria Vergine), che custodisce una statua marmorea della Madonna col Bambino, opera di Rinaldo Bonanno (datata 1548) e poggiante su un blocco raffigurante lo stemma di Bova; palazzi della cultura; il museo della lingua greco calabra “ Gherard Rohlf”; i ruderi del castello normanno.

Nella parte alta del castello si può vedere incisa nella roccia un'impronta che secondo una leggenda antichissima, sarebbe quella della regina che abitò il castello, che fece incidere il suo piede come simbolo del proprio potere. Le antiche origini della città di Bova sono testimoniate dai numerosi ritrovamenti archeologici rinvenuti in prossimità del maniero risalenti al periodo neolitico, anche se le prime testimonianze storicamente documentate sull’esistenza di Bova risalgono ai primi anni del secondo millennio, quando tra il 1040 ed il 1064 i Normanni si imposero su Arabi e Bizantini nella dominazione della Sicilia e della Calabria. Del periodo neolitico si ha traccia anche nel sito di San Salvatore che fu scoperto nel 2003 in seguito a una ricognizione di superficie e a prospezioni geofisiche (magnetometro e resistività). San Salvatore è un insediamento fortificato situato sulla cima pianeggiante di un colle, a 1260 m sul livello del mare.
Tra i dodici siti e manifestazioni selezionati come “Meraviglie della Calabria” è stata scelta anche la Festa delle Palme (oppure Pupazze o Persephoni) di Bova come manifestazione della tradizione culturale.
L’usanza si manifesta come un momento di collettiva sacralità popolare, e consiste nel portare in processione, fino al santuario di San Leo, principale chiesa di Bova, delle grandi statue femminili “scolpite” con foglie di ulivo.
E’ la valorizzazione di un antico borgo che ha resistito nei secoli alle invasioni di popolazioni straniere, alle calamità naturali, agli stravolgimenti della modernità e che continua con fierezza e orgoglio a rappresentare un’eccellenza della Calabria e dell’intero Paese.
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L’estate 2018 al Museo Ugo Guidi di Forte dei Marmi

