Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Les fleurs et les raisins - Trasversali allegagioni d’arte

Il lato caldo della luna.
di Alberto Gross
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Piccola, piccolissima la Valle d’Aosta, con un clima difficile ed una conformazione territoriale quasi impervia: tuttavia la dedizione, il genio e la capacità dell’uomo sono riusciti - nel corso dei secoli - a gestire tali disagi e impedimenti volgendoli, al contrario, come fondamentali punti di forza per ottenere prodotti dalle caratteristiche uniche.
La viticoltura si sviluppa da nord-ovest a sud-est seguendo tutto il corso della Dora Baltea e prediligendo la sinistra orografica del fiume, denominata “adret” (a differenza della destra, “envers”, esposta a nord e caratterizzata prevalentemente dalla presenza di boschi).
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I pochissimi produttori - per la maggior parte organizzati in cooperative - si dividono i circa 400 ettari di superficie vitata tra terrazzamenti, muretti a secco e sistemi di allevamento a pergola bassa, per ridurre al minimo i danni del vento e del gelo invernali e per sfruttare il calore restituito dal terreno, giustificando e meritandosi l’appellativo, oramai comune, di viticoltori eroici. Ai piedi del Monte Bianco, tra i comuni di Morgex e di La Salle, i vigneti si innalzano fino ai 1200 metri di altitudine: è questo il territorio d'elezione del Prié Blanc, unica varietà autoctona a bacca bianca dalla particolarità di essere coltivata a piede franco, dal momento che anche la fillossera preferisce evitare di "lavorare" a queste quote e con temperature più che rigide. Ulteriore qualità del Prié Blanc quella di germogliare tardivamente - evitando così le possibili gelate primaverili - e di maturare presto, mantenendo quell'elevata acidità che lo rende particolarmente vocato anche per la spumantizzazione a metodo classico.
L’autentico gioiello però che se ne ricava appartiene a quella categoria esigua di vini nati negli angoli più freddi della mappa vitivinicola mondiale denominati - a seconda degli idiomi - Eiswein o Icewine.
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Qui si parla di Vin de glace, vini di ghiaccio, quasi una sfida dell'uomo nei confronti della Natura: in sostanza i grappoli vengono lasciati a surmaturare in pianta e vendemmiati oltre la metà di novembre, di notte, poco prima dell'alba, con gli acini parzialmente ghiacciati. La pressatura immediata permette di eliminare la parte acquosa gelata e di trattenere un mosto molto concentrato ma ancora in possesso di un’elevata acidità.
Lo “Chaudelune” di Cave Mont Blanc, una volta vinificato, viene affinato per 12 mesi in botti scolme di differenti carati ed essenze. Il 2020 è uno specchio dorato nel bicchiere; effluvi di erbe alpine, ginepro si intrecciano a profumi più caldi e dolci di camomilla, miele, cera d’api, fico bianco essiccato. Al palato la sensazione tattile è di una cremosità vellutata, la piacevole acidità lo rende teso e dinamico chiudendo, senza stancare, su ricordi gradevolmente speziati.
L’estetica del sublime, con l’intero suo coté di tensione mistica e spirituale, si impadronisce di noi come in un dipinto di Friedrich, ci abbandoniamo alla brevità aforistica dei contrappunti di Debussy vagheggiando le fantasie pomeridiane di un fauno e del suo flauto e cedendo, infine, al meravigliante sogno di Méliès, accompagnandolo a bordo del suo razzo a centrare l’occhio della Luna. 
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Le radici culturali dell’Arte Concreta

Di Rita Lombardi.

L'inizio del XX° secolo segna uno spartiacque, una rottura, tra una tradizione secolare di tipo figurativo, con canoni estetici ritenuti ideali ed universali, ed un’espressione artistica moderna, astratta. Questo passaggio avviene attraverso due vie apparentemente distinte tra loro. La prima è la via formale, lungo la quale si porta alle estreme conseguenze la teoria sull’autonomia dell’arte, mentre la seconda via scaturisce dalle tensioni ideali e spirituali che animano la cultura e la società. Entrambi i percorsi conducono all’astrattismo negando che l’arte si giustifichi con l’imitazione della natura o meglio con l’imitazione della superficie visibile delle cose.
All’inizio del XX° secolo molti uomini di cultura pensano che l’arte deve partecipare all’evoluzione della vita generata dal progresso della scienza e della tecnica, e deve confrontarsi, non con la tradizione di un passato ormai tramontato, ma con la diversa realtà del presente. Quindi l’arte deve rinnovarsi: è imperativo!
Teniamo presente a quale incalzante successione di sbalorditive scoperte scientifiche ed applicazioni tecnologiche hanno assistito e continuano ad assistere le donne e gli uomini di questo inizio secolo. Dopo la fotografia, il treno ed il telefono sono comparsi il cinematografo, il grammofono, la radio, l’illuminazione elettrica, l’automobile, il telegrafo senza fili e l’aeroplano.
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Nel 1894 Rontgen scopre le proprietà dei raggi X che permettono di attraversare la materia e rendere visibile la struttura interna delle cose e dei corpi.
Nel 1898 le prime scoperte sulla radioattività dei coniugi Pierre e Marie Curie.
Nel 1900 Max Planck introduce il concetto di “quanto”.
È del 1905 la famosa equazione E = mc2 con cui Einstein formula l’equivalenza di materia ed energia, indicando il rapporto tra esse.
È sempre Einstein nel 1906 a battezzare “fotone” il quanto di luce.
Nel 1915 Einstein, con la teoria della relatività generale, dimostra che spazio, tempo, materia ed energia sono parte di una più grande simmetria 4-dimensionale.
Tutte queste sconvolgenti novità scientifiche dimostrano che aldilà di ciò che vediamo, fuori dalla portata dei nostri sensi, esistono, senza ombra di dubbio forze, energie, onde, realtà che popolano l’universo e interferiscono con noi e che noi possiamo, se non assoggettare, quantomeno utilizzare.
E allora come negare a priori l’esistenza anche di altre forze, di altre energie, di altre dimensioni che sfuggono ai nostri sensi? Come negare a priori la chiaroveggenza, la telepatia, la telecinesi?
Discende da queste premesse l’appello a studiare i “fenomeni occulti” che l’astronomo Camille Flammarion rivolge ai colleghi scienziati. L’appello poggia su questa dichiarazione di principio “Asserire che i limiti del nostro sapere e della nostra osservazione determinano i limiti della realtà non è un’affermazione scientifica”.
In un certo senso Flammarion incita i suoi colleghi ad andare oltre, oltre l’apparenza e ad affrontare l’ignoto.
E così scienziati, intellettuali ed artisti si interessano di occultismo e spiritismo, seguono con estremo interesse l’attività di medium, partecipando addirittura alle sedute spiritiche, si appassionano a temi come la chiaroveggenza e la telepatia.
Nell’ignoto rientra anche tutto l’universo mistico-spirituale e così intellettuali ed artisti, che desiderano andare oltre le religioni conosciute, accolgono con entusiasmo le filosofie orientali e aderiscono massicciamente alle associazioni “esoteriche” che si diffondono in Europa. Di queste la più importante è la Società Teosofica fondata nel 1875 a New York da madame Blavatsky (in Italia nel 1902). La Teosofia, poggiando sul Buddhismo e sull’Induismo, riporta in occidente i concetti dimenticati di reincarnazione e karma. Madame Blavatsky parla dell’essere umano come portatore di una scintilla divina, a prescindere dalla sua condizione sociale: gli uomini sono pertanto tutti uguali e costituiscono una fraternità universale. Non c’è artista o intellettuale europeo che non abbia un contatto diretto o indiretto con la Teosofia. Tra questi Piet Mondrian che nei suoi anni giovanili cerca di tradurre letteralmente nella sua pittura i principi teosofici che, del resto, lasciano un’impronta sostanziale anche nelle sue opere più mature e più note.
Oggi la Società Teosofica è presente in tutto i mondo, Italia compresa, con numerosi gruppi e centri studi; ha una sua casa editrice e un sito internet.
Nel 1913 in Svizzera Rudolf Steiner fonda la Società Antroposofica.
Steiner si è distaccato dalla Società Teosofica di cui era segretario e conferenziere a causa dell’eccessiva segretezza ed eccessiva aderenza all’Induismo imposta alla società dalla nuova direttrice Annie Besant.
L’Antroposofia si differenzia dalla Teosofia non solo perché pone Cristo al centro della sua visione spirituale, ma anche per la maggiore importanza data alla natura e all’uomo. Secondo Steiner la realtà universale è una manifestazione spirituale in continua evoluzione e la sottostante essenza spirituale è accessibile direttamente dopo un adeguato sviluppo interiore. Steiner crea anche un metodo educativo basato sulle sue teorie. Oggi in Italia sono presenti molte scuole steineriane. Di derivazione antroposofica è anche l’agricoltura biodinamica.
Nel 1922 si trasferisce a Parigi, proveniente dalla Russia, Gurdjieff, che fonda, a sua volta, una società esoterica. I suoi insegnamenti, che combinano Cristianesimo, Buddhismo e Sufismo (in particolare le danze dei dervisci) si diffondono rapidamente in Europa.
Egli introduce il concetto di Quarta Dimensione, una dimensione di ordine superiore non avvertita dai nostri sensi. Le sue tecniche e i suoi esercizi, tenuti segreti, vengono ancora oggi impartiti, non tramite libri, ma da discepoli qualificati.
è da tutto questo panorama che emerge l’Astrazione Geometrica.
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L’Astrazione Geometrica

Dobbiamo considerare la svedese Hilma af Klimt come la pioniera dell’Astrazione Geometrica, perché già nel 1900 dipinge una grande tela tutta cerchi e ovali dove le figure non esistono più. L’artista, che nel 1896 aveva aderito alla Teosofia, dichiara che il suo intento è quello di scoprire il mondo invisibile che esiste dietro quello visibile Confessa, inoltre, che i suoi quadri non nascono da un progetto ma dall’ascolto delle energie. spirituali invisibili. In Fig. 1 una sua opera del 1914. Nello stesso anno partecipa all’esposizione del Baltico a Malmö.
Successivamente diventa membro della società antroposofica e, pur continuando a dipingere, non mostra più le sue opere in pubblico perché è convinta che non possano essere capite dai suoi contemporanei.
Muore nel 1944 e nel testamento dispone che i suoi dipinti sian mostrati al pubblico dopo il 1964. Nel 2013 le sue opere vengono esposte a Stoccolma, nel 2014 nel padiglione centrale della Biennale di Venezia, nel 2018 a New York e poi a Berlino.
Hilma af Klimt è stata una pioniera dell’Astrazione Geometrica, ma non ha influenzato nessuno! Con la sua convinzione di non poter essere capita dai suoi contemporanei e con la conseguente decisione di non esporre in pubblico le sue opere ha dimostrato, a mio parere, orgoglio, presunzione, rigidità e intransigenza: difetti questi che, purtroppo, si incontrano in parecchi ricercatori spirituali. Il vero asceta vive tra la folla.
E sono allora Robert Delaunay e il futurista Giacomo Balla i veri pionieri dell’Astrazione Geometrica.
Il punto di partenza di Robert Delaunay, marito di Sonia Delaunay, è la scomposizione dei colori e per questo si rifà al testo La Legge dei Contrasti Simultanei di Chevreul, usando valori cromatici luminosi per creare ritmi e movimento. In Fig. 2 “Primo Disco Simultaneo” del 1912. Il disco simboleggia il dinamismo della vita moderna e ricorda la ruota, simbolo magico-religioso del karma e dell’energia universale.
Nello stesso anno anche Giacomo Balla arriva all’astrazione geometrica attraverso un processo analitico di scomposizione dei colori. In Fig. 3 “Compenetrazioni iridescenti” del 1914 con lo schema dei triangoli che rimanda ai principi teosofici.
In Russia, Kasimir Malevic, profondamente influenzato dalla teoria di Gurdjieff, approda tra il 1914 e il 1915, a moduli geometrici ai quali imprime un ritmo astratto-dinamico. In Fig. 4 la tela “Suprematismo dinamico” del 1916.
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Secondo Malevic, la forma deve essere svuotata da ogni contenuto simbolico e lo spazio pittorico deve essere libero per la manifestazione di una nuova realtà dominata dalla razionalità. Inoltre per lui la pittura deve concretizzare il pensiero e l’idea nell’astrazione geometrica.
Nel 1917 si arriva, in Olanda, con l’associazione De Stijl (che è anche il nome di una rivista) ad una ridefinizione dell’arte stessa, il cui linguaggio non deve essere più onirico, allusivo, magico o simbolico, ma deve essere univoco come solo nella scienza, e in particolare nella matematica, avviene. In questa associazione si trovano artisti che vogliono costruire “matematicamente” le loro opere pretendendo anche una lettura matematica di esse. Il più famoso tra questi artisti è Piet Mondrian. La sua matematica risiede in due fattori. Il primo fattore è la suddivisione non casuale del quadro, ottenuta con canoni algebrici di tipo rinascimentale. Il secondo fattore è la calibrazione del “peso” dei singoli colori che crea la freschezza e la piacevolezza dell’immagine. In Fig. 5 una sua opera del 1919.
Nel primo numero della rivista De Stijl appare un suo articolo Il Neoplasticismo nella pittura in cui esalta l’armonia intellettuale e lo spirito matematico in opposizione all’Impressionismo caldeggiando la distruzione di ogni forma barocca.
Nel 1926 Piet Mondrian si allontana dal gruppo per divergenze con Theo van Doesburg di cui possiamo vedere in Fig. 6 un’opera del 1920. Sono celebri, sebbene limitati a sporadici studi, le incursioni esplicite di Theo van Doesburg nel mondo magico della matematica, per esempio, nella quarta dimensione. In Fig. 7 un suo schizzo del 1927 apparso sulla rivista De Stijl.
Nel 1919 Walter Gropius fonda a Weimar il Bauhaus (Casa della Costruzione, un Istituto di Arti e Mestieri basato sulla collaborazione tra allievi e docenti.
Il Bauhaus nasce con l’intento di ristabilire la armonia e l’unità tra le diverse attività dell’arte e tra tutte le discipline artigianali ed artistiche. Agli insegnamenti pratici se ne affiancano altri teorici come quelli dedicati alla teoria della visione e della composizione.
Nella scuola si studiano inoltre le caratteristiche psicologiche e fisiologiche dell’essere umano al fine di creare oggetti ed edifici più funzionali.
Gropius chiama ad insegnarvi gli artisti allora più all’avanguardia: Itten, Moholy-Nagy, Kandinskij, Klee, Albers, Theo van Doesburg.
I principi democratici del Bauhaus, invisi agli ambienti accademici e alla borghesia di Weimar, costringono nel 1925 Gropius a trasferire l’istituto a Dessau. Nel 1932 la scuola viene chiusa una prima volta dai nazisti, sopravvive un anno in forma privata a Berlino, ma nel 1933 viene definitivamente soppressa. Gli insegnanti emigrano in Svizzera, in Francia e negli Stati Uniti.
Negli anni Trenta si è ormai fuori dal dichiarato radicale proposito di voltare le spalle al passato, proprio degli individui della generazione che aveva inaugurato il Novecento. Ormai ci si è abituati alle scoperte scientifiche e alle innovazioni tecnologiche e l’Europa vive un momento difficile. Le spinte irrazionaliste e spiritualiste di inizio secolo cominciano a declinare fino a diventare marginali, mentre prendono via via il sopravvento istanze di pura razionalità.
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Nascita dell’Arte Concreta

Nel 1930 ci si interroga sul significato dell’astrazione e sulla scelta dei termini più appropriati per definirla. A causa delle vicende politiche e culturali che travagliano l’Europa, Parigi diventa una città in cui convergono artisti ed intellettuali di varie estrazioni geografiche, politiche e culturali. E in questa città si ritrovano molti artisti che sono accomunati dall’idea che l’opera d’arte non debba avere altro significato che sé stessa. Fortemente critici nei confronti dei colleghi che, a loro dire, “cercano di umanizzare la geometria e geometrizzare l’umano”, si riuniscono attorno a Theo van Doesburg che fonda la rivista Art Concret in cui viene formulato un concetto ben preciso di astrattismo. Nel titolo l’aggettivo concreto racchiude tale concetto, perché chiude, di fatto, la porta a tutte le implicazioni oggettive o simboliche e a tutte le componenti surrealiste. E questa è la spiegazione che van Doesburg dà sul primo numero della rivista: “pittura concreta e non astratta, perché nulla è più concreto, più reale di una linea, di un colore, di una superficie, mentre una donna, una mucca, un albero diventano astratti quando sono dipinti”.
E questo apporto teorico sarà il vero riferimento all’arte concreta nei decenni successivi al di là dell’apporto formale degli artisti che aderiscono al movimento Art Concret nel 1930.
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Il colore e la luce nell’arte di Domenico Asmone

a cura di Fabrizio Sparaci.