Ultima sala Foto G. Mozzi
Si è conclusa nel mese di giugno la significativa mostra “Achille Funi e Ugo Guidi: Ricordi di un’amicizia” che si è sviluppata in una serie di opere che hanno visto lo scambio di ruoli tra i due maestri: Funi dipingeva una scultura di Guidi e Guidi a sua volta ritraeva Funi intento a dipingere. Dal 1 luglio al 13 all’interno del museo e negli spazi a disposizione del Logos Hotel viene presentata la mostra “La forza del colore”, collettiva di artisti, promossa dalla Galleria bolognese L’Alunno a cura di Calogero Cordaro mentre dal 15 al 30 luglio le stesse sedi vedono l’esposizione delle opere dell’artista toscano Lanciotto Baldanzi nato a Terricciola (Pisa) nel 1949. “I quadri sono la sua introspezione quotidiana, - così lo presenta Allegra Santini - un ininterrotto racconto interiore che oggi presenta, anche con una non celata ritrosia, al Museo Ugo Guidi. Conobbi Lanciotto per pura casualità. Era un giorno d’agosto di due anni fa e Tristano, suo figlio, mi portò a Terricciola per conoscere suo padre e per farmi vedere il suo curioso mondo di cui avevo sentito parlare. Salendo le scale del condominio lo vidi sull’ingresso della sua casa con un grande sorriso nascosto dalla folta barba bianca. - Siete arrivati finalmente!- disse spalancando la porta e invitandoci dentro. Entrata nell’appartamento, non riuscii a credere ai miei occhi. Incisioni sui muri, preghiere, date, quadri completi e non, pezzi di carta ritagliati pronti per essere incollati, dipinti sul letto, al posto dei tappeti, contro le pareti del bagno e della cucina. Non mi ritrovai in una casa, bensì, in un diario dove un uomo per anni aveva lasciato un segno dei suoi pensieri, dai più malinconici ai più amari. Coloratissime immagini surreali e oniriche facevano da cornice alle finestre contro le brulle colline di fine estate. Lanciotto non parlò molto, o meglio, parlò molto, ma non troppo di sé, lasciò che parlasse tutto quello che ci circondava ed io dopo quel giorno tornai a trovarlo più volte ed ebbi la possibilità tra una piacevole chiacchiera e l’altra, di selezionare, fotografare e schedare con grande entusiasmo solo una minima parte delle sue opere in una raccolta, con l’accordo di omettere alcuni titoli dei quadri, a lui profondamente ed intimamente cari. Non mi intendo d’arte, ma rimasi davvero stupefatta da quel luogo, dalla sua figura e dalla sua immensa produzione. Ma la verità è che nessuno può rimanerne indifferente.”
Nel mese di agosto viene presentato il “Premio Internazionale d’Arte Arturo Dazzi” a cura di Asartmagazine, concorso che mira alla promozione e valorizzazione dell’arte contemporanea offrendo un’importante occasione di visibilità ad artisti di ogni provenienza. Il concorso prevede la selezione di 100 opere suddivise in quattro sezioni: pittura, scultura e istallazione, fotografia e grafica con pubblicazione nel catalogo ufficiale del premio e importanti premi ai primi due classificati. I vincitori sono annunciati nel corso della cerimonia di premiazione nel giorno 30 agosto 2018.
Dal 2 al 21 settembre viene ricordato il 500° anno della presenza di Michelangelo in Versilia con la mostra “Nel Segni di Michelangelo”, collettiva di artisti a cura di Lodovico Gierut. Infine dal 23 settembre fino al 2 ottobre è esposta al MUG una parte delle opere della collezione del Museo stesso a testimonianza delle oltre 140 mostre ospitate dal curatore Vittorio Guidi in occasione delle “Giornate Europee del Patrimonio” promosse dal MIBACT col patrocinio del Parlamento Europeo. Tutta la programmazione del museo è inserita nella comunicazione ufficiale del Comune di Forte dei Marmi, nelle brochure stampate dal Comune e sulle riviste Forte Magazine e Forte International. La programmazione del Museo Ugo Guidi prosegue fino alla primavera 2019. Per info o rimanere informati dell’attività museale:
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Tano Festa e Andrea Greco alla Galleria Ess&rrE

Due anime diverse, due epoche diverse, due differenti modi di vedere e creare la pittura. Due artisti apparentemente divisi per tante ragioni e riuniti sotto l’egida della Ess&rrE di Roberto Sparaci, che nella programmazione estiva della galleria al Porto Turistico di Roma, cala una carta importante, quella del Pop italiano e dell’informale di ultima generazione. Tano Festa, citato per convenzione insieme a Schifano ed Angeli, ha segnato con la sua pittura di indagine e di varia ma concettualmente unita ispirazione un’epoca gloriosa e controversa. Andrea Greco, talento lombardo dal tratto feroce ma meno sregolato degli inizi. Due potenti espressioni del recente passato e del presente e futuro di un’arte, quella italiana, a nessuno seconda. In questi termini va letta l’accoppiata delle opere dei sue artisti, che saranno esposte dal prossimo 14 luglio nei locali della Ess&errE, di recente scenario della mostra “CalifArte” e di continuo protagonista con le personali di artisti italiani di diversa estrazione. La mostra, curata da Giorgio Barassi, tende a cercare il consenso di chi non limita l’orizzonte delle sue scelte alla certezza del grosso nome, e inaugura di fatto una stagione di collimazioni, avvicinamenti, contiguità fra i Grandi del Novecento e i più interessanti talenti della nostra pittura. Una operazione apparentemente azzardata, che permette a un giovane talento come Andrea Greco, di cercare la scena a fianco di un nome importante della storia della pittura nazionale. Festa, con le sue sperimentazioni che hanno viaggiato a corrente alternata nella radice delle ispirazioni, miete succesi tra i collezionisti più raffinati da molti anni, e trova consensi tra i più o meno giovani, nelle riletture degli anni 70 e delle stagioni a quell’ epoca connesse, vissute appieno dall’ artista Pop e dai molti suoi sodali.  Greco, approdato al suo nuovo ciclo “ Le Muse ”, ha conosciuto già scenari internazionali, esce da una mostra di successo a Milano e rappresenta una evoluzione del concetto restrittivo di “infomale”, puntando ad un riordino della sua prima fase creativa attraverso la sovradipintura dei pentagrammi e confermando un gradimento in ascesa con gli inediti che saranno presentati alla Ess&errE. Vernissage alle 18.30 di sabato 14 luglio, la mostra è visitabile fino al 20 luglio. Monografia dedicata all’evento nel nuovo numero di Art&trA, Acca Edizioni Roma.