Secondo il pittore e musicista svizzero Paul Klee, vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, l’arte deve osservare la natura e l’artista non deve copiare quanto già esiste, ma, con l’immaginazione e sperimentando tecniche e materiali diversi, creare un nuovo mondo di forme naturali e astratte. Un pensiero che calza perfettamente con l’interpretare l’arte di Domenico Asmone, pittore e scultore eclettico tanto nello stile quanto nel linguaggio, che ha nella natura il punto di partenza delle sue opere e che ha voluto intitolare la sua ultima mostra svoltasi dal 3 al 17 febbraio alla Fondazione Luciana Matalon di Milano con una frase proprio di Paul Klee, “Il colore mi possiede”.
Nel capoluogo lombardo l’artista nato a Bologna nel 1963 ma trasferitosi giovanissimo a Pistoia, dove tutt’oggi vive e crea, ha presentato oltre 20 opere tra dipinti ad olio su tela, sculture in ceramica e altorilievi in ceramica smaltata, tutte realizzate negli ultimi tre anni, in decisa dialettica con il suo recente passato.
Una produzione che si distacca fortemente dai suoi primi lavori degli anni Ottanta, quando partiva da un figurativo ragionato e oggettivo, dalle forme delineate e leggibili. Oggi Asmone si esprime ed emoziona il pubblico attraverso un’informale fortemente istintuale e materico, ricco e denso, per una arte caratterizzata dal colore e dalla luce, i due elementi che maggiormente definiscono le sue opere.
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Le opere su tela sono la naturale evoluzione della ricerca poetico-espressiva delle esperienze informali che guardano agli anni Quaranta e Cinquanta del ‘900. Ma per Asmone non si tratta di espressioni volte a testimoniare una tensione sociale o un disagio esistenziale, né tantomeno una critica a tutto ciò che può essere riconducibile a una forma. L’artista vuole restituire l’energia della materia pittorico/cromatica prendendo a riferimento la natura che, dell’energia, ne è la fonte più pura.
Asmone parte dal paesaggio circostante focalizzandosi sulla forza emotiva del colore. Da qui la decisione di porre davanti al titolo di ogni opera l’aggettivo “cromatico”, come ad esempio Cromatico mare o Cromatico rosso, realizzate rispettivamente nel 2020 e 2019 proprio con l’intento di “condizionare” chi le osserva. Lavori che si basano sulla forza dei colori, sui contrasti cromatici e sulle implicazioni percettive che accompagnano la fase emozionale.
La dimensione emotiva che scaturisce dal colore è centrale anche nelle sculture in ceramica, fortemente impattanti nel richiamo a figurazioni primitive e ancestrali.
Il punto di partenza è sempre la natura e la dinamica del cromatismo. Tuttavia, sebbene ci sia coerenza di stile e di linguaggio, il risultato percettivo ed emozionale è del tutto diverso proprio perché il medium non sono più i colori a olio stesi a spatola bensì gli smalti ceramici: la lucentezza della smaltatura, i gradienti di intensità cromatico-luminosa variegati, la singolarità delle gamme cromatiche tipiche degli smalti ceramici, nonché la fusione di due o più colori voluta dall'artista, portano a soluzioni dalla singolare efficacia estetica, come appare evidente in Madre Terra, realizzata nel 2020.
Gli altorilievi in ceramica smaltata, ulteriore evoluzione delle sculture in ceramica dipinta, si caratterizzano per la doppia cottura, prima del corpo ceramico e poi dello smal- to che lo ricopre, offrendo una ulteriore varietà di forme e di effetti cromatici assolutamente inaspettati.
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Ancora una volta l’artista si ispira alla natura, ma ciò che maggiormente colpisce è il forte richiamo alla città di Pistoia e in particolare alle chiese in stile romanico-gotico, che presentano le tipiche facciate bicrome in pietre bianche e verde scuro, oltre agli architravi medievali scolpiti: opere straordinarie dove la citazione alla bicromia delle facciate, così come agli architravi, sono ben intuibili nel connubio forme-colori.
Che si tratti di dipinti o sculture, immergersi nelle opere di Domenico Asmone significa ritrovarsi in una realtà viva e palpabile, nella quale il colore assume un’importanza fondamentale nel trasmettere emozioni, e i giochi cromatici non sono assolutamente casuali, bensì ricercati con sapienza e pazienza, impressi sulla tela o “scavati” nella ceramica.
La mostra alla Fondazione Luciana Matalon di Milano, realizzata in collaborazione con la Galleria Colonna di Appiano Gentile (CO), è stata accompagnata da un catalogo edito dalla Casa editrice “Gli Ori” di Pistoia con testi critici di Nello Taietti, Siliano Simoncini e Alessandro Paolo Mantovani. 
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Kakemono

Cinque secoli di pittura giapponese. La Collezione Perino.
Fino al 25 aprile 2022 al MAO (Museo d’arte orientale) di Torino.
a cura di Silvana Gatti.

Al Museo d’arte orientale di Torino (MAO) è in corso la mostra “Kakemono. Cinque secoli di pittura giapponese”, la prima in Italia focalizzata su questa forma d’arte, con l’esposizione di ben 125 kakemono oltre a ventagli dipinti e lacche decorate appartenenti alla Collezione Claudio Perino, un’importante raccolta di opere acquisite dal collezionista piemontese, fra i principali prestatori e mecenati del MAO. La mostra è a cura di Matthi Forrer, professore di Cultura materiale del Giappone premoderno all’Università di Leida.
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Il kakemono (掛物? letteralmente “cosa appesa”), o kakejiku (掛軸?), è un dipinto o una calligrafia giapponese, realizzato su un rotolo di seta, cotone o carta, e concepito per essere appeso durante occasioni speciali o utilizzato come decorazione nelle varie stagioni dell’anno. Il kakemono si apre verticalmente ed è una decorazione murale da interno. Viene esposto temporaneamente in determinati periodi dell’anno nel tokonoma, una piccola alcova rialzata all’interno delle case giapponesi, e poi riposto, accuratamente arrotolato, in apposite scatole oppure sostituito da un altro kakemono più appropriato alla nuova data. Vi sono famiglie giapponesi che ne possiedono in gran numero, addirittura centinaia. Un po’ come nel mondo occidentale si usano le decorazioni natalizie o pasquali, per poi accantonarle fino al nuovo anno. Rotoli preziosi estremamente diffusi in Giappone e in tutta l’Asia orientale, dove assume nomi differenti. Oltre al Giappone, la tradizione dei rotoli appesi è tipica anche dell’arte in Cina, Corea e Vietnam, e rappresenta il corrispettivo del “quadro” occidentale. Mentre le nostre tele o tavole hanno un supporto rigido, i kakemono presentano una struttura piuttosto morbida e sono concepiti per una durata limitata nel tempo.
Esposti nel tokonoma (alcova) delle case giapponesi o esposti per qualche ora soltanto nell’atmosfera ariosa di un giardino, queste particolari opere d’arte danno l’idea del tempo e del movimento, mentre i dipinti su tela o tavola tipici della tradizione occidentale restano immutabili nel tempo. Differenze che sono lo specchio di una diversa concezione estetica e filosofica: alla base delle opere su rotolo si trova infatti un’allusione all’instabilità e al mutamento quali elementi della vita.
In questa mostra i kakemono sono allestiti in cinque sezioni tematiche (fiori e uccelli, animali, figure, paesaggi, piante e fiori) che trasportano il visitatore in un viaggio interessantissimo, in cui raffigurazioni minuziose e naturalistiche, curate nei minimi dettagli, si alternano ad altre di stampo minimale e rarefatto, dove la forma si dissolve diventando segno evocatore di potenti suggestioni che anticipano l’astrattismo.
In Oriente i pittori dipingevano contemporaneamente in maniera “impressionistica”, “espressionistica”, “astratta” secoli prima che analoghe forme espressive cominciassero ad apparire in Occidente. A differenza dell’Occidente, i diversi stili pittorici hanno convissuto, senza escludersi a vicenda nel tentativo di definire veri e propri movimenti artistici.
Fra i kakemono esposti al MAO figurano alcune opere dei maggiori artisti giapponesi, tra cui Yamamoto Baiitsu, Tani Buncho, Kishi Ganku e Ogata Korin. Nella tradizione giapponese i Kakemono vengono osservati dal basso, seduti sul “tatami”. L’allestimento delle opere nella mostra rispetta questo punto di vista.
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Fin dai tempi antichi il genere kacho-ga, “dipinti di fiori e uccelli”, è stato tra i principali delle tradizioni pittoriche cinese e giapponese. Gli uccelli vengono dipinti in associazione predefinita con determinati fiori, piante o alberi. Anche gli uccelli esotici, come i pavoni, importati in Giappone per lo più da mercanti olandesi, sono stati rappresentati nei dipinti, come in quello di Araki Kanpo (1831 - 1915), Coppia di pavoni su un pino, dipinto a inchiostro e colori su seta esposto in questa mostra. Questi volatili erano importati dall’estero e, nel periodo Edo, erano molto apprezzati dai samurai e venivano allevati in grandi voliere.
Gallo e gallina, meglio se con pulcini, rappresentano la famiglia felice, come nel kakemono dipinto da Cho Gessho (Kyoto, Nagoya, 1772-1832), Un gallo con una gallina che protegge un pulcino, presso una pianta di amaranto. Il gallo domina la scena passeggiando, mentre la gallina si prende cura del piccolo: una bellissima rappresentazione di famiglia felice e armoniosa.
Simbolo di fedeltà coniugale, raffigurate sempre in coppia nei dipinti, sono anche le anatre mandarine, protagoniste di diversi kakemono esposti. Diversi uccelli, poi, sono associati alle diverse stagioni, come ad esempio gli usignoli che richiamando la primavera sono raffigurati spesso su rami di pruno, ad inizio fioritura. I ciliegi fioriti sono associati al terzo mese dell’anno e sono simbolo di provvisorietà. I passeri sono spesso dipinti con il bambù, mentre gli aironi si trovano tra le canne palustri. Le immagini delle gru, adatte a ogni periodo dell’anno, sono usate per celebrare l’inizio dell’anno nuovo in segno di augurio, come nell’opera di Itō Jakuchū (1713-1800) Sette gru, dipinto a inchiostro e colori su seta, del 1755 circa.
Rispetto all’iconografia degli uccelli, gli altri animali sono poco rappresentati nei dipinti giapponesi che si ispirano al mondo naturale. Si possono tuttavia trovare cervi, scoiattoli, volpi, cagnolini, gatti e tassi, anche se gli animali più frequenti sono i dodici che corrispondono ai segni dello zodiaco asiatico. È piuttosto raro che buoi, tigri, lepri, cavalli, capre, scimmie, serpenti e perfino draghi siano protagonisti di raffigurazioni pittoriche.
I buoi compaiono in ambiti rurali, in supporto alle donne di Ohara nel trasporto di legna da ardere o come cavalcatura di Sugawara Michizane, patrono dei letterati. Le scimmie sono spesso raffigurate mentre si cibano di larve o di miele, attaccate da vespe o api, ma anche in questi dipinti si trova il culto della famiglia, come nell’opera di Mori Sosen (Osaka, 1747-1821) Famiglia di scimmie, in mostra. Qui la madre si occupa del piccolo, mentre il maschio è in allarme per una vespa in volo. Le carpe, raffigurate in diversi kakemono esposti, sono simbolo di perseveranza e rappresentano un modello per i giovani nella scalata verso il successo. Si ritiene infatti che la carpa, risalendo la cascata e attraversando il Portale del Drago, possa trasformarsi in drago.
I draghi sono creature mitiche cinesi, hanno testa di cammello, corna di cervo, scaglie di carpa e artigli da tigre. Poiché vivono in mare, ma sono anche in grado di librarsi in cielo, si crede che siano messaggeri degli dei e rappresentino dunque lo Spirito e il Cielo. Nell’iconografia tradizionale il drago è spesso in coppia complementare con la tigre, anch’essa di origine cinese, simbolo della Materia e della Terra. Ne sono un esempio, in mostra, alcuni dipinti di Kishi Ganku (Kyoto, 1749 o 1756-1839) tra cui, molto bello, il kakemono in cui una tigre volge lo sguardo verso terra, attirata da qualcosa, e un drago vola libero nel cielo. Nei dipinti di tigri e draghi normalmente la tigre guarda con rispetto e timore verso il drago; in questo caso il pittore allude alla credenza secondo la quale vedere un drago a corpo intero può condurre a morte immediata. Motivo per cui, nei dipinti, una parte del corpo dell’animale è sempre omessa.
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Nella pittura tradizionale giapponese la rappresentazione delle figure antropomorfe è circoscritta ad alcune immagini di divinità buddhiste, come Bodhidharma, il fondatore dello Zen, di alcuni seguaci o discepoli del Buddha, o a ritratti di noti abati, così come ad alcune figure shintoiste, ad esempio gli Dei del Vento e del Tuono, o a personaggi della tradizione cinese, come i monaci Kazan e Jittoku, e la figura protettiva dell’uccisore di demoni Shoki. È solo con le tradizioni pittoriche di città nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, come la scuola Shijo-Maruyama a Kyoto e la scuola Ukiyo-e a Edo, che cominciano ad essere raffigurati personaggi comuni. In mostra spicca il dipinto su seta di Kaburagi Kiyokata (Tokyo, 1878-1972), raffigurante una geisha con parasole, sotto un acero con foglie autunnali (momiji). In quest’opera variopinta traspare la nostalgia dell’atmosfera di un mondo che va scomparendo.
Mentre piante e fiori, alberi fioriti e cespugli, sono collegati in modo più specifico alle stagioni e ai mesi dell’anno, gli uccelli sono visibili per quasi tutto l’anno. Associati alla primavera sono anche il gelso, il rododendro, la criptomeria, la viola, il dente di leone, la camelia, il glicine, il salice piangente, la rosa giapponese e molti altri. L’iris è collegato al quinto mese, in cui ricorre la Festa dei Bambini maschi, con carpe di carta che sventolano su paletti di bambù, entrambi simboli fallici. I fiori di loto sono tipici dell’estate, come le peonie e i gigli. L’autunno regala il blu intenso della bella di giorno ed i colori dei crisantemi fioriti. Ci sono poi le fioriture delle erbe palustri, le orchidee e le foglie rosse dell’acero che cadono una dopo l’altra, in una notte. Tra le piante con un significato simbolico la più importante è il bambù, che rappresenta sia la flessibilità sia la resistenza, nonché la sicurezza - essendo rifugio per la tigre che spesso accompagna. La rappresentazione pittorica del bambù era un esercizio importante, collegato per caratteristiche tecniche alla calligrafia, tanto che alcuni dedicavano a questa ricerca tutta la vita. Dipingere il fusto di bambù interrotto dai nodi, per poi passare al fogliame, richiede una lunga pratica e una grande padronanza nell’uso del pennello.
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Non poteva mancare, in mostra, la sezione dedicata ai paesaggi. Nei dipinti - diversamente che nelle stampe xilografiche giapponesi tradizionali del diciannovesimo secolo - la maggioranza dei paesaggi raffigura un’immagine ideale della natura e solo raramente di luoghi reali o vedute di località famose. Fa eccezione la serie di dipinti raffiguranti il monte Fuji, la montagna più alta del Giappone considerata sacra sin dall’antichità, di cui in mostra si trovano diversi dipinti.
Sia i testi cinesi sulla pittura dell’undicesimo secolo che gli esemplari di dipinti cinesi erano giunti in Giappone, influenzandone la pittura paesaggistica che raffigura di fatto vedute in stile cinese.
Il termine “paesaggio”, in entrambe le nazioni, è reso come “montagne e acque” (sansui). Lo documentano le opere esposte in questa sezione della mostra, in cui troviamo fiumi, laghi, corsi d’acqua, pozze o ruscelli in primo piano e picchi montuosi sullo sfondo. Ci sono poi, in scala minore, ponti, templi, padiglioni, edifici e piccole figure umane. Caratteristica della pittura paesaggistica è il suo essere quasi sempre realizzata con il solo inchiostro, con rare note di colore.
La mostra e il bellissimo catalogo, pubblicato da Skira e disponibile in italiano e in inglese, entrambi a cura dello studioso olandese Matthi Forrer, storico dell’arte orientale ed esperto di pittura giapponese, nascono da una collaborazione tra MAO e MUSEC - Museo delle Culture di Lugano - e, a un livello superiore, tra la Fondazione Torino Musei e la Fondazione culture e musei di Lugano - dove l’esposizione è stata presentata al pubblico nel luglio 2020.
La mostra “Kakemono. Cinque secoli di pittura giapponese. La Collezione Perino” rientra nell’ambito dei progetti di sviluppo internazionale recentemente avviati dalla Fondazione Torino Musei.
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Maestri toscani in Romagna