"Due cuori...una tela"

La Galleria Ess&rre con la mostra “Due cuori…una tela” vi porta a fare un viaggio attraverso speranze, sentimenti e sogni, catturati dalle sensibilità di questi due artisti che con il loro sentimento umano sono pronti a restituire con un ritratto oggettivo del qui e dell’ora. Elena Lista e Fabrizio Calabrese sono artisti di levatura nazionale che hanno preso parte a diverse manifestazioni, mostre personali e collettive intervenendo in incontri, dibattiti ed esposizioni. E a fare da sfondo a questa mostra personale i luoghi suggestivi di Roma, precisamente il Porto turistico di Ostia, dove per 7 giorni si potranno ammirare circa 25 opere figurative che rappresentano la produzione di questi due artisti che sono anche compagni inseparabili di vita e che grazie alle loro capacità pittoriche riescono a sorprenderci ogni volta poichè la loro pittura è figlia di un lavoro, caparbio e appassionato, che li porta lontano e poi di nuovo vicinissimo, che racconta la realtà nello spazio di una tela, creando delle opere che saranno per forza di cose diverse l’una dall’altra ma che, più di ogni cosa, cercheranno di coinvolgere i visitatori in quello che ognuno di loro, attraverso la pittura, vuole intendere.

Roberto Sparaci Direttore Artistico

Galleria Ess&rrE

Porto turistico di Roma

L.mare Duca degli Abruzzi, 84 – 00121 Ostia lido (RM)

Tel. 06 42990191

Cell. 329 4681684

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ROBUR "Emozioni colorate"

Dal 30 giugno al 6 luglio 2018

Alla Galleria Ess&rrE al Porto turistico di Roma si inaugura la mostra di Robur.

Artista di notevole talento che nel corso della sua lunghissima carriera artistica ha volutamente rimanere nel limbo come in una sfida con se stessa e oggi, grazie alla presa di consapevolezza, ci regala una mostra personale che ripercorre appunto tutta la sua vita artistica con circa 25 opere di notevole fattura. Olii e tecniche miste, paesaggi boschivi, volti e astratti che colpiscono per la capacità cromatica, per la generosità delle pennellate e per espressività dei volti che non possono lasciare indifferenti.

Autodidatta per scelta, è spinta inizialmente dallo sfidare se stessa nel riprodurre più fedelmente possibile le immagini della natura.

In seguito ciò che la guida è il piacere di emozionarsi ed emozionare con giochi di colore e contrasti, il tutto dato da dipinti sempre più grandi che consentono allo spettatore di entrare all’interno dell’opera dando quasi l’illusione di respirare l’aria pungente e muschiata di un bosco in autunno o la brezza salmastra del mare.

I volti rappresentati colpiscono invece per la loro umanità riflessa negli occhi dei personaggi in cui si può intravedere proiettivamente una storia e un’anima.

Ultimo approdo trasformativo è l’astratto: qui tutto è in movimento ed in lotta vitale, le forme diventano curve e linee essenziali la cui impalcatura dà senso all’esistere.

Info: Galleria Ess&rrE – Porto turistico di Roma – locale 876

Lung.re Duca degli Abruzzi, 84 – 00121 Roma

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