Lisandro Ramacciotti
Mostra di pittura - Dal 25 febbraio 2022
Viale Degli Orsini, 19, Lugo (RA)
A cura di Marilena Spataro in collaborazione con Mecenate L.T.D.
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Nato a Viareggio, nel 1950, dove vive e lavora e dove ha iniziato a dipingere negli anni ‘70, Lisandro Ramacciotti è un artista con una carriera ricca di successi e riconoscimenti di pubblico e di critica. Ha esposto in gallerie ed enti pubblici sia in Italia che all’estero. Alla fine degli anni ‘90 ha esposto nella Galleria d’arte Pegaso di Viareggio e di Forte dei Marmi. Ha tenuto una sua personale alla Galleria Bottega dei Vageri a Viareggio. Ha collaborato per diversi anni con la “Galleria Spagnoli” di Renzo Spagnoli e le sue opere sono presenti in collezioni private e collezioni pubbliche quali il Museo “Gal” in Danimarca e il Museo Arte Moderna “Lorenzo Viani” di Viareggio. Alcune mostre cui l’artista è particolarmente legato sono quelle tenutesi a “Palazzo Zenobio” a Venezia, “Palazzo Ruspoli” a Roma, “Palazzo Panichi” a Pietrasanta, “Villa Paolina” a Viareggio, alla “Antica Centrale Elettrica” a Vittoria di Ragusa ed infine la personale a Parigi nel 2009. Ha esposto, inoltre, a “Palazzo Ducale” a Lucca, nel “Chiostro S. Agostino a Pietrasanta ed alla “Galleria20” a Torino. Ha partecipato a mostre inserite nel progetto “Universo donna: un genere, due sguardi” la prima alla “Galleria Factory 291” a Viareggio e quindi a “Villa Gori” a Stiava-Massarosa (LU).
è presente,come artista, nel libro “L’arte in cucina - Gli artisti incontrano gli chef” edito da Giorgio Mondadori. Di lui hanno scritto critici e letterati quali: Manlio Cancogni, Dino Carlesi, Marco Palamidessi, Giuseppe Cordoni, Vera Giagoni, Giovanna Maria Carli, Paolo Fornaciari, Giorgio Polleschi, Claudio Giumelli, Claudia Baldi, Lodovico Gierut, Claudio Bertolini, Giuseppe Recchia, Angela Rosi, Silvia Arfelli, Mattea Micello, Andrea Petralia, Denitza Nedkova, Anna La Donna, Francesca Bogliolo.
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L’invisibile

Valentino Vago incontra Silvio Wolf.
a cura di Fabrizio Sparaci.

Quaranta opere di grande respiro e dal forte impatto visivo per due differenti ricerche sull’Invisibile attraverso la pittura e la fotografia.
La nuova mostra del Comune di Milano dal titolo “L’invisibile” si svolgerà dal 22 marzo al 5 giugno alla Casa Museo Boschi Di Stefano in via Giorgio Jan 15 e vedrà Valentino Vago e Silvio Wolf, due fra gli artisti più rappresentativi delle proprie rispettive generazioni, in dialogo attorno a due diverse idee di astrazione.
La mostra, curata da Luca Pietro Nicoletti e realizzata in collaborazione con l’Archivio Valentino Vago, racchiude due esposizioni dal forte afflato poetico: “Valentino Vago. Figure e orizzonti” e “Silvio Wolf. Prima del Tempo”.

Valentino Vago
“Figure e orizzonti”

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Una visione essenziale della pittura, un’arte astratta straordinaria e modernissima, mistica e pura, capace di emozionare nella sua costante ricerca dell’Invisibile.
La retrospettiva sull’opera di Valentino Vago (1931-2018), inserita nella collana Visti da Vicino, prende spunto dai cinque dipinti già presenti nella collezione Boschi Di Stefano per ripercorrere la evoluzione del suo percorso artistico sviluppatosi attorno a due elementi cardine, la luce e il colore.
Venti opere, tutti olii su tela, testimoniano come la vocazione artistica di uno dei maestri della pittura astratta italiana si sia sempre intrecciata a una ricerca spirituale che lo ha portato a creare un universo poetico straordinario e unico.
La mostra, che si svolge nelle stanze dell’ex scuola di ceramica di Casa Boschi Di Stefano al piano terra, parte dall’opera accademica Senza Titolo del 1953, in bilico tra figurazione e metafisica, per poi immergersi immediatamente nelle formulazioni astratte delle opere di Valentino Vago degli anni Sessanta, inconfondibili nel segno così come nella luce di colori uniformi, intensi e dalla visibilità silenziosa, perfetti nella rappresentazione dell’Invisibile.
L’espressività astratta di lavori come Immagine Verde (1959), Colori nella luce e La mia estate, entrambi del 1960, o ancora Composizione (1964) e Presenza obliqua (1965), mostrano come il linguaggio di Valentino Vago sia eloquente nella sua sintesi cromatica e di come la sua pittura sia intimamente sacra ma allo stesso tempo potente.
Tra le opere presenti in mostra spiccano Spazio Solare (1960), mai più esposta al pubblico dopo la mostra presentata da Guido Ballo al Salone Annunciata di Milano nel 1960, e Orizzonte nero, quadro emblematico del 1965 dove il tema del paesaggio, interiorizzato e mentale, entra nella pittura di Vago come eliminazione di qualsiasi riferimento figurativo, avvio di un percorso ascetico e visionario che lo porterà a dipinti di grande respiro, diafani e rarefatti, come C. 268 del 1970, acquistato da Mercedes Garberi in occa- sione della mostra di Vago al PAC-Padiglione di Arte Contemporanea di Milano nel 1983 e oggi nella collezione del Museo del Novecento.
La mostra dedicata a Valentino Vago è inoltre arricchita da documenti, cataloghi, fotografie, disegni inediti e da una serie di incisioni che evidenziano il passaggio dalla figurazione all’astrazione. 

Silvio Wolf
“Prima del tempo”
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La seconda mostra, “Prima del Tempo”, si svolge al terzo piano dello spazio espositivo e presenta sedici opere della serie “Orizzonti”. Inoltre, all’interno della collezione permanente situata al secondo piano del palazzo progettato dall’Architetto Portaluppi, tre opere di Silvio Wolf (Vuoto di Memoria del 1978-2002, Icona di Luce 24 del 1992 e Icona di Luce 30 del 1994) entrano come ospiti nel progetto Sostituzioni, ideato da Maria Fratelli, prendendo il posto dei tre dipinti di Valentino Vago normalmente esposti nella collezione: Due Forme del 1960, Composizione del 1964 e Rettangoli del 1961 e ora esposti in mostra.
Silvio Wolf lavora da sempre alla fotografia come oggetto di luce che si trasfigura in immagine portandola verso un radicale concetto di astrazione e gli Orizzonti sono sicuramente uno dei risultati più interessanti della ricerca di Wolf sulle potenzialità linguistiche, percettive e cognitive della fotografia.
Il titolo stesso della mostra, “Prima del Tempo”, sottolinea come queste opere siano immagini pre-fotografiche create dalla luce direttamente sul frammento iniziale della pellicola, prima che essa registri la prima immagine, a prescindere dalla volontà del fotografo. Queste esposizioni non intenzionali sono scritture di luce, immagini non ottiche che si manifestano sulla superficie foto-sensibile durante il processo di caricamento della macchina e prima dell’inquadratura di alcun soggetto esterno, trasformandosi così in forme e linguaggio nella mente di chi le osserva.
“In questi lavori Wolf recupera quello che il fotografo tradizionalmente scarterebbe dopo lo sviluppo della pellicola, riconoscendo a quel frammento iniziale una sua qualità estetica e pittorica affine come resa a certi effetti della pittura astratta contemporanea” - sottolinea Luca Pietro Nicoletti - “Una volta stampati su carta, infatti, questi dettagli hanno rivelato immagini dal forte impatto visivo, capaci di evocare spazi di grande intensità.”
Come per Valentino Vago con la pittura, la riflessione sulla fotografia di Silvio Wolf pone al proprio centro la luce, vera protagonista di ogni sua opera fotografica. Gli squarci di luce e colore in spazi sospesi che si manifestano nelle sue fotografie astratte, così come nelle pitture di Valentino Vago, evidenziano come entrambi gli artisti aspirino a una restituzione astratta del Reale, con lo scopo di condurre lo sguardo oltre il visibile.
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Artisti allo specchio - Le forme dell’Aurora

di Gianni Guidi.
“Quando scendevano sulla terra, gli dei dell’Olimpo
assumevano per lo più sembianze animali.
Questa la dice lunga sulla stima che avevano per gli umani.”

E.M Cioran.
Quaderni 1952-1957

Penso sia un innato desiderio di solitudine a manifestarsi in quel sottile - credo anche contraddittorio piacere - che avverto nel sentirmi appartato, lontano dalla tirannide del mondo moderno e dal piccolo inferno della vita ordinaria. In questo stato di solitudine preme un’intima e autentica necessità di dare forma alle immagini e alle idee che la mia mente produce. Esse esistono, infatti, non tanto nella zona raziocinante, produttrice di teorie e ideologie, quanto piuttosto nelle eterne norme della bellezza e canoni di armonia, nel mondo degli archetipi e nella tradizione che esprime contenuto, simbologia e stile.
Cioè una tradizione antichissima di analogie e corrispondenze poiché è il nesso tra creatore e creato, punto d’incontro fra tempo ed eternità celati e rivelati nello stesso medesimo istante.
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Ogni immagine, ogni idea che realizzo porta con sé necessariamente la sua particolare legge di armonia distante quindi da buona parte del pensiero contemporaneo che vede il “disordine” delle forme artistiche giuste e buone. Ecco allora Le Bilance: simbolo di ordine, equilibrio e misura.
Le Campane: il cui suono unisce la terra al cielo come criterio di armonia. Le Farfalle: spesso considerate simbolo di leggerezza e metamorfosi. I Labirinti: come viaggio iniziatico verso un centro nascosto. L’Occhio Alato: organo della percezione sensibile e intellettuale e metafora del volo iniziatico.
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È così che in questi lavori si genera una fascinazione che viene appagata solo quando, in quell’opera che sta prendendo identità si trasferisce fra luce e ombra anche l’astratta e pura entità del valore estetico, in una sua particolare materializzazione.
Solo allora l’opera è terminata, portata in superficie, mi pare, da una profondità di cui non voglio conoscere l’arcano.
Il mio interlocutore ideale è dunque colui che cerca gli oggetti da “eleggere”, per godere di essi in una sorta di epochè, lontana per alcuni istanti dalla frenesia teorizzante della nostra epoca.
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SILENTIUM oltre "Il Vangelo secondo Matteo"

Il Cristo de "Il Vangelo secondo Matteo" di Pasolini.
Il Cristo nelle ambrotipe di Danilo Mauro Malatesta.

a cura di Marina Sonzini.

Un’idea ambiziosa e apparentemente folle, quella di far dialogare in una mostra il Cristo di Pasolini con quello di alcune opere a noi contemporanee. In realtà l’amore e il rispetto profondo per il grande maestro del Cinema hanno guidato ogni decisione, ogni dettaglio, ogni parola, perché a un uomo e a un intellettuale come Pasolini dobbiamo così tanto che possiamo solo riconoscere che, senza di lui, la seconda parte del Novecento italiano mancherebbe di un racconto e di un’analisi mai più raggiunte.
Perché “Il Vangelo secondo Matteo” per questa mostra?
Le ambrotipie di Danilo Mauro Malatesta (la Sindone di Vetro, le Schegge Mistiche e De Secunda Pietate), realizzate tra il 2017 e il 2019 e già esposte nella Chiesa Rettoria di Sant’Andrea al Celio grazie alla disponibilità di Monsignor Marco Cocuzza, raccontano il percorso di un artista del nostro tempo che si confronta con il sacro e con l’immagine di Cristo. Percorso in qualche modo simile a quello che 60 anni fa fece Pier Paolo Pasolini attraverso il cinema con Teorema, La Ricotta e soprattutto con Il Vangelo secondo Matteo.
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Danilo Mauro Malatesta



L’anniversario dei 100 anni dalla nascita di Pasolini cade in un periodo storico in cui l’idealismo e la lotta per la libertà, che animavano il giovane Enrique Irazoqui quando Pier Paolo lo conobbe e lo scelse per interpretare il suo Gesù, sembrano scomparsi dall’Europa postindustriale e globalizzata di oggi, e questa nostra società, come predetto da Pasolini, sembra aver perduto il senso della pietà e della compassione, la purezza e la capacità di riconoscere il sacro e forse chissà, l’umiltà di lasciarsi salvare da esso.
Come dichiarò Pasolini stesso, Il Vangelo Secondo Matteo non racconta la storia di Gesù Cristo, ma il mito di Cristo, narrato da un marxista, da un intellettuale laico si, ma con un senso della ricerca del sacro che pochi come lui hanno osato raccontare senza inibizioni. In quanto narrazione di un mito, il film di Pasolini ha un valore profondamente simbolico e al tempo stesso sociale, va alla radice del significato sacrale che la nostra cultura attribuisce ai personaggi e alle esperienze trascendentali narrate, e allo stesso tempo scava alla radice della nostra civiltà.
Seguendo scrupolosamente le parole del testo evangelico (che Pasolini considerava poetico e letterario, non religioso), il regista costruì delle immagini che sono tra le più potenti del cinema di ogni tempo: dall’Annunciazione, alla morte sulla croce, alla resurrezione. Al tempo stesso però raccontò il lato semplice e umano di un Cristo giovane uo- mo con le sue emozioni, dalla mitezza alla rabbia, e il lato umano di sua Madre, fanciulla innocente nella maternità e poi maschera di dolore di fronte alla morte (nelle scene girate ai piedi della croce che Pasolini come sappiamo affidò a sua madre Susanna). Questa umanità del Cristo di Pasolini ci scuote profondamente, perché è al tempo stes- so vera e primordiale.
È con lo stesso intento e coraggio che Danilo Mauro Malatesta iniziò a realizzare i suoi scatti a soggetto sacro con la tecnica antica del collodio umido su vetro. Due opere di dimensioni imponenti (le figure sono in scala 1:1): prima la Sindone di Vetro (esposta con le Schegge Mistiche a Torino nel 2018 nella chiesa del Santissimo Sudario), poi De Secunda Pietate, in cui un Cristo martoriato dai segni della flagellazione e della croce prende in braccio la Madre (l’umanità tutta) in un gesto di tenerezza e compassione.
Un Cristo “portatore di umanità”, una pietà rovesciata nella quale è il Cristo risorto ad essere vivo, mentre l’umanità mostra la sua fragilità, la sua natura mortale. Un Cristo che rinasce nella pietà, nella misericordia, nel perdono.
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David Parenti



Il pensiero corre ovviamente all’iconografica immagine del murale di Ernest Pignon-Ernest (realizzato nel 2015, a 40 anni dalla morte di Pier Paolo) in cui Pasolini porta in braccio il cadavere di se stesso assassinato. Quella era però una immagine prettamente umana, di denuncia: un Pasolini che guardava dritto negli occhi i suoi carnefici, un “guardate cosa avete fatto”. Un Pasolini vivo nel suo corpus di opere e nel suo messaggio, ma morto (brutalmente ucciso e straziato senza pietà) nel suo corpo umano.
Quello compiuto da Malatesta è invece un rovesciamento della pietà che mette al centro non la morte, ma la compassione. Cristo, con gli scandalosi segni della passione, è risorto e si volge con sguardo tenero e amorevole alla madre che tiene tra le braccia. La compassione di un Cristo fattosi uomo e morto uomo, che porta all’umanità il rivoluzionario messaggio di salvezza del perdono.
Un Cristo umano, sia quello di Pasolini che quello di Malatesta: dissacrante nell’iconografia, ma al tempo stesso altamente spirituale. Il Cristo del Vangelo, sì, ma indagato dall’arte, al di fuori dei dogmi della religione.
E proprio per mostrare ed allargare l’indagine artistica, questa mostra mette di fronte alle ambrotipie di Danilo Malatesta (La Sindone di Vetro, le Schegge Mistiche e De Secunda Pietate) le locandine originali del 1964 de Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini, le foto realizzate sul set del film dal fotografo di scena Angelo Novi e gli scatti del set di Matera realizzati da Domenico Notarangelo (giunte in mostra grazie alla preziosa collaborazione del figlio Toni che ne custodisce l’archivio, dichiarato nel 2011 Bene storico di interesse nazionale; tra questi, il celeberrimo scatto di Pier Paolo ed Enrique appoggiati al muretto di fronte ai Sassi di Matera). Il banco ottico Tailboard del 1890 di Malatesta sarà di fronte a una cinepresa Arriflex originale e funzionante uguale a quella con cui Pasolini girò il film e questo dialogo sarà impreziosito da quattro importanti opere dell’artista David Parenti: Pasolini e Irazoqui sul set del Vangelo, due ritratti di Pasolini con l’Arriflex e la celeberrima “Con TE, contro TE - II”, l’opera più iconica di questo maestro del disegno iperrealistico a matita (scelta quest’anno per la copertina del libro “Tutto Pasolini” di Piero Spila, ed. Gremese, appena pubblicato). Ci sarà inoltre una serie di preziosi disegni su carta realizzati dall’artista livornese Francesco Tonarini e provenienti dalla stessa collezione privata.
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Francesco Tonarini



All’interno della mostra verrà presentata anche l’opera di Danilo Malatesta “Triclinium Pauperum”, una fotografia in scala 1:1 di oltre tre metri, realizzata nell’adiacente oratorio di Santa Barbara nel 2021. L’opera ritrae 24 braccia e mani appoggiate sul tavolo di marmo del III sec. d.C., il Triclinium Pauperum appunto, su cui Papa Gregorio Magno e sua madre Santa Silvia offrivano da mangiare ai poveri. Dodici persone qualunque e senza volto, richiamo ovviamente ai 12 apostoli a cui Cristo offrì il suo sacrificio nell’Ultima Cena, ma anche 12 persone in rappresentanza dell’umanità tutta. La tradizione vuole che in quella mensa sia nata la Caritas cristiana e che per questo un giorno a quel desco apparve un tredicesimo commensale: un angelo.
“Silentium” è il titolo del libro curato da Andrea Manganelli con la raccolta delle opere fotografiche a soggetto sacro di Danilo Mauro Malatesta, stampato nel 2021 e presentato in anteprima al MIA di Milano, che sarà disponibile presso la mostra.
“Oltre Il Vangelo Secondo Matteo” è l’omaggio di questo talentuoso fotografo italiano al grande maestro del cinema e all’intellettuale Pier Paolo Pasolini, il cui messaggio è andato infinitamente oltre il suo film, ed è giunto a noi potente, attuale, necessario.
La Mostra sarà visitabile gratuitamente nell’Oratorio di Santa Silvia, Chiesa Rettoria Sant’Andrea al Celio - Piazza San Gregorio 2 - Roma (Metro Circo Massimo).
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Biografie d'Artista - Andrea Simoncini

a cura di Marilena Spataro.

Nato il 12 settembre 1950, a Firenze, dove risiede e lavora, Andrea Simoncini, è un artista di lungo corso e attento conoscitore della storia dell’arte.
Dopo la maturità ha iniziato a dedicarsi alla pittura frequentando lo studio di Mario D'Elia. Ha esposto su invito in mostre personali e collettive in Toscana e in molte città italiane ed estere, conseguendo numerosi riconoscimenti, tra cui varie edizioni del “Premio Italia per le Arti Visive” e del “Premio Firenze” (2008 e 2009). Tra le sue mostre più importanti si ricordano: Palazzo Bastogi della Regione Toscana, Palazzo Ghibellino di Empoli, Galleria Via Larga Palazzo Medici Riccardi sede della provincia di Firenze, sala Consiliare del Comune di Fiesole, Seminario Arcivescovile di Fiesole, Complesso monumentale di San Severo al Pendino sede del Comune di Napoli, Biblioteca del Comune di Signa (Fi), Comune di San Casciano Val di Pesa, Foyer del Teatro di Castiglion Fiorentino (Ar), Sala Gino Severini del Comune di Cortona (AR). Nel 2019 personale presso il Caffè storico Le Giubbe Rosse a Firenze. Nel 2021 partecipa a diverse mostre ed eventi in occasione del centenario dantesco: a Milano, a Ravenna, a Budrio (BO) e a Poppi (AR) con l’Associazione culturale LOGOS. Tra le mostre all’estero ricordiamo Bratislava nel 2016 e Amsterdam nel 2017.
Numerose inoltre le mostre personali e collettive presso la Società di Belle Arti Circolo degli Artisti Casa di Dante (di cui è stato Vice Presidente) dove tra quelle tenutesi più recenti si segnalano: le mostre a tema su Prometeo nel 2020 e su Dante nel 2021. Ha tenuto anche diverse esposizioni presso il Centro Studi Leda e Gabriella Gentilini (Firenze) di cui è Vice Presidente.
Sue opere sono presenti in sedi istituzionali, gallerie, collezioni private e in permanenza presso il Centro Studi Leda e Gabriella Gentilini.
Scrive Gabriella Gentilini in una delle presentazioni in catalogo: “...Il territorio sterminato e mutevole che da sempre stimola la creatività di Andrea Simoncini si concilia con le sue grandi doti artistiche ed intellettuali e con le sue profonde conoscenze di studioso a tutto campo, rigoroso nella ricerca e nella tecnica, libero e fantasioso nella rappresentazione, capace di offrirci spunti di seria riflessione al pari di momenti da sdrammatizzare con un velo di ironia”.
www.andreasimonciniarte.it
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I Tesori del Borgo - Pieve di Cento

Come un gioiello antico che nella sua preziosità narra storie cariche di suggestioni e di bellezze artistiche e architettoniche.
di Marilena Spataro.

Un patrimonio artistico e architettonico, quello di Pieve di Cento, che è un genuino tesoro accresciutosi nel tempo grazie all’impegno di associazioni, enti e personaggi del territorio, nonché ad opera di una miriade di iniziative pubbliche e private, religiose e laiche. Appartenente oggi all’area metropolitana di Bologna, Pieve di Cento, è una cittadina situata lungo il corso di pianura del fiume Reno laddove esso inizia a segnare il confine con la provincia di Ferrara. Nel 1376 divenne comune autonomo, mentre prima di questa data con la vicina Cento formava un unico comune. Ma la sua storia risale a molto tempo prima. Nell’VIII secolo era già un centro civico e religioso ben strutturato formatosi intorno alla chiesa (“Pieve”) più importante del territorio, il che ha creato nella comunità pievese un singolare spirito di unitarietà e di passione comune. I primi documenti relativi ad insediamenti in un’area corrispondente all’attuale territorio dei comuni di Cento e di Pieve risalgono all’VIII e IX secolo d.C. La regione si presentava allora come una vasta e omogenea zona paludosa, ricca di valli da pesca, segnata dal corso del fiume Reno: il cento-pievese. Esso costituiva una “pieve”, un’area territoriale soggetta ad una chiesa, detta appunto “pievana” (l’unica a possedere un fonte battesimale), che presiedeva alle altre chiese del territorio. In prossimità del luogo dove sorge l’attuale Collegiata di S. Maria Maggiore di Pieve di Cento si costituì un borgo elevato rispetto alle paludi circostanti, mentre un altro piccolo centro si formò più tardi, poco dopo il Mille, attorno alla chiesa di S. Biagio di Cento. Quando, tra il IX e il XIII secolo, le città e i borghi iniziarono a fortificarsi per difendersi dalle incursioni nemiche, chiesa e centro abitato furono compresi entro le stesse mura. Nacquero così due borghi fortificati isolati l’uno dall’altro, seppur vicini: il Comune di Cento, costituente un’unica comunità amministrativa, e Pieve di Cento, con una pieve che continuava a mantenere il suo primato ecclesiastico.
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Pieve di Cento si forma sotto il dominio del vescovo di Bologna, diventa libero Comune, subisce la dominazione estense prima e pontificia poi. Secoli di storia che hanno lasciato testimonianze artistiche, culturali e religiose che ancora oggi sono patrimonio della città. Un patrimonio cui gli abitanti di Pieve hanno riservato nel corso dei secoli una grande attenzione sul fronte conservativo, della tutela e della valorizzazione, operando al contempo per accrescerne l’entità attraverso acquisizioni di opere da parte pubblica quanto di mecenati privati.
Di grande rilevanza sotto l'aspetto culturale fu la presenza a Pieve dell’ordine dei Padri Scolopi, i quali vi giunsero nel 1641. La loro importanza fu legata soprattutto alla scuola annessa al convento: l’impegno educativo dei Padri Scolopi cercò, infatti, di indirizzarsi verso bambini e ragazzi di qualsiasi ceto sociale. Negli archivi storici, presso la biblioteca comunale, è conservata l’antica biblioteca dei Padri Scolopi dotata di circa 2000 volumi dei secoli dal XV al XIX.
Tra le opere architettoniche militari identitarie della storia di Pieve di Cento abbiamo quattro porte: Porta Cento, Porta Asìa, Porta Bologna e Porta Ferrara, che insieme costituiscono un edificio storico di difesa utilizzato come torre armata per vegliare l’accesso alla cittadina. Le porte sono state erette in legno nel XIII secolo, per poi essere ricostruite in muratura nel corso degli anni. Altra struttura militare è la Rocca che fu costruita nel 1387 dal Comune di Bologna su progetto di Antonio di Vincenzo (il progettista della Basilica di San Petronio a Bologna) quale baluardo difensivo. In seguito a lavori di consolidamento, dal 2015, la Rocca è diventata una delle due sedi del Museo delle Storie di Pieve, l’altra sede è presso Porta Bologna, in cui si racconta la millenaria storia culturale, economica e sociale della città, attraverso un percorso espositivo che impiega moderne tecnologie.
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Gli edifici religiosi di maggiore valore storico e artistico - architettonico presenti nel territorio di Pieve di Cento sono la Collegiata di Santa Maria Maggiore, la Chiesa della S.S ma Trinità, la Chiesa di Santa Chiara, la Chiesa di San Rocco e San Sebastiano (inagibile dal terremoto del 2012). Tra tutte merita particolare attenzione la Pieve, oggi Collegiata di Santa Maria Maggiore. Sorta nel secolo VIII come Pieve avente giurisdizione sulle chiese di Cento e di Pogetto, è menzionata per la prima volta in un documento del 1207.
Sempre nel Basso Medioevo la Pieve assunse il titolo di collegiata, essendosi formato un capitolo. Molti furono nel corso dei secoli i rifacimenti e i tentativi di restauro di questa struttura, ma con esiti sempre poco felici. Nel 1681 si tentò di riedificarla ex novo, però il progetto apparve ben presto fallimentare e fu interrotto. La struttura attuale risale al 1702, progettata dai fratelli modenesi Silvestro e Giuseppe Campiotti, fu terminata nel 1710. Subì restauri e modifiche varie: nel 1816, poi a più riprese nel ‘900. Danneggiata gravemente dal terremoto del 2012, è stata riaperta al pubblico dopo una seria ristrutturazione, nel 2018. La facciata, in stile barocco, ospita nelle relative nicchie, sei statue raffiguranti i santi Rocco, Isaia, Luca, Giuseppe, Sebastiano e Fabiano ed un bassorilievo, realizzati nella bottega veronese dei Guidottini e collocate nel 1708. Opere di pregio conservate all’interno della Pieve sono il crocifisso miracoloso, di fattura medievale, una pala seicentesca di Guido Reni con l’Assunzione della Beata Vergine Maria, la tela del 1646 del Guercino proveniente dalla soppressa chiesa dei Padri Scolopi con soggetto l’Annunciazione e quella della Nascita della Vergine, realizzata nel 1605 da Ippolito Scarsella, un quadro raffigurante Santa Maria Maddalena con Gesù Risorto - Cristo e la samaritana, eseguita tra il 1665 ed il 1675 da Cesare Gennari, la pala con San Giuseppe Calasanzio riceve la visione della Vergine, dipinta nel 1749 da bolognese Giuseppe Varotti, quella con San Giuseppe assieme al Bambino appare ai Santi Antonio di Padova e Francesco di Paola, opera di ignoto bolognese del XVIII secolo, il quadro della Crocifissione di Gesù con, vicino, la Beata Vergine Maria e i Santi Ignazio, Francesco e Giovanni Apostolo ed Evangelista, realizzato da Bartolomeo Gennari nel 1637, la tela raffigurante la Nascita di San Giovanni, eseguita tra il 1552 ed il 1577 da Orazio Samacchini, la pala del Ritrovamento della Vera Croce, dipinta da Bartolomeo Passarotti tra il 1585 ed il 1589, e il quadro con l’Assunzione di Maria, opera di Lavinia Fontana.
Pieve di Cento è sede anche di una Pinacoteca Civica, dove insieme al Museo che dispone di un rilevante numero di importanti opere d’arte, antiche, moderne e contemporanee, è presente una biblioteca comunale che custodisce 28.000 volumi, 20 periodici, 88 posti studio, archivi storici fondo dei Padri Scolopi.
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La pinacoteca è stata inaugurata nel 1980 presso il settecentesco Palazzo Mastellari, nella piazza principale del paese. A seguito di un impegnativo lavoro di ristrutturazione delle Scuole, nel 2021, la pinacoteca è stata trasferita presso il nuovo centro culturale “Le Scuole”, luogo che consta di oltre 1000 opere dal 1300 ad oggi, e che è anche la nuova sede della biblioteca comunale.
La collezione di arte antica comprende opere fino al XIV secolo. Tra queste sono presenti: una statua lignea che rappresenta la Madonna con Bambino, una scultura-reliquiario di origine spagnola portata a Pieve probabilmente da un pellegrino e dorata nel 1452 da Marco Zoppo; un antifonario chiamato Codice A che era stato acquisito dalla collegiata nel XV secolo, il dipinto dello Scarsellino rappresentante San Michele Arcangelo combatte contro Satana. E ancora a Pieve di Cento, grazie all’iniziativa di un imprenditore locale, è stato creato negli ultimi decenni il Museo d’arte delle generazioni italiane e MAGI ‘900, dove sono presenti più di 2.000 opere d’arte contemporanea per 9.000 metri quadrati di spazio espositivo, che si espandono in un singolare edificio di archeologia industriale - un silo granario degli anni 30 riconvertito - cui nel tempo sono state accostate due nuove strutture espositive e un grande giardino dedicato alla scultura.
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